• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
S.6/00007 esaminato il Documento di economia e finanza 2013, premesso che: nell'introduzione al DEF 2013 il Governo Monti afferma che è tenuto, per assolvere un...



Atto Senato

Risoluzione in Assemblea 6-00007 presentata da LOREDANA DE PETRIS
lunedì 6 maggio 2013, seduta n.018

Il Senato,
esaminato il Documento di economia e finanza 2013,
premesso che:
nell'introduzione al DEF 2013 il Governo Monti afferma che è tenuto, per assolvere un obbligo di legge per il Paese e per assicurare il rispetto delle scadenze del «semestre europe», a presentare il Documento di economia e finanza, pur tra limiti oggettivi, come il prolungarsi delle procedure per la formazione di un nuovo esecutivo: «Coerentemente con la fase di prorogasti il Governo in carica non può formulare orientamenti per il futuro che presuppongano scelte d'indirizzo politico-legislativo o I'avvio di nuove politiche di vasto respiro che non siano già state condivise dal Parlamento.»;
il DEF 2013 si limita a tracciare, con enfasi e sottolineature eccessivamente positive, i traguardi raggiunti dall'azione di governo fin qui svolta. Attraverso un'esposizione fin troppo dettagliata e ripetitiva dei risultati raggiunti e dell'azione da dispiegare nel triennio prossimo, ed indica come: «dal punto di vista economico-finanziario il DEF 2013 assum(a) l'obiettivo di mantenere nel periodo di riferimento il pareggio di bilancio in termini strutturali, come previsto dalle regole del Patto di Stabilita di Crescita dell'Unione europea, modificate nel novembre 2011, e confermate dal Fiscal Compact, e come sancito dalla nostra Costituzione. Sotto il profilo delle riforme strutturali esso fa il punto di quanto realizzato nei mesi precedenti e, dove appropriato, elenca le iniziative ancora necessarie per attuare Ie riforme già approvate dal Parlamento.»;
il DEF al nostro esame rappresenta una fotografia dei risultati ottenuti negli ultimi 17 mesi dal Governo Monti, una fotografia dei risultati negativi di politiche sbagliate;
pur considerando i limiti oggettivi rappresentati dalla presentazione del presente DEF, esso rimane comunque un passaggio ineludibile, seppur non definitivo, in quanto il nuovo Governo dovrà aggiornarlo, integrandolo con il programma di Governo di stabilità e crescita indicando gli obiettivi di politica economica;
il Governo attuale si è impegnato a presentare al più presto una Nota di aggiornamento del DEF 2013; nel suo discorso alle Camere il Premier Enrico Letta, ha dichiarato che il suo Governo agirà con primi interventi per dare ossigeno alle famiglie, in particolare a quelle meno abbienti, e alle imprese tramite la riduzione fiscale suI lavoro, il superamento della tassazione sulla prima casa, l'alleggerimento dell'IVA, senza tuttavia indicare con quali misure tali riduzioni di entrate e maggiori spese saranno compensate;
occorre infatti, finanziare Ie misure urgenti per il 2013 laciate scoperte dal Governo Monti che comportano una spesa di 7-8 miliardi (ne citiamo solo alcune: gli esodati, la cassa integrazione anche in deroga, la proroga delle agevolazioni fiscali al 50 ed al 55 per cento per Ie ristrutturazioni edilizie e per l'efficientamento energetico degli immobili, il rinnovo dei contratti a termine di lavoratori e lavoratrici nei servizi pubblici essenziali, i contratti di servizio di importanti aziende pubbliche, Ie missioni internazionali), mentre servirebbero altri 8 miliardi all'anno per cancellare l'IMU e l'aumento dell'IVA. In sostanza, ci vorrebbero circa 15 miliardi di tagli nella seconda parte del 2013, vale a dire 30 su base annua. Non e possibile pensare ad ulteriori ticket sulla sanità (dal 1º gennaio 2014, è già previsto un aumento dei ticket per circa 2 miliardi di euro), ulteriori tagli alla scuola pubblica e all'università, ulteriore deindicizzazione delle pensioni più basse;
in ogni caso, il quadro complessivo delineato sembra dovere rimanere immutato rispetto al DEF al nostro esame;
il programma del nuovo Governo non fa riferimento con il dovuto impegno agli obiettivi assunti dalla strategia definita dal documento «Europa 2020»: innalzamento al 75 per cento del tasso di occupazione, aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo ed innovazione al 3 per cento del PIL, riduzione delle emissioni di gas serra almeno del 20 per cento rispetto al 1990, 20 per cento del fabbisogno di energia ricavato da fonti rinnovabili, aumento del 20 per cento dell'efficienza energetica, riduzione degli abbandoni scolastici al di sotto del 10 per cento, aumento al 40 per cento dei 30-34enni con un'istruzione universitaria, drastica riduzione delle persone a rischio o in situazione di povertà ed emarginazione;
sottolineato come:
l'analisi economica contenuta nel DEF evidenzia un quadro di recessione globale, nell'ambito del quale la zona Euro mostra particolari difficoltà e, in tale contesto, l'Italia risulta in particolare sofferenza;
l'economia in recessione, la società in frantumi, la politica bloccata: questa e l'Italia del 2013, dopo cinque anni di crisi. Dopo 5 anni di Governi di Berlusconi e Monti il PIL del nostro Paese, in termini reali e ai livelli di 10 anni fa. Il reddito medio pro capite è sceso ai livelli dell'anno 2000. Ma il reddito «medio» è un'illusione statistica, Ie disuguaglianze sono aumentate e tutto l'aumento del reddito degli ultimi dieci anni e finito ad aumentare la ricchezza del 10 per cento più ricco degli italiani che possiede il 46 per cento di tutta la ricchezza del Paese. Nove italiani su dieci stanno ora peggio di 10 anni fa;
il peggioramento dell'economia si è accompagnato a una crisi sociale senza precedenti;
il nostro Paese sta tragicamente vivendo una vera e propria emergenza occupazionale, che si aggraverà nei prossimi mesi. Gli ultimi rilevamenti dell'Istat ci hanno restituito ancora una volta un'immagine drammatica: sono 2,8 milioni Ie lavoratrici e i lavoratori precari, la disoccupazione è prossima ormai alla soglia inaudita del 12 per cento, con punte che sfiorano il 40 per cento tra Ie donne e i più giovani, mentre i consumi delle famiglie si stanno notevolmente riducendo (meno 7 per cento nel biennio 2012-2013);
oltre ai bassi salari sono state ridotte Ie pensioni e aumentata l'età per andarci; ci sono 390.000 lavoratori «esodati» che nel 2012 si sono trovati senza stipendio e senza pensione; i servizi di welfare vengono ridimensionati dai tagli di spesa e diventano più costosi;
aumenta la povertà che coinvolge oramai oltre 8 milioni di persone; più dell'11 per cento delle famiglie vivevano nel 2011 con un reddito sotto la soglia di mille euro per una famiglia di due persone;
accanto alla povertà, scoppia l'emergenza ambientale con le conseguenze disastrose del cambiamento climatico provocato dalle nostre emissioni che porta a situazioni meteorologiche estreme, mentre un uso dissennato del territorio ha contribuito alla rottura degli equilibri ecologici;
i Governi Berlusconi e Monti non solo non hanno previsto la dimensione della recessione, ma in gran parte l'hanno causata. Nel quinquennio tra il 2008 e il 2012, per la prima volta dopo la Sconda Guerra mondiale, c'è stata una riduzione del 4,4 per cento della variazione della media del PIL pro capite rispetto al quinquennio precedente. Nel 2012, Ie manovre di tasse e tagli, infatti, hanno prodotto una riduzione del PIL di un punto percentuale. Lo certifica la stessa Banca d'Italia. La cura ha fatto molto più male della malattia;
dopo i 145 miliardi recuperati con Ie due manovre estive «anti-crisi» di Tremonti, il Governo dei «tecnici» ha tagliato la spesa e tassato gli italiani per 63,2 miliardi (tra manovra «Salva Italia» e «Spending review»). Le manovre hanno complessivamente causato una riduzione del reddito del Paese di circa 16 miliardi. Rendendo così più difficili da raggiungere gli obiettivi per raggiungere i quali erano stati escogitati tagli e tasse;
la liberalizzazione del mercato del lavoro che toglie diritti ai lavoratori senza ottenere un solo posta di lavoro in più, e andata ad aggiungersi al taglio delle pensioni, all'aumento delle accise e dell'IVA (tutte tasse indirette che colpiscono proporzionalmente in misura maggiore i ceti popolari) e all'IMU sulla casa, peggiorando la grave situazione nella quale i Governi Berlusconi e Monti ci hanno portato;
né il drastico prolungamento dell'età pensionabile, né Ie cosiddette liberalizzazioni, né il tentativo di abolire l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, hanno nulla a che vedere con la riduzione del debito pubblico Italiano. Anzi, il rapporto debito/prodotto interno lordo è ancora cresciuto per via della recessione incalzante;
sono stati sacrifici - a senso unico a carico dei ceti popolari - mentre il debito è notevolmente cresciuto (di dieci punti negli ultimi due anni), la disoccupazione è aumentata, Ie tasse sono state innalzate e calano i consumi. In definitiva, i problemi sono stati solo rinviati, e il peggio potrebbe ancora arrivare. Si è, infatti, instaurata nel nostro paese ed a livello europeo una spirale perversa di politiche di austerità che incidono negativamente sulla crescita deprimendo il PIL, che a sua volta diminuisce Ie entrate dello Stato e ne aumenta Ie spese per fare fronte alla disoccupazione crescente;
il problema peggiorerà dopo il 2014 con l'applicazione del cosiddetto «fiscal compact», il quale prevede una riduzione del debito pubblico superiore al 60 per cento del PIL di un ventesimo l'anno, per vent'anni. Una mannaia pesantissima, che per l'Italia potrebbe significare un obbligo a tagli netti del debito per 40-50 miliardi l'anno, che certo non si potranno attuare vendendo beni pubblici ogni anno per il valore di 15 miliardi;
rilevato come:
il Mezzogiorno contribuisce ad un quarto del PIL nazionale: non ci può essere una adeguata ripresa della crescita economica nel nostro Paese senza il contributo delle regioni meridionali. Eppure, secondo l'ultimo rapporto Svimez, la crisi ha prodotto nel Meridione il doppio dei danni sociali arrecati al resto del Paese, ed esiste il reale pericolo che il divario tra il nord ed il sud da incolmato divenga incolmabile;
proprio nelle regioni del Sud si sono concentrate Ie riduzioni più significative di posti di lavoro legate soprattutto al fenomeno della desertificazione industriale. Nel Mezzogiorno una persona su due è fuori dal mercato del lavoro regolare: in valori assoluti, sette milioni di uomini e donne che convivono con lavori in nero o precari. Soprattutto preoccupa quello che la Svimez ha definito «spreco generazionale inaccettabile», cioè il dato che vede in crescita nelle regioni meridionali la quota dei giovani Neet (not in education, employment or training) con alto livello di istruzione;
la crisi spinge ulteriormente il processo di compenetrazione in corso tra criminalità organizzata e economie locali, diversamente il Sud potrebbe diventare la base di un'economia criminale tesa ad estendersi alle regioni settentrionali. Anche per questa via il nodo del Mezzogiorno, rischia di condizionare pesantemente lo sviluppo di tutto il Paese;
per il Mezzogiorno occorre dunque abbandonare Ie politiche assistenzialistiche del passato, la cui inefficacia è sotto gli occhi di tutti, e porre al centro la valorizzazione delle risorse economiche, umane e paesaggistiche locali per superare Ie arretratezze strutturali e creare condizioni più favorevoli allo sviluppo delle tante forze vive presenti nel tessuto sociale ed imprenditoriale del Mezzogiorno;
la crisi economica e sociale sta aggravando in maniera insostenibile l'emergenza abitativa: oltre 430.000 famiglie in difficoltà con il pagamento dei mutui; 65 mila sentenze di sfratto solo in un anno, di cui circa l'85 per cento sono per morosità. Con l'attuale trend di crescita, se ne prevedono 200 mila nei prossimi tre anni. Una situazione di vero allarme sociale che riguarda tutto il Paese, anche se con situazioni di vera e propria emergenza per Ie grandi aree urbane;
sono necessarie serie politiche abitative pubbliche e risorse da destinare all'«housing sociale». A ciò aggiungiamo il gravissimo sostanziale azzeramento del «Fondo nazionale per il sostegno all'accesso aIle abitazioni in locazione», previsto dall'articolo 11, comma 1, dell a legge n. 431 del 1998, il quale rappresentava uno strumento fondamentale in mano agli enti locali per una politica delIa casa attenta alle esigenze delle famiglie più bisognose;
pur essendo strategica per l'economia italiana e Ia crescita del PIL, nessun intervento organico e di sistema viene proposto per la cultura, i beni culturali e paesaggistici. Come certificato da Eurostat, nel 2011 l'Italia ha continuato ad essere all'ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alIa cultura (1,1 per cento a fronte del 2,2 per cento dell'Unione europea a 27) e al penultimo posto per percentuale di spesa in istruzione (l'8,5 per cento a fronte dello 0,9 per cento dell'Unione europea a 27);
una recente indagine svolta da Unioncamere e Symbola ha dato una stima piuttosto precisa dell'importanza del comparto culturale suI PIL italiano: il 5,4 per cento se si considera il sistema delle industrie culturali e creative in senso stretto; il 15 per cento se invece si da una definizione estensiva del sistema delle filiere culturali e creative;
considerato che:
il quadro delle misure delineato dal DEF non contempla altre misure di rilievo rispetto alIa retrocessione dei debiti della Pubblica Amministrazione;
l'impostazione del DEF e della politica economica dello stesso Primo Ministro Letta parte dal presupposto che il graduale miglioramento della situazione dei mercati finanziari non si è ancora trasmesso all'economia reale. In realtà, Ie misure di contenimento delIa spesa pubblica adottate nel 2011 e nel 2012 sembrano essere andate oltre Ie previsioni iniziali: si è tagliato di più di quello che si era preventivato. Queste stesse misure hanno concorso all'effetto demoltiplicatore del PIL, con una caduta del PIL cumulata (2012-2013) del 3,7 per cento, unitamente ad una caduta degli investimenti del 10,6 per cento;
le previsioni dell'OCSE confermano la contrazione del PIL del 2013 (meno 1,5 per cento), mentre per il 2014 si stima una maggiore crescita dello 0,5 per cento). Stime generose, che sottovalutano l'effetto negativo delle misure di contenimento della spesa pubblica, unitamente all'aumento delIa pressione fiscale. II FMI, mediamente più credibile dell'OCSE, è molto meno ottimista;
l'indebitamento netto passa, secondo il DEF, dal 3,9 per cento del 2011, al 2,9 per cento del 2013, in ragione della spesa destinata al pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione. Infatti, l'indebitamento del 2013 era previsto al 2,4 per cento. Per il 2014 si prevede un indebitamento netto dell'1,8 per cento, sempre che le risorse dell'IMU sperimentale non siano modificate. La puntualizzazione è rilevante per la contabilità pubblica. Se fosse modificata la base imponibile dell'IMU, Ie minori entrate dovrebbero essere compensate da una manovra correttiva aggiuntiva, così come per l'aumento dell'IVA di un punto, già contabilizzato tra Ie entrate fiscali. Modificare una di queste imposte, significa ampliare o meno la manovra correttiva dello 0,7 per cento del PIL nel 2015, così come per il 2014;
secondo l'OCSE l'indebitamento per il 2013 raggiungerà il 3,3 per cento contro il 2,9 per cento previsto dal DEF, un indebitamento che cresce anche nel 2014 al 3,8 per cento (il DEF prevede l'1,8 per cento): il che significherebbe restare nella procedura UE per deficit eccessivo; secondo il Ministro Saccomanni il Rapporto Ocse non considera l'impatto del decreto-legge sui pagamenti della Pubblica Amministrazione;
diversamente dall'indebitamento netto, il rapporto debito/PIL continua a crescere, nonostante la spesa per interessi sia sostanzialmente stabile in rapporto al PIL (5,6 per cento per il 2013 e 5,8 per cento per il 2014). Le stime sono pari al 130,4 per cento del PIL per il 2013, al 129 per cento per il 2014 (per l'Ocse il debito 2014 sarà pari al 134,2 per cento) e al 125 per cento per il 2015. Un effetto del tutto ovvio: se il denominatore diminuisce con la velocità di questi ultimi anni, il rapporto è destinato a crescere, indipendentemente dalle misure di contenimento della spesa pubblica adottate. Non si deve mai dimenticare che dal 2008 al 2013, il PIL dell'Italia si è contratto di quasi 10 punti percentuali;
le stime economiche rese note il 3 maggio scorso dalla Commissione europea prevedono che il deficit italiano per il 2013 si fermi al 2,9 per cento, e nel 2014 scende al 2,5 per cento. Nelle stime della Commissione Ue si conferma come l'Italia stia sulla strada per chiudere la procedura per disavanzo eccessivo. Ma comunque per l'Italia - secondo la Commissione UE - «non ci sono segni di ripresa a breve» e il PIL «continua a contrarsi», portandosi a -1,3per cento per il 2013 e 0,7 per cento nel 2014. Il debito italiano sale a 131,4 per cento nel 2013 e a 132,2 per cento nel 2014; la Commissione Ue rivede quindi al rialzo Ie stime di febbraio che lo davano al 128 per cento per il 2013 e 127 per cento nel 2014. Solo la Grecia ha un debito più alto (175,2 per cento per il 2013). La fiducia di imprese e consumatori è ancora negativa. E il PIL continua a contrarsi (-1,3 per cento per il 2013), «sulla base di persistente incertezza e continua difficoltà di accesso al credito». Anche la disoccupazione continua resta sotto il segno negativo: raggiungerà quota 11,8 per cento nel 2013 e sfonderà la soglia del 12 per cento, arrivando al 12,2 per cento nel 2014, contro rispettivamente l'11,6 per cento e il 12 per cento stimati a febbraio. Ma è prevista una «stabilizzazione» il prossimo anno. Secondo Ie stime della Commissione, «la ripresa dell'attività economica è troppo lenta per ridurre la disoccupazione» che per il 2013 e il 2014 nell'eurozona resta invariata rispetto alle vecchie stime, rispettivamente al 12,2 per cento e 12,1 per cento. «Senza riforme - avverte la Commissione UE - l'alta disoccupazione potrebbe mettere a rischio la coesione sociale»;
uno dei comparti della spesa pubblica che più di altri ha sofferto dei tagli della spesa pubblica è, indiscutibilmente, quello del lavoro pubblico, dovuto al mancato rinnovo contrattuale e al blocco del turn over. Complessivamente la spesa per lavoro dipendente della Pubblica Amministrazione ha subito una contrazione del 5,4 per cento tra il 2011 e il 2014, che in termini di PIL significa passare dal 10,7 per cento del PIL del 2011 al 10 per cento del PIL del 2014;
relativamente alle spese, la costanza del rapporto tra la spesa sociale e previdenziale con il PIL, nasconde una verità pericolosa. Infatti, la costanza di rapporto della presente spesa rispetto al PIL, quando il PIL diminuisce di quasi 4 punti percentuali, significa una contrazione equivalente delle prestazioni. II problema della spesa sociale rimane uno dei nodi della crisi, che deve essere valutato in termini di livello adeguato e di efficacia;
il Governo prevede un andamento delle entrate difficile da condividere. Le maggiori entrate sono interamente imputabili alla crescita delle imposte indirette, ma dato l'andamento dei consumi e degli investimenti è realmente difficile crederlo soprattutto se consideriamo l'andamento dell'IVA nel 2012;
nell'esercizio contro fattuale sull'impatto macroeconomico delle riforme, si stima una maggiore crescita dell'1,6 per cento nel 2015, del 3,9 per cento nel 2020, mentre nel lungo periodo, l'effetto macroeconomico sarebbe del 6,9 per cento. Sono soprattutto le privatizzazioni-liberalizzazioni a fornire il maggior contributo nel lungo periodo di 4,8 punti percentuali. La riforma del mercato del lavoro invece ha un impatto significativamente più contenuto: nel lungo periodo è di 1,4, mentre per il 2015 è dello 0,4 per cento. A dimostrazione che la riforma Fornero del mercato del lavoro non era così indispensabile;
infatti, il problema del mercato del lavoro non è l'offerta, ma la domanda contenuta e dequalificata delle imprese, soprattutto se consideriamo il profilo formativo dei giovani; il Presidente Letta ha parlato di riforma dei contratti a termine, evitando accuratamente di sottolineare che la qualità dell'offerta dei giovani è troppo alta rispetto alla domanda. Un problema che riflette la specializzazione produttiva delle imprese italiane, che dal 1996 crescono meno di quelle medie europee perché producono beni e servizi a bassissimo contenuto tecnico; la maggior parte dell'innovazione è importata dall'estero. Il caso più eclatante è quello dei pannelli solari e delle energie rinnovabili: su 100 pannelli installati nel nostro Paese, 98 sono importati, 1 è costruito da una impresa straniera con stabilimento in Italia e l è realizzato da un'impresa italiana;
la riduzione del costo del lavoro italiano, già tra i più bassi a livello europeo e con gli orari di lavoro più lunghi non potrà dare grandi risultati, anche considerando che il nostro Paese ha già perso il 25 per cento della propria base produttiva. Il punto fondamentale è creare nuove imprese per realizzare beni e servizi coerenti con il mercato internazionale e con la formazione dei nostri studenti;
un importante contributo a questo proposito è rappresentato dal Piano del Lavoro elaborato dalla Cgil che prevede interventi a favore della domanda effettiva, sostenendo investimenti e redditi da lavoro, consumi e beni collettivi;
premesso inoltre che:
la filosofia sotto stante al DEF 2013 e che ha ispirato le politiche dei Governi Berlusconi e Monti, fa capo ad alcune premesse teoriche che ispirano le politiche di austerità e che cominciano a mostrare anche agli occhi di osservatori, non certo sospettabili di «progressismo», come il FMI, tutti i loro limiti;
l'Europa ha risposto alla crescente instabilità dei mercati finanziari imboccando la strada dell'austerità. A partire dalla primavera 2010 sono stati così varati programmi di riequilibrio dei conti pubblici ambiziosi, simultanei e concentrati in un lasso di tempo relativamente breve. Nei Paesi periferici il riequilibrio dei conti pubblici è avvenuto al prezzo di pesanti ricadute economiche e sociali (catastrofiche, nel caso greco), ed è stato parzialmente vanificato dalla recessione indotta dalle politiche di austerità;
la recente messa in dubbio dei dati alla base delle tesi di Reinhart e Rogoff sul nesso tra stock del debito e mancata crescita, appare tanto più rilevante in quanto esse costituivano una delle basi teoriche più importanti su cui venivano sostenute in sede di Unione europea le politiche di austerità in atto. Non si tratta peraltro del primo colpo teorico all'edificio, dal momento che già mesi fa l'Fmi aveva messo in rilievo, quantificandole, le rilevanti conseguenze negative che una diminuzione della spesa pubblica di un paese ha sul PIL. Infatti, la sostenibilità del debito pubblico dipende nei fatti da molti possibili fattori, e non da uno solo: entrano in gioco i tassi di interesse, il tasso di crescita dell'economia, la percentuale del debito detenuta da operatori esteri, il regime dei cambi, le caratteristiche specifiche dell'economia, la disponibilità di asset con valore di mercato, e così via;
è sostanzialmente l'analisi delle cause profonde della crisi ad essere sbagliata. Essa viene fatta risalire alla «crisi dei debiti sovrani», mentre i debiti sovrani sono peggiorati a seguito della crisi e non viceversa. Nel biennio della grande recessione l'aumento del rapporto tra debito pubblico e PIL è stato nei Paesi periferici solo leggermente superiore alla media dell'eurozona. La sfiducia dei mercati finanziari è stata innescata dai crescenti squilibri macroeconomici tra i sistemi produttivi più forti (Germania in primis), molto competitivi e in forte avanzo commerciale, e i Paesi periferici considerati - a causa di debolezze strutturali che sono andate aggravandosi negli anni duemila - meno capaci in prospettiva di onorare i propri debiti pubblici;
non si risolverà certo la crisi con le politiche di «austerità espansiva» che l'hanno provocata. Pensare che il taglio nei deficit pubblici possa essere compensato dall'aumento di altre componenti della domanda aggregata è una pia illusione. Come mostrato in studi e dall'esperienza pratica (vedi Grecia), il moltiplicatore fiscale in una fase di recessione è positivo, e l'austerità porterà quindi ad un calo del PIL maggiore del calo del debito rendendo impossibile raggiungere l'obiettivo della riduzione del rapporto debito/PIL;
ma neanche le classiche politiche keynesiane che erano tarate su uno Stato nazionale ancora in gran parte in possesso delle principali leve della politica economica possono da sole rappresentare una via d'uscita dalla crisi: occorre anche fare riferimento ai vincoli ed alle opportunità indotti dalla crisi ambientale. Non ha molto più senso ragionare su meri aggregati monetari, senza tenere conto che nessuna politica economica è più praticabile senza una contestuale politica industriale che orienti e condizioni l'oggetto delle produzioni e le modalità (individuali o collettive) del consumo di molti beni e servizi. La grande sfida di oggi è pensare ad un New Deal verde volto alla riconversione ecologica del sistema produttivo,
impegna il Governo:
A livello europeo
a) a proporre misure e provvedimenti che delineano una vera unione politica del continente con un ruolo maggiore del Parlamento europeo;
b) a modificare il trattato sulla convergenza dei bilanci, il cosiddetto «Fiscal compact», concordando con i partner europei misure sostanziali a favore della crescita, e prevedere una parziale europeizzazione del debito sovrano per la quota che supera il 60 per cento del PIL, secondo le proposte avanzate da diversi economisti anche italiani; chiedere - per lo meno - lo slittamento della scadenza per il raggiungimento del pareggio di bilancio in termini strutturali e per l'avvio della riduzione dello stock del debito e/o l'esclusione di alcune spese per investimento dai saldi del Patto di stabilità; la riforma del fiscal compact deve innanzitutto prevedere, come è stato oggi deciso in favore della Spagna, la possibilità di un rientro più morbido e dilazionato nel tempo del debito sovrano, in particolare appare irrealistico per l'Italia il rientro dal 2015 di oltre 15 miliardi all'anno attraverso dismissioni immobiliari;
c) a concordare con gli organismi dell'Unione europea l'applicazione della golden rule che escluda dalle regole di spesa, introdotte dal Patto di stabilità e crescita rivisto nel 2011, gli investimenti degli enti territoriali nei seguenti campi:
riqualificazione delle periferie attraverso piani di recupero;
interventi di salvaguardia dell'assetto idrogeologico dei territori;
messa in sicurezza degli edifici scolastici;
recupero, salvaguardia e sviluppo del patrimonio artistico e ambientale;
interventi di risanamento delle reti di distribuzione delle acque potabili;
potenziamento del trasporto pubblico locale con particolare riguardo al pendolarismo ragionale e al trasporto su ferro;
interventi di risparmio energetico attraverso l'utilizzo delle energie rinnovabili.
d) ad utilizzare a livello europeo una quota del gettito della tassa sulle transazioni finanziarie, unitamente all'emissione di eurobond, per finanziare e promuovere l'occupazione giovanile e la riconversione ecologica del sistema produttivo;
e) a ridefinire il ruolo della BCE come prestatrice di ultima istanza;
f) a promuovere nell'ambito della Difesa comune europea i Corpi civili di pace e la costituzione di un esercito unico che permetta la riduzione delle Forze Armate nazionali con la conseguente drastica riduzione delle spese militari italiane;
g) a promuovere insieme agli altri partner continentali azioni concrete per promuovere uno sviluppo sostenibile, maggiore competitività e coesione sociale, indicando in tutte le sedi europee la chiara esigenza di un programma europeo:
1) che abbia chiare priorità di investimenti nella economia reale e nel rilancio, in particolare nei paesi dell'eurozona con bilance commerciali in forte attivo nei confronti degli altri partner europei, del mercato interno tramite una politica di ridistribuzione dei redditi che favorisca la domanda;
2) che avvii in Europa una trasformazione sociale ed ecologica del modello di sviluppo a partire dal settore energetico e da quello dei trasporti, con l'istituzione di una nuova catena di creazione di valori nei mercati-pilota del futuro;
3) che promuova un'iniziativa europea per combattere la disoccupazione giovanile;
Sul terreno nazionale
anche se non si ottenesse una dilazione degli impegni per il rispetto del fiscal compact, ad intervenire comunque, in considerazione della pesante crisi in cui è immerso il nostro Paese, con le seguenti misure nazionali per uscire dalla recessione e promuovere un modello di politica economica che faccia leva prioritariamente sullo sviluppo della domanda interna e rilanci l'occupazione:
- una spesa pubblica aggiuntiva di 20-30 miliardi di euro (oltre ai già previsti 40 miliardi di rimborsi alle imprese) per i prossimi due-tre anni, in particolare per promuovere un Piano straordinario per il lavoro, con entrate da fonti che non riducono il reddito del Paese;
- la redistribuzione del peso fiscale dai redditi bassi alle rendite ed ai patrimoni che avrebbe un benefico effetto espansivo;
- l'utilizzo dei fondi della CDP che potrebbero finanziare un programma di «piccole opere» di investimenti degli enti locali, restando fuori dal bilancio consolidato delle pp.aa. valido per il calcolo dell'indebitamento netto;
- la revisione del Patto di stabilità interno per consentire gli investimenti degli enti territoriali;
- il superamento, con l'introduzione di nuovi parametri, dell'utilizzo di modelli e indicatori economici inadeguati nella valutazione reale della congiuntura economico-sociale e di sostenibilità ambientale del Paese;
- interventi sulle emergenze sociali quali la proroga delle CIG e delle mobilità in deroga almeno fino alla fine del 2013, garanzie reddituali per tutti gli esodati, il rinnovo dei contratti per i precari della PA impiegati in servizi, il non passaggio dell'aliquota standard dell'IVA dal 21 al 22 per cento, il rinnovo dei contratti di servizio con alcune aziende pubbliche, la riorganizzazione della Tares, anche rinviando l'entrata in esercizio del tributo e favorendo pratiche virtuose nella gestione dei rifiuti;
- a sospendere l'entrata in vigore del DPR concernente il regolamento recante la disciplina dell'utilizzo di combustibili solidi secondari (CSS) in parziale sostituzione di combustibili fossili tradizionali, nei cementifici e alla contestuale abrogazione del Decreto 14 febbraio 2013, n. 22;
- a favorire il raggiungimento degli obiettivi della Strategia Europa 2020 sulla quota del 20 per cento di fonti rinnovabili e sull'efficienza energetica attraverso:
la riduscussione della SEN;
la proroga, di almeno un anno, fino al 30 giugno 2014, delle detrazioni fiscali delle spese sostenute per interventi di recupero del patrimonio edilizio (articolo 16-bis del TUIR introdotto dall'articolo 4 del decreto legge 201 del 2011), nello specifico gli interventi compresi nella lettera h) relativi alla realizzazione di opere finalizzate al conseguimento di risparmi energetici con particolare riguardo all'installazione di impianti basati sull'impiego delle fonti rinnovabili che utilizzano componentistica made in UE nonché estensione delle detrazioni ai detentori di partita iva, alle aziende artigiane e commerciali che utilizzano comunque componentistica principale di provenienza UE;
prevedere un nuovo conto energia per impianti residenziali di taglia domestica con utilizzo componentistica principale UE, autoalimentato dai risparmi sui costi di dispacciamento, di non programmabilità e di sbilanciamento, generati tramite la promozione dell'utilizzo dei dispositivi di accumulo (grid parity). Un intervento dell'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas in questa direzione consentirebbe di utilizzare i risparmi di accumulo come risorsa per promuovere nuovi impianti di piccola taglia. Si stima un risparmio complessico intorno a 100 milioni di euro annui che consentirebbe l'installazione di oltre 300.000 impianti all'anno di taglia residenziale (3kw);
modificare le regole che attualmente limitano le SEU (sistemi efficienti di utenza) e le Reti Private, consentendo di accedere ad esse anche a più impianti associati di produzione entro un limite di distanza e potenza non punitivo (10 MW ed a valle di un nodo di trasformazione BT/MT). In questo modo, senza alcuna incentivazione diretta, gli impianti più efficienti potranno accedere a condizioni di vendita diretta che li renderanno competitivi;
eliminare il rimborso del rischio petrolifero previsto per le trivellazioni;
puntare sui terminali di importazione di metano liquido per i rigassificatori;
prevedere per tutti gli enti della PA l'obbligo di interventi per l'efficienza energetica da finanziare attraverso fondi di garanzia finalizzati esclusivamente al risparmio energetico con rate di ammortamento inferiori al risparmio raggiunto;
prevedere un cronoprogramma per la dismissione di centrali ad olio combustibile e centrali a carbone partendo da quelle più vecchie per risolvere l'over capacity;
incentivare la geotermia a ciclo interamente chiuso e prevedere lo stesso quantitativo di conto energia ma spostare il termine da 3 a 6 anni.
Attuare un Piano straordinario per il lavoro che preveda misure per creare da subito centinaia di migliaia di posti di lavoro veri, qualificati, utili. L'asse di un Piano per il lavoro, deve consistere innanzitutto nella messa in sicurezza del nostro territorio e degli edifici scolastici, la cura e la valorizzazione del paesaggio e dei beni culturali, il rilancio di un'agricoltura multifunzionale, la riqualificazione delle città, l'efficienza energetica degli immobili, l'innovazione tecnologica, alla riforma e al rinnovamento della PA e del welfare, all'innovazione e alla sostenibilità delle reti (trasporti, energia, digitalizzazione del Paese, ...).
Il Piano si dovrà articolare nei seguenti interventi:
a) un piano straordinario pluriennale per la difesa del suolo e la bonifica del territorio quale vera e prioritaria opera infrastrutturale in: grado non solamente di mettere in sicurezza il nostro fragile territorio, ma di attivare migliaia di cantieri con evidenti ricadute importanti dal punto di vista economico e occupazionale, anche attraverso l'affidamento dei lavori di manutenzione agli agricoltori. Solo nell'ultimo triennio lo Stato ha stanziato circa un miliardo di euro per le emergenze causate da eventi calamitosi di natura idrogeologica in tredici Regioni. Per la prevenzione invece, sono stati stanziati solo 2 miliardi di euro in 10 anni, laddove il fabbisogno necessario per la realizzazione degli interventi per la sistemazione complessiva delle situazioni di dissesto su tutto il territorio nazionale è stimato in circa 40 miliardi di euro. Considerando che la messa in sicurezza del territorio comporta delle spese iniziali che saranno poi più che ampiamente compensate dai benefici anche economici in termini di minori spese post-calamità, il Governo dovrà negoziare con la UE una disposizione transitoria (ad esempio di 5 anni) per mettere questi investimenti fuori dal Patto di stabilità. In parallelo, lo stesso criterio deve essere seguito per il Patto di stabilità interno nei confronti delle spese analoghe degli enti territoriali;
b) l'avvio di un piano occupazionale e di ripopolamento delle campagne, delle aree montane e collinari abbandonate che preveda una franchigia fiscale totale per i giovani agricoltori che si insediano nelle aree demaniali in stato di abbandono; immediato sblocco del bando di affidamento, sia in affitto che in comodato, delle aree pubbliche e demani ali ai giovani; incentivi per la promozione dell'agricoltura sociale quale aspetto della multifunzionalità delle attività agricole, allo scopo di facilitare l'accesso adeguato e uniforme alle prestazioni essenziali da garantire ai soggetti svantaggiati, alle famiglie e alle comunità locali in tutto il territorio nazionale e, in particolare, nelle zone rurali; aumento del 10 per cento, entro cinque anni, della copertura del fabbisogno alimentare nazionale, anche con politiche di salvaguardia del suolo agricolo e delle risorse naturali; interventi straordinari a sostegno delle fasce di popolazione a rischio povertà per garantire che ciascuno in Italia abbia sempre cibo a sufficienza; dimezzamento della burocrazia a carico delle imprese agricole attuando misure per un rapido processo di digitalizzazione della PA, per il coordinamento delle competenze nazionali e regionali e per l'unificazione di tutti gli adempimenti nel fascicolo aziendale; creazione di un marchio «100 per cento Italia» da promuovere e tutelare in tutto il mondo; incentivare filiere agroalimentari gestite dagli agricoltori e sostenere una vera internazionalizzazione che premi il lavoro, le imprese e il territorio italiani, disincentivando tutte le forme di delocalizzazione;
c) un concorso straordinario (che preveda anche l'accesso degli attuali precari) per l'assunzione di giovani nelle pubbliche amministrazioni che erogano e gestiscono servizi;
d) la riunificazione e l'incremento dei fondi per i crediti d'imposta per l'assunzione di giovani e donne, nonché il rifinanziamento del Fondo per l'occupazione giovanile (tramite il rifinanziamento del Fondo Kyoto) nella green economy scaduto il 26 aprile 2013;
e) la messa in opera di un piano straordinario per l'occupazione giovanile con l'impiego o l'intervento pubblico per produrre beni e servizi collettivi e pubblici;
f) la definizione di interventi prioritari di politica industriale (tra i quali la proroga delle detrazioni fiscali per l'efficientamento energetico degli edifici);
g) l'incentivazione della riduzione dell'orario con i contratti di solidarietà;
h) la previsione di un reddito minimo garantito per i soggetti disoccupati, precariamente occupati o in cerca di prima occupazione;
oltre ai risparmi detti ed ai proventi di alcune imposte (tasse ambientali, incrementi dei canoni di concessione, TTF, ...) ad ottenere altre risorse per il Piano per il lavoro da:
- il riordino e la riduzione dell'ammontare delle agevolazioni e dei trasferimenti alle imprese a fronte della loro incerta efficacia;
- l'utilizzo di una parte delle risorse delle fondazioni bancarie, in particolare per quanto concerne il welfare;
- l'utilizzo programmato dei Fondi europei;
- l'utilizzo dei Fondi pensione attraverso progetti per favorire la canalizzazione dei flussi di risparmio verso il finanziamento degli investimenti di lungo periodo, garantendone i rendimenti previdenziali;
- un nuovo ruolo per la Cassa Depositi e Prestiti, sull'esempio francese, che deve consolidare la missione di utilizzare le sue emissioni obbligazionarie di lungo e lunghissimo termine per attirare i capitali, su investimenti strategici e di lungo periodo, modificando il ruolo del Fondo strategico italiano. Si dovrà prevedere l'istituzione di una banca d'investimento d'interesse pubblico, di una «banca verde», sull'esempio della Green Investment Bank inglese;
- finanziamenti per circa 25-27 miliardi si dovranno ottenere da una variante nazionale del programma cosiddetto «Bankoro» illustrato da Alberto Quadrio Curzio: se Bankitalia trasferisse il proprio oro (valore al 31 marzo 2013 pari a 98 miliardi di euro) ad un'entità controllata, le riserve da rivalutazione auree sarebbero realizzate e quindi assoggettate ad imposta (Ires, aliquota del 27,5 per cento). Il Mef potrebbe utilizzare tali proventi fiscali per nazionalizzare la proprietà della Banca d'Italia, per ricapitalizzare la CDP che potrebbe, a sua volta, contribuire a finanziare adeguatamente le misure del Piano per il lavoro ed a creare anche un Fondo per il credito alle PMI;
ridurre le spese con le seguenti misure:
a) revisione delle priorità della legge obiettivo (ossia le grandi opere pubbliche): investire le limitate risorse pubbliche disponibili in opere infrastrutturali che siano realizzabili in tempi certi e con modalità sostenibili, sia in termini di vincoli di bilancio, che, soprattutto, dal punto di vista ambientale e sociale, procedendo innanzitutto a riequilibrare le risorse di provenienza pubblica tra quelle destinate alla costruzione di grandi opere e quelle devolute ad un programma di opere pubbliche di piccole e medie dimensioni, con particolare riferimento ad interventi di manutenzione in ambito stradale e ferroviario;
b) riduzione delle spese militari a partire delle spese per sistemi d'arma (Fregate FREMM e F35); fine della missione militare in Afghanistan;
c) chiusura dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE);
d) uso di software open source per le pubbliche amministrazioni;
e) riduzione dei costi della politica riducendo i livelli di governo (a partire dall'abolizione costituzionale delle province, aggregazione dei piccoli comuni), le auto blu, decurtando le società partecipate dallo Stato e dagli enti decentrati, riducendo il numero dei membri dei relativi CdA e contenendo la proliferazione dei servizi «esternalizzati», riducendo drasticamente le consulenze, provvedendo altresì alla revisione dei compensi per i rappresentanti politici, nonché riformando radicalmente le attuali norme per i rimborsi elettorali ai partiti, nonché la progressiva eliminazione del ricorso agli arbitrati per quanto concerne le pubbliche amministrazioni, eccetera;
sul terreno fiscale:
a) a riprendere quanto prima la discussione del disegno di legge sulla delega fiscale, interrottasi prematuramente nel corso della scorsa legislatura, per arrivare alla promulgazione di un nuovo Testo Unico che metta ordine nel confuso panorama normativo, e che consentirebbe di migliorare il rapporto tra contribuente e amministrazione fiscale, e, soprattutto, di operare scelte che vadano nella direzione di una maggiore equità nella distribuzione del carico fiscale;
b) a rafforzare le misure di contrasto all'evasione mediante il reinserimento del reato di falso in bilancio, di disposizioni relative all'abuso del diritto tributario ed il ripristino di una serie di efficaci norme di lotta all'evasione e all'elusione fiscale abrogate nelle ultime legislature; introdurre l'obbligo di procedere annualmente al controllo informatico dei codici fiscali sulla base dei saldi tra redditi dichiarati e spese e investimenti reali e finanziari a qualsiasi titolo effettuati, anche in relazione ad indici noti e trasparenti di «incoerenza» tra indicatori di consumi, investimenti e risparmi rispetto ai redditi dichiarati, anche a livello di nucleo familiare; impiegare ciò che si dovesse stabilmente recuperare dalla lotta all'evasione fiscale per ridurre il carico fiscale soprattutto in favore del lavoro dipendente e delle PMI, in modo alleggerire l'imposizione diretta sul lavoro ed abbassare una pressione fiscale certamente nemica della crescita di un tessuto produttivo tra i più trainanti del nostro Paese;
c) a prevedere una sanatoria fiscale e contributiva degli immigrati non in regola;
d) ad impedire che da provvedimenti futuri derivi un aumento della pressione fiscale complessiva oltre il tetto, già tristemente raggiunto a fine 2012, del 44 per cento del PIL;
e) a prevedere una redistribuzione del carico fiscale dai redditi da lavoro, dal costo del lavoro per le imprese e dalla prima casa alle rendite ed ai patrimoni mediante le seguenti misure:
- la riforma del catasto e il superamento dell'arretratezza del sistema di attribuzione delle rendite catastali;
- la rimodulazione dell'Imu favorendo i proprietari della loro casa di abitazione meno abbienti e compensando la relativa perdita di gettito fiscale introducendo una graduale progressività aggiuntiva per la fascia dei cespiti immobiliari di valore catastale superiore;
- la revisione della tassazione IMU sugli immobili degli enti ecclesiastici e degli enti non commerciali, preservando quelli strumentali alle attività di tipo istituzionale (es. culturale, ambientale, ricreativa, sociale, assistenziale, di solidarietà, ecc.), e la restituzione immediata dell'IMU versata in eccesso dalle imprese agricole, come previsto dal decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, e non ancora attuato;
- l'aumento della progressività dell'imposta sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) prevedendo un'ulteriore aliquota per i redditi complessivi lordi che superano i 100 mila euro annui;
- l'incremento delle detrazioni per lavoro dipendente e carichi familiari e la quota di assegni familiari, compensando il relativo onere anche con l'aumento dell'aliquota dell'imposta sostitutiva sui proventi da attività finanziarie;
- l'alleggerimento graduale a favore delle piccole e medie imprese del carico fiscale sui fattori di produzione consentendo loro di dedurre dalla base imponibile IRAP la quota corrispondente al costo del lavoro;
f) a provvedere ad una revisione del sistema fiscale che finalmente adegui il nostro Paese agli obiettivi di tutela ambientale che l'Europa ci chiede da tempo, spostando progressivamente il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese al consumo di risorse energetiche e naturali (cosiddetto «riciclaggio del gettito»), con l'obiettivo di promuovere crescita, competitività e occupazione, riducendo l'impatto ambientale delle attività produttive, attraverso l'adozione di una normativa in materia di fiscalità ambientale che favorisca pratiche virtuose di gestione del territorio e di uso delle risorse naturali, e preservi e salvaguardi l'equilibrio ambientale;
g) a stabilire per quei contribuenti che realizzano un volume d'affari non superiore - per esempio - ad un milione di euro, che il pagamento dell'Iva debba essere effettuato al momento della effettiva riscossione del corrispettivo;
h) a calmierare il continuo aumento del prezzo dei carburanti introducendo nel nostro ordinamento l'accisa mobile, meccanismo già introdotto con la legge Finanziaria del 2008 ma rimasto finora inapplicato, che sterilizza i perversi effetti moltiplicatori degli aumenti del prezzo industriale dei carburanti sull'IVA, al fine di sostenere il potere d'acquisto dei consumatori;
i) a prevedere maggiori oneri per l'utilizzo di risorse pubbliche (concessioni);
j) a stabilire l'inclusione nell'imponibile della Tassa sulle Transazioni Finanziarie di tutti i derivati;
k) a sopprimere molte delle agevolazioni fiscali generiche ed inutili alle imprese;
oltre al Piano del lavoro e all'istituzione di un Fondo per l'erogazione del credito alle PMI, che dovranno privilegiare le regioni ad obiettivo convergenza, a prevedere:
a) la messa a regime di forme di credito d'imposta automatico sugli investimenti in ricerca, innovazione e formazione, a favore delle imprese disposte ad investire nel Mezzogiorno;
b) lo sfruttamento del potenziale che ha il Sud per la produzione di energie tramite fonti rinnovabili attraverso il riconoscimento di significative tariffe incentivanti, come attualmente previsto dal V conto energia, ma limitata ai parchi solari su terreni delle pubbliche amministrazioni e sui tetti e le serre fotovoltaiche, per evitare ulteriori speculazioni sui terreni agricoli;
c) l'estensione dell'incremento della capacità di spesa dei Fondi comunitari delle Regioni obiettivo convergenza, oggetto del DEF e del decreto legge sui pagamenti della PA, anche alle quote statali e regionali; non ci si può, infatti, limitarsi ai 1800 milioni di «nettizzazione» della quota di cofinanziamento europeo;
d) l'avvio di un'innovativa riprogrammazione del Fondi strutturali europei, sulla scia di quanto inaugurato dal precedente Ministro per la coesione territoriale non solo per accelerare la capacità di spesa, ma anche per migliorarne la qualità e l'efficacia, con la concentrazione su alcuni obiettivi prioritari che non dovrà comunque prescindere dall'ammodernamento dell'intera rete infrastrutturale del Sud, presupposto determinante per sfruttarne le potenzialità di piattaforma logistica e di collocamento geo-strategico che ne fanno il crocevia naturale degli scambi internazionali lungo le direttrici Nord-Sud e EstOvest;
e) un impegno straordinario per sconfiggere la criminalità organizzata e tutti quei fenomeni di illegalità, dal lavoro sommerso alla microcriminalità, che determinano un ambiente sfavorevole agli investimenti ed allo sviluppo;
ad attuare, infine, nel corso della legislatura, le seguenti indispensabili riforme:
a) promuovere e sostenere una rapida approvazione di una legge efficace per contrastare i conflitti di interessi;
b) ripristinare e rafforzare il controllo di legalità in tutto il ciclo economico pubblico e privato in cui tracciabilità e prescrizione sulla regolarità dei procedimenti siano assunti come punti di forza nella lotta alle mafie (norme più incisive in tema di anticorruzione, riforma del codice degli appalti per contrastare l'infiltrazione mafiosa, maggior trasparenza nel finanziamento della politica, reintroduzione del reato di falso in bilancio), abrogando le leggi che premiano i comportamenti non virtuosi, quali i condoni e l'elusione fiscale, nonché la legge cosiddetta «ex-Cirielli» che, tra gli effetti negativi introdotti nel sistema, ha anche accorciato i tempi di prescrizione per gravi reati, dimezzandoli per la corruzione; limitare le condotte penalmente rilevanti ai fatti realmente gravi e punire con adeguate sanzioni amministrative le condotte illecite che non creano danni o allarme sociale; abrogare altresì l'articolo 10-bis del Testo Unico sull'immigrazione (il cosiddetto «reato di clandestinità») e la legge n. 49 del 2006 (legge Fini-Giovanardi sulle droghe) che prevedono una risposta penale, ovvero il carcere, per questioni che, invece, richiedono una risposta sociale; rinforzare gli strumenti di prevenzione, controllo, incentivare la celerità dei processi, nonché le misure alternative alla detenzione; promuovere concrete misure a tutela e sostegno delle vittime dei reati; procedere ad interventi incisivi sulla struttura e i tempi del processo civile, rinforzando inoltre gli strumenti di mediazione non obbligatoria e di risoluzione stragiudiziale delle controversie;
c) promuovere una legge sulla rappresentanza sindacale; abolire l'articolo 8 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 e ripristinare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori; modificare la riforma del lavoro di cui legge n. 92/2012; modificare la contrarieranno delle pensioni Fornero; ripristinare la legge 17 ottobre 2007, n. 188, di contrasto al fenomeno delle dimissioni in bianco;
d) innalzamento dell'obbligo scolastico a 18 anni, contrasto alla dispersione scolastica specie nel Mezzogiorno; politica del diritto allo studio; incrementare, nell'ambito del piano nazionale della ricerca, l'indicazione di misure volte al raggiungimento degli obiettivi europei relativamente alla percentuale di PIL, che dovrebbe raggiungere il 3 per cento entro il 2020, da investire nella ricerca e nello sviluppo;
e) ripublicizzazione del servizio idrico, riorganizzazione dei servizi pubblici locali per bacini di utenza;
f) adozione di ogni iniziativa utile affinché venga assicurato che gli istituti di credito, che beneficiano della garanzia di cui all'articolo 8 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, provvedano alla concessione del credito alle PMI ed alle famiglie, ingombrandone l'attività; rafforzare il Fondo centrale di garanzia per consentire maggiori finanziamenti alle PMI; stabilire limiti alla distribuzione dei dividendi e dei bonus a manager ed amministratori; introdurre il divieto delle vendite allo scoperto, regolamentare l'utilizzo dei derivati; adottare ogni iniziativa utile alla netta separazione tra le banche d'affari (che si occupano di trading, investimenti ad alto rischio, speculazioni, acquisizioni e scalate) e le banche commerciali (che ovviamente pensavano ai depositi dei clienti, a concedere prestiti e a far fruttare i depositi attraverso investimenti conservativi); rivedere il quadro degli accordi cosiddetti di «Basilea 3» in materia di requisiti patrimoni ali delle banche, distinguendo le banche d'affari, per le quali il rafforzamento patrimoniale è necessario, dalle banche commerciali, che potrebbero rinforzare il loro patrimonio più lentamente, concentrandosi invece sul credito ai privati;
g) sviluppo di un vero programma di edilizia abitativa che ponga al centro l'offerta di alloggi di edilizia residenziale da destinare alle categorie sociali svantaggiate nell'accesso al libero mercato degli alloggi in locazione; provvedere a un congruo rifinanziamento della legge 431/1998 per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione per le fasce sociali più disagiate;
h) rifinanziamento dei Fondo rotativo per il finanziamento delle misure finalizzate all'attuazione del Protocollo di Kyoto;
i) rifinanziamento su base triennale del Fondo per la non autosufficienza, incrementando le risorse ad esso assegnate, attualmente del tutto inadeguate, ed incrementare le risorse assegnate al Fondo per le politiche sociali, e più in generale, reintegrare i tagli alle risorse per le politiche socioassistenziali e di sostegno alla famiglia;
j) sostenere una rapida approvazione del disegno di legge delega elaborato dalla Commissione Rodotà per la riforma delle norme del codice civile relative ai beni comuni e pubblici;
l) sospendere l'attuazione della delega per la riforma dello strumento militare per consentire al Parlamento di ridiscuterne i termini in relazione alla definizione di un nuovo modello di difesa;
m) sostenere l'approvazione della riforma della legge sul Servizio Civile Nazionale per dare, ad almeno 50.000 giovani ogni anno, la possibilità di servire il Paese nel campo dell'assistenza, nella tutela del patrimonio artistico, ambientale e culturale, della protezione civile e della cooperazione;
n) rimettere al centro la cultura e i beni culturali e paesaggistici per favorire la crescita sociale ed economica del Paese. Gli interventi devono riguardare politiche efficaci ed efficienti di tutela, promozione, fruizione e gestione sostenibile del patrimonio culturale italiano; ma anche l'investimento nella produzione culturale e creativa attraverso una progettazione strategica che coinvolga Stato, enti locali, operatori del settore e imprese
(6-00007)
DE PETRIS, URAS, BAROZZINO, CERVELLINI, DE CRISTOFARO, PETRAGLIA, STEFANO