• Testo RISOLUZIONE IN COMMISSIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.7/00063 premesso che: una delle tante cause che rendono inefficiente il mercato del lavoro nel nostro Paese è l'elevato costo complessivo del lavoro inteso come somma del compenso netto...



Atto Camera

Risoluzione in commissione 7-00063presentato daROSTELLATO Gessicatesto diMartedì 9 luglio 2013, seduta n. 49

La XI Commissione,
premesso che:
una delle tante cause che rendono inefficiente il mercato del lavoro nel nostro Paese è l'elevato costo complessivo del lavoro inteso come somma del compenso netto disponibile per il lavoratore e dei connessi oneri fiscali e previdenziali;
ciò ha determinato gravi ed irrisolte distorsioni del mercato, che si riflettono tanto nel campo del lavoro dipendente, quanto nelle diverse articolazioni del lavoro flessibile;
per quanto concerne il lavoro dipendente è evidente la tendenza generalizzata al ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato; per quanto riguarda invece il lavoro flessibile si è fatto ricorso, ormai da lungo tempo, a forme simulate di lavoro dipendente;
lo scopo comune di queste pratiche in atto sul mercato del lavoro è di abbassare il costo totale della prestazione lavorativa, tanto nella componente retributiva, quanto in quella fiscale e previdenziale;
il risultato, sul piano individuale, è l'abbassamento del reddito disponibile e delle tutele previdenziali, mentre sul piano generale è una marcata flessione della propensione al consumo delle famiglie;
il fenomeno si autoalimenta e si aggrava: minori consumi spingono le imprese ad un minore utilizzo del contratto di lavoro subordinato, e parallelamente ad un maggiore utilizzo di lavoro parasubordinato, il che a sua volta porta a deprimere ancor più i consumi generali;
i dati – aggiornati alla fine del 2011 – attinenti, ad esempio, alle retribuzioni medie dei lavoratori impiegati con contratti di collaborazione a progetto, iscritti in via esclusiva alla gestione separata Inps, sono effettivamente allarmanti: la retribuzione media di tali lavoratori è stata pari a 8.290 euro, una cifra assolutamente non rispondente alla qualità e alla tipologie di prestazione fornite e di gran lunga insufficiente a garantire livelli di vita decorosi;
il recente provvedimento di riforma del mercato del lavoro, legge 28 giugno 2012, n. 92, ha effettuato un primo intervento volto a meglio regolamentare la disciplina dei corrispettivi dei contratti atipici ed in particolar modo di quelli a progetto, modificando l'articolo 65 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 e stabilendo che la retribuzione non possa essere inferiore ai minimi stabiliti in modo specifico per ciascun settore di attività e che in assenza di contrattazione collettiva specifica, il compenso non possa essere inferiore, a parità di estensione temporale dell'attività oggetto della prestazione, alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza e di esperienza sia analogo a quello del collaboratore, tuttavia tale previsione, sebbene abbia costituito un passo in avanti, non è ancora sufficiente a ristabilire equità e giusta redistribuzione del reddito;
v’è da dire come recenti dibattiti abbiano posto l'accento sulla necessità di adottare misure volte a promuovere e rafforzare il cosiddetto «equo compenso», tuttavia sarà altresì necessario che le dette misure tengano conto dell'esigenza di distinguere il lavoro subordinato da quello parasubordinato offrendo a quest'ultimo, a parità di mansione svolta, una retribuzione «equa» rispetto ai lavoratori subordinati;
parlare quindi di equo compenso, significa equiparare i soggetti prima rappresentati, in un'unica categoria, perché se dichiariamo che un parasubordinato deve avere lo stesso compenso/retribuzione per la stessa mansione svolta da un subordinato non facciamo altro che stravolgere il dettato costituzionale, avvallare l'idea che a parità di costo di retribuzione un azienda può assumere con contratto di collaborazione un finto dipendente, con la precarietà che ne deriva, ma giustificata da un equo compenso;
è giusto ritenere che nessuna distinzione va fatta in ambito retributivo a parità di lavoro svolto, e che ogni lavoratore (di qualunque categoria) ha diritto ad avere una retribuzione in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa, ma la distorsione sta nel fatto che, proprio perché se un soggetto è collaboratore e l'altro è dipendente per natura non possono e non devono svolgere le stesse mansioni, quindi non è applicabile una correlazione tra retribuzione e compenso;
nell'ultimo decennio, in Italia come in altri Paesi europei vi è stata una vasta diffusione di forme atipiche di lavoro, finalizzate ad offrire una risposta alla crescente richiesta di flessibilità proveniente dalle imprese. In questo contesto, nel nostro Paese hanno incontrato larga diffusione i contratti atipici. Il loro successo appare legato a tre ordini di fattori: da un lato, i contratti di collaborazione si adattano ad ogni tipo di mansione, intellettuale e, più recentemente, anche manuale. In seconda battuta, i contratti di atipici non prevedono clausole importanti ai fini della cessazione, infine, dal punto di vista degli oneri previdenziali obbligatori, un contratto di collaborazione è molto meno gravoso rispetto ad un contratto di lavoro dipendente;
è oramai evidente che varie sono state le aziende, in ogni comparto e settore merceologico, che hanno adottato i contratti a progetto al fine di eludere la necessità di stabilizzare il personale, senza che realmente sussistessero i presupposti di legge per l'inquadramento del personale medesimo nella categoria dei progettisti e del resto innumerevoli sono stati i casi di ricorsi al Tribunale del lavoro tendenti all'accertamento del lavoro subordinato in ipotesi di contratti a progetto e relative proroghe,

impegna il Governo:

a promuovere misure volte alla riduzione del costo del lavoro, con particolare riferimento al lavoro subordinato a tempo indeterminato;
ad assumere iniziative per snellire ed unificare la legislazione in tema di lavoro, con l'introduzione di passi concreti in direzione della creazione sia pure graduale di un testo unico sul lavoro;
ad utilizzare in via prioritaria le risorse che si rendono disponibili al fine di abbassare per le imprese e per i lavoratori l'onere fiscale e contributivo che grava sulla prestazione lavorativa (interventi, di breve medio periodo sull'Irap e sul cuneo fiscale);
a definire in maniera più stringente le condizioni per il ricorso a forme flessibili di lavoro (contratti a progetto, associazione in partecipazione ed altri) ed attivare a procedure di controllo sul corretto inquadramento rispetto la mansione svolta;
ad incentivare le imprese a preferire, in base alle proprie esigenze, il ricorso al rapporto di lavoro subordinato effettivo anziché mascherato, in collaborazione;
ad agevolare un percorso che conduca le parti sociali ad istituire contratti collettivi nazionali di lavoro per quelle attività che ad oggi risultano prive di disciplina;
ad assumere ogni iniziativa di competenza affinché si pervenga a una rimodulazione e in taluni casi all'istituzione di un salario minimo che i datori di lavoro devono corrispondere ai lavoratori.
(7-00063) «Rostellato, Rizzetto, Cominardi, Bechis, Ciprini, Baldassarre, Tripiedi».