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Atto a cui si riferisce:
C.1208 Divieto di svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi nelle acque del Mare Adriatico


Frontespizio Relazione Progetto di Legge
XVII LEGISLATURA
 

CAMERA DEI DEPUTATI


   N. 1208


PROPOSTA DI LEGGE
d'iniziativa dei deputati
MONGIELLO, ANTEZZA, MARIANO
Divieto di svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi nelle acque del Mare Adriatico
Presentata il 17 giugno 2013


      

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Onorevoli Colleghi! Il 9 novembre 2012, a Venezia, i rappresentanti istituzionali delle regioni italiane che si affacciano sul Mare Adriatico, Abruzzo, Molise, Marche, Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia, i rappresentanti competenti del Governo e del Parlamento italiani, insieme a rappresentanti delle quattro nazioni adriatiche della Slovenia, della Croazia, del Montenegro e dell'Albania, hanno dato vita al Convegno internazionale delle regioni adriatiche e joniche con lo scopo di definire una politica comune di salvaguardia delle coste adriatiche e joniche.
      Il Convegno internazionale di Venezia ha approfondito le problematiche della salvaguardia dei territori costieri, con l'obiettivo di attivare forme di collaborazione e di condividere criteri cui fare riferimento per le attività di prospezione nel sottosuolo marino e per qualsiasi sfruttamento delle acque adriatiche e joniche. La Puglia, fin dall'estate 2011, e ora il Veneto e l'Abruzzo, hanno presentato alle Camere un progetto di legge d'iniziativa regionale per la moratoria di prospezioni, ricerche e coltivazioni di giacimenti di idrocarburi liquidi nelle acque adriatiche.
      Il 20 settembre 2012, la Conferenza dei presidenti dei consigli regionali d'Italia, con un ordine del giorno unanime, ha invitato le regioni ad assumere analoghe iniziative nei confronti del Parlamento e del Governo, per scongiurare alle acque e alle coste del Mediterraneo europeo un futuro popolato da decine di torri per le estrazioni di idrocarburi liquidi.
      Il mare Adriatico, in particolare, è un bacino pressoché chiuso e rappresenta un ecosistema delicato, dotato di risorse naturali e ambientali molto sensibili e tali da richiedere vincoli di tutela particolarmente elevati.
      Su questo mare si affacciano milioni di cittadini e migliaia di aziende che vivono di pesca e di turismo balneare. L'economia di questi territori sarebbe irrimediabilmente condannata qualora si verificasse un disastro di fuoriuscita di petrolio dovuto a guasti di condutture o di piattaforme come spesso le cronache mondiali ci ricordano.
      In tutto il mondo, nel corso degli ultimi anni, si sono verificati gravissimi incidenti che hanno interessato le piattaforme marine per la prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi liquidi, causando disastri ambientali a volte irreversibili: il disastro della piattaforma Sedco 135F nella baia di Campeche al largo delle coste del Messico (1979) con la fuoriuscita di 3,5 milioni di barili di greggio; l'incidente della piattaforma Ekofisk Bravo al largo delle coste della Norvegia (1977) con la fuoriuscita di 202.000 barili di greggio; la fuoriuscita di 200.000 barili dalla piattaforma Funiwa in Nigeria (1980) che ha devastato il delta del fiume Niger; l'incidente sulla piattaforma Piper Alpha al largo delle coste del Regno Unito (1988) che ha comportato la perdita di 167 lavoratori; infine, i disastri che hanno coinvolto le piattaforme High North nell'Oceano Indiano (2005) e Usumacinta, sempre nel Golfo del Messico (2007), che hanno causato la perdita di circa 60 persone.
      L'intero Mare Adriatico, particolarmente nel tratto prospiciente la costa abruzzese, è sempre più oggetto degli interessi economici delle compagnie petrolifere di tutto il mondo: solo nell'area del medio-alto Adriatico sono attualmente operative circa 50 piattaforme (oltre a circa 940 pozzi per l'estrazione del gas) prevalentemente di fronte alle coste venete ed emiliane e diverse piattaforme di estrazione del petrolio sono ubicate nell'area di fronte alle coste marchigiane e abruzzesi.
      In Italia potrebbero diventare operative a breve termine numerose altre piattaforme per l'estrazione di idrocarburi liquidi da giacimenti con profondità paragonabile a quella della piattaforma della British Petroleum. Le più recenti scoperte di giacimenti si trovano infatti a profondità superiori a 500 metri.
      La stessa Unione petrolifera, nella pubblicazione del 2005 «Traffico petroliero e sostenibilità ambientale», ha denunciato che il Mare Mediterraneo ha una densità di catrame pelagico sui fondali pari a 38 milligrammi per metro quadrato, seguito a distanza dal Mar dei Sargassi con 10 milligrammi per metro quadrato e poi dal Mar del Giappone con 3,8 milligrammi per metro quadrato.
      In quanto ad attività proprie, le piattaforme cosiddette «off-shore», nella fase esplorativa e in quella estrattiva, sversano in mare un quantitativo di idrocarburi liquidi valutato nel 10 per cento del totale dell'inquinamento marino da idrocarburi. Si tratta di fluidi e di fanghi generati dalle trivellazioni e dagli scarti degli idrocarburi liquidi estratti e lavorati, che nel loro insieme risultano essere letali per la fauna marina e l'intero ecosistema del Mare Adriatico.
      Al danno conclamato causato giornalmente dalle attività estrattive (sversamento di fanghi tossici e di scarti operativi) di ogni piattaforma petrolifera si somma l'inquinamento provocato dal transito in mare di ogni tipo di natanti e, soprattutto, delle navi-cisterna per il trasporto di idrocarburi liquidi.
      La situazione del Mare Adriatico è ancora più aggravata dal fatto di essere un mare «chiuso» e poco profondo, inadatto a smaltire le sostanze inquinanti, più simile a un grande lago e già interessato da un forte riscaldamento delle acque, da fenomeni di eutrofizzazione e di inquinamento da scarichi industriali e civili apportati dalle aste fluviali che in esso confluiscono: il fiume Po, in particolare, che convoglia nel Mare Adriatico una quantità enorme di prodotti inquinanti. Si consideri, poi, la presenza di importanti raffinerie come quelle di Ravenna e di Venezia.
      Ai fini dell'incidenza ambientale sono, purtroppo, valutati singolarmente i progetti di intervento, senza tenere conto dell'effetto cumulativo degli stessi, mentre il reale impatto sull'ambiente dovrebbe essere commisurato alla sommatoria delle singole attività, con l'aggiunta della crescita del rischio di catastrofe ambientale in ragione della presenza costante di ulteriori fattori di rischio (fuoriuscita di petrolio greggio dalle navi cisterna, aumento dell'afflusso di elementi inquinanti dalla terraferma eccetera).
      Un altro rischio non quantificabile è, inoltre, quello connesso a preoccupanti fenomeni di subsidenza che rischiano di investire tratti della costa veneta e romagnola, ma anche delle Marche e dell'Abruzzo. Il fenomeno della subsidenza, che consiste in un lento e progressivo abbassamento verticale del piano del terreno, può essere indotto dalla minore presenza di fluidi interstiziali residui nel terreno causata, per l'appunto, dall'estrazione di petrolio e di gas.
      Sotto altri aspetti, l'esperienza degli ultimi anni consegna un'analisi impietosa sulle presunte «convenienze» per lo sviluppo economico in presenza di piattaforme petrolifere. L'irrilevante beneficio economico in favore delle singole regioni derivante dall'introito di una quota minima delle royalty pagate dalle imprese multinazionali del petrolio non compensa neanche minimamente i gravissimi danni sull'indotto del settore turistico, sull'esercizio della pesca e sulla qualità della vita, ma, soprattutto, non è neanche paragonabile ai danni irreparabili che potrebbero insorgere a seguito di un «incidente» come quello verificatosi nel Golfo del Messico: danni che i bilanci di molte società beneficiarie di concessioni ricadenti nel Mare Adriatico non sarebbero mai in grado di risarcire, neanche in minima parte.
      Nel corso della XVI legislatura, per affrontare il grave problema dell'installazione di impianti di prospezione nel Mare Adriatico, come già rilevato, regione Puglia, Marche, Abruzzo e Veneto hanno presentato alle Camere specifici progetti di legge d'iniziativa regionale per la moratoria di prospezioni, ricerche e coltivazioni di giacimenti di idrocarburi liquidi nelle acque adriatiche.
      Riteniamo che il problema sia ancora molto attuale e per nulla risolto e perciò giudichiamo necessario riproporre anche nella presente XVII legislatura una proposta di legge sul blocco delle attività petrolifere nel Mare Adriatico.
      La proposta di legge si compone di un articolo, che prevede che la prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi liquidi sono vietate nelle acque del Mare Adriatico prospiciente le seguenti regioni: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia. Prevede, altresì, che il divieto di prospezione, ricerca e coltivazione si applica anche ai procedimenti autorizzatori avviati e non conclusi alla data di entrata in vigore della legge. Infine, sono fatti salvi, fino all'esaurimento dei relativi giacimenti, i permessi, le autorizzazioni e le concessioni in essere, nei limiti stabiliti dai provvedimenti stessi.
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PROPOSTA DI LEGGE
Art. 1.

      1. La prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi liquidi sono vietate nelle acque del Mare Adriatico prospiciente le seguenti regioni: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia.
      2. Il divieto di prospezione, di ricerca e di coltivazione di cui al comma 1 si applica anche ai procedimenti autorizzatori avviati e non conclusi alla data di entrata in vigore della presente legge.
      3. Sono fatti salvi, fino al l'esaurimento dei relativi giacimenti, i permessi, le autorizzazioni e le concessioni in essere, nei limiti stabiliti dai provvedimenti stessi.