• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

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Atto a cui si riferisce:
S.3/02404 COTTI, BLUNDO, CAPPELLETTI, SANTANGELO, TAVERNA - Ai Ministri della difesa e degli affari esteri e della cooperazione internazionale - Premesso che: la legge n. 185 del 1990, recante...



Atto Senato

Interrogazione a risposta orale 3-02404 presentata da ROBERTO COTTI
giovedì 26 novembre 2015, seduta n.544

COTTI, BLUNDO, CAPPELLETTI, SANTANGELO, TAVERNA - Ai Ministri della difesa e degli affari esteri e della cooperazione internazionale - Premesso che:

la legge n. 185 del 1990, recante "Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento", all'articolo 1, comma 1, sancisce che "L'esportazione, l'importazione ed il transito di materiale di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell'Italia";

al comma 6, lettera a), vieta espressamente l'esportazione, il transito, il trasferimento intracomunitario e l'intermediazione di materiali di armamento a in Paesi in stato di conflitto e i cui Governi siano responsabili di violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani;

considerato che:

dal 26 marzo 2015 l'Arabia saudita, insieme a numerosi altri Paesi (Egitto, Marocco, Sudan, Emirati arabi uniti, Kuwait, Qatar e Bahrein) ha avviato un conflitto armato denominato "Tempesta decisiva", che avrebbe lo scopo dichiarato di proteggere e difendere il Governo legittimo e respingere l'aggressione Houthi, contrastando la presenza di Al-Qaeda ed Isis in territorio yemenita;

il conflitto, avviato senza consultazione e autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma col solo benestare della Lega Araba, ha finora provocato una catastrofe umanitaria con oltre 6.000 morti, di cui più della metà tra la popolazione civile yemenita, 25.000 feriti, un milione di sfollati, 21 milioni di persone che abbisognano di urgenti aiuti umanitari e 6 milioni che necessitano di assistenza di primo soccorso, tanto da portare lo scorso 16 novembre il Consiglio europeo ad esprimere gravi preoccupazioni per ciò che sta accadendo in Yemen, in particolare per gli attacchi indiscriminati contro le infrastrutture civili, in particolare le strutture sanitarie, le scuole e gli impianti idrici, i porti e gli aeroporti, nonché per l'uso di edifici civili a scopi militari. Tra gli esempi di obiettivi certamente civili colpiti vi sono i quartieri di abitazioni della città di Sana'a, ed il bombardamento, lo scorso 28 settembre, durante un ricevimento matrimoniale con 135 vittime presso la città di Mocha;

secondo il Consiglio europeo la situazione di instabilità determinata viene sfruttata a proprio vantaggio da gruppi estremisti e terroristici, quali Al-Qaeda nella Penisola arabica (AQAP) e Daesh nello Yemen;

la monarchia saudita è responsabile di gravi e reiterate violazioni dei diritti umani, come denunciano da anni le principali e riconosciute organizzazioni non governative, le quali hanno documentato le reiterate violazioni dei diritti umani e la costante pratica delle punizioni corporali, della tortura e della pena di morte, anche per reati minori, inflitta con la decapitazione pubblica. In tal senso risulta formalmente ancora in vigore la condanna "per offesa all'Islam" al blogger Raif Badawi a 10 anni di prigione e mille frustate, mentre nelle scorse settimane la Corte penale speciale e la Corte suprema saudite hanno confermato la sentenza capitale nei confronti del giovane attivista sciita Ali Mohammed Baqir al-Nimir per la partecipazione a manifestazioni antigovernative all'età di 17 anni;

a Domusnovas, in provincia di Cagliari, è operante lo stabilimento della Rwm Italia munitions Srl (società sussidiaria del gruppo tedesco Rheinmetall Defence), il cui core business, secondoil sito dell'Aiad (Aziende italiane per l'aerospazio, la difesa e la sicurezza), è rappresentato da "bombe d'aereo e da penetrazione, caricamento di munizioni e spolette, sviluppo e produzione di teste in guerra per missili, siluri, mine marine, cariche di demolizione e controminamento". Peraltro, la Rwm Italia munitions Srl produrrebbe anche le cosiddette "bombe d'aereo di penetrazione Blu 109", come evidenzia il sito internet dell'Aiad, ovvero ordigni che possono contenere uranio impoverito;

la "Reported.ly", che si è occupata del suddetto conflitto, anche sulla base di documentazione ufficiale riservata acquisita per vie traverse, ha documentato come la spedizione di componenti di bombe utilizzate dalla coalizione militare capitanata dall'Arabia Saudita, contenute in 6 container da 12 metri con all'interno ordigni classificati MK82 e MK84, prodotti in Sardegna da Rwm Italia munitions Srl, sia partita dall'Italia a maggio 2015 per arrivare a Gedda, in Arabia Saudita. Da lì gli armamenti sarebbero stati trasferiti a Jebel Ali (Dubai) e poi via terra ad un centro di produzione di armi di Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi, per l'assemblaggio finale corrisposto dall'azienda Burkan Munitions Systems;

nella mattina del 29 ottobre 2015, e nella notte del 19 novembre 2015, sempre provenienti dalla Rwm Italia munitions Srl di Domusnovas, sono stati caricati presso l'aeroporto civile di Elmas (Cagliari), a pochi metri da aerei di linea per il trasporto passeggeri appena atterrati o in procinto di decollare, su un jumbo della Silkway (AzerbaiJan) con destinazione certa (nel primo carico) in At Ta'if, base militare della Royal Saudi Armed Forces, ingenti quantitativi di ordigni militari contraddistinti da segnaletica indicante "esplosivo". Lo scorso 20 novembre, altri ordigni militari, sempre provenienti dalla Rwm Italia munitions Srl di Domusnovas, sono stati inviati in Arabia Saudita, mediante trasporto stradale e marittimo, attraverso il porto di Olbia, su un cargo della Moby Lines avente come prima destinazione Piombino;

Mark Hiznay, esperto di armi di "Human Rights Watch" (organizzazione internazionale che opera senza scopo di lucro per promuovere la cultura dei diritti umani e la tutela dei diritti civili), ha spiegato a "Reported.ly" che le bombe utilizzate dall'Arabia Saudita in Yemen sono realizzate per causare danni, morti e lesioni grazie alla deflagrazione e all'effetto di frammentazione;

oltre alle spedizioni di parti necessarie a comporre le bombe MK82 E MK84, "Reported.ly" ha confermato che la Rwm Italia esporta anche un altro tipo di bombe, le MK83, alcune delle quali possono essere direttamente rintracciate in Yemen. Ole Solvang, ricercatore di "Human Rights Watch", ha fotografato resti di ordigni Rwm utilizzati in Yemen dalla coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita, riconducibili alla produzione sarda di Domusnovas in ragione delle sigle identificative ivi riportate;

considerato inoltre che:

in base al Trattato sul mercato degli armamenti e alla "Common Position" dell'Unione europea sull'export di armamenti, l'Italia deve seguire una rigorosa valutazione del rischio, caso per caso, su ogni proposta di trasferimento di armamenti per determinare se c'è il sostanziale rischio che le armi possano essere usate da chi le riceve per compiere o facilitare gravi violazioni delle leggi internazionali sui diritti umani. In base a tali elementi l'Italia sarebbe tenuta a negare la licenza per l'esportazione;

il decreto legislativo 22 giugno 2012, n. 105 ha modificato la legge n. 185 del 1990 sul controllo dell'esportazione dei materiali di armamento, in attuazione della direttiva 2009/43/CE, vietando l'esportazione di armi, quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei prodotti per la difesa, prevedendo altresì l'eventuale sospensione o revoca di autorizzazioni già concesse per gravi motivi nel frattempo subentrati;

considerato altresì che:

Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica, società controllata dal Ministero del tesoro, intervenendo il 19 novembre 2015 in un convegno sulla Nato promosso dell'Istituto Affari internazionali, in merito al dibattito sui finanziatori dell'Isis, all'indomani dell'attacco terroristico di Parigi, avrebbe dichiarato, come riportato dai principali mezzi di informazione italiani, che l'azienda "non si pone il problema di fare affari con i Paesi arabi da cui partono finanziamenti verso l'autoproclamato Califfato" ("il Fatto Quotidiano", del 23 novembre 2015);

nella stessa occasione, il Ministro della difesa, Roberta Pinotti, avrebbe riferito che le forniture di bombe aeree all'Arabia Saudita sarebbero "regolari" e "nel rispetto della legge", riconoscendo che "all'interno dei Paesi arabi ci sono state raccolte di fondi di fondazioni private che dicevano di avere fini caritatevoli e che in realtà finanziavano i terroristi" ("il Fatto Quotidiano", del 23 novembre 2015);

Riccardo Noury, portavoce di "Amnesty International" Italia, dinanzi alla catastrofe umanitaria in atto in Yemen, ha ricordato i reiterati appelli al Governo italiano per l'istituzione di una Commissione di inchiesta internazionale sui crimini di guerra, commessi in Yemen e per la sospensione immediata dei trasferimenti di armamenti;

nell'ultimo quinquennio, la meta principale delle esportazioni italiane di armi è stato il Medio Oriente, come si evince dalle relazioni inviate dal Governo alle Camere: 5 miliardi di euro, rispetto ai poco meno di 4 del 2005-09. Un miliardo e 200 milioni di armi sono state vendute all'Arabia Saudita, che negli ultimi 10 anni ha aumentato la spesa del 156 per cento;

nel rapporto della "Rete Italiana per il Disarmo" del settembre 2015, a pagina 10, si spiega come, nonostante la legge n. 185 del 1990, le aziende produttrici ed il Governo italiano possano ignorare le denunce di violazioni del divieto di esportazione di armi verso Paesi belligeranti, nonostante la recente entrata in vigore del Trattato internazionale sul commercio delle armi, che, all'articolo 6, prevede il divieto, per gli Stati aderenti di autorizzare l'esportazione di armamenti, qualora si sia a conoscenza del fatto che possano essere utilizzati per commettere atti di genocidio, crimini contro l'umanità, gravi violazioni della convenzione di Ginevra del 1949, attacchi diretti a obiettivi o a soggetti civili o altri crimini di guerra;

nel rapporto "Don't Bank on the bomb", dell'organizzazione olandese "PAX for Peace", recentemente pubblicato, vengono evidenziati i rapporti che intercorrono tra le più importanti banche, fondi pensione, compagnie di assicurazione e agenzie-progetti che sviluppano o producono sistemi di supporto e/o armamenti nucleari. Dieci tra le 382 più importanti istituzioni finanziarie del mondo (per un totale di 493 miliardi di dollari investiti in 26 società coinvolte nella produzione, nella manutenzione o stoccaggio di armi nucleari) sono italiane o hanno sede in Italia: queste aziende stanno fornendo i componenti necessari per sviluppare, testare, mantenere e modernizzare armi nucleari. La quasi totalità delle 10 istituzioni finanziarie italiane che investono in qualche modo su aziende, aventi interessi sul nucleare ha puntato su Finmeccanica, azienda italiana coinvolta nella progettazione, sviluppo e consegna di due "Transporter Erector Replacement Vehicles" di supporto al missile balistico intercontinentale (ICBM) Minuteman III degli Stati Uniti, ma anche in una joint venture per fornire all'arsenale militare francese missili a medio raggio aria-superficie. Una di esse, in particolare (Unicredit) ha rapporti finanziari in corso con l'americana AECOM (che fornisce assistenza tecnica e servizi al NNSS, meglio conosciuto come Nevada Test Site, sito fondamentale per l'infrastruttura nucleare degli Stati Uniti) e col Gruppo Airbus (società olandese che fornisce componenti e assistenza ai sottomarini nucleari M51 della marina francese);

l'autorevole centro di ricerca "Sipri" di Stoccolma, in uno studio basato sulle sole esportazioni legali, ha documentato come il mercato globale dei "sistemi di difesa", soprattutto verso l'Africa e l'Asia, stia conoscendo un'età dell'oro, con incrementi superiori del 16 per cento nell'ultimo quinquennio. Secondo il rapporto del più accreditato centro di ricerca indipendente, la significativa crescita delle importazioni in Arabia Saudita e il suo balzo al secondo posto dei Paesi importatori è davvero degno di nota. Un dato ampiamente confermato dal "Global Reported Arms Trade", il registro del commercio di armi tenuto dall'Onu. In questo infatti si legge che il 43 per cento delle importazioni globali di missili riguarda l'Arabia Saudita e l'11 per cento gli Emirati Arabi Uniti. L'Italia, dunque, in questo commercio risulterebbe ottavo Paese esportatore al mondo: nel 2014 avrebbe visto un incremento del 23,3 per cento del valore globale delle licenze di esportazione, per un valore totale di 2,65 miliardi di euro e solide relazioni commerciali con gli Emirati Arabi Uniti (11,5 per cento del totale) e Arabia Saudita (6,1 per cento);

per l'Unodc (ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), l'agenzia Onu che si occupa di criminalità e droga, il 90 per cento dei traffici illegali di armi proviene dal commercio legale, frutto di triangolazioni o dall'aver armato gruppi che poi cambiano alleanze, mentre l'autorevole istituto universitario di alti studi internazionali e dello sviluppo di Ginevra, nel suo ultimo rapporto "Small Arms Survey" scrive che "Daesh ha avuto disponibilità di armi provenienti dall'Arabia Saudita", documentando l'Italia al 2° posto, a livello mondiale, tra gli esportatori di small arms, con entità raddoppiate, che passano dai 323 milioni di dollari del 2001 ai 544 nel 2012, fino ad arrivare a 5.700 milioni di dollari in tutto il periodo considerato;

nell'ultimo rapporto di "Conflict Armament Research" (struttura finanziata dall'Unione europea) e più precisamente con il "Dispatch from the Field", viene documentato l'esito della particolare indagine sul campo che ha analizzato un campione di munizioni, utilizzate dallo "Stato" islamico in Iraq e in Siria, rilevando così il supporto di armamenti, diretto o indiretto, degli stati occidentali e orientali (Russia e Cina in primo piano) all'Isis;

il 16 luglio 2015 il "Financial Times", in un articolo di David Gardner, dal titolo "The toxic rivalry of Saudi Arabia and Isis", ha riportato la seguente frase del defunto principe Saud Feisal al segretario di Stato Usa John Kerry: "Daesh è la nostra risposta sunnita al vostro appoggio in Iraq agli sciiti dopo la caduta di Saddam";

Alberto Negri de "Il Sole-24 Ore", in un articolo del 19 novembre 2015, dal titolo "La Saudi connection che frena la lotta all'Isis", documenta come la politica estera dell'Arabia Saudita sia intossicata dalle involuzioni di Riad con i jihadisti, mentre la sua campagna militare in Yemen, denominata "Tempesta decisiva", è diventata un Vietnam del Golfo". E aggiunge: "Negli ultimi cinque anni i sauditi hanno acquistato sistemi d'arma da Washington per 100 miliardi di dollari, di cui 12 negli ultimi mesi, nonostante il Congresso abbia sottolineato la persistente violazione dei diritti umani e i crimini di guerra in Yemen". Per poi concludere: "Ecco cosa significa la Saudi Connection, una delle molteplici ragioni perché la guerra al Califfato finora è stata frenata da un mix di affari militari, petrolio e investimenti esteri di uno Stato dove si applica la sharia più duramente di qualunque altro posto al mondo, tranne naturalmente il Califfato di Al Baghdadi";

per quanto riportato dal quotidiano "Bild", a seguito della protesta di molti politici, che chiedevano da mesi il blocco delle esportazioni militari verso Riyad, accusandola di sostenere l'Isis, il Bundessicherheitsrats, Consiglio di sicurezza federale tedesco composto dalla cancelliera Angela Merkel, dal suo vice Sigmar Gabriel e da altri 7 Ministri, avrebbe deciso nel gennaio 2015 di sospendere ogni fornitura militare verso l'Arabia Saudita, perché la situazione nella regione è troppo instabile. La notizia, rilanciata poi da tutta la stampa tedesca, non sarebbe stata smentita dal Governo di Berlino;

secondo il quotidiano "Bild", la destabilizzazione della regione per via del clandestino sostegno ai jihadisti dell'Isis da parte di potenti lobby saudite capitanate dall'ex capo dei servizi segreti di Riyad, principe Bandar bin Sultan, ex ambasciatore a Washington poi capo del Consiglio di sicurezza nazionale saudita, avrebbe portato Hillary Clinton, anni fa, ad indicare nell'Arabia Saudita la principale fonte di finanziamento del terrorismo globale, Al Qaeda compresa, che avrebbe giocato un ruolo anche negli attentai dell'11 settembre 2001;

unitamente al Qatar e agli Emirati Arabi Uniti, a detta del Sottosegretario statunitense per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, David Cohen, l'Arabia Saudita costituisce un habitat permissivo che consente ai terroristi di alimentarsi,

si chiede di sapere:

se si ritenga di poter escludere tassativamente che gli armamenti, o loro componenti, prodotti in Sardegna, o in altre parti d'Italia, e venduti all'Arabia Saudita, siano stati usati per bombardamenti in Yemen e sia stata accertata la definitiva destinazione dei materiali di armamento, o parte di essi, prodotti a Domusnovas e movimentati il 29 ottobre 2015 e il 19 e 20 novembre 2015, ovvero se, in base alla normativa vigente, siano state chieste al produttore garanzie circa l'impiego dei materiali, ivi incluse certificazioni di utilizzazione finale e informazioni dettagliate sugli utilizzatori finali;

se si ritenga che l'esportazione e la movimentazione di armi dall'Italia e le autorizzazioni alla produzioni di tali armamenti sul territorio italiano siano da considerarsi "conformi alla politica estera e di difesa dell'Italia", come recita l'articolo 1, comma 1, della legge n. 185 del 1990;

se si ritenga che l'impegno globale dell'Italia nel commercio di armamenti, con coinvolgimento, anche delle banche nel finanziamento dell'acquisto di componenti necessari per sviluppare, testare, mantenere e modernizzare armi nucleari sia "conforme alla politica estera e di difesa dell'Italia", come recita l'articolo 1, comma 1, della legge n. 185 del 1990;

se si ritengano dette esportazioni in regola con la vigente normativa italiana e con le disposizioni internazionali in difesa dei diritti umani, ossia che armamenti, o parte di essi, prodotti in Italia vengano trasferiti in Arabia Saudita, nazione impegnata in un conflitto armato in Yemen, non autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;

se la vendita di armamenti, o parte di essi, ai Paesi come l'Arabia Saudita, sia autorizzata, in quanto non considerati "belligeranti" e dunque esclusi come previsto dall'art. 1 comma 6, della legge n. 185 del 1990, oppure in quanto Paesi con cui si sono fatti accordi internazionali di cui all'art. 1, comma 9, lettera b);

se non si reputi opportuno farsi parte diligente per promuovere l'istituzione di una Commissione di inchiesta internazionale sui crimini di guerra commessi in Yemen, con la sospensione immediata dei trasferimenti di armamenti, o parti di essi, in Arabia Saudita o nei Paesi, che con essa fanno parte della coalizione impegnata nel conflitto in Yemen;

se siano condivisibili le dichiarazioni rese dall'amministratore delegato Finmeccanica, secondo il quale l'azienda, controllata dal Ministero dell'economia e delle finanze, non si pone il problema di fare affari con i Paesi arabi, da cui partono finanziamenti verso l'autoproclamato Califfato;

se si ritenga che, date le interrelazioni confuse tra fazioni in conflitto nell'area Medio-Orientale, con possibilità che alcuni Stati formalmente amici o alleati possano finanziare, per vie traverse, i fautori del cosiddetto "Stato Islamico", sarebbe opportuno adottare un comportamento prudenziale, in relazione al commercio di armi, provvedendo a bloccare completamente il commercio con Stati, anche solo sospettati di avere rapporti con l'Isis o altre fazioni armate in conflitto, non autorizzate dall'Onu;

quale sia il tipo di armamenti, o parte di essi, con precisione di sigla, che vengano prodotti a Domusnovas dalla Rwm Italia munitions Srl, per poi essere trasferiti in Arabia Saudita;

di quante licenze/autorizzazioni disponga la Rwm Italia per l'export in Arabia Saudita degli stessi armamenti, o parte di essi, e quando sarebbero state rilasciate.

(3-02404)