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Atto a cui si riferisce:
C.1/01027 premesso che: dal rapporto della Banca mondiale (The World Bank: Global economic perspective, gennaio 2013) emerge un'Africa a doppia velocità: da una parte il Nord Africa, i...



Atto Camera

Mozione 1-01027presentato daVARGIU Pierpaolotesto diMartedì 20 ottobre 2015, seduta n. 506

La Camera,
premesso che:
dal rapporto della Banca mondiale (The World Bank: Global economic perspective, gennaio 2013) emerge un'Africa a doppia velocità: da una parte il Nord Africa, i cui Paesi investiti dalla primavera araba, dopo la brusca caduta del 2,4 per cento del 2011, mostrano una crescita del prodotto interno lordo tra il 2 per cento (Egitto e Tunisia) e il 3 per cento (Algeria e Marocco). Dall'altra parte, l'Africa sub-sahariana, che nel 2012 ha fatto registrare un tasso medio di crescita del prodotto interno lordo del 4,6 per cento e dove il tasso stimato di crescita media per i prossimi anni si aggira intorno al 6 per cento, grazie soprattutto all'alto prezzo delle risorse naturali, che continuano a far aumentare il valore delle esportazioni e alimentano il flusso degli investimenti esteri. Anche il tasso medio d'inflazione conferma la doppia velocità: il Nord Africa viaggia intorno al 5 per cento, l'Africa sub-sahariana ha un valore doppio;
un ulteriore elemento che caratterizza, differenzia e condiziona pesantemente le economie sub-sahariane è la dipendenza dalla domanda cinese. Tale mercato rappresenta da solo circa il 50 per cento delle esportazioni di metalli industriali e minerali (Zambia, Botswana, Namibia e Repubblica democratica del Congo) ed è altresì la destinazione finale delle quote più rilevanti dei prodotti petroliferi (Angola e Sudan). La dipendenza dalla Cina è diventata sostanziale anche sotto il profilo dei flussi degli investimenti: la Repubblica cinese movimenta circa un terzo del flusso netto di capitali nell'area (il Focac – Forum per la cooperazione tra Cina e Africa – ha recentemente annunciato l'attivazione di una linea di credito di oltre 20 miliardi di dollari per lo sviluppo di infrastrutture, agricoltura e manifattura);
accanto a rischi interni (situazione politica) ed esterni (stabilizzazione dei mercati finanziari, ripresa economica nell'area dell'euro, caduta dei prezzi delle materie prime, aumento dei prezzi dei prodotti alimentari) condivisi, l'Africa sub-sahariana mostra, dunque, una specifica criticità: l'elevata dipendenza dalla domanda e dagli investimenti cinesi, la cui riduzione o, peggio ancora, il suo venir meno, produrrebbe un vero e proprio disastro economico e finanziario nelle economie della regione, con immediate conseguenze sulle stime di crescita economica e sui flussi migratori;
al di là di queste contrastanti valutazioni economico-finanziarie della Banca mondiale e dei passi in avanti socio-economici registrati da alcuni Stati africani, il profondissimo divario tra gli standard di vita dei Paesi dell'Africa sub-sahariana e quelli dei Paesi occidentali, insieme alle instabilità politiche e ai rischi bellici, costituisce ancora una delle motivazioni centrali dei flussi migratori che investono l'intera Europa;
è senz'altro apprezzabile, ma necessita di potenziamento, il cambio di passo del Governo italiano che, negli ultimi 18 mesi, ha fortemente rafforzato la sua azione nell'ambito della cooperazione internazionale e delle relazioni bilaterali con i Paesi dell'Africa sub-sahariana;
i dati del Ministero dell'interno, aggiornati al luglio 2015, quantificano a 82.932 i migranti sbarcati nel 2015 in Italia attraverso il Mediterraneo, di cui: 20.392 dall'Eritrea; 9.619 dalla Nigeria, 6.966 dalla Somalia, 4.668 dal Sudan, 4.206 dal Gambia, 3.245 dal Senegal, 3.112 dal Mali, 1.854 dalla Costa d'Avorio, 4.953 dalla Siria, 2.697 dal Bangladesh e 1.220 da altre provenienze;
secondo i massimi esperti economici e dell'immigrazione, la povertà, i bassissimi standard sociali, sanitari e ambientali, l'instabilità politica e le guerre civili che contraddistinguono una vastissima area che va dall'Iraq alla Libia, nonché la forte disparità tra questi standard e quelli dei Paesi occidentali rappresentano storicamente i più potenti push factor (fattori attrattivi) delle migrazioni clandestine attraverso il Mediterraneo, indipendentemente dalle politiche contingenti di controllo delle frontiere, di contrasto agli sbarchi clandestini e di gestione dei flussi migratori. Conseguentemente, fintanto che non vi sarà un efficace impegno degli Stati più avanzati a ridurre quel gap, non verranno intaccate le cause profonde ed immanenti di uno dei più imponenti fenomeni migratori della storia;
tali fattori attrattivi non rappresentano un fenomeno ciclico, ma sono al contrario elementi strutturali di carattere planetario e per questo saranno destinati ad aggravarsi nei prossimi anni;
i fattori economico-sociali e di salute pubblica (longevità e aspettativa di vita, tasso di mortalità infantile, tasso di ospedalizzazione e di accessibilità alle cure, tasso di vaccinazione e di malattie infettive, tasso di alfabetizzazione ed altri) rappresentano, insieme ai fattori politici, gli indicatori statistici di «benessere» adottati come parametri internazionali di misurazione dello standard di vita di una popolazione;
in modo particolare, l'allungamento delle aspettative di vita – inteso sia in termini di bassi tassi di mortalità in età infantile o giovanile che come riduzione dei tassi di mortalità evitabile – costituisce l'indicatore imprescindibile che funge da specchio dello stato sociale, ambientale e sanitario in cui vive una collettività;
la speranza di vita alla nascita in molti Paesi dell'area sub-sahariana risulta fatalmente condizionata dal bassissimo rapporto medici/abitanti (mediamente 1 su 1.000 e talvolta scivola a 1 ogni 30.000-40.000 persone), dallo scarso accesso alle terapie mediche, dalla scarsa disponibilità d'acqua (in alcune aree assolutamente ridotta: 200 millimetri cubici in Libia e Mauritania, 500 in Tunisia e Capo Verde, poco di più in Kenya, Algeria, Burundi, Botswana) e dallo scarso apporto nutritivo;
secondo i report statistici annuali dell'Organizzazione mondiale della sanità, confermati dal Cia-World factbook 2014, nei Paesi occidentali sviluppati un bambino nato nel 2012 può attualmente aspettarsi di vivere fino all'età di circa 76 anni, cioè 16 anni in più rispetto a un bambino nato in un Paese di maggiore arretratezza (dove l'aspettativa è mediamente di 60 anni). Per le bambine, la differenza è persino maggiore: un divario di 19 anni separa l'aspettativa di vita nei Paesi ad alto reddito (82 anni) da quella nei Paesi a basso reddito (63 anni). Il gap è ancora più macroscopico in nove Paesi dell'Africa sub-sahariana: Angola, Repubblica centrafricana, Ciad, Costa d'Avorio, Repubblica democratica del Congo, Lesotho, Mozambico, Nigeria e Sierra Leone, dove l'aspettativa di vita, sia per le donne che per gli uomini, è tuttora inferiore ai 55 anni; o addirittura si attesta ai 50 nel Ciad, nella Guinea-Bissau e nello Swaziland; per salire ai 51 di Zambia e Somalia e ai 52 di Namibia e Nigeria;
un altro fattore fortemente impattante sulle aspettative di vita nei Paesi africani è rappresentato dalle malattie infettive (febbre gialla, colera, morbillo, aids, ebola ed altre) e dalle patologie ad esse correlate, che, secondo gli ultimi report dell'Organizzazione mondiale della sanità, costituiscono ancora oggi la causa del 70 per cento degli anni di vita persi dagli abitanti di quel continente;
mentre i sistemi di controllo occidentali sono in grado di fronteggiare un eventuale caso di contagio (con protocolli di isolamento nei centri attrezzati degli ospedali), analoghe strutture e misure di allerta mancano completamente nei Paesi dell'Africa sub-sahariana;
permane, tuttavia, il rischio che, in assenza di adeguati programmi di screening sanitario, le popolazioni di migranti possano introdurre o reintrodurre nei Paesi occidentali patologie infettive, anche sostenute da ceppi resistenti, assai subdole nella loro diffusione;
l'ultima «emergenza di salute pubblica a livello internazionale», dichiarata nel marzo 2014 dall'Organizzazione mondiale della sanità in relazione alla malattia da virus ebola, esplosa in Guinea, Liberia e Sierra Leone ed arrivata anche in Mali, Nigeria e Senegal, è, in tal senso, emblematica della necessità di migliorare e potenziare la prevenzione direttamente in quelle aree geografiche ove originano tali epidemie ed ha messo in luce come l'unico vero strumento idoneo a contrastare le cicliche emergenze sanitarie di provenienza africana permanga in primo luogo un sistematico ed organico intervento sul posto, attraverso: forme di monitoraggio e cooperazione internazionale, di coordinamento con le autorità locali finalizzate al rigoroso rispetto dei protocolli sanitari per limitare il rischio di contagio, mediante l'allestimento e l'attivazione dei centri di isolamento negli ospedali; la messa a disposizione, anche attraverso la formazione professione degli operatori sanitari locali, di risorse umane specialistiche e di know-how (di cui il nostro Paese dispone con punte di eccellenza internazionalmente riconosciute); fornitura di strumentazioni mediche di massima protezione (maschere ffp3, tute di sicurezza classe 3, termometri funzionanti a distanza) e così via;
nel 2014, il contributo italiano al fondo globale per la lotta all'aids, alla tubercolosi e alla malaria è stato di 1,049 miliardi di dollari (pari al 3,1 per cento del totale) ed ha posto il nostro Paese all'ottavo posto tra i donatori mondiali. Un analogo segnale non è stato, invece, registrato in concomitanza alla recente emergenza ebola. L'Italia, infatti, non risulta tra le nazioni che hanno contribuito maggiormente con risorse finanziarie a contrastare tale epidemia. In cima alla lista ci sono gli Stati Uniti con 750 milioni di dollari; la Banca mondiale con 400 milioni di dollari; il Regno Unito con 201 milioni di dollari; la African development bank con 150 milioni di dollari; la Germania con 130 milioni di dollari; la Francia con 89 milioni di dollari; il Canada con 57 milioni di dollari; il Giappone con 40 milioni di dollari; la Cina con 33 milioni di dollari e l'India con 12 milioni di dollari (Independent, 22 ottobre 2014);
la cronologia delle epidemie da ebola dal 1976 al 2012 (così come quella delle altre malattie infettive che trovano origine in Africa) ed il fatto che nei prossimi anni continueranno a susseguirsi con ritmo crescente gli sbarchi sulle coste italiane di immigrati e profughi provenienti dalle aree a maggior rischio epidemico dovrebbero indurre il Governo e le autorità sanitarie a tenere sempre alta la soglia di attenzione e prevenzione, non solo sul territorio nazionale ma soprattutto implementando il supporto specialistico ai sistemi di sanità pubblica dei Paesi africani;
il fenomeno degli sbarchi, dei flussi migratori e in genere la presenza sempre più strutturale e consolidata di immigrati nel nostro Paese genera una serie di paure non collegate solo all'aspetto sanitario sopra descritto, ma connesse alla percezione che l'immigrazione costituirebbe un «peso» per il sistema di welfare e, in particolare, per il sistema pensionistico italiano;
i dati ufficiali tenderebbero a smentire tale percezione: in Italia risiedono circa 5 milioni di immigrati regolari (il 9 per cento della popolazione) che garantiscono il 12 per cento del prodotto interno lordo italiano. La categoria di spesa su cui i costi per gli stranieri incide di più è quella carceraria (oltre un terzo della spesa totale destinata ai detenuti). In tutte le altre voci (istruzione primaria e secondaria, sanità, pensioni, disoccupazione, esclusione e protezione sociale), la spesa per gli stranieri non è mai superiore al 15 per cento del totale (Istat 2011);
complessivamente, gli immigrati beneficiano di 15 miliardi di euro in servizi e prestazioni sociali, poco più del 3,4 per cento sul totale della spesa pubblica considerata, questo anche perché, in termini assoluti, gli stranieri hanno un'età media inferiore della popolazione italiana che, al contrario, è portatrice di numerosi e diversificati bisogni di cura sanitaria, oltre che di richieste di prestazioni pensionistiche (ricerca, Istituto superiore di sanità, della Fondazione Ismu-Istituto per lo studio della multietnicità e Simm-Società italiana di medicina delle migrazioni, 2013);
attualmente, l'immigrazione sta dunque fornendo un prezioso contributo al sistema pensionistico italiano e sta risanando la relazione tra lavoratori attivi e pensionati, oggi fortemente sbilanciata, in termini di numero di soggetti coinvolti, a favore dei secondi. Il contributo degli immigrati sul versante previdenziale è stato più che positivo: secondo i dati forniti dall'Inps nel 2011, i contributi versati dagli stranieri hanno raggiungo infatti i 9 miliardi di euro;
in definitiva, le conclusioni del V rapporto annuale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, «I migranti nel mercato del lavoro in Italia» di luglio 2015, dimostrano una realtà, sia pur nella sua complessità e dinamicità, molto diversa dalla percezione negativa dei cittadini, con un trend che certifica come il lieve recupero occupazionale registrato nel 2014 sia da attribuirsi in gran parte alla manodopera straniera, anche in relazione alla vocazione da parte della popolazione immigrata a dare risposta ad esigenze del mercato del lavoro non considerate appetibili e conseguentemente non presidiate dai nativi italiani;
l'Italia, anche nel confronto con gli altri Paesi europei, continua a rappresentare un unicum. L'originalità del caso italiano è dato, in particolare, dalla presenza di un tasso di occupazione dei cittadini stranieri più alto di quello dei nativi, dalla presenza di trend dell'occupazione asimmetrici tra le diverse nazionalità (si contrae il numero di lavoratori italiani e cresce la platea dei lavoratori comunitari ed extracomunitari), dalla contemporanea crescita dell'occupazione, della disoccupazione e dell'inattività della popolazione straniera;
le complesse dinamiche del mercato del lavoro sono, dunque, in grado di orientare nuove riflessioni sui fenomeni migratori di questi ultimi anni, al punto che, nel caso di alcune specifiche mansioni, per i cittadini stranieri è possibile parlare di indispensabilità, visto anche l'effetto compensativo che essi svolgono in alcuni settori sottoposti a robusti processi di erosione della base occupazionale;
la complessa situazione sopra descritta, sia in relazione all'inevitabile aumento della spinta migratoria proveniente dall'Africa sub-sahariana per il permanere di conflitti regionali sommati a storiche ed irrisolte situazioni di povertà e bassissimi standard di vita, che in relazione alla ben nota crisi economica in atto da anni nel mondo occidentale, di cui ha pesantemente risentito anche la stessa manodopera straniera residente in Europa e in Italia, rende oggettivamente limitato lo spazio politico di intervento da parte dei Governi occidentali per rendere coerenti i flussi migratori alle reali possibilità di assorbimento e di integrazione nelle società più avanzate,

impegna il Governo:

a intensificare gli sforzi strategici di collaborazione economico-commerciale con i Paesi sub-sahariani già avviati, soprattutto favorendo la presenza di imprese italiane nei settori della grande distribuzione e delle infrastrutture e promuovendo un miglior approvvigionamento delle materie prime per l'industria italiana in cambio di partenariati per la diffusione di know how per lo sviluppo locale;
a chiedere con forza il coordinamento europeo di tutte le politiche di gestione dell'emergenza immigrazione, che renda possibile la piena condivisione delle responsabilità e delle linee di intervento tra tutti i Paesi membri dell'Unione europea;
a potenziare la propria azione di stimolo delle istituzioni internazionali verso nuove politiche di sostegno della crescita economica endogena, di pacificazione politica e sociale, di sviluppo della risposta sanitaria, che possano agire direttamente sui fattori di «spinta» e di «attrazione» all'origine della migrazione internazionale dai Paesi africani sub-sahariani verso i Paesi dell'area Unione europea/Area economica europea (Eea);
a verificare che le linee economiche di intervento a cui partecipa attivamente il nostro Paese abbiano un effettivo impatto sulla correzione dei fattori strutturali che sono alla base dell'emergenza immigrazione;
a dedicare particolare attenzione ai programmi di miglioramento delle condizioni dell'organizzazione sanitaria nei Paesi dell'Africa sub-sahariana, nella convinzione che i relativi indicatori rappresentino marker assai attendibili dello sviluppo economico, sociale e civile delle nazioni interessate in modo prevalente dai fenomeni migratori;
ad avviare un programma nazionale italiano, che valorizzi il know-how, le competenze e la tecnologia italiani per favorire rapporti di collaborazione, anche bilaterale, finalizzati al miglioramento degli standard di salute pubblica in quelle aeree, al fine di contrastare in loco le cicliche emergenze sanitarie;
a sostenere le organizzazioni non governative e le organizzazioni internazionali che si pongono analoghi obiettivi di sviluppo dell'appropriatezza dei sistemi sanitari dei Paesi dell'Africa sub-sahariana;
a favorire iniziative dell'Unione europea, con vincoli temporali chiari e obiettivi misurabili, rivolte a garantire l'autosufficienza sanitaria nei Paesi africani anche attraverso le seguenti azioni:
a) realizzazione di un sistema di formazione, istruzione continua e addestramento a favore degli operatori sanitari dei Paesi in via di sviluppo, e di quelli sub-sahariani in particolare, che utilizzi le competenze specialistiche italiane e i canali di collaborazione offerti dalle istituzioni internazionali, basato sull'esperienza e sulle best practice;
b) rafforzamento ed implementazione del coordinamento e del partenariato con le istituzioni e le autorità sanitarie locali, anche attraverso il potenziamento delle attività progettuali specifiche del Ministero della salute, del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale;
c) consolidamento dei livelli di aiuto e di assistenza tecnico-finanziaria a favore dei Paesi impegnati nella progettazione e/o nella modernizzazione dei propri sistemi sanitari;
d) progettazione e realizzazione di un sistema di accoglienza sanitaria e di screening sulle popolazioni di migranti che raggiungono il nostro Paese, che garantisca le migliori condizioni di sicurezza reciproca.
(1-01027) «Vargiu, Monchiero, Capua, Catalano, D'Agostino, Dambruoso, Librandi, Matarrese, Quintarelli, Vecchio».