• Testo RISOLUZIONE IN COMMISSIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.7/00909    premesso che:     dal 2012 ad oggi è in atto una accelerazione del processo di dismissioni urgenti del patrimonio dello Stato, riguardante sia i beni immobili che le...



Atto Camera

Risoluzione in commissione 7-00909presentato daCASTELLI Lauratesto diVenerdì 5 febbraio 2016, seduta n. 563

   La V Commissione,
   premesso che:
    dal 2012 ad oggi è in atto una accelerazione del processo di dismissioni urgenti del patrimonio dello Stato, riguardante sia i beni immobili che le partecipazioni dirette statali in società per azioni, finalizzato alla riduzione del debito pubblico in relazione all'esigenza di rispettare gli obblighi derivanti dall'adesione dell'Italia al «Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governante nell'unione economia e monetaria», cosiddetto «fiscal compact», che, fissando le regole fondamentali del controllo dei bilanci pubblici, dispone di abbattere la quota di debito pubblico eccedente il 60 per cento del prodotto interno lordo in misura non inferiore ad un ventesimo della quota eccedente ogni anno in concomitanza con l'obbligo di mantenere una posizione di bilancio della pubblica amministrazione in pareggio o in avanzo;
    le privatizzazioni avvengono in base alla normativa del decreto-legge 31 maggio 1994, n. 332, e successive modifiche, che ha accelerato le procedure delle dismissioni delle partecipazioni dello Stato e degli enti pubblici in società per azioni, e disciplina l'esercizio dei poteri speciali da esercitare nei casi di dismissioni di partecipazioni nelle società, che operano nei settori considerati strategici per la sicurezza e l'economia della nazione;
    i proventi relativi alla vendita di partecipazioni dello Stato sono destinati al fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato, di cui all'articolo 44, al fine di abbattere il debito pubblico, come previsto dalla disciplina di cui al decreto legislativo 30 dicembre 2003, n.  396, contenente il testo unico delle disposizioni legislative in materia di debito pubblico, ai sensi dell'articolo 4;
    nel 2013 a causa del permanere di una fase di recessione gravissima, a cui si è accompagnata una crescita del debito pubblico in misura pari al 132,6 in percentuale al prodotto interno lordo, il rapporto debito/prodotto interno lordo più elevato dal 1990, l'allora Governo Letta ha accelerato il processo di dismissioni, approvando il documento «destinazione Italia» – che prevedeva la dismissione di importanti partecipazioni dello Stato, al fine di conseguire entrate per 12 miliardi di euro, con l'obiettivo di ridurre nel quinquennio 2013-2017 il debito pubblico di 1 punto percentuale di prodotto interno lordo annuo;
    fra le società da dismettere nel documento erano ricomprese anche aziende in attivo, quali Eni, Poste, STMicroelectronics Holding, produttive di utili, che rappresentano per lo Stato una fonte di guadagno per i dividendi percepiti sulle azioni;
    le difficoltà delle operazioni di dismissione hanno indotto a rivedere al ribasso gli obiettivi nel def 2014, e, successivamente, la nota di aggiornamento al DEF 2015 ha reso leggermente più ambiziosi, gli obiettivi rispetto al Documento di economia e finanza 2015, fissandoli allo 0,4 per cento del prodotto interno lordo per il 2015 e allo 0,5 del prodotto interno lordo negli anni 2016-2018;
    dal 2014 è iniziato il processo di vendita di Poste Italiane ed ENAV e nel febbraio 2015 è stato ceduto il 5,74 per cento delle partecipazione in ENEL;
    delle partecipazioni indirettamente possedute si ricorda la conclusione delle cessioni di Fincantieri, CDP Reti e RAI Way;
    come previsto nel PNR del DEF 2014, attualmente si stanno realizzando le procedure per la cessione delle quote di Ferrovie dello Stato italiane; lo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, recante la definizione dei criteri di privatizzazione e delle modalità di dismissione della partecipazione detenuta dal Ministero delle'economia e delle finanze, è stato sottoposto al parere della Commissione bilancio in data 21 gennaio 2016;
    a tal proposito non è da sottovalutare l'analisi dell'impatto che le privatizzazioni potrebbero avere nell'economia del Paese, così come valutate in occasione della discussione in Commissione bilancio della risoluzione n. 7-00302, non votata, e che evidenziava come, da un esame degli effetti finanziari conseguiti dalle dismissioni di partecipazioni avvenuti nel periodo 1994-2005, si evince che le entrate conseguite e confluite nel fondo ammortamento titoli di Stato, sono state pari a circa 111,2 miliardi di euro, con una media dunque di 11 miliardi annui; a fronte di tale abbattimento del debito, nello stesso arco temporale il medesimo è aumentato di 375 miliardi di euro;
    in proposito, si rilevava l'opportunità di valutare la convenienza economica e finanziaria nel medio termine del ricorso allo strumento delle dismissioni di società in equilibrio finanziario e redditizie per abbattere il debito, convenienza che si ravvede solo nel caso in cui si conseguissero effetti positivi sulle partite correnti dei bilanci del triennio in corso pari ad una riduzione di interessi non inferiore al presunto ammontare dei mancati incassi dei dividendi attesi dalle azioni da dismettere;
    permane la convinzione che gli schemi di decreto sottoposti alle commissioni parlamentari competenti per il parere non contengono informazioni dettagliate, che consentano alle Commissioni medesime di poter valutare la convenienza o meno delle dismissioni;
    con il Documento di economia e finanza 2015 e relativa nota di aggiornamento appare ancora più necessario riconsiderare la dismissione di partecipazioni in aziende con i bilanci in attivo e la conseguente contrazione degli investimenti statali, politica incoerente con l'obiettivo del Governo di rilanciare e sostenere gli investimenti nel Paese e, proprio a tal fine, ha richiesto alla Commissione europea la possibilità di aumentare il deficit avvalendosi della cosiddetta «clausola degli investimenti»;
    mal si concilia il ricorso alle dismissioni «per fare cassa» in un contesto caratterizzato da un tasso di disoccupazione elevato, in quanto le medesime potrebbero comportare riflessi negativi sui livelli occupazionali;
    la riduzione della spesa per interessi, correlata alla riduzione dello «spread» rende a maggior ragione necessario confrontare l'ammontare degli incassi dei dividendi a medio termine, attesi dalle azioni da dismettere, rispetto alla riduzione della spesa per interessi correlata all'ammontare di abbattimento del debito pubblico con i proventi delle dismissioni;
    è necessario riconsiderare le scelte di politica economica del Governo per ridurre il debito, in quanto, se si parte dall'assunto che il debito dello Stato deve essere visto non solo come partita debitoria, ma anche come investimenti finalizzati al raggiungimento di obiettivi economici e sociali, nel momento in cui, per la riduzione di un debito, ammontante nelle previsioni per il 2016 a 2.205.486 milioni di euro, si scegliesse di sacrificare le partecipazioni azionarie redditizie, e, considerato che la media di spesa per interessi annui sul debito si aggira a circa 71 miliardi, si comprende che la suddetta scelta non solo non rappresenta una soluzione ma neanche risulta conveniente;
    per quanto sopra si ribadisce la necessità di una normativa più restrittiva che, in occasione dei processi di dismissioni di partecipazioni, vincoli il Governo ad acquisire preventivamente una relazione tecnica di organi competenti alla valutazione ed al controllo dei conti pubblici, quali ad esempio l'Ufficio parlamentare di bilancio, che accertino gli effetti finanziari conseguenti alle dismissioni, al fine di assicurare che le medesime abbiano effetti migliorativi negli anni del quadriennio di riferimento del documento di economia e finanze, non solo sulla situazione patrimoniale dello Stato, come minore debito pubblico, ma anche sul conto economico a medio termine incidendo sul miglioramento dell'indebitamento netto, ovvero aumentando l'accrescimento netto, in seguito al raggiungimento del pareggio di bilancio, mediante la prevalenza della riduzione della spesa corrente per interessi passivi rispetto alla riduzione delle entrate correnti annuali correlate alla riscossione dei dividendi delle partecipazioni da dismettere;
    la suddetta analisi economico-finanziaria può assicurare un supporto decisivo per le Commissioni di merito del Parlamento in occasione del parere da esprimere sugli atti del Governo recanti provvedimenti di privatizzazione;
    alla luce di quanto esposto, nel contesto attuale «la valorizzazione delle partecipazioni» ha fondamento se lo Stato vendesse asset non più di interesse per investire in settori più redditizi ovvero opportuni per la crescita del Paese, ma ciò non può riguardare il caso delle Ferrovie dello Stato italiane per l'importanza strategica delle infrastrutture per la mobilità;
    inoltre, ai sensi del decreto legislativo 30 dicembre 2003, n. 396, citato, i proventi delle privatizzazioni sono destinati per legge alla riduzione del debito pubblico, ma nell'audizione presso la Commissione trasporti il Ministro dell'economia e delle finanze ha comunicato che una parte dei proventi delle dismissioni delle partecipazioni in Ferrovie dello Stato italiane sarà destinata alla realizzazione di investimenti pubblici;
    peraltro, nel contesto economico attuale, caratterizzato da una ripresa economica incerta, lenta e difficile, rinunciare agli investimenti remunerativi nelle società partecipate per fronteggiare la spesa per interessi, ovviamente improduttiva, impoverisce il Paese;
    da un'analisi del fenomeno «privatizzazioni» nell'area euro, si rileva che dagli anni ’80 i Paesi europei, sotto l'influenza delle tendenze economiche neo-liberiste, diedero impulso alle privatizzazioni dei servizi pubblici, al fine di aumentare le attività imprenditoriali del settore privato e ridurre l'intervento pubblico in settori economici importanti. Successivamente, uno studio risalente al 2011, realizzato dall'università tedesca Leipzig su 100 aziende municipalizzate in Germania, rileva il cambiamento del trend dei Paesi europei verso un ritorno alla municipalizzazione ed un rallentamento delle privatizzazioni. Si rileva una comunanza di motivazioni in Paesi come Francia, Regno Unito, Germania, Finlandia, Ungheria alla remunicipalizzazione di importanti servizi nei settori del trasporto e della fornitura di acqua, attinenti all'esigenza di controllo societario, al controllo dei costi dei servizi e al termine del contratto di affidamento;
    è in linea con le osservazioni esposte la nuova norma introdotta nella legge 28 dicembre 2015, n. 208, legge di stabilità 2016, all'articolo 1, comma 677, che prevede che «Qualora entro il 31 dicembre 2016 si proceda all'alienazione di quote o a un aumento di capitale riservato al mercato del gruppo Ferrovie dello Stato italiane Spa, il Ministero dell'economia e delle finanze presenta alle Camere una relazione che evidenzia in modo puntuale l'impatto economico, industriale e occupazionale derivante dalla privatizzazione nella quale sono indicati in particolare:
     a) i dati finanziari e industriali degli effetti dell'alienazione o dell'eventuale aumento di capitale sulle società interessate e sul bilancio dello Stato;
     b) la minore spesa per interessi derivante dall'utilizzo delle risorse incassate dall'alienazione per la riduzione del debito pubblico;
     c) i minori dividendi versati al bilancio dello Stato in conseguenza dell'alienazione;
     d) gli effetti dell'alienazione o dell'aumento di capitale riservato al mercato sul piano industriale del gruppo»;
    tale prassi dovrebbe essere estesa a tutti i casi di privatizzazione,

impegna il Governo:

   ad assumere iniziative per modificare la disciplina di cui al decreto legislativo 30 dicembre 2003, n. 396, al fine di limitare il ricorso alle privatizzazioni e prevedere un ampliamento delle modalità di utilizzo dei proventi destinati al fondo ammortamento titoli di Stato, disponendo che i medesimi possano in parte anche essere reinvestiti in opere strutturali strategiche, idonee a promuovere il rilancio economico, determinando quindi un fattore di crescita del prodotto interno lordo, con conseguente riduzione del rapporto debito/prodotto interno lordo, nel rispetto degli obblighi derivanti dal fiscal compact, considerato che una tale scelta di politica economica di riconversione degli asset patrimoniali statali per interventi strutturali consentirebbe di operare scelte di politica economica, a parità di risorse impiegate, per dare impulso all'economia senza nuova emissione di debito, evitando nel contempo di sacrificare le attività patrimoniali per conseguire una irrilevante riduzione del debito pubblico;
   ad assumere iniziative per estendere la normativa di cui all'articolo 1, comma 677, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, a tutti i casi di alienazione delle partecipazioni statali, al fine di consentire al Parlamento una valutazione complessiva ed approfondita delle conseguenze economico-finanziarie derivanti dalla vendita di asset pubblici, prevedendo altresì che la suddetta relazione sia comprensiva anche delle valutazioni dell'Ufficio parlamentare di bilancio ovvero della Corte dei Conti.
(7-00909) «Castelli, Caso, Brugnerotto, Cariello, D'Incà, Sorial».