• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

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Atto a cui si riferisce:
C.4/02243 dal 1o gennaio 2014 i lavoratori dell'Alcoa di Portovesme saranno messi in cassaintegrazione. La notizia è arrivata in questi giorni con la comunicazione ai sindacati dell'avvio delle procedure...



Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-02243presentato daCAPELLI Robertotesto diMartedì 22 ottobre 2013, seduta n. 102

CAPELLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico . — Per sapere – premesso che:
dal 1o gennaio 2014 i lavoratori dell'Alcoa di Portovesme saranno messi in cassaintegrazione. La notizia è arrivata in questi giorni con la comunicazione ai sindacati dell'avvio delle procedure di licenziamento collettivo da parte dei vertici dell'azienda;
come hanno affermato i rappresentati dei sindacati ci sono ora 75 giorni di tempo per evitare che i lavoratori escano dal circuito produttivo e finiscano in mobilità. Il primo problema da affrontare è quello degli ammortizzatori sociali perché deve essere ricontrattata la proroga della cassa integrazione;
a questa notizia drammatica per la situazione che ha coinvolto l'Alcoa in questi ultimi anni va ad aggiungersi la notizia del 17 ottobre inerente la sentenza della Corte di giustizia europea in materia di tariffe energetiche agevolate;
si legge nella sentenza che: «L'Italia è venuta meno al proprio obbligo di recuperare gli aiuti di Stato concessi all'Alcoa sotto forma di tariffa agevolata per l'elettricità». Così ha sentenziato la Corte riguardo a un ricorso presentato dalla Commissione Europea nei confronti dell'Italia;
l'Alcoa dal 1996 ha beneficiato di una tariffa agevolata per l'elettricità destinata a due stabilimenti di produzione, uno in Sardegna (Portovesme) e l'altro in Veneto (Fusina), grazie a un contratto con Enel. La tariffa, inizialmente fissata per un periodo di dieci anni, era stata autorizzata dalla Commissione Europea, che aveva ravvisato l'insussistenza di un aiuto di Stato in quanto, all'epoca, si trattava di un'operazione commerciale ordinaria conclusa alle condizioni di mercato;
la tariffa è stata prorogata a due riprese — prima fino al giugno 2007, poi fino al 2010 — senza essere adattata all'evoluzione del mercato. Nel 2009, la tariffa era sovvenzionata da una tassa imposta ai consumatori di elettricità e non corrispondeva più alle condizioni del mercato. L'importo equivaleva alla differenza tra il prezzo contrattuale pattuito con il fornitore di energia elettrica (Enel) e il prezzo agevolato;
nel 2009 la Commissione europea ha ritenuto che queste proroghe fossero volte a ridurre i costi operativi dell'Alcoa, procurandole quindi un vantaggio rispetto ai suoi concorrenti. Le proroghe «costituivano pertanto aiuti di Stato incompatibili con il mercato comune, che l'Italia doveva recuperare, interessi compresi — sottolinea la Corte —. L'Italia doveva inoltre annullare tutti i pagamenti futuri e comunicare l'importo complessivo dell'aiuto da recuperare, le misure già adottate per conformarsi alla decisione nonché i documenti attestanti che era stato imposto al beneficiario di provvedere al rimborso dell'aiuto»;
secondo l'Italia, l'importo da recuperare ammontava a circa 295 milioni di euro, di cui 38 milioni di interessi. La Commissione europea, ritenendo che l'Italia non avesse rispettato né l'obbligo d'informazione né l'obbligo di recupero, ha presentato ricorso per inadempimento dinanzi alla Corte di giustizia. Nella sua sentenza, la Corte ricorda che «lo Stato membro destinatario di una decisione che gli impone di recuperare aiuti illegali è tenuto ad adottare ogni misura idonea ad assicurarne l'esecuzione e deve giungere a un effettivo recupero delle somme dovute. Il recupero va effettuato senza indugio e un recupero successivo ai termini impartiti non può soddisfare i requisiti del Trattato»;
«poiché la decisione 2010/460 è stata notificata il 20 novembre 2009, il termine scadeva pertanto il 20 marzo 2010 — prosegue la Corte —. A tale data non era stato recuperato l'intero aiuto. Al contrario il procedimento di recupero era ancora aperto dopo la proposizione del suddetto ricorso ossia più di due anni e mezzo dopo la notifica della decisione. Secondo costante giurisprudenza, il solo mezzo di difesa che uno Stato membro può opporre ad un ricorso per inadempimento promosso dalla Commissione è quello dell'impossibilità assoluta di dare correttamente esecuzione alla decisione di cui trattasi — spiega ancora la Corte di Giustizia Europea;
tanto nei suoi contatti con la Commissione prima della proposizione del suddetto ricorso quanto nell'ambito del procedimento dinanzi alla Corte, l'Italia non ha mai fatto valere un'impossibilità assoluta di esecuzione della decisione. Essa si è limitata a comunicare alla Commissione difficoltà giuridiche o pratiche, nonché la propria intenzione di giungere a una soluzione negoziata con l'Alcoa»;
a questo punto, accertato l'inadempimento, «lo Stato membro interessato deve conformarsi alla sentenza senza indugio». Se ciò non avverrà, la Commissione e la stessa Corte di giustizia possono infliggere sanzioni pecuniarie;
la situazione di Alcoa diventa, alla luce dei fatti sopra esposti, difficile ed allarmante ma non solo per i lavoratori di quel settore ma anche per le ripercussioni che una chiusura totale degli stabilimenti può comportare per il nostro Paese;
le ricadute avranno ripercussioni su tutto il sistema industriale. L'Italia consuma 800 mila tonnellate di alluminio primario e di suoi derivati. È il secondo metallo dopo l'acciaio. Importa l'88 per cento del suo fabbisogno. Senza Alcoa, dovrà importare il 100 per cento. Con una minore specializzazione di leghe e prodotti, non potranno non esservi ripercussioni sulle filiere dell'automotive, dell'ingegneria e delle infrastrutture;
«il capitolo energia e tariffe è un capitolo a sé» spiegano in una la nota i vertici di Alcoa dopo aver appreso della sentenza. Ma è anche vero che la questione occupazionale si innesta in tale contesto perché il costo dell'energia è stato uno dei motivi che hanno spinto la multinazionale americana a decidere di andarsene dalla Sardegna;
il sito di Portovesme è oggi chiuso, le celle ormai sono state spente molti mesi fa. Delle tre trattative che sono iniziate con possibili acquirenti, nessuna è andata a buon fine. E all'orizzonte non sembrano esserci nuove manifestazioni di interesse;
martedì 22 ottobre 2013 è previsto un incontro al Ministero dello sviluppo economico tra azienda e Governo. Scade il 31 dicembre la cassa integrazione per i quasi 500 operai di Portovesme. E sono in corso negoziati per rinnovare di un anno gli ammortizzatori –:
quali iniziative urgenti i Ministri interrogati abbiano intenzione di porre in essere al fine di tutelare le legittime aspettative dei lavoratori che rischiano di uscire dal circuito produttivo e salvaguardare da inevitabili ripercussioni negative tutto il tessuto produttivo manifatturiero italiano.
(4-02243)