• Testo INTERPELLANZA

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Atto a cui si riferisce:
C.2/01304    il 1o marzo il segretario alla Difesa americano, Ash Carter, nel corso di una conferenza stampa al Pentagono, ha anticipato il ruolo guida dell'Italia per pianificare e controllare...



Atto Camera

Interpellanza 2-01304presentato daMAESTRI Andreatesto diLunedì 7 marzo 2016, seduta n. 584

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, per sapere – premesso che:
   il 1o marzo il segretario alla Difesa americano, Ash Carter, nel corso di una conferenza stampa al Pentagono, ha anticipato il ruolo guida dell'Italia per pianificare e controllare missioni delle forze speciali italiane in territorio libico: «L'Italia, essendo così vicina, ha offerto di prendere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che li appoggeremo con forza»;
   sull'argomento è intervenuto subito il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Gentiloni che ha smentito l'ipotesi di una soluzione militare e ha affermato la volontà di continuare a lavorare a sostegno di un Governo di accordo nazionale libico;
   la richiesta di coinvolgimento esplicito all'Italia, risalirebbe però dal 1o dicembre 2015, secondo quanto pubblicato a fine gennaio dal New York Times, che cita come fonte il sito Wikilao, secondo il quale il Pentagono avrebbe inviato una lettera ai Ministri della difesa di oltre 40 Paesi in tutto il mondo per chiedere loro di rafforzare l'impegno nella lotta all'ISIS. In particolare, la lettera di Carter al Ministro Pinotti chiama in causa direttamente l'Italia con «Apprezziamo profondamente l'impegno dell'Italia nella lotta allo Stato islamico, tuttavia c’è ancora molto lavoro da fare», farebbe anche riferimento alle conversazioni avvenute durante la visita a Roma del Segretario americano, «spero che in futuro l'Italia considererà di contribuire con raid alla lotta contro l'Isis»;
   il 22 febbraio 2016 il Wall Street Journal ha rivelato che l'Italia, dopo un anno di negoziati, ha dato il via libera alla partenza di droni armati statunitensi dalla base di Sigonella, in Sicilia. Destinazione la Libia e il Nord Africa, nell'ambito delle operazioni anti-Isis. Ma l'autorizzazione, giunta a gennaio, è stata concessa da Roma a una condizione: i velivoli potranno essere utilizzati solo a scopo difensivo, per proteggere l'azione delle forze speciali Usa. Il Ministero della difesa, Pinotti, confermando la notizia dell'accordo tra Washington e Roma, ha sottolineato come l'attività non sia ancora iniziata e dovrà essere sottoposta, di volta in volta, all'autorizzazione del Governo, che ha chiesto precisi limiti. L'intesa è considerata un importante passo in avanti per la Casa Bianca e il i Pentagono, che da tempo stanno lavorando per aumentare la pressione militare sull'Isis anche al di fuori di Siria e Iraq. Nello specifico in Libia, dove gli uomini dello Stato islamico, approfittando del caos ancora in atto, stanno prendendo sempre più piede, con molti dei leader del gruppo che dalla città siriana di Raqqa si sono rifugiati nell'area di Sirte per sfuggire alla pesante campagna aerea in atto da mesi sulla Siria. Riguardo all'accordo, il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha precisato che non si tratta di «un preludio a un intervento» e che «l'utilizzo delle basi non richiede una specifica comunicazione al Parlamento»;
   già due giorni prima della notizia pubblicata dal WSJ, esattamente il 20 febbraio, il quotidiano Libero informava che aerei da combattimento statunitensi, decollati dalla Gran Bretagna ma supportati da droni partiti da Sigonella, avevano bombardato all'alba del 19 febbraio, il campo d'addestramento dell'IS presso Sabratha, in Tripolitania. Il Pentagono ha confermato che il raid ha colpito la base dell'Isis situata 70 chilometri a ovest di Tripoli, colpendo un «obiettivo di grande valore», il tunisino Noureddine Chouchane, considerato l'uomo del Califfato responsabile degli attentati effettuati l'anno scorso al Museo del Bardo di Tunisi (dove il 18 marzo morirono 24 persone inclusi 4 turisti italiani più altri 11 feriti) e sulla spiaggia di Sousse (dove il 26 giugno morirono 38 persone per lo più turisti britannici). Secondo il Wall Street Journal, nel raid di Sabratha avrebbero probabilmente perso la vita anche due ostaggi serbi;
   il 25 febbraio, al Palazzo del Quirinale, si è tenuta una riunione del Consiglio supremo di difesa, alla quale hanno partecipato il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, il Ministro dell'interno, il Ministro della difesa, il Ministro dell'economia e delle finanze, il Ministro dello sviluppo economico e il Capo di Stato Maggiore della difesa, Generale Claudio Graziano. Durante la riunione e stata valutata la situazione in Libia, con riferimento sia al travagliato percorso di formazione del Governo di accordo nazionale sia alle predisposizioni per una eventuale missione militare di supporto su richiesta delle autorità libiche. In tale quadro, è stato considerato l'impatto sugli scenari di crisi e sulla sicurezza energetica italiana ed europea dell'andamento dei mercati degli idrocarburi. In merito al processo di riforma delle Forze armate in attuazione del libro bianco della difesa, il Consiglio ha messo in evidenza l'importanza del progetto e della sua rapida realizzazione per la sicurezza del Paese, anche in rapporto alla possibile evoluzione dei conflitti in Medio Oriente e Nord Africa, ha espresso piena condivisione delle proposte presentate dal Ministro della difesa ed ha manifestato il suo apprezzamento per la qualità dell'attività fin qui svolta;
   il 3 marzo 2016 si apprende della morte violenta, in circostanze tutt'altro che chiare, di due dei quattro ostaggi italiani, Fausto Piano e Salvatore Failla, dipendenti dell'impresa Bonatti, rapiti nel luglio 2015, rimasti uccisi durante uno scontro a fuoco a Sabratha. La tragica vicenda dei due lavoratori italiani, secondo notizie di stampa, non cambia la linea del Presidente Renzi che ribadisce che un intervento militare ci potrà essere solo su richiesta di un Governo unitario libico, nell'ambito di una coalizione internazionale in cui l'Italia è pronta ad assumere un ruolo di guida;
   lo stesso giorno, sempre da fonti di stampa, si apprende però che il 10 febbraio 2016 sarebbe stato emanato un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (immediatamente secretato) con cui il premier Matteo Renzi ha avocato al Dis (il Dipartimento per le informazioni per la sicurezza che coordina i due servizi di intelligence AISE e AISI) e a Palazzo Chigi, la responsabilità finale della «catena di comando» per operazioni di «gravi crisi all'estero» a cominciare dalla Libia. Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, che definisce le modalità operative e la linea di comando si compone di cinque articoli che definiscono nel dettaglio le aree di competenza degli agenti Aise con i quali potranno d'ora in avanti collaborare militari dei corpi speciali.

Sempre secondo fonti di stampa, l'articolo 2 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 10 febbraio precisa: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l'attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l'Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa». Il Dis, il dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario con delega sui servizi, Marco Minniti e al premier. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle forze speciali in territorio libico. L'Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della difesa, il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale e il ministro dell'interno per le materie di competenza. I militari italiani troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico;
   non è ancora chiaro, con riferimento agli effetti concreti del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri se nell'ultima riunione del Consiglio supremo di difesa il tema sia stato affrontato e discusso. Consta con sicurezza che il Consiglio nelle precedenti riunioni abbia esaminato i diversi piani operativi messi a punto dallo Stato maggiore della difesa che prevedevano un contributo alla nuova missione di stabilizzazione in Libia per un totale di 3000 militari italiani (comprese le unità di eccellenza del reggimento San Marco e dei carabinieri paracadutisti del Tuscania);
   anche l'Italia, quindi, come Stati Uniti, Regno Unito e Francia, da alcune settimane può contare in Libia su circa 40 agenti operativi dell'Aise concentrati nella zona di Tripoli e nelle immediate vicinanze dei terminal petroliferi Eni di Mellita e dei pozzi situati nel Fezzan. Nelle prossime ore partiranno alla volta della Libia altre 50 unità appartenenti al 9o reggimento d'assalto paracadutisti Col Moschin portando quindi il numero degli effettivi italiani su territorio libico a circa 90 unità, ossia in linea con i dispositivi già adottati dai nostri alleati;
   sempre da fonti di stampa sembra confermata, al momento, l'entità della partecipazione ad un'eventuale missione di peace enforcement con gli alleati, quando si formerà un Governo libico e questo chiederà formalmente un intervento: dovrebbero quindi essere 3000 militari e in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l'invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, sarà necessaria un'autorizzazione del Parlamento, secondo l'opinione del Governo;
   delle missioni di unità speciali, eventualmente disposte dal premier, il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui servizi segreti;
   secondo fonti collegate al partito di maggioranza, l'intervento dovrebbe essere approvato dal Parlamento: «Il nostro presidente del Consiglio e l'Onu hanno detto che un intervento militare in Libia ci può essere solo dopo la richiesta di un governo unitario. Attualmente siamo lontanissimi da un simile scenario»;
   all'agenzia di stampa Agi il senatore del Pd, Nicola Latorre, presidente della Commissione difesa del Senato ha dichiarato: «Al momento non risulta siano previste iniziative di carattere militare sul terreno libico e dunque non vi sono provvedimenti formali da adottare in Parlamento»; «...altra cosa è l'esigenza di valutare l'opportunità di tenere informato il Parlamento sugli sviluppi della vicenda libica con comunicazioni informali che si potrebbero svolgere anche nelle commissioni parlamentari»;
   ad avviso degli interpellanti queste dichiarazioni dimostrano la volontà del Governo di far passare l'idea che l'uso della forza armata sia una scelta politica ordinaria, un atto di Governo come un altro, ma con la scelta di usare le armi in Libia, l'Italia si assume il rischio di esporre il Paese alla perdita di vite umane sul campo e alle prevedibili ritorsioni terroristiche dell'Isis;
   inoltre, ammettendo in via meramente ipotetica che sia corretto quanto asserito dal Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale e cioè che l'utilizzo delle basi non richieda una specifica comunicazione al Parlamento, il cambio di autorizzazione per la base di Sigonella, e la presenza di droni armati, quando dal 2011 fino ad oggi erano previsti soltanto droni non armati, autorizzati esclusivamente per voli di sorveglianza, deve necessariamente passare al vaglio delle Camere, soprattutto se si considera l'imminente invio sul campo di un contingente di 3000 uomini;
   si ricorda inoltre che, le missioni internazionali italiane sono state prorogate fino al 31 dicembre 2015, ma da allora nessuna iniziativa è stato adottato dall'Esecutivo;
   l'articolo 78 della Costituzione afferma che la dichiarazione dello stato di guerra compete al Parlamento che attribuisce al Governo i poteri necessari;
   l'articolo 11 della stessa Costituzione afferma perentoriamente il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;
   i fatti che riguardano un lungo arco temporale durante il quale il Parlamento è stato tenuto all'oscuro di tutto, rappresentano, secondo gli interroganti un fatto politico di eccezionale gravità, poiché lesivo delle prerogative parlamentari sul tema;
   a parere degli interroganti, finché i cittadini italiani con il referendum non confermeranno l'impianto della riforma costituzionale promossa dal Ministro Boschi, che sulla deliberazione dello stato di guerra prevede la maggioranza assoluta dei votanti (e non dei componenti) della sola Camera, devono essere rispettate le regole della democrazia costituzionale e parlamentare vigente, dove è necessario che il Governo si attenga a quanto deliberato dal Parlamento –:
   se i fatti esposti in premessa corrispondano al vero;
   data la gravità dello scenario internazionale che si profila con l'ingresso di fatto dell'Italia in guerra, se il Governo intenda fornire urgentemente ogni utile elemento sui fatti sopra esposti e sui suoi intendimenti riguardo al rispetto del dettato costituzionale.
(2-01304) «Andrea Maestri, Civati, Brignone, Matarrelli, Pastorino».