• Testo ODG - ORDINE DEL GIORNO IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.9/00331-A/008 premesso che: i dati forniti dal Ministero della giustizia (aggiornati al 10 giugno scorso) rilevano che sono 65.891 (1.176 internati, 40.118 condannati, 24.697 in attesa di giudizio) i...



Atto Camera

Ordine del Giorno 9/00331-A/008presentato daBINETTI Paolatesto diGiovedì 4 luglio 2013, seduta n. 46

La Camera,
premesso che:
i dati forniti dal Ministero della giustizia (aggiornati al 10 giugno scorso) rilevano che sono 65.891 (1.176 internati, 40.118 condannati, 24.697 in attesa di giudizio) i detenuti presenti, in numero decisamente maggiore rispetto ai 47.040 posti disponibili nelle 206 prigioni italiane, con più di un istituto di pena con tasso di sovraffollamento superiore al 100 per cento;
quanto denunciato costituisce una palese violazione dei principi della Carta costituzionale, in particolare dell'articolo 32, che tutela la salute come «fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività» e dell'articolo 27, secondo il quale «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»;
anche l'articolo 1 della legge 26 luglio 1975, n. 354, sull'ordinamento penitenziario stabilisce che «Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona. Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose (...). Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti»;
le nostre prigioni sono anguste, spesso malsane, non di rado antiche e di costosa manutenzione, focolaio di violenza e sopraffazione, vi avvengono suicidi e morti misteriose, non c’è lavoro se non in misura modesta e non vengono generalizzate le esperienze di eccellenza esistenti in alcuni istituti penitenziari: in questa situazione il confine fra disagio personale e oggettivo, pressioni, mancata tutela e induzioni a gesti estremi diventa labilissimo;
l'invivibilità del carcere – indipendentemente dalle necessità della pena stabilità – rappresenta una pena aggiuntiva non sancita dal codice penale; in situazioni in cui la sofferenza dell'intero sistema carcerario, denunciata dagli operatori in prima linea ogni giorno, porta spesso a scegliere – in assenza di mezzi e spazi e strumenti più sofisticati – l'isolamento come risposta a chi è meno in grado di sopportare determinate situazioni o è considerato un elemento pericoloso;
tutto ciò acutizza o provoca anche patologie psicofisiche che contribuiscono a determinare le condizioni estreme (misteriose nella genesi individuale, ma non tali come spia di un disagio abnorme che incoraggia gesti estremi e autodistruttivi) che portano molti, troppi detenuti allo sciopero della fame e della sete, in via ordinaria, e al suicidio (84 accertati ufficialmente negli ultimi 18 mesi). Sembra che per alcuni sottoposti a pena carceraria la detenzione stessa, a causa di queste condizioni deteriorate, rischi di diventare una «pena di morte» non comminata ma reale, nel Paese che guida da tempo la battaglia internazionale per l'abolizione della pena capitale. È un fenomeno drammatico, che colpisce anche le guardie carcerarie, di cui si registra un suicidio ogni 10 suicidi accertati di detenuti, e che non può non interrogare, come pure l'aumento degli episodi di aggressione, con personale in difficoltà in un ambiente degradato;
come se non bastasse, da qualche anno i detenuti sono quasi privi di assistenza psicologica: le persone che lavorano in tutte le 206 carceri italiane sono in grado di offrire soltanto tre ore di trattamento annuo, compreso il tempo per la lettura dei fascicoli e le riunioni,

impegna il Governo

a tutelare i diritti umani e la dignità delle persone recluse, istituendo forme di controllo indipendente degli istituti (accertandone la vivibilità anche dal punto di vista igienico-sanitario), promuovendo la dotazione di strutture e personale idonei ad assicurare un'adeguata assistenza psicologica ai reclusi, progetti mirati di sostegno educativo e sociale, nonché percorsi di formazione e lavoro necessari per assicurare una nuova vita dopo il carcere: ciò, al fine di contrastare i suicidi, la violenza, la soggezione tra gli stessi e agire in maniera efficace per il reinserimento sociale e la drastica riduzione della recidività attraverso la creazione di adeguati reti di accoglienza e supporto sociale al di fuori del carcere.
9/331-A/8. Binetti.