• Testo MOZIONE

link alla fonte scarica il documento in PDF

Atto a cui si riferisce:
C.1/00160 premesso che: l'Italia è uno dei sei Paesi che con la firma dei Trattati di Roma, nel lontano 1957, contribuì alla creazione dell'Unione europea di oggi, dando vita a quello che...



Atto Camera

Mozione 1-00160presentato daGALLINELLA Filippotesto diMercoledì 31 luglio 2013, seduta n. 62

La Camera,
premesso che:
l'Italia è uno dei sei Paesi che con la firma dei Trattati di Roma, nel lontano 1957, contribuì alla creazione dell'Unione europea di oggi, dando vita a quello che si è rivelato come un vero e proprio «esperimento istituzionale» attraverso la costituzione di un organismo «sui generis» alle cui Istituzioni gli Stati membri hanno delegato nel tempo parte della propria sovranità nazionale;
la costruzione europea si è realizzata tramite un processo in continuo divenire, slegato da qualsiasi modello statico e precostituito ed ha perciò segnato battute d'arresto ed accelerazioni senza tuttavia mai perdere di vista la finalità principale: la creazione di una unione politica federale che, purtroppo, dimostra di affievolirsi sempre di più a fronte dell'irruenza con cui procede invece l'integrazione economica;
è evidente infatti che l'introduzione della moneta unica senza la realizzazione di una unione politica e fiscale provoca l'impoverimento dei Paesi cosiddetti «periferici» primi tra tutti Grecia, Spagna e purtroppo Italia, e genera un sistema, come gli eventi dimostrano ogni giorno, in cui alcuni Paesi acquisiscono crescenti surplus commerciali a scapito dei loro partner che, ancorché appartenenti alla stessa zona euro, accumulano invece crescenti deficit;
tale situazione obbliga gli Stati più ricchi dell'eurozona ad imporre politiche di austerità in nome della difesa dell'euro, unico vero collante di una Unione che esige dai cittadini continui sacrifici con il risultato di favorire una integrazione sempre più vantaggiosa per alcuni e sempre meno per altri, posto che italiani e tedeschi hanno la stessa moneta unica, ma differenti contratti di lavoro, diversi sistemi di welfare e diverso grado di sviluppo economico;
l'articolo 3 del Trattato di Roma disponendo che «la Comunità ha il compito di promuovere, mediante l'instaurazione di un mercato comune e il graduale riavvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche» elenca una serie di azioni comuni tra cui l'instaurazione di una Politica Agricola Comune (PAC), da intendersi come forma di partenariato strategico tra agricoltura e società in considerazione dei milioni di consumatori europei che richiedono un regolare approvvigionamento di alimenti sani a prezzi accessibili; tale politica ha però manifestato fin dagli inizi diverse criticità per l'Italia, il cui potenziale agricolo intensivo e di qualità avrebbe richiesto accordi più adeguati alle proprie peculiarità produttive e al proprio fabbisogno interno;
la distanza tra cittadini ed «entità» Europa è particolarmente evidente ed allarmante proprio nel settore dell'agroalimentare nel quale la richiesta generalizzata da parte dei consumatori di tracciabilità ed informazione riguardo alle materie prime utilizzate negli alimenti è costantemente disattesa da normative comunitarie che tendono a favorire la grande distribuzione, la quantità al posto della qualità;
il settore primario è estremamente penalizzato da politiche comuni che, tendendo all'omologazione, limitano il potenziale di sviluppo delle eccellenze e delle tipicità locali sia con riguardo alle produzioni che alle peculiarità delle comunità rurali e delle risorse e contribuiscono ad accrescere le asimmetrie economiche e sociali tra Paesi;
notevoli disparità tra Stati membri si ravvisano altresì in relazione ai rapporti finanziari che ciascuno di essi ha con l'Unione europea e che per l'Italia mostrano un sensibile aggravamento della condizione di contribuente netto nella quale il nostro Paese si trova ormai da tempo;
come evidenziato dall'ultima relazione annuale della Corte dei conti riferita all'esercizio 2011, l'Italia, nel 2011, ha versato all'Unione europea, a titolo di risorse proprie, la complessiva somma di 16 miliardi, importo che rappresenta il massimo storico del settennio 2005-2011 e costituisce un rilevante incremento (+4,9 per cento) rispetto al precedente esercizio, che aveva già mostrato una forte crescita (+6 per cento) nei confronti del 2009;
se sempre nell'anno 2011 l'Unione europea ha accreditato complessivamente al nostro Paese la somma di 9,3 miliardi di euro con un aumento dell'1,2 per cento rispetto all'esercizio precedente, il contestuale aumento dei versamenti del nostro Paese all'Unione europea ha causato il peggioramento del «saldo netto negativo» nazionale, giunto per l'esercizio in questione a 6,6 miliardi secondo un rapporto di mera differenza aritmetica tra i rispettivi totali;
nel settennio 2005-2011 secondo il computo desumibile dall'elaborazione fatta dal dipartimento della ragioneria generale dello Stato, il totale dei «saldi netti negativi» ammonta per l'Italia a 39,3 miliardi di euro;
si rileva altresì che i paesi con i maggiori saldi positivi riferiti al periodo in parola risultano, secondo la Commissione, in ordine decrescente: Polonia, Grecia, Spagna, Portogallo, Ungheria, Repubblica Ceca, Lituania, Romania, Slovacchia e Irlanda; ad eccezione di quest'ultima, si tratta di alcuni degli Stati membri beneficiari del Fondo di coesione, istituito per assistere i Paesi aventi un Reddito Nazionale Lordo (RNL) pro capite inferiore al 90 per cento della media comunitaria;
è noto come le resistenze nazionali si traducano spesso in vere e proprie «clausole di favore», recepite nei Trattati a vantaggio di quei Paesi che altrimenti non avrebbero firmato gli accordi rallentando o interrompendo il processo di integrazione;
il quadro innanzi delineato è certo influenzato da alcuni particolari facilitazioni riconosciute nel tempo a singoli Stati come la Decisione del Consiglio Euratom 2007/436/CE sulle risorse proprie che ha accordato, per il periodo 2007-2013, ad Austria, Germania, Paesi bassi e Svezia il diritto di beneficiare della riduzione delle aliquote di prelievo della risorsa IVA e l'ulteriore facoltà dei Paesi bassi e della Svezia di usufruire di una riduzione lorda del contributo RNL annuo;
tra i suddetti benefici va annoverata la tradizionale revisione degli squilibri di bilancio denominata «correzione britannica» («UK rebate»), che consente al Regno Unito il rimborso di un importo pari al 66 per cento della differenza tra il suo contributo al bilancio Ue e l'importo ottenuto dallo stesso bilancio comportando, di riflesso, un ulteriore onere finanziario a carico degli altri Stati membri (limitato tuttavia, solo per alcuni di loro, quali la Germania, i Paesi bassi, l'Austria e la Svezia, a un quarto del valore normale) tra cui l'Italia;
il meccanismo di «sconto a favore della Gran Bretagna» che non ha data di scadenza, si fonda sulla decisione del Consiglio europeo di Fontainebleau del 25/26 giugno 1984, con la quale si stabilì, accogliendo le richieste del Regno Unito, che «... ogni Stato membro con un onere di bilancio eccessivo rispetto alla propria prosperità relativa potrà beneficiare di una correzione a tempo debito»;
le conseguenze che derivano agli interessi italiani da tale disposizione sono rilevanti non solo dal punto di vista finanziario, considerato che Roma e Parigi da sole contribuiscono a versare a Londra la metà dell'importo complessivo del «rebate» ma anche in punto di principio in quanto, nonostante il dichiarato carattere generale della decisione del Consiglio di Fontainebleau, di fatto, fino a tempi recenti, la correzione è stata applicata solo a favore del Regno Unito;
gli accordi presi a Fontainebleau erano motivati da un consistente stanziamento di risorse comunitarie a titolo dell'allora nascente Politica agricola comune e tali da poter giustificare particolari agevolazioni concesse ai Paesi con scarsa vocazione agricola come la Gran Bretagna, nel corso del tempo, come noto, la spesa agricola dell'Unione europea si è notevolmente ridotta;
l'accordo sulle prospettive finanziarie 2014-2020 raggiunto lo scorso febbraio riducendo ulteriormente lo stanziamento a favore della politica agricola comune, conferma che gli attuali meccanismi di correzione per il Regno Unito continueranno ad applicarsi;
seppur vero che i vantaggi e gli svantaggi derivanti dall'appartenenza di un Paese all'Unione europea non si esauriscono in valutazioni di natura contabile, è evidente che la questione del saldo negativo dell'Italia impone una riflessione circa una urgente riforma dei criteri di formazione del bilancio al fine di introdurre correttivi adeguati ad eliminare lo squilibrio a carico del nostro Paese la cui economia è più in crisi di quella di altri membri che non sono contribuenti netti;
sebbene il nostro ordinamento non consenta di sottoporre a referendum l'appartenenza dell'Italia all'unione economica e monetaria è indubbio che, anche alla luce della clausola di recesso volontario di uno Stato membro sancita dall'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea, una consultazione popolare sull'utilità dell'attuale costruzione europea darebbe esiti allarmanti in considerazione dello scostamento fortemente negativo tra risultati ed attese che alimenta la percezione da parte dei cittadini di una Europa in piena crisi di legittimità,

impegna il Governo

ad intervenire con determinazione nelle opportune sedi comunitarie affinché, anche in considerazione della prossima presidenza di turno italiana dell'Unione europea, si avvii fin da ora la riforma dei criteri di formazione del bilancio comunitario e in particolare si proceda alla revisione del meccanismo dello «sconto inglese» stabilito dagli accordi di Fontainebleau del 1984, posto che l'entità della spesa agricola è diminuita nel corso degli anni e che la nuova programmazione della Politica agricola comune per il periodo 2014-2020 prevede una significativa decurtazione dei fondi disponibili per il nostro Paese.
(1-00160) «Gallinella, Benedetti, Massimiliano Bernini, Gagnarli, L'Abbate, Lupo, Parentela, Nuti, Nesci».