• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

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Atto a cui si riferisce:
S.3/02693 BENCINI, Maurizio ROMANI - Al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione - Premesso che: il 23 luglio 2015 veniva depositata la sentenza n. 178 del 2015 con cui la...



Atto Senato

Interrogazione a risposta orale 3-02693 presentata da ALESSANDRA BENCINI
giovedì 17 marzo 2016, seduta n.596

BENCINI, Maurizio ROMANI - Al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione - Premesso che:

il 23 luglio 2015 veniva depositata la sentenza n. 178 del 2015 con cui la Consulta, il 24 giugno precedente, dichiarava l'illegittimità costituzionale sopravvenuta (dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza stessa nella Gazzetta Ufficiale e nei termini indicati in motivazione) del regime di sospensione della contrattazione collettiva, risultante da tutta una serie di disposizioni introdotte a partire dalla "manovra correttiva 2011" (decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011), specificate dal decreto del Presidente della Repubblica n. 122 del 2013 e prorogate dalle leggi di stabilità per il 2014 e il 2015 (rispettivamente legge n. 147 del 2013 e n. 190 del 2014);

nello specifico, le questioni di legittimità costituzionale sollevate riguardavano quelle norme (art. 9, commi 1, 2-bis, 17 primo periodo, e 21 ultimo periodo, del decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, e dall'art. 16, comma 1, lett. b) e c), del citato decreto-legge n. 98 del 2011) che, sin dal 2010, disponevano il blocco dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego per il triennio 2010-2012, con possibilità di proroga fino al 2014, poi effettivamente disposta con il decreto del Presidente della Repubblica n. 122 del 2013, "congelando" il trattamento economico percepito dai dipendenti;

esso escludeva, per il periodo 2013-2014, qualsiasi incremento della "vacanza contrattuale" attribuita nel 2010 consentendo, tuttavia, la possibilità, per il periodo 2015-2017, del riconoscimento della vacanza contrattuale "secondo le modalità ed i parametri individuati dai protocolli e dalla normativa vigente" (art. 1, comma 1, lettera d)). Tuttavia, ancora prima di dare esecuzione a tale evenienza, e nelle more del giudizio pendente innanzi alla Consulta, il legislatore, con la legge di stabilità per il 2015, ha disposto la sospensione delle procedure negoziali, per la parte economica, fino al 31 dicembre 2015, e il "congelamento" dell'indennità di vacanza contrattuale fino al 2018, ancorata ai valori vigenti al 31 dicembre 2013;

considerato che:

la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili o non fondate tutte le questioni di illegittimità costituzionale sollevate, ad eccezione di quella fondata sull'articolo 39 della Costituzione. Peraltro, sottolinea la Corte, si tratta di illegittimità sopravvenuta, correlata all'ultima legge di stabilità. Gli effetti della sentenza, inoltre, decorrono dal giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale; nella sostanza, vengono limitati gli effetti nel tempo della sentenza per evitare che si possa aprire un nuovo caso come quello sulle pensioni. Ed infatti, laddove i giudici costituzionali avessero accolto tutte le richieste di declaratoria di illegittimità avanzate dai 2 tribunali, lo Stato avrebbe dovuto sobbarcarsi un esborso stimato in almeno 35 miliardi di euro per il congelamento degli stipendi tra il 2010 e il 2015;

il quadro normativo su cui si fonda la declaratoria di illegittimità risulta caratterizzato da disposizioni susseguitesi nel tempo, legate da un evidente nesso di continuità, al fine di perseguire un dichiarato obiettivo di contenimento della spesa. Le norme impugnate dai giudici rimettenti e le norme sopravvenute della legge di stabilità per il 2015 si susseguono senza soluzione di continuità, proprio perché accomunate da analoga direzione finalistica. Ed infatti, la Consulta ha riconosciuto in tali disposizioni misure aventi carattere strutturale, con una conseguente violazione dell'autonomia negoziale. «L'estensione fino al 2015 delle misure che inibiscono la contrattazione economica e che, già per il 2013-2014, erano state definite eccezionali, svela un assetto durevole di proroghe. In ragione di una vocazione che mira a rendere strutturale il regime del "blocco", si fa sempre più evidente che lo stesso si pone di per sé in contrasto con il principio di libertà sindacale sancito dall'art. 39, primo comma, Cost.». Il "blocco" negoziale è stato, in tal modo, prolungato nel tempo rendendo evidente la violazione della libertà sindacale;

considerato inoltre che:

nelle motivazioni si legge di come il contratto rivesta notevole importanza per il pubblico impiego: esso riguarda sia l'aspetto economico (nelle sue componenti sia fondamentali che accessorie) che i diritti e gli obblighi pertinenti al rapporto di lavoro nonché materie relative alle relazioni sindacali; dunque, la contrattazione collettiva nazionale e quella integrativa di comparto regolamentano, quasi in toto, il rapporto sinallagmatico esistente tra il datore di lavoro pubblico ed i dipendenti contrattualizzati. È evidente che il blocco, per un quinquennio, ha irragionevolmente limitato quelle libertà sindacali che proprio nella libertà di contrattazione ha la sua espressione caratteristica;

le libertà e la rappresentanza sindacali, tra cui la contrattazione collettiva, non godono di tutela soltanto tramite l'articolo 39 della Costituzione, ma trovano copertura giuridica sovranazionale che, insieme e in modo complementare, orientano le decisioni sia della Consulta che delle corti europee. In ambito europeo, l'art. 11 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU); ed ancora, l'art. 26 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (Nizza dicembre 2000), così come modificata dal Trattato di Lisbona (dicembre 2007). Su tale linea converge anche la Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha sottolineato l'esigenza di «un "giusto equilibrio" tra le esigenze di interesse generale della comunità e i requisiti di protezione dei diritti fondamentali dell'individuo»;

la Corte costituzionale, ai fini della decisione, non ha ritenuto rilevante solo l'aspetto economico della contrattazione, cosa che invece accadde (poco tempo prima) con la dichiarazione di incostituzionalità del blocco delle pensioni, ma la contrattazione in quanto tale. Ed invero, la Consulta ha dichiarato inammissibili o non fondate le questioni di costituzionalità in relazione ai principi di solidarietà sociale (art. 2 della Costituzione), di disparità di trattamento (art. 3), di proporzionalità tra lavoro e retribuzione (art. 36), di tutela del lavoro (art. 35), di progressività del prelievo tributario (art. 53). In sostanza, il blocco della contrattazione ha inciso sull'aspetto dinamico del confronto tra datore di lavoro pubblico e rappresentanti dei lavoratori poiché paralizza una delle parti contrattuali;

la Corte, inoltre, ha evidenziato come il blocco pluriennale della dinamica salariale non sia di per sé illegittimo: esso richiede il bilanciamento tra la pretesa dei lavoratori pubblici all'aumento delle retribuzioni e le esigenze di bilancio e di programmazione economica in relazione alla grave crisi economica internazionale e alla previsione del pareggio di bilancio e di risanamento economico imposto dall'articolo 81 della Costituzione. Il giudice delle leggi, da quel che si deduce dalla parte motiva della sentenza, avrebbe, probabilmente, dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale del blocco dei contratti anche in relazione all'articolo 39 della Costituzione, se non fosse intervenuta, nelle more del giudizio, la legge di stabilità per il 2015. Quest'ultima ha, infatti, disposto non solo la sospensione delle procedure negoziali fino al 31 dicembre 2015, ma anche il congelamento dall'aggiornamento dell'indennità di vacanza contrattuale, quale possibilità prevista dalla legge di stabilità per il 2014 per il triennio 2015-2017, fino al 2018. In altre parole, il blocco della contrattazione collettiva non è in quanto tale illegittima ma, come sottolineato dalla Consulta, «è innegabile che tali periodi debbano essere comunque definiti e non possono essere protratti ad libitum»;

considerato infine che:

scrivono i giudici costituzionali: «il carattere sistematico della sospensione attuata, senza soluzione di continuità, sconfina, dunque, in un bilanciamento irragionevole tra libertà sindacale, indissolubilmente connessa con altri valori di rilievo costituzionale e già vincolata da limiti normativi e da controlli contabili penetranti (artt. 47 e 48 del d.lgs. n. 165 del 2001), ed esigenze di razionale distribuzione delle risorse e controllo della spesa, all'interno di una coerente programmazione finanziaria (art. 81, primo comma, Cost.); il sacrificio del diritto fondamentale tutelato dall'art. 39 Cost., proprio per questo, non è più tollerabile: Solo ora si è palesata appieno la natura strutturale della sospensione della contrattazione e può, pertanto, considerarsi verificata la sopravvenuta illegittimità costituzionale, che spiega i suoi effetti a seguito della pubblicazione di questa sentenza»;

la Consulta rivolge, infine, un monito al Parlamento a modificare al più presto la legislazione: «Rimossi, per il futuro, i limiti che si frappongono allo svolgimento delle procedure negoziali riguardanti la parte economica, sarà compito del legislatore dare nuovo impulso all'ordinaria dialettica contrattuale, scegliendo i modi e le forme che meglio ne rispecchino la natura, disgiunta da ogni vincolo di risultato», e conclude in tal senso: «Il carattere essenzialmente dinamico e procedurale della contrattazione collettiva non può che essere ridefinito dal legislatore, nel rispetto dei vincoli di spesa, lasciando impregiudicati, per il periodo già trascorso, gli effetti economici derivanti dalla disciplina esaminata»;

da diverse organizzazioni sindacali, unitamente a diverse associazioni per la difesa diritti degli utenti e consumatori, sono partite iniziative volte presentare ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo (CEDU) ovvero azioni rivolte contro l'ARAN (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni), il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, il Ministero dell'economia e delle finanze, la Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. Tali impulsi mirano, evidentemente, a non lasciare impregiudicati, per il periodo già trascorso, gli effetti economici derivanti dalla disciplina;

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo, in virtù della dichiarata illegittimità costituzionale del blocco della contrattazione collettiva nel pubblico impiego, intenda tutelare il diritto dei lavoratori al ripristino della dinamica delle relazioni sindacali, disponendo, in primis, nell'immediato, la riapertura, dal mese successivo alla pubblicazione della sentenza in commento, del tavolo negoziale anche per il periodo 30 luglio 2015-31 dicembre 2015.

(3-02693)