• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

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Atto a cui si riferisce:
C.4/02130 la diga di Abate Alonia (o diga del Rendina) è situata in provincia di Potenza, in agro del comune di Lavello ed al confine con i comuni di Melfi, Venosa e Rapolla. La diga sin dalla sua...



Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-02130presentato daPLACIDO Antoniotesto diGiovedì 10 ottobre 2013, seduta n. 94

PLACIDO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti . — Per sapere – premesso che:
la diga di Abate Alonia (o diga del Rendina) è situata in provincia di Potenza, in agro del comune di Lavello ed al confine con i comuni di Melfi, Venosa e Rapolla. La diga sin dalla sua realizzazione, 1956, è stata gestita dal Consorzio di Bari (prima della fossa Premurgiana, poi Appulo Lucano). Dal 1994 la struttura è passata per competenza territoriale al Consorzio Vulture Alto-Bradano, istituito proprio in quell'anno;
il bacino sotteso dallo sbarramento è situato nella parte Nord-Orientale della Basilicata e comprende in tutto e in parte i comprensori comunali di Lavello, Melfi, Venosa, Rionero in Vulture, Barile, Rapolla, Ginestra, Ripacandida, Atella, Filiano, Maschito, Forenza, Palazzo San Gervasio e Banzi, in provincia di Potenza;
lo sfruttamento della diga a pieno regime non solo garantirebbe risorsa sufficiente a tutto il territorio irriguo a valle (Lavello, Basso Melfese ed anche in parte la Puglia) ma potrebbe anche essere sfruttato a fini di produzione idroelettrica;
nell'estate del 1986, dopo quasi 30 anni di regolare esercizio, si manifestarono sul coronamento della diga a partire dalla spalla sinistra, alcune lesioni che progressivamente si estesero verso la zona centrale. Il presidente della IV sezione del Consiglio superiore tenendo conto delle risultanze del «Rapporto di progresso sulle indagini svolte, sulle attuali condizioni di stabilità del rilevato diga e sul possibile esercizio del serbatoio ad invaso parziale» (redatto dal professor V. Cotecchia nel febbraio 1989) cautelativamente impose una limitazione di invaso a quota 190,00 metri sul livello del mare. Tale limitazione fu confermata dal S.N.D. (servizio nazionale dighe) con nota n. 4196 del 21 giugno 1996, consentendo tuttavia il raggiungimento della quota 191,30 metri sul livello del mare unicamente in condizioni di eventi di piena eccezionali;
a seguito dell'espletamento dei richiesti studi ed indagini sul fenomeno fessurativo il Consorzio di Bonifica Vulture Alto-Bradano commissionava al professor Vincenzo Cotecchia la redazione di un «Progetto esecutivo degli interventi di ripristino e di adeguamento funzionale del diga»; il progetto è stato oggetto di successivi adeguamenti alle osservazioni della servizio nazionale dighe si esprimeva con nota prot. n. 8011 del 20 dicembre 1996; a seguito dell'ultimazione dell'opera, il registro italiano dighe (già SND) con nota prot. 4590 del 11 marzo 2002 autorizzava un invaso tecnico temporaneo della durata di 30 giorni per la verifica della funzionalità della apparecchiature di manovra dello scarico di fondo per la taratura della strumentazione. L'autorizzazione era poi prorogata all'inizio della stagione irrigua;
nel corso dei lavori, prima della riprofilatura del corpo diga, si era già verificato nel giugno del 1999 il cedimento di un tratto del coronamento nella zona in cui nel 1986 si era prodotto un dissesto trasversale con oggetto a valle;
successivamente all'autorizzazione agli invasi sperimentali del 2002, a seguito di un invaso rapido seguito da un rapido svaso, sono apparse sul coronamento delle fessure longitudinali, di apertura superiore al centimetro, che hanno interessato una zona della diga di lunghezza pari a circa 700 metri, a partire dalla spalla sinistra. Il fenomeno è stato posto sotto osservazione sia strumentale che topografica. A seguito di tali eventi e sulla base delle risultanze delle osservazioni ed analisi effettuate, la commissione di collaudo sui lavori di ripristino ed adeguamento funzionale della diga del Rendina, nominata ex articolo 14 del decreto del Presidente della Repubblica 1o novembre 1959 n. 1363, nella relazione finale del 15 dicembre 2005 ha ritenuto non collaudabile la diga e non possibile il prosieguo degli invasi sperimentali, a meno di acquisire informazioni più dettagliate sul fenomeno fessurativo in atto ed adottare procedure codificate per la gestione delle piene;
tali attività, avviate dal Consorzio, necessitano di essere portate a compimento. Successivamente, nei mesi di marzo-aprile 2006, per effetto di alcuni eventi di piena di particolare intensità, verificatesi nel periodo di scioglimento delle nevi, la diga aveva repentinamente raggiunto livelli di invaso prossimi a quota 194,00 metri sul livello del mare;
il registro italiano dighe, temendo che tali rilevanti e rapidi innalzamenti del livello di invaso potessero compromettere la stabilità del corpo diga raggiungendo la zona «fessurata», imponeva all'ente gestore l'approntamento di soluzioni immediate volte alla mitigazione del potenziale pericolo per le popolazioni a valle;
il progetto di mitigazione del rischio, approvato dal reparto italiano dighe e successivamente autorizzato e finanziato dalla regione Basilicata dipartimento infrastrutture e mobilità, è stato realizzato nel 2008 ed ha comportato un abbassamento della soglia di sfioro che riduce drasticamente la capacità di accumulo del serbatoio artificiale a 6 milioni di metri cubi circa. A seguito della ripresa del già citato fenomeno fessurativo il professor Cotecchia redigeva per il Consorzio un «Rapporto tecnico sulle osservazioni svolte dagli apparecchi di misura e controllo fino a Gennaio 2005» che era consegnato all'ufficio periferico di Napoli del servizio dighe. Nel citato rapporto si perveniva alla conclusione che il rilevato della diga era interessato da un fenomeno deformativo ancora in evoluzione. Si ipotizzava inoltre che l'apertura delle lesioni fosse da collegarsi all'evento di invaso-svaso rapido subito nel 2003 per effetto degli sforzi di trazione generati dal fenomeno. Si escludeva infine l'ipotesi di innesco di fenomeni di instabilità;
nella medesima nota il registro italiano dighe affermava di non ritenere sussistenti le condizioni per il mantenimento del serbatoio in condizione di invaso ed invitava il Consorzio a considerare la diga in condizioni di non invasabilità. Le verifiche topografiche effettuate e periodicamente consegnate all'ufficio dighe non hanno evidenziato apprezzabili ulteriori deformazioni del corpo diga negli ultimi anni;
a causa del forte trasporto solido dei bacini contribuenti il fenomeno dell'interrimento del bacino di invaso con la conseguente progressiva riduzione del volume utile e particolarmente frequente nella diga del Rendina, già in passato furono effettuati lavori di rimozione del materiale sedimentato sul fondo del lago (attività detta di sfangamento);
la prima operazione di sfangamento fu effettuata dal Consorzio di bonifica appulo-lucano nel periodo 1969-1975. Nei successivi 20 anni di esercizio della diga furono ripetuti alcuni parziali interventi;
un secondo significativo sfangamento veniva eseguito, nell'ambito dei lavori di risanamento strutturale della diga per liberare dai sedimenti la parte di serbatoio più prossima al piede del paramento di monte della diga stessa;
successivamente, la necessità di realizzare più importanti interventi di sfangamento atti a recuperare, almeno parzialmente, l'originaria capacità di invaso della diga, induceva il Consorzio a predisporre (1993) un progetto di ripristino globale del sistema Rendina che fronteggiasse anche la sempre crescente richiesta d'acqua proveniente dai settori agricolo ed industriale;
il progetto che prevedeva l'asportazione di circa 1,5 milioni di metri cubi di sedimenti, approvato e finanziato dal Ministero delle politiche agricole forestali e alimentari, fu appaltato ma mai realizzato a causa di una rescissione contrattuale;
il Ministero ha tuttavia mantenuto e riconfermato il finanziamento rifinalizzandolo alla realizzazione di un progetto stralcio che attualmente oggetto di appalto da parte dell'ente concessionario che gestisce la diga dal 1984 denominato Consorzio di Bonifica Vulture Alto-Bradano;
la versione esecutiva di quest'ultimo progetto, redatta ancora una volta dal professor Cotecchia nel 2005, ha subito un lungo iter approvativo e successivi adeguamenti, ottenendo soltanto alla fine del 2011 tutte le necessarie approvazioni, propedeutiche al bando di gara;
il Consorzio sarebbe oggi in grado di affidare i lavori, considerato che la procedura di gara si è chiusa, ma non è nelle condizioni di siglare il contratto di appalto a causa della mancata approvazione dei bilanci consortili 2011 e 2012;
l'esecuzione dei lavori permetterebbe il recupero di circa un milione di metri cubi di volume invasabile, assai utili nelle condizioni di parziale autorizzazione dell'invaso. Il programma dei lavori prevede tempi di esecuzione pari a 24 mesi ed un importo complessivo del finanziamento attestato sulla cifra di euro 10.330.000 circa;
è utile considerare che l'ufficio nazionale dighe autorizzerebbe il rinvaso, anche se a quota limitata, al termine dei lavori di sfangamento a condizione che si implementi il sistema di allerta meteo sul bacino imbrifero;
da tutto quanto ricostruito appare dunque oggi necessario perseguire due obiettivi distinti, ma funzionali l'uno all'altro: il rapido avvio dei lavori di sfangamento e la progettazione degli interventi di ripristino definitivo del corpo diga e quindi della totale capacità di invaso (28 milioni di metri cubi rispetto agli attuali 6 milioni, compreso il volume recuperato a seguito dello sfangamento);
l'autorizzazione dell'invaso parziale che si otterrebbe a seguito di questi interventi, produrrebbe un'effetto benefico immediato per il territorio a valle, rendendo disponibile un volume di circa 7 milioni di metri cubi, necessario alla ripresa delle regolari attività di irrigazione sull'intero comprensorio di Gaudiano e svincolerebbe l'ente dall'oneroso utilizzo della risorsa proveniente dall'Ofanto;
i fondi ministeriali stanziati,inoltre, sono già disponibili per l'esecuzione dei lavori;
per il totale risanamento della diga si dovrà, invece, come prescritto dall'ufficio nazionale dighe redigere una perizia che definisca una volta per tutte le cause che hanno generato l'innesco del fenomeno di fessurazione ed individui soluzioni atte ad arrestarlo;
definita l'entità dei lavori di risanamento si potrà, infine accedere alle risorse della programmazione irrigua nazionale (PIN-Ministero delle politiche agricole e forestali);
in conclusione, essendo la diga del Rendina una struttura di importanza strategica per lo sviluppo del territorio locale e della vicina Puglia e disponendo di notevoli potenzialità di produzione energetica, appare indilazionabile puntare all'immediato recupero quantomeno della sua parziale capacità di invaso;
il conseguimento di tale obiettivo minimo, tuttavia, è oggi impedito dalla situazione di dissesto finanziario in cui versa il Consorzio di bonifica che ne ha paralizzato le indispensabili attività gestionali –:
quali iniziative, nell'ambito delle competenze statali, il Governo ritenga di poter attivare per favorire il ripristino delle strutture e della piena funzionalità della diga del Rendina, eventualmente rendendo disponibili risorse di cui all'apposito fondo gestito dal commissario ex Agensud del Ministero delle politiche agricole e forestale, al fine di consentire la redazione della citata perizia studio;
se il Governo consideri opportuno, in funzione di uno sblocco dell'attuale situazione di stallo, convocare un tavolo di confronto fra i vari soggetti e livelli territoriali e giuridici di competenza.
(4-02130)