• Testo MOZIONE

link alla fonte scarica il documento in PDF

Atto a cui si riferisce:
S.1/00513 premesso che: la legge 22 maggio 1978, n. 194, all'art. 4, garantisce la possibilità di ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza (IGV) alla donna che accusi circostanze per le...



Atto Senato

Mozione 1-00513 presentata da MAURIZIO ROMANI
giovedì 28 gennaio 2016, seduta n.568

Maurizio ROMANI, BENCINI, SIMEONI, MOLINARI, VACCIANO, ORELLANA, FUCKSIA, DE PIETRO, BIGNAMI - Il Senato,

premesso che:

la legge 22 maggio 1978, n. 194, all'art. 4, garantisce la possibilità di ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza (IGV) alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali, o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito. All'art. 6 si prevede che, dopo i primi 90 giorni, l'interruzione volontaria di gravidanza possa essere praticata limitatamente ai casi in cui la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna;

all'art. 9 si disciplina l'esercizio dell'obiezione di coscienza da parte del personale sanitario che, attraverso una dichiarazione preventiva, ritiene di voler essere esonerato dalle procedure connesse all'interruzione di gravidanza. Appare utile sottolineare come l'obiezione di coscienza riguardi esclusivamente quelle attività specificatamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione di gravidanza e non quelle di assistenza prima e dopo l'intervento. Così come non è possibile invocarla quando, data la particolarità delle circostanze, l'intervento del personale sanitario sia indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo. Al fine garantire l'accesso al servizio su tutto il territorio nazionale il punto 4 impone alle Regioni di controllare e garantire l'attuazione delle procedure previste dalla legge, anche attraverso la mobilità del personale. Si prevede dunque, accanto alla tutela dell'obiettore, la necessità di misure adeguate a garantire l'erogazione dei servizi in modo tale che né gli obiettori né i medici non obiettori siano discriminati nelle loro scelte, fermo restando che la tutela del diritto all'obiezione di coscienza non può limitare né rendere più gravoso l'esercizio di altri diritti riconosciuti per legge;

secondo i dati forniti dal Ministero della salute il 26 ottobre 2015 nella "Relazione sull'attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza" la riduzione delle interruzioni volontarie di gravidanza, in termini assoluti, e su tutto il territorio nazionale è stato del 50,4 per centro tra il 1983 e il 2010. Tale decrescita conferma lo spirito che aveva mosso il legislatore al momento della stesura della legge, laddove aveva esplicitato, all'art. 1, il principio secondo il quale l'interruzione volontaria di gravidanza non può essere considerata come un mezzo di controllo delle nascite. La stessa relazione fornisce inoltre una tabella comparativa relativa al numero di interruzioni volontarie di gravidanza ed alla percentuale di ginecologi obiettori, che mostra le variazioni nell'arco temporale compreso tra il 2006 e il 2013. Dai dati si osserva che nell'arco temporale considerato le interruzioni volontarie di gravidanza sono diminuite sia come tasso che come numerosità;

per quanto riguarda la percentuale di ginecologi obiettori, la tabella fornita dal Ministero della salute indica un aumento su scala nazionale dello 0,8 per cento, che porta il dato nazionale ad attestarsi sul 70 per cento di ginecologi obiettori. Ma se su scala nazionale l'aumento non appare considerevole, a differenza del valore assoluto che già di per se dovrebbe far riflettere sulla corretta applicazione della legge n. 194 del 1978, destano invece a parere dei proponenti più di una preoccupazione i singoli dati regionali. Non solo 15 regioni su 20 registrano un tasso di obiezione di coscienza superiore al 60 per cento, ma in alcune regioni questa percentuale risulta essere particolarmente allarmante, tanto da rendere quasi ridicola l'affermazione contenuta nella relazione del Ministero, laddove si sostiene che il numero di ginecologi non obiettori sia congruo e sufficiente a garantire una copertura soddisfacente del servizio. Ci si chiede allora come sia possibile che nell'Italia meridionale ci sia una copertura soddisfacente di quello che dovrebbe essere un servizio garantito per legge, grazie alla legge n. 194 del 1978, e dalla Costituzione, grazie al principio di tutela della salute, sancito dall'articolo 32, se la percentuale di ginecologi obiettori è dell'83,2 per cento. Alcuni dati preoccupano in modo particolare, soprattutto se si considera l'aumento percentuale dell'obiezione di coscienza in un arco temporale di soli 7 anni. La tabella comparativa mostra come nella regione Basilicata ci sia stato, dal 2006 al 2013, un aumento del 46,2 per cento dei ginecologi obiettori, con una percentuale totale del 90,2 per cento, mentre in Abruzzo si riscontra un aumento del 35,2 per cento. E la situazione non appare poi così migliore nelle regioni del centro o del nord Italia, visto che la Relazione mostra un tasso di obiezione dell'80,7 per cento nel Lazio, del 76,2 per cento in Veneto e, addirittura del 92,9 nella provincia autonoma di Bolzano;

considerato che:

questi dati verrebbero messi in discussione da presidi ospedalieri di riferimento per le IVG, come il San Camillo di Roma, dalla Laiga (Lega associazione italiana ginecologi per l'applicazione della legge n. 194 del 1978), dall'Aied (Associazione italiana per l'educazione demografica) e dall'associazione "Luca Coscioni". Secondo quanto denunciato dalla Laiga, nel Lazio, l'obiezione dei ginecologi sarebbe molto superiore a quanto registrato dal Ministero e raggiungerebbe il 91,3 per cento. A titolo meramente esemplificativo, a Roma, il 17 novembre 2014, all'ingresso del reparto del policlinico Umberto I, in cui si effettuano le interruzioni di gravidanza, è stato affisso un avviso che informava che le prenotazioni erano temporaneamente sospese. Il motivo della comunicazione era tanto semplice quanto emblematico: l'unico medico disposto a praticare l'interruzione volontaria di gravidanza era andato in pensione, tutti gli altri ginecologi della struttura erano obiettori di coscienza. Nel 2012, a Napoli, la morte dell'unico ginecologo non obiettore del policlinico "Federico II" ha causato la sospensione del servizio, rendendo necessaria una deroga al blocco del turnover previsto dal piano di rientro della Regione Campania. E molti altri casi simili potrebbero essere citati;

a fronte di una netta diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanze, è cresciuto negli ultimi 10 anni, per poi stabilizzarsi, il numero degli aborti illegali. Dati peraltro sottostimati, perché riferito alle sole cittadine italiane. Se si considera infatti che il tasso di abortività delle donne immigrate è quasi pari a 3 volte quello delle donne italiane, è ragionevole credere che i dati forniti dal Ministero non rappresentino nemmeno la metà degli aborti illegali praticati nel nostro Paese. Parallelamente si assiste ad una crescita considerevole degli aborti spontanei, stimati dall'Istat in circa 73.000 casi l'anno, rispetto ai circa 50.000 degli anni '80. Un incremento che nelle minorenni raggiunge addirittura il 70 per cento. Considerata la probabilità statistica di un adolescente, mediamente in buona salute, di avere un'interruzione spontanea della gravidanza, è possibile che questa crescita sia dovuta anche al ritorno del cosiddetto "aborto clandestino mascherato", esattamente come avveniva prima dell'approvazione della legge n. 194 del 1978, quando le donne, dopo aver tentato da sole di interrompere la gravidanza, si recavano in ospedale, dove i medici non potevano far altro che completare la procedura di interruzione registrando gli aborti come "spontanei";

considerato altresì che:

il tema dell'interruzione di gravidanza risulta essere pressoché ignorato, sia nel corso di laurea in medicina che nelle scuole di specializzazione, determinando il paradosso secondo il quale le donne vengono sollecitate ad effettuare la diagnosi prenatale, sia nel pubblico quanto nel privato, ma poi non sono messe nella condizione di trarne le eventuali dolorose conseguenze. Lo stesso personale medico non obiettore vive il peso e la pressione di questa responsabilità e non sono pochi i casi in cui viene anche denunciata una sostanziale discriminazione dal punto di vista professionale;

la situazione del nostro Paese è stata sanzionata nel 2014 anche dal Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d'Europa, che ha riconosciuto che, a causa delle elevatissime percentuali di obiezione di coscienza, l'Italia viola il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire. Dei numeri si possono fare letture mistificanti tanto quanto delle parole: considerando 44 settimane lavorative in un anno, il numero di IVG per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0,4 della Valle D'Aosta alle 4,2 del Lazio, con una media nazionale di 1,4 IVG a settimana. Una sorta di irragionevole inversione dell'onere della prova per dimostrare che il fatto di avere una percentuale altissima di medici obiettori non ostacola il servizio e non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre mansioni;

ferma restando la salvaguardia della legittima scelta di obiezione nei confronti dell'IVG, una percentuale così elevata di medici obiettori si traduce di fatto nella cosiddetta "obiezione di struttura". E il risultato è quello che i dati descrivono chiaramente: centinaia di procedimenti penali aperti, sequestri di ambulatori e cliniche fuorilegge, spaccio e contrabbando di farmaci abortivi. Una situazione che porta il Paese indietro nel tempo di decenni, dove le donne hanno ricominciato a morire di setticemia o sono costrette a migrare da una regione ad un'altra nella ricerca di ospedali pubblici, che garantiscano ancora l'IVG;

l'interruzione di gravidanza, nei limiti e così come definita dalla legge n. 194 del 1978, deve essere garantita e nessun ospedale pubblico, o privato convenzionato, può sottrarsi dall'erogare questo servizio. Non vi è alcuna volontà di riaprire il dibattito relativo alle questioni etiche e morali, connesse all'interruzione volontaria di gravidanza, né tantomeno di mettere in discussione la legittima decisione del ginecologo, ostetrica o anestesista, che senta di non poter sopportare la pratica di tale procedura. Il legislatore ha chiaramente disciplinato i casi entro i quali lo Stato si fa garante dei diritti espressi dal personale sanitario obiettore da un lato e dei diritti di tutela della salute e di autodeterminazione della donna dall'altro. Una legge dunque, che come tale deve essere rispettata,

impegna il Governo:

1) a garantire in modo omogeneo su tutto il territorio italiano l'effettiva applicazione della legge n. 194 del 1978;

2) a stabilire, nei modi e con gli strumenti ritenuti più opportuni, un meccanismo di garanzia per l'applicazione della legge n. 194 del 1978, che preveda una soglia minima di personale medico non obiettore, non inferiore al 70 per cento, nelle strutture sanitarie pubbliche e in quelle convenzionate con il Servizio sanitario nazionale;

3) ad attivarsi affinché tutte le strutture sanitarie universitarie pubbliche, e convenzionate, si impegnino nella formazione degli specializzandi in ginecologia circa le problematiche e le tecniche mediche proprie dell'interruzione volontaria di gravidanza.

(1-00513)