• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00156 esaminata la relazione della XIV Commissione sulla relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per il 2015, sul Programma di lavoro della Commissione europea per...



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00156presentato daSCOTTO Arturotesto diGiovedì 10 settembre 2015, seduta n. 479

La Camera,
esaminata la relazione della XIV Commissione sulla relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per il 2015, sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2015 e sul programma di 18 mesi del Consiglio dell'Unione europea;
premesso che:
l'esame congiunto dei documenti si colloca alla Camera come una vera e propria «sessione europea di Fase ascendente» dedicata alla valutazione e al confronto delle priorità delle Istituzioni europee e quelle del Governo, nonché quelle individuate dalle Presidenze del Consiglio:
negli ultimi 4 anni l'esame della Camera sui documenti in oggetto non si è però mai conclusa. L'ultimo approdo in Aula della relazione programmatica e del programma di lavoro della Commissione, con relativa presentazione di risoluzioni, si è avuto con riferimento all'anno 2011;
la relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea è stata presentata al Parlamento solo a marzo del 2015, anziché entro il 31 dicembre dell'anno precedente come la legge n. 234 del 2012 dispone, il programma di 18 mesi del Consiglio dell'Unione europea termina il 31 dicembre 2015, mentre le iniziative della Commissione sono, nelle aree individuate come priorità, talvolta già iniziate;
quindi più che fase programmatica è diventata una fase di esclusiva «ratifica» quella della Camera. Una fase che lascia poco spazio al Parlamento nella definizione della politica dell'Unione europea, poiché la procedura ha senso se arriva a conclusione entro i primi mesi dell'anno, quando le linee programmatiche di Commissione e Governo non hanno trovato attuazione in maniera significativa:
ulteriormente si segnala che nella relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per il 2015, manca totalmente la fase di attività del Parlamento nella formazione delle politiche e delle norme europee che con i suoi indirizzi e pareri, ha prodotto degli impegni nei confronti del Governo: La legge 234 del 2015 prescrive che si debba dar conto, nella relazione, delle iniziative assunte in conseguenza di essi;
affrontare ed esaminare il programma di lavoro della Commissione, impostato in 10 priorità strategiche, appare quindi preminente, in questa fase in cui l'Unione europea è stabilmente al centro del dibattito pubblico e del confronto politico e anche considerato che sugli orientamenti del Governo e sulle relative partecipazioni al Consiglio europeo, questa Camera si è già espressa in questi mesi;
la crisi greca e la sua gestione ha mostrato con evidenza tutti i limiti dell'Unione europea e ha sollevato con forza il tema della revisione in profondità delle politiche economiche cosiddette «dell'austerità» portate avanti dagli organismi dirigenti dell'eurozona e da molti governi dei Paesi che ne fanno parte e di una revisione in senso democratico del funzionamento degli organismi stessi della governance europea:
con riferimento alla priorità relative all'occupazione, alla crescita e agli investimenti, la strategia economica della Commissione agisce fondamentalmente su tre fonti: promozione degli investimenti; riforme strutturali; rigidità di bilancio;
sostanzialmente le iniziative per rilanciare la crescita e l'occupazione in Europa si concentrano con lo sviluppo del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), nella strategia Europa 2020 e nella relazione «Completare l'unione economica e monetaria dell'Europa» cosiddetto, «documento dei 5 presidenti»;
il FEIS costituirebbe il fulcro dell'offensiva sugli investimenti predisposta dal Presidente Juncker cosiddetto «Piano Juncker», che così come disegnato e presentato appare profondamente sbagliato, non solo per molti versi inutile ma probabilmente nocivo rispetto a quelle che sono le necessità europee;
tale iniziativa è sottodimensionata e tardiva e sarà del tutto insufficiente per spingere l'Europa su un percorso di ripresa economica sostenuta;
l'Europa avrebbe bisogno di un programma significativo di investimenti pubblici di 600 miliardi di euro (2 per cento del PIL dell'UE) ogni anno e per un periodo di dieci anni. In un clima di tassi di interesse storicamente bassi, è quasi criminale non utilizzare la capacità di finanziamento pubblico dello Stato per finanziare direttamente ulteriori investimenti. Anche se finanziato a debito, un programma di investimenti pubblici si potrebbe ammortizzare in gran parte da solo come conseguenza della maggiore attività economica indotta, dell'incremento dell'occupazione e delle entrate pubbliche. Ciò è particolarmente importante per i Paesi con un avanzo delle partite correnti come la Germania. Essi dovrebbero incoraggiare asimmetricamente gli investimenti e il consumo per rilanciare la domanda interna, correggere gli squilibri commerciali ed aumentare le economie dei loro partner commerciali europei attraverso le importazioni. Una parte del finanziamento di questo programma potrebbe derivare dalla tassazione della ricchezza, nonché dalla lotta contro i paradisi fiscali;
con riferimento al «documento dei 5 presidenti», esso ha il proposito di accelerare la convergenza delle economie europee realizzando una convergenza delle politiche economiche. Nel documento l'enfasi è posta sulle politiche nazionali in materia di bilancio e di fiscalità, nonché sulle riforme, tutte liberalizzanti (mercato del lavoro, privatizzazioni, pensioni). Il documento contiene anche indicazioni, per il momento assai vaghe, in materia di bilancio europeo e di solidarietà. Al Parlamento europeo sarebbe riconosciuto un non meglio specificato ampliamento di potere. In questo quadro non si capisce perché occorra dilazionare le misure riguardanti il bilancio europeo, la solidarietà e le politiche sociali e quindi le misure per la crescita e l'occupazione;
anziché quanto proposto dalla Commissione, occorrerebbe un «Piano europeo per l'Occupazione» il quale stanzi almeno 1.000 miliardi di euro con risorse pubbliche nuove ed aggiuntive rispetto a quelle già stanziate, per dare occupazione a 5-6 milioni di disoccupati o inoccupati (di cui un milione in Italia): tanti quanti sono quelli che hanno perso il lavoro dall'inizio della crisi, definendo una politica industriale a livello europeo, dando priorità a interventi che rispettano il diritto ad un ambiente sano e integro, al contrario di quanto fanno molte grandi opere che devastano il territorio e che creano poca occupazione agevolando la transizione verso consumi drasticamente ridotti di combustibili fossili, la creazione di un'agricoltura biologica e molti funzionale, il riassetto idrogeologico dei territori, la valorizzazione non speculativa del patrimonio artistico, il potenziamento dell'istruzione e della ricerca, la messa in sicurezza degli edifici scolastici, la riqualificazione delle città, l'efficienza energetica degli immobili, l'innovazione tecnologica, la riforma e il rinnovamento della PA e del welfare, l'innovazione e la sostenibilità delle reti (trasporti, energia, digitalizzazione del Paese, e altro);
in riferimento alla priorità relativa al rafforzamento dell'unione economica e monetaria e la necessità, individuata anche dalla Commissione europea, di renderla più profonda e più equa, permane la questione della revisione in profondità delle politiche economiche cosiddette «dell'austerità» portate avanti dagli organismi dirigenti dell'eurozona e da molti governi dei paesi che fanno parte:
l'attuale quadro di governance dell'Unione economica e monetaria non consente di avviare un dibattito adeguato sulle prospettive economiche dell'area euro o di adottare una posizione di bilancio coerente, oltre a non affrontare le diverse situazioni economiche e fiscali su un piano di piena parità;
importanti iniziative strategiche, che includevano raccomandazioni politiche, erano basate su previsioni economiche che non avevano previsto la bassa crescita e inflazione registrate e che non hanno tenuto pienamente conto della sottovalutazione delle dimensioni del moltiplicatore fiscale, dell'importanza degli effetti di ricaduta nei vari Paesi in un periodo di consolidamento sincronizzato e dell'effetto deflazionistico di riforme strutturali cumulative;
la situazione attuale richiede un coordinamento economico più stretto ed inclusivo (aumentare la domanda aggregata, migliorare la sostenibilità di bilancio e consentire riforme strutturali sostenibili e i relativi investimenti) nonché reazioni rapide al fine di correggere le carenze più evidenti nel quadro della governance economica;
l'accumulo di procedure rende il quadro della governance economica complesso e non sufficientemente trasparente, il che va a scapito dell'appropriazione e dell'accettazione da parte dei parlamenti, delle parti sociali e dei cittadini, delle linee guida, delle raccomandazioni e delle riforme che derivano da tale quadro;
è necessario che il quadro della governance economica sia corretto e completato a medio e lungo termine al fine di consentire all'Unione europea ed all'area dell'euro di conseguire le sfide in materia di convergenza, investimenti di lungo periodo e la fiducia degli operatori socio-economici:
la legislazione è stata attuata durante la crisi sulla base di accordi intergovernativi ed è mancata la responsabilità democratica a livello dell'Unione europea. È dunque necessario porre fine agli accordi puramente intergovernativi e promuovere un maggiore coinvolgimento dei Parlamenti. Ciò costituirebbe, a livello europeo, una condizione indispensabile per aumentare la legittimità democratica. La responsabilità democratica risolta indebolita anche dall'estrema complessità del quadro;
il Governo italiano ha inviato, in data 25 maggio 2015, il proprio contributo sulla riforma della Unione economica e monetaria europea, senza che vi sia stato un formale passaggio parlamentare, condizione questa che avrebbe contribuito a rafforzare il peso politico-istituzionale del nostro Paese;
la creazione del meccanismo europeo di stabilità (MES) al di fuori della struttura delle istituzioni dell'Unione, rappresenta un passo indietro per l'integrazione politica dell'Unione stessa. Sarebbe, pertanto, opportuno che il MES fosse pienamente integrato nel quadro comunitario e reso formalmente responsabile nei confronti del Parlamento europeo;
non ci sono dubbi che occorra una maggiore convergenza delle economie europee ma l'attuale assetto mercantilistico europeo si muove in direzione opposta rispetto alle esigenze di armonizzazione creando squilibri strutturali sistemici irrecuperabili se si permane in questo quadro. Eppure le regole europee prevedono di intervenire rispetto agli eccessi esportativi. Ma su questo aspetto, oltre a blandi richiami non si è andato oltre, ad esempio nei confronti della Germania che da otto anni consecutivi ha un surplus della bilancia commerciale che viola le regole europee che prevedono che non si possa generare un saldo positivo superiore al 6 per cento del PIL nella media di tre anni;
con riferimento al cambiamento democratico la Commissione ha preannunciato un pacchetto denominato better regulation;
la crisi greca è stato lo specchio del deficit democratico dell'Unione europea. Tale deficit è chiaramente dovuto ai meccanismi dell'unione monetaria, che, come ammesso implicitamente dalle stesse istituzioni europee, rendono l'austerity una necessità alla quale i paesi più deboli devono adeguarsi senza se e senza ma;
esiste un problema di accountability e di trasparenza, non tanto e non solo per ciò che concerne i fondi creati ad hoc attraverso strumenti di diritto internazionale e quindi fuori dal contesto giuridico dell'Unione europea (tra l'altro tutti concentrati su una politica di consolidamento del bilancio) quanto più in generale per la governance economica dell'Unione;
il sistema istituzionale dell'Unione andrebbe totalmente rivisto così come i trattati fondativi in senso democratico, dando un chiaro bilanciamento tra i poteri e togliendo potere al sistema intergovernativo;
l'impalcatura dell'Unione europea costruita sulla svalutazione del lavoro è insostenibile, fattore di deflazione e di disoccupazione strutturale, in particolare giovanile, e di conseguenza alimento di nazionalismi e chiusure xenofobiche. Senza una significativa correzione dei Trattati e della rotta di politica economica, la moneta unica rischia di implodere e di trascinare con se la stessa Unione. La drammatica vicenda greca ha avuto il merito storico di rendere chiaro il conflitto tra Stati e interessi in campo. Per piegare le resistenze del governo Tsipras, la Germania ha messo sul tavolo un «Piano B finalizzato alla Grexit». Per ridurre gli squilibri di potere negoziale anche parte della sinistra europea lavora insieme per definire un piano per un eventuale superamento cooperativo e assistito dalla BCE della moneta unica;
sulle priorità in tema di mercato delle energie e cambiamenti climatici è bene ribadire che siamo nel pieno del percorso verso il nuovo accordo globale sul clima che dovrà essere approvato dalla 21a Conferenza delle Parti a Parigi nel dicembre 2015, un appuntamento decisivo per tentare di «invertire la rotta», e con essa il destino del nostro pianeta;
diversi obiettivi del documento sull'Unione dell'energia sono condivisibili. Bisognerà vedere se l’«Energy Union» sarà un ennesimo elenco di buoni propositi, o riuscirà a produrre una nuova e più efficace legislazione su clima ed energia. Il rinnovamento del settore elettrico basato sulla piena sostenibilità deve rappresentare un'opportunità per l'economia europea in termini di sviluppo economico, di occupazione, di sicurezza energetica, di sicurezza degli approvvigionamenti;
è senz'altro positivo l'obiettivo, indicato nella proposta per un'Unione energetica, di ridurre l'utilizzo dei combustibili fossili, e puntare sulla sostenibilità delle fonti energetiche, attraverso le energie rinnovabili e l'efficienza energetica. Nonostante ciò sarebbe opportuno:
a) individuare nuove forme di fiscalità ambientale che rivedano le imposte sull'energia e sull'uso delle risorse ambientali nella direzione della sostenibilità e la decarbonizzazione;
b) mettere un riferimento alla necessità di uscire definitivamente dal carbone, il combustibile più nocivo per l'ambiente e la salute pubblica;
c) prevedere una tariffazione elettrica equa e in grado effettivamente di garantire le fasce più deboli;
d) immaginare una drastica riduzione dei consumi di energia anche attraverso una crescita dell'efficienza energetica;
con riferimento al TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) tra Ue e Usa a luglio si è tenuto il decimo round negoziale;
anche se definito positivo dai negoziatori, il decimo round non ha affrontato i nodi più intricati del negoziato: dallo scambio di servizi finanziari alla tutela della proprietà intellettuale, passando per la protezione dei dati online e il commercio energetico;
a settembre i negoziatori dovrebbero entrare nel merito dei temi relativi alla sostenibilità, capitolo che riguarda i diritti sindacali, l'ambiente e la tutela della salute. Del tutto fermo il dossier più spinoso di tutti, la presenza di una norma che tuteli gli investimenti: nel corso dell'ultima plenaria il Parlamento europeo, 15 giugno, ha chiesto di rigettare la tradizionale formula dell'Isds – il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati, uno strumento di diritto pubblico internazionale che garantisce ad un investitore straniero il diritto di avviare un procedimento nei confronti dello Stato che lo ospita – e di propendere per un nuovo sistema giudiziario, basato sull'arbitrato privato e comune negli accordi commerciali esistenti;
i costi sociali ed economici derivanti dall'eliminazione delle cosiddette «barriere non tariffarie» sarebbero imprevedibili e pericolosi per la tenuta sociale. Tant’è vero che per stessa ammissione dei funzionari europei e statunitensi; lo scopo primario dell'accordo non è di stimolare gli scambi attraverso l'eliminazione delle tariffe tra UE e USA, che sono già a livelli minimi, ma piuttosto attraverso l'eliminazione di tutte quelle barriere normative che limitano i profitti potenzialmente realizzabili dalle società transnazionali come, ad esempio, gli standard che l'Europa nel corso della sua formazione s’è data in materia ambientale (come il principio di precauzione), i diritti dei lavoratori, la sicurezza alimentare, la discrezionalità degli Stati nel perseguire o no le politiche a favore degli organismi geneticamente modificati, eccetera);
con riferimento alle questioni delle migrazioni, la Commissione europea ha presentato l'Agenda europea della migrazione definendo in particolare, un approccio alla questione dei flussi migratori basato sui principi di responsabilità e solidarietà. Nel dettaglio la Commissione ha proposto la ricollocazione e il reinsediamento di richiedenti asilo in evidente bisogno di protezione internazionale, un piano contro il traffico di migranti e il potenziamento delle operazioni coordinate da Frontex nel Mediterraneo;
si stima che siano diverse decine di migliaia i migranti morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo dal 1998;
non solo immagini terribili quelle dei nostri giorni ma sono anche numeri di una guerra che giorno dopo giorno si sta svolgendo nel Mediterraneo sotto i nostri occhi e questo avviene sia per una situazione di forte instabilità in Libia e come conseguenza dei diversi conflitti che si registrano in Medio Oriente e nel continente africano – come in Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen, Nigeria, Somalia, Eritrea, Sudan solo per citarne alcuni – e sia per le migliaia di migranti che sfuggono da carestie, fame e povertà o dagli effetti dei cambiamenti climatici antropici globali;
l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) assiste oltre 50 milioni tra rifugiati e sfollati in tutto il mondo. Complessivamente il numero risulta essere ancora più ampio se si conteggiano ad esempio anche i cosiddetti «climates refugees», ossia coloro che sono vittime di migrazioni forzate determinate dagli effetti negativi dei disastri ambientali e dei cambiamenti climatici e che attualmente non sono riportati in nessuna statistica ufficiale e spesso non assistiti da alcuna organizzazione umanitaria;
i dati forniti da Eurostat sulle richieste di asilo presentate in Europa fotografano un fenomeno, quello dei rifugiati e richiedenti asilo, di imponenti dimensioni e che necessita di una forte politica comune dell'Unione europea;
dall'inizio dell'anno, nell'Unione europea sono state oltre 400 mila le richieste di asilo, di questi 106 mila riguardano bambini. La Germania ha dichiarato che si aspetta circa 800 mila richieste di asilo entro la fine dell'anno;
le richieste di asilo nei Paesi dell'Unione europea sono disciplinate dal regolamento n. 604/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 (cosiddetto regolamento «Dublino III»), che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di Paese terzo o da un apolide;
in particolare, il regolamento Dublino III obbliga i migranti a richiedere asilo nel Paese di arrivo, generando squilibri e prolungando il calvario dei richiedenti asilo anche dentro le frontiere europee:
l'Europa tutta è negligente, nulla è stato fatto nonostante i proclami. La gestione dell'accoglienza, la «presa in carico» e l'assistenza da parte di molti Paesi dell'Unione europea continua a presentare numerose criticità, e i costi sociali ed economici di tale negligenza e mala gestione si riflettono sia sulle popolazioni accoglienti che sui rifugiati e richiedenti asilo;
occorre un'azione concordata dell'Europa e misure urgenti da assumere urgentemente con il superamento degli accordi di Dublino e la creazione di un «diritto d'asilo europeo». A questo va aggiunto un intervento delle organizzazioni internazionali come l'Onu per stabilizzare la situazione in Libia e Siria, nella risoluzione dei conflitti che imperversano in Medio Oriente e in Africa;
il nostro Paese è chiamato ad un'assunzione di responsabilità ed allo stesso tempo ad uno sforzo di elaborazione e proposta che siano ispirati a criteri fondati sul diritto internazionale e sui diritti umani:
la crisi mette in discussione sia gli assetti politici e geopolitici precedenti che categorie di lettura ed interpretative – ormai superate – di fenomeni globali oggi ingovernabili con gli strumenti tradizionali della politica internazionale. Per questa ragione ogni proposta politica sul tema dei migranti dovrà anzitutto tentare di fare un salto in avanti rispetto ad una prassi ormai consolidata che vede le politiche dei governi europei subordinate a visioni del mondo fondate sull'interesse nazionale, l'accettazione del principio dell'ingerenza umanitaria, del securitarismo, e dell'autonomia dello strumento militare rispetto al ruolo della politica e della diplomazia;
politica migratoria e politica estera devono andare di pari passo e quindi occorre rafforzare la capacità di salvataggio delle persone in mare e garantire accesso sicuro a chi fugge da conflitti. Il riconoscimento del diritto alla mobilità come diritto umano fondamentale va accompagnato dall'irriducibile logica della mediazione politica dei conflitti e la loro prevenzione diplomatica e dal rifiuto netto di soluzioni militari e dal ripudio di soluzioni militari come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Oggi come mai occorre un piano per la stabilizzazione dei conflitti,

impegna il Governo:

in riferimento alle questioni dell'occupazione, della crescita, degli investimenti e alla governance economica europea ed ai relativi aspetti economici e finanziari ed al cambiamento democratico;
a impegnarsi nelle sedi istituzionali dell'Unione Europea a subordinare la restituzione dei prestiti internazionali della Grecia e dei paesi più esposti al mantenimento di tutte le iniziative pubbliche volte a fronteggiare la crisi umanitaria e gli aspetti più drammatici della crisi sociale e della povertà estrema;
a sostenere nelle sedi europee che gli orientamenti annuali per la crescita sostenibile debbano essere sottoposti ad una procedura di co-decisione con il Parlamento europeo;
ad adoperarsi per l'adozione di misure concrete per ampliare il processo decisionale europeo in senso democratico attraverso un ruolo più incisivo del Parlamento europeo ed un migliore e più attivo coinvolgimento dei Parlamenti nazionali:
a) il PE deve avere poteri legislativi diretti e di indirizzo della politica economica;
b) la Commissione deve diventare un governo eletto con politica fiscale, economica e sociale proprie;
c) della BCE devono essere riviste in profondità statuto e finalità anche al fine di includere la disoccupazione come obiettivo da perseguire (come nello statuto della Federal Reserve);
a sostenere come priorità del sistema di governance economica europea, il raggiungimento reale degli obiettivi posti dalla strategia Europa 2020;
a promuovere il potenziamento della strumentazione e della dotazione finanziaria dell'Unione europea, finalizzato al sostegno dell'economia, attraverso l'adozione di misure e la sperimentazione di strumenti che svolgano una funzione anticiclica:
a farsi promotore di una Conferenza europea sul debito sovrano prevedendo, tra le strade possibili, il coinvolgimento della Bce per la riduzione del costo del debito che eccede il 60 per cento del PIL;
a creare un fronte comune con i governi disponibili a porre con forza negli organismi della governance europea, il tema della revisione dei trattati europei a partire dal fiscal compact, del tutto arbitrari ed assurdi, ottenendo la convocazione di una Conferenza europea per definire le necessarie modifiche;
a promuovere una discussione in sede europea per ridurre la soglia di saldo commerciale eccessivo e per introdurre penalizzazioni analoghe a quelle previste per lo sforamento dei saldi obiettivo di finanza pubblica;
ad adoperarsi negli organismi europei per sterilizzare le spese connesse all'accoglienza dei migranti e dei rifugiati dal calcolo dei saldi di finanza pubblica rilevanti ai fini delle regole europee, per consentire, per un triennio, spese per investimenti produttivi e co-finanziamento dei Fondi Strutturali anche oltre la soglia del 3 per cento nel rapporto deficit Pil e per ottenere una moratoria, per almeno un triennio sull'applicazione delle misure obbligatorie di abbassamento del debito prevista dal fiscal compact, nonché la modifica delle modalità di calcolo dei saldi corretti per il ciclo che penalizzano soprattutto Paesi come il nostro che si trova in una situazione di prolungata recessione;
a promuovere iniziative volte a contrastare l'evasione e l'elusione fiscale a livello europeo, ed a un maggior coordinamento dei sistemi fiscali nell'Unione europea, al fine di ridurne la dannosa concorrenza fiscale;
a sostenere l'utilizzo di eurobond per far ripartire gli investimenti pubblici europei in infrastrutture e sulla green economy, nonché a sostenere la domanda aggregata in modo da rilanciare uno sviluppo sostenibile e l'occupazione;
a proporre un Green New Deal continentale (un Piano europeo per l'Occupazione) il quale stanzi almeno 1.000 miliardi di euro con risorse pubbliche nuove ed aggiuntive rispetto a quelle già è stanziate (diversamente da quanto previsto dal cosiddetto «Piano Juncker»), per dare occupazione a 5-6 milioni di disoccupati o inoccupati (di cui un milione in Italia): tanti quanti sono quelli che hanno perso il lavoro dall'inizio della crisi; definendo una politica industriale a livello europeo; dando priorità a interventi che rispettano il diritto ad un ambiente sano e integro, al contrario di quanto fanno molte grandi opere che devastano il territorio e che creano poca occupazione; agevolare la transizione verso consumi drasticamente ridotti di combustibili fossili; creare un quadro normativo europeo armonico adatto a favorire un'agricoltura biologica e multifunzionale, investire risorse nel riassetto idrogeologico dei territori, la valorizzazione non speculativa del patrimonio artistico, il potenziamento dell'istruzione e della ricerca, la messa in sicurezza degli edifici scolastici, la riqualificazione delle città, l'efficienza energetica degli immobili, l'innovazione tecnologica, la riforma e il rinnovamento della PA e del welfare, l'innovazione e la sostenibilità delle reti (trasporti, energia, digitalizzazione del Paese, e altro);
a sostenere, inoltre:
a) l'attuazione di una dimensione sociale dell'Unione europea, incluso un meccanismo di reddito minimo garantito e un regime di indennità minima di disoccupazione per l'area dell'euro;
b) l'inclusione del meccanismo europeo di stabilità (MES) nel diritto dell'Unione e un nuovo approccio nei confronti degli eurobond:
c) una capacità di bilancio dell'area dell'euro in particolare per finanziare azioni anticicliche, riforme strutturali o parte della riduzione del debito sovrano;
in relazione all'Unione dell'energia e alle politiche sui cambiamenti climatici:
a farsi promotore affinché l'Unione europea riveda i target UE 2030 «Clima-Energia» in vista della 21a Conferenza delle Parti a Parigi nel dicembre 2015, prevedendo tre obiettivi vincolanti per tutti gli Stati membri: il taglio del 55 per cento delle emissioni di CO2, il raggiungimento di una quota pari ad almeno il 45 per cento di energia da fonti rinnovabili ed ad almeno il 40 per cento di efficienza energetica;
ad attivarsi in sede UE affinché l'accordo globale sul clima, che dovrebbe siglarsi nell'appuntamento di dicembre 2015 a Parigi, preveda un protocollo ambizioso e soprattutto vincolante per permettere di raggiungere l'obiettivo di due gradi di riduzione del clima globale;
ad attivarsi in ambito UE, anche implementando in tal senso la strategia per l'Unione europea dell'energia, affinché:
1) gli Stati membri adottino opportune forme di fiscalità ambientale che rivedano le imposte sull'energia e sull'uso delle risorse ambientali nella direzione della sostenibilità, anche attraverso la revisione della disciplina delle accise sui prodotti energetici in funzione del contenuto di carbonio (carbon tax), al fine di accelerare la conversione degli attuali sistemi energetici verso modelli a emissioni basse o nulle, con particolare riferimento alle fonti rinnovabili;
2) vengano rapidamente ridotti e quindi azzerati, i sussidi e i finanziamenti pubblici alle fonti fossili climalteranti che vengono elargiti annualmente, in particolare a partire da industrie del carbone, petrolio e gas;
3) a garantire, nell'ambito degli interventi comunitari per sostenere la povertà energetica e la vulnerabilità dei consumatori, una tariffazione elettrica equa e in grado di garantire le fasce più deboli dei consumatori;
in relazione al negoziato TTIP:
a non dare seguito come Italia, in sede di Consiglio Europeo, ai successivi round del «Transatlantic Trade and Investment Partnership», in virtù del fatto che i futuri accordi commerciali non potranno garantire gli standard europei in materia ambientale, agroalimentare, sociale e di tutela della salute oltre che, in relazione alle disposizioni relative alla protezione degli investitori esteri della cosiddetta clausola Investor-state dispute settlement – ISDS –, che garantirà, così com’è concepita, maggiori diritti ad investitori esteri a scapito di quelli nazionali, non producendo alcun moltiplicatore economico che nel «periodo di transizione», quantificato in 10-20 anni, genererebbe un misero rapporto in termini di prodotto interno lordo tra lo 0,3 per cento e l'1.3 per cento, e, da ultimo, le piccole e medie imprese non avrebbero alcun vantaggio in ragione della struttura socioproduttiva del Paese che consentirebbe un favore commerciale e competitivo solo per quelle 10 multinazionali che detengono il 72 per cento delle esportazioni nazionali;
ed, in ogni caso, qualora prevalesse la scelta di proseguire il negoziato:
a impedire, in sede di Consiglio Europeo, che nel nome delle regole a protezione degli investimenti, che si tradurrebbero giuridicamente nel meccanismo di composizione delle controversie investitore-Stato, Investor-state dispute settlement ISDS, nel contesto del TTIP, si produca un grave e irrimediabile pregiudizio costituzionale del diritto degli Stati a legiferare su materie inserite all'interno dell'accordo;
a far prevedere, in sede di Consiglio Europeo, un sistema di riconoscimento reciproco degli standard equivalenti e maggiormente tutelativi per la salute pubblica, per i prodotti agroalimentari (certificazioni di qualità) e per le piante (passaporto delle piante) e, in ogni caso:
a) a mantenere inalterato il «principio di precauzione» in vigore nell'Unione europea;
b) che l’acquis comunitario in materia di protezione dei dati personali non sia compromesso dalla liberalizzazione dei flussi di dati, in particolare nel settore del commercio elettronico e dei servizi finanziari;
c) ad evitare che le cosiddette «barriere non tariffarie» siano sacrificate: per stessa ammissione dei funzionari europei e statunitensi i quali affermano che lo scopo primario dell'accordo non è di stimolare gli scambi attraverso l'eliminazione delle tariffe tra UE e USA, che sono già a livelli minimi, ma piuttosto attraverso l'eliminazione di tutte quelle barriere normative che limitano i profitti potenzialmente realizzabili dalle società transnazionali come, ad esempio, gli standard che l'Europa nel corso della sua formazione s’è data in materia ambientale, dei diritti dei lavoratori, di sicurezza alimentare, di discrezionalità degli Stati nel perseguire o no le politiche a favore degli organismi geneticamente modificati;
d) a far eseguire alla Commissione Europea studi di impatto per ciascuno Stato membro come pure una valutazione della competitività dei settori dell'Unione rispetto ai settori analoghi degli Stati Uniti;
e) assicurare una reale trasparenza dei negoziati, rendendo pubblico un numero superiore di testi via via discussi nei round, affinché ci sia un vero regime di pubblicità per i testi negoziali dell'Unione europea creando, ad esempio, delle «reading room» per i singoli Stati che consentano, ai componenti dei rispettivi parlamenti, di potervi accedere ed essere costantemente aggiornati sui negoziati in corso:
f) a impedire le violazioni che il TTIP produrrebbe nei confronti degli impegni internazionali dell'Unione europea nel promuovere, nello scacchiere internazionale, la coerenza delle politiche di sviluppo nei confronti dei Paesi meno sviluppati;
g) a far esercitare ai parlamenti nazionali, così come previsto dai Trattati, la specifica competenza nei casi di accordi di tipo misto, aventi ad oggetto materie di competenza concorrente dell'Unione e degli Stati membri, per i quali è richiesta la ratifica, oltre che da parte dell'Unione europea, anche da parte degli Stati membri;
in relazione alle politiche migratorie:
a promuovere l'apertura immediata di corridoi umanitari di accesso in Europa per garantire «canali di accesso protetto» attraverso i Paesi di transito ai rifugiati che scappano da persecuzioni, guerra e conflitti ed evitare le traversate in mare e quindi debellare il traffico di essere umani e le prevedibili e evitabili tragedie in mare;
a predisporre un piano di reinsediamento in Europa per alleggerire in maniera significativa le zone ad alta concentrazione di sfollati provenienti da zone di guerra, fuggiti e oggi ospitati in Paesi molto più fragili degli Stati europei, come il Libano e la Giordania, la cui eventuale implosione sociale potrebbe produrre altri e ancor più gravi conflitti e costringerebbe alla fuga un numero molto più elevato di persone;
a chiedere l'immediata sospensione del regolamento cosiddetto «Dublino III» causa delle ultimissime tensioni alle frontiere degli Stati europei e quindi dare effettiva attuazione ai divieti di respingimento delle persone che, alle frontiere aeree, terrestri e marittime, comprese le aree di transito, manifestano la volontà di presentare una domanda di asilo, nonché vigilare sul rispetto del divieto di espulsioni collettive previsto dai protocolli addizionali alla CEDU, attraverso l'adozione di opportuni atti regolamentari e l'introduzione di procedure di monitoraggio indipendenti;
a concedere con effetto immediato permessi di soggiorno per motivi umanitari che consentano la libera circolazione negli Stati dell'Unione europea e quindi avviare l'iter per la predisposizione di una normativa dell'Unione con la quale disciplinare il riconoscimento reciproco delle decisioni di riconoscimento della protezione internazionale tra gli Stati membri;
a promuovere in sede europea il superamento del regolamento «Dublino III» a favore del «diritto d'asilo europeo» e quindi di un sistema che ponga necessariamente al centro:
a) il rispetto e la protezione dei diritti umani dei rifugiati e dei richiedenti asilo, al fine di garantire un ambiente più favorevole a una loro accoglienza, fornendo loro un'adeguata assistenza fisica, psicologica e legale, nonché un adeguato percorso di integrazione;
b) un sistema di mutuo riconoscimento tra gli Stati membri della concessione del diritto di asilo, che estenda ai richiedenti asilo ed ai rifugiati i diritti previsti per i cittadini europei dal Trattato di Schengen, permettendo così un'allocazione libera e, dunque, più razionale dei flussi migratori;
c) la predisposizione di provvedimenti necessaria affinché il tempo richiesto per l'esame delle richieste di asilo in Italia si allinei alla media europea;
d) l'identificazione del migrante non come un limite alla propria libertà di circolazione e al pieno godimento dei diritti connessi al proprio status, ma una garanzia del rispetto degli stessi diritti;
a promuovere misure per la ricollocazione dei richiedenti asilo da uno Stato dell'Unione europea ad altri Stati UE, definendo le circostanze per cui si può ritenere che uno o più paesi dell'Unione siano investiti da flussi migratori di entità superiore alla loro effettiva capacità di fornire effettiva accoglienza e prevedendo quote adeguate a fornire una risposta efficace alla situazione di difficoltà in cui versano gli Stati verso i quali sono diretti i flussi migratori significativi dei richiedenti asilo. Allo stesso tempo si deve tenere conto della volontà individuale degli interessati e della presenza di familiari in altri Stati UE, garantendo il diritto a presentare ricorsi giurisdizionali effettivi contro ogni provvedimento di ricollocazione, quindi non ricollocare i richiedenti asilo negli Stati membri dell'Unione europea in cui risulta non sia assicurata in alcun modo una effettiva accoglienza e protezione;
ad adottare una nuova disciplina che faciliti gli ingressi regolari prevenendo così quelli irregolari e che preveda maggiori misure di coesione sociale e di contrasto allo sviluppo di fenomeni di xenofobia;
a superare, per quanto concerne l'Italia, definitivamente il sistema dei CIE, CARA e CDA e adottare il sistema SPRAR come modello unico di accoglienza, per cui i richiedenti asilo e i beneficiari di protezione dovrebbero essere ospitati in appartamenti e strutture d'accoglienza di piccole dimensioni, «secondo quote di distribuzione regionale»;
ad aggiornare il sistema SPRAR, per cui i suoi progetti sul territorio nazionale non si attivino più solo ed esclusivamente se gli enti locali li promuovono su base volontaria, ma per obbligo di legge come dovrebbe essere in un vero sistema d'asilo nazionale.
(6-00156) «Scotto, Brignone, Civati, Fassina, Pastorino, Andrea Maestri, Airaudo, Franco Bordo, Costantino, Duranti, Daniele Farina, Fava, Ferrara, Fratoianni, Gregori, Kronbichler, Marcon, Melilla, Nicchi, Paglia, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piras, Placido, Quaranta, Ricciatti, Sannicandro, Zaccagnini, Zaratti».