• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

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Atto a cui si riferisce:
S.4/04155 RICCHIUTI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, dell'interno e delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che, a quanto risulta all'interrogante: è fatto...



Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-04155 presentata da LUCREZIA RICCHIUTI
martedì 23 giugno 2015, seduta n.470

RICCHIUTI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, dell'interno e delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che, a quanto risulta all'interrogante:

è fatto ormai notorio che nei mesi da aprile a settembre centinaia di pullman si spostano, carichi di lavoratrici tra le province di Brindisi, Taranto e Bari per la stagione delle fragole, delle ciliegie e dell'uva da tavola;

un'inchiesta condotta da Valeria Teodonio e Raffaella Cosentino per "la Repubblica" infatti ha fatto emergere un quadro di sfruttamento e ricatti nel settore agricolo, in particolare in Puglia;

dopo i noti fatti che riguardano lavoratori migranti, prevalentemente uomini, impiegati nella raccolta in condizioni di schiavitù, il nuovo trend dello sfruttamento riguarda donne italiane, ancora più facilmente ricattabili e assunte secondo le stesse modalità. Le province sono battute da caporali che si appoggiano a contractor che nei paesi vagliano l'offerta di manodopera, per poi radunarla su pullman, solitamente appartenenti agli stessi caporali, che accompagnano le donne sui campi. Le lavoratrici sono assunte con contratti apparentemente regolari, ma che poi non le proteggono dai ricatti anche sessuali. Si parla di giornate lavorative di circa 10 ore, pagate dai 50 ai 60 euro, che nella realtà vengono però decurtati in modo tale che alle lavoratrici rimangano meno di 30 euro a giornata, perché l'altra metà va al caporale. Non è raro che le lavoratrici si trovino in una vera e propria condizione di sudditanza anche psicologica, in particolare dovuta alla presenza della "fattora", figura di riferimento del caporale sul campo, che controlla il lavoro delle donne e le minaccia di non essere richiamate se rallentano il ritmo o protestano per il rispetto dei diritti minimi di tutela. Le donne sono assunte perché considerate più docili e meno problematiche;

Grottaglie, Francavilla Fontana, Villa Castelli, Monteiasi, Carosino sono solo alcuni dei nomi della geografia del caporalato italiano che sfrutta le donne. Il nome del caporale è scritto in grande, stampato sulla fiancata dei bus, insieme al numero di cellulare. «E per questo che nessuno li ferma», dice una testimone oculare;

il potere del caporale si misura dal numero di pullman che possiede, perché questo è indice anche della quantità di lavoratori che riesce a controllare. Si va dalle 50 alle oltre 200 persone. Il caporale prende dall'azienda circa 10 euro a donna e sui grandi numeri guadagna migliaia di euro a giornata. «Nel magazzino per il confezionamento dell'uva da tavola dove lavoro ci sono mille operaie italiane, portate lì da più di dieci caporali diversi», racconta Antonio, bracciante della provincia di Taranto. In questi giorni i pullman percorrono quasi 100 chilometri, dalla Puglia fino alle aziende agricole che producono fragole nel Metapontino, tra Pisticci, Policoro e Scanzano jonico, in provincia di Matera;

questi proprietari conferiscono il prodotto a dei consorzi di commercianti con sede nel nord Italia che hanno magazzini in loco. L'intermediario prende una percentuale variabile, almeno del 2 per cento, poi si aggiungono i costi delle cassette e la tariffa del 12 per cento pagata al "posteggiante", il personaggio che la espone in vendita ai mercati generali. Alla fine si arriva a un prezzo al consumatore anche di 7 euro al chilo nei supermercati di Milano;

gli orari di lavoro e la paga variano a seconda del tipo di raccolta. Ma la regola sono impieghi massacranti e sottosalario. Alle fragole si lavora per 7 ore, ma se sono mature e vanno raccolte subito si arriva anche a 10 ore. Nei magazzini di confezionamento si arriva anche a 15 ore. Ogni donna deve raccogliere una pedana di uva pari a 8 quintali. Se ci mette più tempo la paga resta uguale, per cui alla fine il salario reale è meno di 4 euro all'ora. «C'è il pregiudizio che le donne iscritte negli elenchi agricoli siano false braccianti - spiega Giuseppe Deleonardis, segretario della Flai Cgil Puglia - invece vivono una condizione di sfruttamento pari agli immigrati. Nel sottosalario, a parità di mansioni con gli uomini, c'è un'ulteriore differenza retributiva: se la paga provinciale sarebbe di 54 euro e all'uomo ne danno in realtà 35, la donna non va oltre 27 euro»;

il salario ufficiale è di 50-60 euro. Ma vengono segnate la metà delle giornate di lavoro effettivamente lavorate. Le braccianti vengono costrette a firmare buste paga che rispettano i contratti, perché le aziende hanno bisogno di dimostrare che sono in regola per poter accedere ai finanziamenti pubblici. Di fatto continuano a pagare un terzo o al massimo la metà del salario dovuto, richiedendo indietro i soldi conteggiati in busta paga;

il fenomeno del caporalato in Italia è una piaga sempre più profonda. E la novità è che negli ultimi 2 anni c'è stato un aumento costante della manodopera femminile: donne ghettizzate, violentate e sfruttate che vanno lentamente sostituendo i braccianti di sesso maschile: oggi, dicono i dati che sta raccogliendo la Flai Cgil, le straniere schiavizzate in agricoltura sono 15.000 (contro i 5.000 uomini). Sono quasi sempre giovani mamme, ricattabili proprio perché hanno figli piccoli da mantenere. Un dato impressionante, che si somma ad un altro elemento preoccupante: il numero sempre crescente delle lavoratrici italiane, che, se non schiavizzate, sono comunque gravemente sfruttate; sempre secondo le stime del sindacato, in Campania, Puglia e Sicilia, le 3 regioni a maggiore vocazione agricola, sono almeno 60.000, in proporzione crescente rispetto alle straniere. Vengono pagate 3-4 euro all'ora, ma anche meno in alcuni territori, e costrette a turni massacranti;

i caporali che operano in Puglia vanno a reclutare le ragazze soprattutto nelle zone agricole della Romania, nelle campagne intorno a Timisoara o a Iasi, zona al confine con la Moldavia. Le imbarcano su pullman da 50 posti. Il viaggio dura un giorno e una notte. «Organizzano viaggi verso il sud Italia - racconta Concetta Notarangelo, coordinatrice del progetto Caritas in Puglia - ma sappiamo per certo che arrivano anche in Emilia-Romagna. Ma nessuno ha il coraggio di denunciare. Qui non si tratta di caporali e basta, si tratta di mafie. Il caporale è solo un anello della catena. Gli annunci per questi lavori escono addirittura su un giornale romeno. Non è solo un passaparola. E le donne hanno paura. Ma senza denunce nessuno viene punito. In tre anni che seguo il progetto Caritas abbiamo raccolto in tutto 15 denunce. E poi è comunque difficile provare il reato, ci sono alcuni processi in corso, ma per ora nessuna condanna»;

in Campania ad essere schiavizzate sono le donne africane. «Se non accettano di avere rapporti sessuali con il datore di lavoro (quasi sempre italiano) non vengono pagate - spiega Cinzia Massa, responsabile immigrazione Flai Campania -. Non hanno permesso di soggiorno, ed essendo clandestine sono le più ricattabili»;

solo pochi mesi fa era apparsa un'altra inchiesta de "L'Espresso" che riguardava lavoratrici prevalentemente rumene, anch'esse nel settore agricolo, sottoposte a ogni tipo di abuso sessuale, strette sotto ricatto in condizioni disumane di sfruttamento;

nessuno può dirsi assolto per questa situazione: la polizia non effettua controlli né sui pullman o tanto meno nei campi, e molte agenzie interinali si prestano a coprire legalmente il caporalato;

secondo i dati della FLAI Cgil solo in Puglia sono tra le 30 e le 40.000 le donne gravemente sottopagate, a cui vanno aggiunte diverse altre migliaia in Campania e in Sicilia. Gli addetti all'agricoltura in Italia sono un milione e 200.000, nel 43 per cento dei casi, è il dato dell'Istat, si tratta di lavoro sommerso. E il giro d'affari legato al business delle agromafie, secondo le stime della Direzione nazionale antimafia, è di 12,5 miliardi di euro all'anno,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo non ritengano di intensificare l'attività ispettiva nelle campagne pugliesi;

se non ritengano di recepire le proposte delle organizzazioni sindacali nazionali in materia di rete di qualità come già parzialmente previsto con le misure di cui all'articolo 6 del decreto-legge n. 91 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 116 del 2014, e sollecitate recentemente anche dalle organizzazioni di rappresentanza sociale europea, circa l'introduzione e previsione di strumenti trasparenti pubblici d'incontro tra la domanda e offerte di lavoro (come le liste di prenotazioni), all'interno della rete di qualità, l'istituzione degli indici di congruità quale strumento di controllo e contrasto al lavoro nero e la certificazione etica d'impresa quale elemento premiale per l'accesso alla fiscalizzazione degli oneri sociali e altre agevolazioni.

(4-04155)