• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

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Atto a cui si riferisce:
S.3/00398 SANTANGELO, SERRA, DONNO, FUCKSIA, MOLINARI, VACCIANO, PETROCELLI, MARTON, MUSSINI, CASTALDI, PUGLIA, MORRA - Ai Ministri dello sviluppo economico, degli affari esteri e della difesa -...



Atto Senato

Interrogazione a risposta orale 3-00398 presentata da VINCENZO SANTANGELO
martedì 1 ottobre 2013, seduta n.114

SANTANGELO, SERRA, DONNO, FUCKSIA, MOLINARI, VACCIANO, PETROCELLI, MARTON, MUSSINI, CASTALDI, PUGLIA, MORRA - Ai Ministri dello sviluppo economico, degli affari esteri e della difesa - Premesso che:

l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli come sancito dall'art. 11 della Costituzione italiana;

la legge 9 luglio 1990, n. 185, che regola l'export militare italiano, dispone che le aziende italiane produttrici di armi belliche non possano fare affari con Paesi in stato di conflitto armato o in cui siano accertate gravi violazioni dei diritti umani o la cui spesa militare sia eccessiva rispetto a quella sociale;

nell'anno 2012 le aziende italiane hanno continuato a firmare contratti senza rispettare tali criteri, producendo e vendendo i seguenti articoli del campionario made in Italy bellico: aerei, elicotteri, navi, blindati, artiglieria, bombe, missili, siluri, fucili, munizioni e armi chimiche antisommossa (i candelotti Cs prodotti dalla Simad, venduti in gran quantità alle polizie di Brasile, Bangladesh, Romania e Spagna);

a quanto risulta agli interroganti i Paesi con cui l'industria bellica italiana continua a firmare contratti sono: Israele, Stati Uniti, il regime algerino di Bouteflika, la dittatura monopartitica del Turkmenistan, la monarchia autoritaria degli Emiri Arabi, l'India, militarmente impegnata sia in Kashmir che nella guerriglia naxalita, il Ciad, la Turchia, l'Arabia Saudita, il Pakistan, la Libia, la Thailandia e l'Afghanistan;

tra i destinatari di esportazioni minori figurano altri Stati, quali Libano, Kosovo, Cina, Russia, Vietnam, Zambia, Bahrein, Oman, Colombia, Perù e Filippine. Quest'ultimo Paese, da decenni in conflitto con i guerriglieri islamici e comunisti, ha scalato rapidamente le classifiche dell'export bellico italiano grazie a una commessa a Fincantieri da 310 milioni di euro per la fornitura di due navi da guerra;

ai sensi della citata legge n. 185, per vendere le armi all'estero bisogna prima censire tutte le imprese che producono armamenti e registrarle presso il Registro nazionale delle imprese (RNI);

risulta agli interroganti che l'esportazione italiana è di gran lunga superiore a quella europea: nel 2011 in Italia l'export è stato pari a 2,6 miliardi, rispetto ad 1 miliardo dell'UE;

dal 2007 al 2011 l'Italia ha venduto armi pari a 3,2 miliardi di dollari a vari Paesi, ma il primato va alla Libia: durante il regime di Gheddafi, infatti, le armi italiane sono state le più diffuse. Inoltre, solo tra il 2007 e il 2009, l'Italia ha autorizzato l'invio di armi in Libia per un valore di 200 milioni di euro, pari ad un terzo di tutte le autorizzazioni dell'Unione europea;

dal rapporto presentato a Ginevra dall'Alto commissario dell'Onu per i diritti umani in data 13 giugno 2013, emerge che i due anni di guerra civile in Siria hanno causato oltre 93.000 morti - tra cui almeno 6.500 minori - e due milioni di sfollati di cui la metà sono bambini;

l'Assemblea dell'Onu il 15 maggio 2013 ha adottato una risoluzione riguardante la Siria che incoraggia il Consiglio di sicurezza a "considerare misure appropriate" a garantire che i responsabili delle violazioni dei diritti umani siano chiamati a rispondere delle loro azioni, chiede indagini indipendenti e imparziali su ogni possibile crimine contro l'umanità e crimine di guerra degli ultimi 26 mesi;

il meeting dei Ministri degli esteri del Consiglio d'Europa, tenuto in data 27 maggio 2013 si è concluso con un'articolata dichiarazione di principio, in cui si segnalano concetti quali la difesa dei diritti umani violati in Siria dal regime di Baššar al-Asad, la tutela delle minoranze religiose ed etniche contro ogni forma di integralismo, ed infine la condanna della proliferazione di armi chimiche, e del terrorismo di matrice islamica;

l'Unione europea aveva deciso di rinnovare le misure restrittive nei confronti della Siria già in scadenza il 31 maggio 2013, limitatamente a quelle di natura economica, mentre quelle relative alle forniture di armi erano state revocate, lasciando ad ogni Stato membro la facoltà di autoregolarsi;

considerato che:

l'articolo 1, comma 6, della legge 9 luglio 1990, n. 185, stabilisce che: "l'esportazione, il transito, il trasferimento intracomunitario e l'intermediazione di materiali di armamento sono altresì vietati: a) verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere; b) verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell'articolo 11 della Costituzione; c) verso i Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l'embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell'Unione europea (UE) o da parte dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE); d) verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell'UE o del Consiglio d'Europa; e) verso i Paesi che, ricevendo dall'Italia aiuti ai sensi della legge 26 febbraio 1987, n. 49, destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di difesa del paese; verso tali Paesi è sospesa la erogazione di aiuti ai sensi della stessa legge, ad eccezione degli aiuti alle popolazioni nei casi di disastri e calamità naturali";

dal rapporto di Amnesty International del 19 ottobre 2011 sui trasferimenti di armi in Medio Oriente e Africa del nord si apprende che i principali fornitori di armi alla Tunisia, Egitto, Siria e Yemen (fornitori principalmente di armi, proiettili ed equipaggiamento militare e di polizia usati per uccidere, ferire e imprigionare arbitrariamente migliaia di manifestanti pacifici) sono: Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia e Stati Uniti d'America. Il rapporto citato mostra quindi il fallimento dei controlli sulle esportazioni del 2011;

la decisione 2010/336/PESC del Consiglio europeo, del 14 giugno 2010, "relativa alle attività dell'UE a sostegno del trattato sul commercio di armi nell'ambito della strategia europea in materia di sicurezza", mira, tra l'altro, a migliorare e a rendere sempre più trasparente la regolamentazione del commercio di armi;

l'articolo 6 del testo finale Arms trade treaty votato all'Assemblea generale dell'ONU il 2 aprile 2013, A/CONF. 217/2013/L.3 prevede che ogni Stato parte non debba autorizzare il trasferimento di armi convenzionali, munizioni, parti e componenti qualora tali esportazioni siano in contrasto: con gli obblighi di cui alle misure adottate dal Consiglio di Sicurezza in virtù del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, in particolare gli embarghi sulle armi; con rilevanti obblighi internazionali derivanti da accordi dei quali lo Stato sia parte, in particolare quelli concernenti i trasferimenti o i traffici illeciti di armi convenzionali. Lo Stato parte, altresì, non deve autorizzare un trasferimento quando le armi o i componenti potrebbero essere usati per: genocidi, crimini contro l'umanità o per gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949; attacchi diretti contro obiettivi civili o la proprietà civile; altri crimini di guerra definiti da accordi internazionali di cui lo Stato sia parte.

le ultime vicende di cronaca indicano l'Italia come Paese che ha contribuito ad armare il regime di Damasco e i ribelli che si fronteggiano da due anni causando 90.000 vittime e il contributo italiano sembra essere passato sotto traccia perché le forniture non hanno riguardato tanto le armi pesanti come i sistemi di puntamento per i carri russi, che l'Italia ha venduto alla Siria fino al 2009 per oltre 230 milioni di euro, ma la vendita di partite di armi leggere, più facili da piazzare e smerciare ma anche le più pericolose tra le armi di distruzione di massa,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo, alla luce dei fatti esposti in premessa, non ritengano che la vendita di armi a determinati Paesi sia in aperto contrasto con quanto disposto dall'art. 1 della legge n. 185;

a quanto ammontano le partite di armi leggere che il nostro Paese ha venduto nel territorio interessato dal conflitto e sotto embargo da tre anni, visto che secondo fonti ufficiali, quali ad esempio le relazioni del Governo sull'export, non risulta nessuna informazione a riguardo in quanto i dati si riferiscono alle armi ad uso bellico, come prevede la legge n. 185;

quali siano i motivi per cui alla commessa delle armi leggere si applichi la legge 18 aprile 1975, n. 110, che non prevede comunicazioni obbligatorie al Parlamento e consente ai container di uscire dal radar dei controlli e dagli elenchi delle contabilità ufficiali, come già successo diverse volte, l'ultima nel 2009, in Libia, quando nel distretto delle armi di Brescia si registrò un exploit da 8 milioni di euro nelle forniture destinate a Gheddafi;

le ragioni per cui si consente il transito di armi e materiale bellico verso la Siria in porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, acque territoriali e spazio aereo italiano, da qualsiasi parte dell'Europa provengano, nonostante la posizione 2008/944/PESC del Consiglio UE, che stabilisce che le licenze di esportazione devono essere subordinate all'osservanza dei diritti umani da parte del paese che importa le armi.

(3-00398)