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Atto a cui si riferisce:
C.1/00766 premesso che: la crescita economica, sociale e culturale del Mezzogiorno è la vera sfida sulla quale si gioca il futuro dell'Italia; gli ultimi dati Istat e Svimez sono...



Atto Camera

Mozione 1-00766presentato daLABRIOLA Vincenzatesto diMercoledì 25 marzo 2015, seduta n. 399

La Camera,
premesso che:
la crescita economica, sociale e culturale del Mezzogiorno è la vera sfida sulla quale si gioca il futuro dell'Italia;
gli ultimi dati Istat e Svimez sono a questo proposito allarmanti: aumenta il divario con il Centro-Nord, mancano investimenti pubblici e privati, si assiste ad un impoverimento del capitale umano. In questo quadro sarà difficile che il Sud possa agganciare la ripresa e la sua lentezza potrebbe rivelarsi un deterrente per lo sviluppo di tutto il Paese;
l'Italia sconta gli effetti negativi di un grande divario territoriale: un dualismo economico che si sta ampliando e che minaccia di essere una palla al piede di qualsiasi ipotesi di ripresa nazionale;
di questo il rapporto Svimez 2014 sull'economia del Mezzogiorno, presentato nel mese di ottobre 2014, aveva già lanciato un avvertimento, delineando uno scenario preoccupante: l'aumento dell'emigrazione (+116 mila abitanti nel 2013), un basso indice di natalità (continuano nel 2013 a esserci più morti che nati), l'aumento della povertà (+40 per cento di famiglie povere nell'ultimo anno) perché manca il lavoro (al Sud si è perso l'80 per cento dei posti di lavoro nazionali tra il primo trimestre del 2013 e del 2014); l'industria continua a soffrire di più (-53 per cento degli investimenti in cinque anni di crisi, -20 per cento degli addetti); i consumi delle famiglie crollano di quasi il 13 per cento in cinque anni; gli occupati arrivano a 5,8 milioni, il valore più basso dal 1977 e il dato corretto sulla disoccupazione sarebbe il 31,5 per cento invece che il 19,7 per cento;
uno scenario che secondo Svimez rischia di divenire strutturale: anche quando, dopo l'inizio della crisi nel 2008, il Centro-Nord aveva fatto segnare una limitata ripresa, con un aumento del prodotto interno lordo dal 2011 al 2012 del 3,8 per cento, il Sud aveva continuato a perdere prodotto, con una diminuzione dello 0,9 per cento. In totale, nonostante la crisi, il prodotto interno lordo del Centro-Nord dal 2001 al 2013 è aumentato del 2 per cento, mentre quello del Sud è sceso del 7,2 per cento;
i conti economici territoriali dell'Istat, riferiti al periodo 2011-2013 e pubblicati il 9 gennaio 2015, confermano il quadro sopra descritto: il prodotto interno lordo per abitante nel 2013 risulta pari a 33,5 mila euro nel Nord-ovest, a 31,4 mila euro nel Nord-est e a 29,4 mila euro nel Centro. Il Mezzogiorno, con un livello di prodotto interno lordo pro capite di 17,2 mila euro, presenta un gap molto ampio con il Centro-Nord, dove si registra un livello di prodotto interno lordo pro capite di 31,7 mila euro; il valore registrato nel Mezzogiorno è quindi inferiore del 45,8 per cento rispetto a quello del Centro-Nord;
i dati sopra evidenziati si traducono in un impoverimento dell'apparato produttivo a causa del calo degli investimenti: dal 2008 al 2013, gli investimenti in agricoltura sono calati del 44,6 per cento nel Mezzogiorno e del 14,5 per cento nel Centro-Nord; quelli nell'industria del 49,4 per cento nel Mezzogiorno e del 26,6 per cento nel Centro-Nord. Al tempo stesso gli investimenti in opere pubbliche sono scesi a un quinto di quelli di 20 anni fa, mentre nel Centro-Nord sono rimasti sostanzialmente invariati;
dal punto di vista demografico, la fotografia dell'Istat è impietosa. I dati riferiti all'anno 2014, pubblicati il 12 febbraio 2015, dicono che nel Sud si fanno sempre meno figli e si assiste a un forte esodo di migranti verso le altre regioni del Paese e verso l'estero. Il Nord ha assorbito (al netto delle ripartenze) 2,4 migranti ogni mille residenti tra esteri e italiani da altre regioni; il Mezzogiorno, a causa della minore attrattività per l'immigrazione e dei flussi verso le regioni settentrionali e l'estero, ha perso 2,1 abitanti ogni mille. Dal 2001 al 2013 se ne sono andati, al netto dei rientri, 708 mila emigranti, di cui 494 mila giovani tra i 15 e i 34 anni e 188 mila laureati: una perdita enorme per lo sviluppo futuro del Mezzogiorno, a totale beneficio di altri territori. Di questo passo, conferma il rapporto Svimez, nei prossimi cinquant'anni il Sud scenderà dal 34,3 per cento della popolazione italiana al 27,3 per cento, perdendo quattro milioni di abitanti;
è significativo, altresì, quello che accade in sanità, dove il rapporto annuale Istat 2014 evidenzia – se mai ce ne fosse bisogno – che per quanto il Servizio sanitario nazionale abbia migliorato il suo livello di accountability, attraverso la riduzione del debito accumulato, e i suoi standard di appropriatezza, si registrano aspetti ancora problematici sul fronte dell'equità, per la quale gli indicatori segnalano persistenti divari di genere, sociali e territoriali sia in termini di esiti di salute sia di accessibilità alle cure;
nel Mezzogiorno, infatti, la speranza di vita è più bassa (79 anni per gli uomini e 83,7 per le donne, contro rispettivamente il 79,9 e l'84,8 del Nord), la prevalenza di patologie croniche gravi si attesta al 16,1 per cento contro il 14,2 per cento registrato al Nord, e aumenta, infine, la disabilità: non si può parlare, in generale, di un peggioramento delle condizioni di salute bensì di un incremento della popolazione esposta al rischio di ammalarsi con il conseguente aumento per il futuro della pressione sul Servizio sanitario nazionale a causa dell'incremento delle persone bisognose di cure e assistenza;
il Servizio sanitario nazionale è nel Mezzogiorno anche meno equo che nel resto del Paese come testimonia la percentuale di persone che, pur in presenza di un bisogno di salute, rinunciano alla prestazione sanitaria: a questo riguardo, nel 2012, se a livello nazionale la quota di cittadini che ha rinunciato alle cure si attesta all'11,1 per cento (in prevalenza le donne sono il 13,2 per cento, mentre gli uomini sono il 9,0 per cento), nel Mezzogiorno la percentuale è del 14,4 per cento (anche in questo caso le donne sono il 16,5 per cento, mentre gli uomini il 12,2 per cento). La motivazione addotta è prevalentemente quella economica (50,4 per cento, in media);
la sanità nel Mezzogiorno risulta penalizzata sotto più aspetti. Alla minore speranza di vita alla nascita si accompagna una maggiore mortalità, rispetto al resto del Paese, per malattie cardiovascolari, che costituiscono la prima causa di morte. Per quanto riguarda la mortalità per tumori, alcune regioni del Sud, anche in presenza di un'incidenza della malattia inferiore rispetto alle regioni del Nord, registrano tassi di mortalità analoghi; questo a testimoniare che coloro che si ammalano di tumore nel Mezzogiorno hanno una probabilità di sopravvivere sensibilmente inferiore rispetto ad un cittadino del Nord. Sul versante delle dotazioni finanziarie, negli ultimi anni, il settore sanitario si è caratterizzato per una diminuzione della spesa per investimenti, un dato che rischia di diventare allarmante nel Sud dove le strutture e la strumentistica medico-ospedaliera risultano in molti casi vecchie ed obsolete. Di conseguenza, risultano insufficienti i servizi per la prevenzione, come pure molti servizi specialistici. Carenze importanti riguardano i servizi territoriali per la medicina di base, per la salute della donna, per la salute mentale, per l'assistenza domiciliare agli anziani e alle persone non autosufficienti. Un settore caratterizzato da una situazione di particolare emergenza è quello oncologico, nel quale manca circa la metà degli strumenti di radioterapia necessari a servire la popolazione locale;
le insufficienze strutturali e, soprattutto, la carenza di tecnologie avanzate e di divisioni specialistiche di eccellenza costringono i cittadini residenti nel Mezzogiorno a spostarsi per ricevere cure adeguate: le statistiche la definiscono mobilità sanitaria (ovvero il diritto del cittadino di ottenere cure, a carico del proprio sistema sanitario, anche in un luogo diverso da quello di residenza), ma in questo specifico caso – in cui la decisione di curarsi fuori dalla propria regione non è la conseguenza di una scelta ma di una necessità – è più corretto parlare di migrazione sanitaria: non è un caso, infatti, che – come certifica la settima edizione di «Noi Italia 2015. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo» a cura dell'Istat, la maggior parte delle regioni del Mezzogiorno abbiano un alto indice di emigrazione ospedaliera. Le regioni del Sud mostrano, altresì, un basso indice di attrazione (inferiore ad uno), ovvero un deficit tra i flussi di entrata e di uscita rispetto ai ricoveri dei propri residenti. L'indice di attrazione conferma il dualismo tra alcune regioni del Centro-Nord, che registrano un valore significativamente più elevato di uno e quasi tutte le regioni del Mezzogiorno, con un indice pari o inferiore a 0,7;
un quadro problematico, quello appena descritto, dal quale si discosta l'approccio alla tematica ambientale. Secondo i dati Istat – relativi al triennio 2010-2012 e pubblicati il 21 gennaio 2015 – la spesa per interventi di protezione dell'ambiente e di uso e gestione delle risorse naturali erogata complessivamente dalle amministrazioni regionali italiane nel 2012 ammonta a 3.825 milioni di euro, pari a 64,2 euro per abitante, con un'incidenza sul prodotto interno lordo dello 0,23 per cento;
dallo scorporo dei dati, emerge che le amministrazioni regionali del Nord-ovest, del Nord-est e del Centro presentano una spesa ambientale per abitante inferiore alla media nazionale (rispettivamente 26, 54, e 40 euro per abitante), mentre quelle del Mezzogiorno dedicano risorse pari a 113 euro per abitante: un dato incoraggiante, anche se l'Istat precisa che esso riflette la maggior presenza nel meridione di spese realizzate a valere sui fondi strutturali, nonché quelle connesse ad accordi di programma quadro in materia di servizi e infrastrutture ambientali. In ogni caso, rispetto al 2011, solo nel Mezzogiorno la spesa ambientale è aumentata (+0,6 per cento), mentre, rispetto al 2010, la spesa ambientale segna una diminuzione molto marcata nel Nord-ovest, Centro e Nord-est (-33 per cento, -24,9 per cento, -18,6 per cento rispettivamente) e un calo contenuto nel complesso delle amministrazioni regionali del Mezzogiorno (-2,9 per cento);
in relazione alla tipologia, nel 2012 la quota prevalente della spesa ambientale (circa 3.825 milioni di euro) erogata nel triennio di riferimento è assorbita da attività e interventi finalizzati alla salvaguardia dell'ambiente (65 per cento del totale della spesa ambientale, circa 2.491 milioni di euro) e da interventi di uso e gestione delle risorse naturali (1.334 milioni di euro, 35 per cento del totale). Le amministrazioni regionali del Nord-ovest e del Nord-est riservano la quota maggiore della spesa ambientale a interventi per la protezione della biodiversità e del paesaggio (rispettivamente il 23,5 per cento e 24,7 per cento del totale nel 2012). Nel Centro una parte significativa della spesa ambientale è destinata a interventi di protezione e risanamento del suolo, delle acque del sottosuolo e delle acque di superficie (21,3 per cento del totale). Nel Mezzogiorno il 41,4 per cento del totale della spesa ambientale si ripartisce quasi in uguale misura tra interventi di protezione e risanamento del suolo, delle acque del sottosuolo e delle acque di superficie (21,5 per cento) e interventi di gestione delle risorse idriche (19,9 per cento);
altro segnale in controtendenza: secondo la Coldiretti, che ha rielaborato i dati Istat relativi all'andamento economico ed occupazionale nel Mezzogiorno d'Italia nel 2013, l'agricoltura è l'unica attività economica che nel Mezzogiorno resiste alla crisi con una sostanziale stabilità sia del valore aggiunto (-0,3 per cento) che nel numero di occupati (-0,9 per cento) rispetto al crollo generalizzato: Coldiretti, infatti, sottolinea che nello stesso periodo la performance dell'agricoltura nel Centro-nord è peggiore (-2,4 per cento del numero di occupati) che al Sud, dove – è bene ricordarlo – il settore primario, pur in presenza di grandi potenzialità (due terzi delle coltivazioni biologiche nazionali con quasi la metà delle imprese agricole nazionali, il 10 per cento del territorio coperto da parchi e aree protette) sconta difficoltà infrastrutturali e di mercato;
i segnali positivi sull'economia italiana si rafforzano e per il primo trimestre 2015 è previsto il ritorno alla crescita del prodotto interno lordo: questo è quanto certificato dall'Istat nella nota mensile pubblicata il 27 febbraio 2015;
in questo quadro – reiterando quanto già detto all'inizio – è indiscutibile che la prossima ripresa economica sociale e culturale dell'Italia sarà tanto più immediata e strutturale quanto più efficaci saranno le politiche messe in campo affinché anche il Mezzogiorno agganci – questa volta davvero – la ripresa;
un obiettivo fondamentale per il raggiungimento del quale – è bene sottolinearlo – non si parte da zero. Al di là della freddezza oggettiva dei numeri, infatti, si sa che nel Mezzogiorno d'Italia, pur con le difficoltà sopradescritte, sono presenti realtà produttive solide e – purtroppo – semisconosciute, o peggio ignorate, dalle istituzioni nazionali;
si parla di realtà economiche che si fanno strada come fiori attraverso il manto di cemento dell'indifferenza politica: non si devono definirle «isole felici», perché non costituiscono «monadi» in un deserto. Sono il volano, o i driver se si preferisce, del riscatto del Mezzogiorno e della ripresa del Paese intero;
la regione Puglia può essere considerata il paradigma di questa vivacità produttiva ed economica, a dispetto delle condizioni generali: già il rapporto Svimez 2012 sull'economia del Mezzogiorno (dati 2011), in un focus dedicato alla regione aveva certificato – in uno scenario di declino da brivido per la macro area – una sua modesta ma significativa ripresa pur in presenza di importanti punti di debolezza (calo dei consumi, basso reddito pro capite, alto livello di disoccupazione, in particolare femminile e giovanile, arretramento del prodotto interno lordo previsto per il 2012);
il rapporto finale 2014 dell'Osservatorio Mezzogiorno di «The European House – Ambrosetti», dopo aver rilevato come la Puglia abbia perso nell'ultimo quinquennio ben il 10 per cento del prodotto interno lordo, colloca la regione in un quadro economico e produttivo caratterizzato dalla contestuale presenza di una perdurante situazione di crisi e di deboli segnali di ripresa da verificare, in particolare, nel biennio 2013-2014;
la valutazione è confermata anche nel rapporto «Economie regionali – L'economia della Puglia» della Banca d'Italia, secondo il quale nei primi mesi del 2014 in Puglia si è attenuata la fase recessiva, anche se l'attività industriale rimane debole, con un fatturato ulteriormente ridotto per il calo della domanda interna. Il mercato del lavoro risente ancora della debole congiuntura e il numero degli occupati continua a diminuire. Dalla fine del 2012 il tasso di disoccupazione in regione è progressivamente cresciuto, raggiungendo il 21 per cento, oltre otto punti percentuali in più rispetto alla media nazionale;
secondo il citato rapporto dell'Osservatorio Mezzogiorno di «The European House – Ambrosetti» – l'Osservatorio nasce nel 2006 proprio come «Osservatorio Puglia» – la regione Puglia deve anche essere pronta ad afferrare l'occasione che le si presenta in relazione al nuovo ciclo di programmazione dei fondi comunitari 2014-2020;
nel nuovo ciclo della politica di coesione l'Europa investirà 351,8 miliardi di euro e l'Italia riceverà complessivamente 32,2 miliardi di euro, ovvero il 9,3 per cento del totale delle risorse europee;
il 70 per cento delle risorse assegnate all'Italia è allocato a favore delle regioni dell'Obiettivo convergenza (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia): circa 22,2 miliardi di euro;
sono 5,12 i miliardi di euro provenienti dall'Europa, in aggiunta alla quota di cofinanziamento nazionale, che la Puglia sarà chiamata ad impegnare in progetti per tradurre l'obiettivo europeo per il 2020 di uno sviluppo sostenibile, inclusivo e intelligente;
tali risorse aggiunte, come si diceva, a quelle nazionali, possono realmente imprimere una svolta positiva all'economia della Puglia;
nonostante le criticità che hanno continuato ad interessare il sistema economico pugliese, il citato rapporto 2014 dell'Osservatorio Mezzogiorno di «The European House – Ambrosetti» rileva come il sistema produttivo regionale sia caratterizzato da una particolare dinamicità con aziende dotate di importanti capacità di resilienza alla crisi in termini di fatturato e di redditività;
emblematico a questo proposito è il caso della provincia di Taranto e del comune capoluogo, in particolare, in cui – pur in presenza di un quadro economico caratterizzato da indicatori economici e produttivi negativi – si possono iniziare a percepire i segnali di una ripresa certamente non immediata ma possibile;
nella relazione previsionale e programmatica 2015 redatta dalla camera di commercio di Taranto, infatti, si rileva come, tenuto conto della gravità dello scenario economico generale e locale e le difficoltà quotidianamente vissute dalle aziende, risulta interessante la capacità di sopravvivenza del sistema produttivo locale nel suo complesso. Tuttavia, precisa il documento, tutto ciò sembrerebbe il risultato di pesanti e spesso dolorosi aggiustamenti nell'utilizzo delle risorse (economico – finanziarie, umane ed altro), con la conseguenza di un decremento della redditività e dell'occupazione e, in ultima analisi, un effettivo depauperamento del tessuto imprenditoriale, non tanto e non solo in termini numerici quanto sostanziali;
una conferma con riguardo all'occupazione arriva dal sistema informativo Excelsior Unioncamere relativo ai programmi occupazionali delle imprese per il primo trimestre 2015. A differenza di quanto accade in Italia, nei primi mesi del 2015 in Puglia è prevista una variazione negativa dell'occupazione: il «saldo» occupazionale atteso in regione è pari, infatti, a -1.140 unità, in miglioramento, comunque, rispetto alle -1.700 di un anno prima. Dal punto di vista territoriale, considerando sempre sia il lavoro dipendente che quello atipico, saldi occupazionali positivi si prevedono soltanto nella province di Foggia (+290) e Lecce (+50), mentre a Taranto (-330), Brindisi (-490)e Bari (-660) si registrano decrementi significativi;
in una situazione occupazionale già difficile, dunque, il territorio tarantino è interessato attualmente da numerose vertenze lavorative tra le quali spicca quella relativa al call center di Teleperformance, la seconda realtà produttiva della provincia di Taranto dopo l'Ilva. A fronte degli undicimila posti dello stabilimento siderurgico, infatti, Teleperformance garantisce occupazione a circa duemila dipendenti ai quali si aggiungono circa mille contratti a progetto. I lavoratori coinvolti sono per lo più donne sole, con figli. A giugno 2015 scadranno gli ammortizzatori sociali garantiti dall'accordo firmato nel gennaio 2013, che ha permesso di scongiurare temporaneamente i licenziamenti e a quel punto, senza una strategia che permetta di evitare contraccolpi lavorativi, il futuro occupazionale dei lavori del call center si presenta piuttosto cupo;
mentre nel 2013 la citata relazione previsionale e programmatica della camera di commercio di Taranto sottolinea che il saldo tra imprese nuove iscritte e cessazioni, pur restando in area negativa, registra nella provincia performance migliori rispetto alla media regionale e delle singole province pugliesi; nel 2014 lo stesso dato risulta negativo: -0,09 per cento. Dal confronto dei dati a disposizione di Movimprese sulla natimortalità delle aziende, emergono le forti criticità territoriali. La camera di commercio sottolinea, altresì, come Taranto sconti la vicenda Ilva nel suo complesso e il previsto e temuto effetto domino; tuttavia, tutti i comparti produttivi sono in sofferenza: in agricoltura, il saldo tra nuove imprese e chiusure è di -259 unità, nelle attività manifatturiere -103 unità, nelle costruzioni -131 unità e nel commercio -324 unità;
proprio la presenza dell'Ilva fa sì che il territorio tarantino presenti un quadro abbastanza complesso anche dal punto di vista sanitario ed ambientale strettamente connesso. Il comune di Taranto a partire dal 1987, insieme ai comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola, è inserito in un'area definita dall'Organizzazione mondiale della sanità «ad elevato rischio ambientale» ed è ormai da tempo oggetto di studio per la stima del rischio di salute conseguente all'esposizione dell'area abitata del comune alle emissioni provenienti dall'adiacente area insidiata dal più grande stabilimento siderurgico a ciclo integrato d'Europa. Nell'area di Taranto indagini ambientali ed epidemiologiche hanno documentato una compromissione dell'ambiente e dello stato di salute dei residenti. Sono stati osservati eccessi di mortalità, a livello comunale, per malattie dell'apparato respiratorio, cardiovascolare e per diverse sedi tumorali. Nella coorte dei residenti, nei quartieri più vicini alla zona industriale, anche al netto dei differenziali sociali, sono stati misurati eccessi della mortalità e delle ospedalizzazioni per malattie dell'apparato respiratorio, cardiovascolare e per tumori. Questi dati – elaborati all'interno del progetto «Indagine epidemiologica nel sito inquinato di Taranto» (IESIT), finanziato dalla provincia – sono stati successivamente confermati nella loro gravità dallo studio Sentieri curato dall'Istituto superiore di sanità, il quale ha, altresì, evidenziato come la problematica riguardi anche la fascia pediatrica (0-14 anni): a questo proposito è stato osservato un eccesso di mortalità per tutte le cause e di ospedalizzazione per le malattie respiratorie acute, ed un eccesso di incidenza per tutti i tumori (54 per cento). Nel corso del primo anno di vita è stato rilevato un eccesso di mortalità per tutte le cause (20 per cento) ascrivibile all'eccesso di mortalità per alcune condizioni morbose di origine perinatale (45 per cento), mentre per questa stessa causa si osserva un eccesso di ospedalizzazione;
dal punto di vista ambientale, lo stato di emergenza ormai acclarata nell'area di Taranto ha portato il Governo ad emanare nel breve arco di due anni (a partire dal 2012) ben sette provvedimenti urgenti al fine di fronteggiare e risolvere la situazione, in un'ottica di salvaguardia della salute dei cittadini e della rinascita della città;
sono provvedimenti in cui – in massima parte – è mancata una visione di insieme sia delle problematiche che gravano sulla città di Taranto e sull'area ad essa circostante, sia delle soluzioni da adottare e nei quali, soprattutto, si è voluto pervicacemente continuare a legare il destino della città a quello dell'Ilva;
solo di recente, con il decreto-legge 5 gennaio 2015, convertito, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 4 marzo 2015, n. 20, sembra si sia avviata una nuova fase per lo sviluppo della città e dell'area di Taranto;
lo stesso Presidente del Consiglio dei ministri, in occasione dell'approvazione definitiva presso la Camera dei deputati del citato decreto-legge n. 1 del 2015, ha, infatti, parlato di un «progetto Taranto», con particolare riferimento alla cultura, al porto, alle bonifiche e alla salute e non più solo all'Ilva;
il porto di Taranto situato nel cuore del Mediterraneo è la struttura ideale per il traffico commerciale tra l'Europa ed il resto del mondo e per il traffico a corto raggio nazionale ed europeo. Non si deve tuttavia considerare il porto solo per la sua tradizionale vocazione commerciale, bensì anche in un'ottica di integrazione con la città e di maggiore apertura ai traffici turistici;
il nuovo piano regolatore del porto, adottato di recente, prevede, infatti, da un lato, di incrementare le aree destinate alle attività commerciali per consentire l'acquisizione di nuovi traffici e, dall'altro, di migliorare il rapporto con la città, aprendo ad essa nuove aree dell'ambito portuale. A questo proposito sono stati avviati i seguenti progetti: la piastra logistica, il consolidamento/adeguamento banchina terminal contenitori, dragaggi, nuova diga foranea, collegamenti ferroviari adattamento/riqualificazione del molo S. Cataldo e Calata 1; realizzazione di un nuovo terminal contenitori al 5o sporgente, il Distripark;
nel 2012, l'autorità portuale di Taranto ha – altresì – avviato una programmazione mirata allo sviluppo della piena operatività del porto dal punto di vista turistico, in particolare per quanto riguarda il traffico crocieristico, alimentato dal bacino territoriale lucano (destinato ad assumere una dimensione internazionale e mondiale in seguito alla designazione di Matera capitale della cultura 2019) diretto in Nord Africa, in Medio ed Estremo Oriente e in tutti i porti del Mediterraneo. Sempre al fine di promuovere la competitività dello scalo tarantino nel settore turistico e del traffico passeggeri si segnalano le seguenti iniziative: la partecipazione ad eventi fieristici di settore, quale la fiera Seatrade Cruise and Shipping di Miami, memorandum of understanding con la regione Basilicata e il successivo memorandum of understanding con la provincia di Matera, la formulazione nel 2012 della domanda di acquisizione da parte dell'autorità portuale della banchina «ex Torpediniere», per l'utilizzazione della stessa ai fini della nautica da diporto e trasporto passeggeri, la realizzazione di un port exhibition center, da realizzare in ambito portuale con l'intento di valorizzare la vocazione tipicamente portuale di Taranto attraverso l'utilizzo di container marittimi per allestire un centro espositivo multimediale, la realizzazione, infine, del centro servizi polivalente, un edificio polifunzionale finalizzato alla riqualificazione del waterfront portuale;
al fine di adeguare lo standard competitivo del porto di Taranto rispetto a quello dell'area mediterranea, l'autorità portuale sta puntando sulla diversificazione delle attività del porto. A questo proposito sono stati avviati cantieri per 377 milioni di euro destinati ad aumentare per progetti non legati alla monocultura industriale. Fra questi il progetto «Fresh Port», che mira ad individuare un percorso teso a valorizzare, in forma consorziata, l'intera catena produttiva e logistica del settore agroalimentare di alcune regioni del Sud Italia (Puglia, Basilicata, Calabria) e del Nord Africa, attraverso l'utilizzazione delle aree e dei servizi portuali e retroportuali di Taranto, e il riconoscimento nel maggio 2014 dell'area portuale di Taranto quale zona franca doganale non interclusa, gestita dalla stessa autorità portuale;
Taranto ha anche l'arsenale militare marittimo, una struttura di grande potenzialità per la quantità e la qualità del personale impiegato (circa duemila e quattrocento dipendenti), per la consistenza e la funzionalità delle infrastrutture, degli impianti e dei mezzi ed attrezzature di lavoro in dotazione. I suoi compiti consistono principalmente nell'assicurare il supporto e l'efficienza delle unità navali, costituendo una struttura tecnico-logistica di grande rilievo. In aggiunta ai compiti istituzionali, l'arsenale è chiamato a svolgere, nei limiti e con le modalità previste dai regolamenti e dalle leggi in vigore, attività che, seppure di carattere secondario, sono altrettanto importanti e significative: assistenza alla protezione civile, interventi nelle calamità naturali, supporto alle unità navali appartenenti ad altre Forze armate ed alla Marina mercantile, assistenza ai barotraumatizzati;
la struttura dell'arsenale deve essere messa al servizio della riqualificazione della città, non solo in un'ottica di sviluppo turistico e culturale – come previsto nel citato decreto-legge n. 1 del 2015 – ma anche sociale,

impegna il Governo:

a valutare l'opportunità, compatibilmente con i vincoli di bilancio, di predisporre interventi di rilancio del sistema economico e produttivo del Mezzogiorno, incentivando lo sviluppo più completo delle potenzialità presenti nei relativi territori, attraverso interventi finalizzati:
a) all'avvio di tempestive iniziative volte a salvaguardare gli attuali livelli occupazionali, con particolare attenzione all'occupazione giovanile e femminile;
b) alla soluzione di tutte le vertenze lavorative aperte e con specifico riguardo alla vertenza Teleperformance e, più in generale, al personale impiegato nei call center, e a pervenire alla definizione, anche attraverso disposizioni di legge che rimandino a quanto previsto dalla contrattazione collettiva, di precise regole procedurali di confronto sindacale per la gestione delle crisi conseguenti a cambi di appalto, che possa condurre a configurare clausole sociali volte a salvaguardare la posizione dei lavoratori della società appaltatrice uscente, attraverso la configurazione di obblighi in capo all'appaltatore subentrante;
c) a potenziare le strutture ospedaliere territoriali colmando le insufficienze strutturali e, soprattutto, la carenza di tecnologie avanzate, nell'ottica di un ammodernamento della strumentistica medica e dello sblocco del turnover del personale, con particolare attenzione per quelle zone in cui le evidenze epidemiologiche e scientifiche testimoniano un'elevata presenza di patologie oncologiche;
d) a fronteggiare in maniera realistica ed incisiva l'emergenza ambientale, con particolare riguardo per quelle zone in cui tale allarme sia diretta conseguenza della presenza di realtà produttive di grandi dimensioni, valutando, in riferimento all'area di Taranto e alla presenza dell'Ilva, l'opportunità di assumere iniziative di carattere legislativo volte ad assicurare un aggiornamento quantomeno trimestrale della valutazione del danno sanitario prevista dall'articolo 1-bis, del decreto-legge n. 207 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 dicembre 2012, n. 231, in modo da avere stime puntuali e dati precisi a fronte di medie annuali;
e) a valorizzare e a potenziare i sistemi logistico-intermodali del Mezzogiorno, in particolare quelli portuali, che, in virtù della centralità dell'Italia nei traffici marittimi intra-mediterranei e non solo, sono destinati ad avere un ruolo strategico nel rilancio dell'economia nazionale e del Mezzogiorno, valutando altresì l'opportunità di supportare con particolare attenzione i progetti finalizzati a diversificare le funzionalità delle strutture portuali, quali, ad esempio, quelli già avviati dall'autorità portuale di Taranto, dei quali si è dato conto nelle premesse del presente atto di indirizzo;
f) a valutare l'opportunità di favorire intese, anche fra le diverse amministrazioni pubbliche, per mettere al servizio del territorio le strutture presenti e attualmente adibite a compiti istituzionali, sviluppandone le potenzialità al fine di promuovere il recupero e la riqualificazione sociale dei centri urbani, in particolare quelli soggetti ad un pesante degrado, con particolare riferimento all'uso per tale scopo dell'arsenale marittimo di Taranto.
(1-00766) «Labriola, Pisicchio, Catalano, Pinna, Furnari».