• Testo ODG - ORDINE DEL GIORNO IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
S.9/DOC.III,N. ... premesso che: I INAPPLICABILITÀ DEL D.LGS. N. 235/2012 ALLA RICHIESTA DI DECADENZA DEL SEN. SILVIO BERLUSCONI PER INCANDIDABILITÀ SOPRAVVENUTA 1. La legge Severino non contiene...



Atto Senato

Ordine del Giorno 9/DOC.III,N.1/2 presentato da VINCENZO MARIO DOMENICO D'ASCOLA
mercoledì 27 novembre 2013, seduta n. 142

Il Senato,
premesso che:
I
INAPPLICABILITÀ DEL D.LGS. N. 235/2012 ALLA RICHIESTA DI DECADENZA DEL SEN. SILVIO BERLUSCONI PER INCANDIDABILITÀ SOPRAVVENUTA
1. La legge Severino non contiene alcuna disposizione che ne giustifichi l'applicazione retroattiva.
Al riguardo basta osservare quanto segue.
L'art. 3 del d.lgs. n. 235/2012 prevede che la incandidabilità può sopravvenire alla elezione, ovvero può essere dichiarata nel corso del mandato elettorale. Simili espressioni non denotano alcuna efficacia retroattiva della legge in questione. Infatti la sopravvenienza della incandidabilità alla elezione, ovvero la sua dichiarazione nel corso del mandato elettorale, non implicano la anteriorità del fatto alla legge, ossia l'unica successione effettivamente dimostrativa della natura retroattiva della legge in generale, ma soltanto la possibile anteriorità della legge alla elezione.
2. Né l'art. 16 del medesimo d.lgs. n. 235/2012 comporta l'efficacia retroattiva della misura in oggetto, ossia la sua applicazione a fatti precedenti il 31 dicembre 2012. L'art. 16, infatti, prevede, ma limitatamente alle sentenze di patteggiamento, che queste ultime sono assoggettate al medesimo d.lgs. n. 235/2012, soltanto se successive alla data della sua entrata in vigore. Donde la conclusione, sostenuta dal noto argumentum a contrariis, secondo la quale le sentenze di patteggiamento pronunciate precedentemente alla data di entrata in vigore del d.lgs. in oggetto, non possono essere assoggettate a quest'ultimo. Giunti a questa conclusione, che concerne soltanto le sentenze di patteggiamento, non si capisce come si possa giustificare l'ulteriore passaggio secondo il quale, questa volta con riferimento al ben diverso giudizio ordinario, le relative sentenze, precedenti o successive all'entrata in vigore del più volte citato d.lgs. n. 235/2012, possono essere assoggettate alla sua disciplina. È chiaro infatti che il già richiamato argumentum a contrariis non esplica alcun effetto per il giudizio ordinario e limita la propria efficacia interpretativa al disposto dell'art. 16, espressamente circoscritto al cd. patteggiamento. Così completandone, a contrariis, la disciplina questa volta con riferimento alle sentenze precedenti il 31 dicembre 2012. Nessun riferimento è contenuto per il giudizio ordinario e per le sentenze pronunciate - come nel caso del sen. Berlusconi - al suo esito. Ne consegue che al giudizio ordinario non possono che applicarsi le regole generali in tema di efficacia irretroattiva di ogni legge. Queste ultime utilizzano, come unico parametro di applicazione, la data del fatto assoggettato alla disciplina legislativa. Unico elemento, questo, al quale correlare il fenomeno di successione tra leggi. Nessuno infatti ha mai pensato di fare riferimento alla posteriorità o meno della legge rispetto alla data della sentenza, dal momento che questa procedura sarebbe del tutto fuorviante al fine di stabilire se una norma può regolare una certa vicenda. Il tema che qui dobbiamo affrontare concerne, invece, la possibilità che una legge posteriore al fatto, possa disciplinarlo, introducendo misure limitative di un diritto non previste al momento della violazione.
Venendo al caso di nostro più diretto interesse, è facile notare come i fatti per i quali è intervenuta condanna penale risalgano all'anno 2004, laddove la legge Severino è entrata in vigore soltanto nell'anno 2012, ossia otto anni dopo.
Giova pure sottolineare che ogni legge che limita il diritto di elettorato passivo è insuscettibile di interpretazioni estensive, costituendo una disposizione di stretto diritto (cfr., sul punto, Corte cost., sent. n. 306/2003; n. 132/2001; n. 141/1996; n. 344/1993).
3. Quanto alle ragioni che giustificano la disciplina dettata in via esclusiva per il patteggiamento e, in particolare, quelle che ne giustificano la già evidenziata divergenza rispetto alle regole ordinarie, vi è da osservare quanto segue. La sentenza pronunciata ai sensi dell'art. 444 del c.p.p. è di tipo anticognitivo, ossia non comporta alcun accertamento della responsabilità penale, e si caratterizza per la necessità che sia l'indagato a richiederla, peraltro entro il termine decadenziale della udienza preliminare. Pertanto, è ragionevole concludere che l'art. 16 d.lgs.n. 235/2012 si limiti ad avvertire chiunque intenda proporre istanza di patteggiamento informandolo delle più gravi conseguenze alle quali si esporrà, dal momento che, senza alcun accertamento dei fatti e per di più a sua richiesta, non soltanto verrà condannato, ma per giunta subirà anche gli effetti della incandidabilità sopravvenuta (questa disposizione trova giustificazione anche nel fatto che l'art. 445 del c.p.p. stabilisce i casi rispetto ai quali la sentenza di patteggiamento non è equiparata a quella di condanna, nonché nella ormai consolidata giurisprudenza di legittimità secondo la quale questa stessa sentenza è comunque - salve, per l'appunto, talune espresse eccezioni - una sentenza di condanna, nonché nella nota sentenza Scoppola della CEDU che ha fissato, con la forza delle norme interposte, i princìpi della irretroattività sfavorevole e della retroattività favorevole. Ciò congiuntamente all'ulteriore principio secondo il quale costituisce violazione del diritto ad un processo equo, l'applicazione retroattiva delle nuove regole di determinazione della pena introdotte dal d.l n. 341/2000 per il giudizio abbreviato, essendo stato così deluso illegittimo affidamento che l'imputato aveva riposto nella riduzione di pena allorquando aveva scelto di adire quel rito speciale. Vicenda, questa, che dimostra evidenti analogie con la ratio che secondo la nostra opinione informa anche l'art. 16 d.lgs. n. 235/2012 qui più volte richiamato, nella parte in cui detta l'unica norma di diritto transitorio dell'intero d.lgs.n. 235/2012.
II
NATURA GIURISDIZIONALE DEI POTERI ATTRIBUITI ALLA GIUNTA DELLE ELEZIONI E DELLE IMMUNITÀ
POTERE DELLA GIUNTA DELLE ELEZIONI E DELLE IMMUNITÀ DI SOLLEVARE QUESTIONI DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE
Quanto alla natura giurisdizionale dei poteri attribuiti alla Giunta delle elezioni e delle immunità vi è da osservare quanto segue.
A parte ogni altra considerazione, la stessa struttura del procedimento per la convalida o la contestazione della elezione prefigura un organo dotato di simili poteri. Sul punto basterà riflettere sul fatto che le sono attribuiti poteri in tema di immunità penali e di autorizzazione a procedere concernenti il processo penale, valutando la sussistenza dei presupposti che la legge detta al riguardo.
In questa direzione si vedano le sentenze nn. 9151, 9152 e 9153 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione civile dell'anno 2008, nonché l'ordinanza n. 117/2006 e la sentenza n. 259/2009 della Corte costituzionale.
Si devono anche considerare gli orientamenti pregressi della Giunta del Senato, del tutto favorevoli nel senso di ritenere che la Giunta può sollevare questioni di legittimità costituzionale. Più in particolare si allude ai tre precedenti in cui sono state ritenute ammissibili e poste ai voti, anche se non approvate, proposte volte a sollevare questione di legittimità costituzionale (sedute del 21 gennaio 2008 e del 10 luglio 2009), oppure sono state ritenute manifestamente infondate (seduta pubblica del 20 ottobre 2008). Non è certo irrilevante aggiungere come tali precedenti siano stati registrati nelle diverse fasi in cui si articola il procedimento dinnanzi alla Giunta: fase preliminare di delibazione, fase di esame dopo la costituzione, in contraddittorio con le parti, del Comitato inquirente, procedura di contestazione di una elezione (con seduta pubblica e successiva camera di consiglio).
Tra l'altro, se la Giunta non fosse titolare di un simile potere, si ammetterebbe l'esistenza nell'ordinamento di una zona franca - rispetto al doveroso e generalizzato controllo di costituzionalità - dal momento che le disposizioni che ci occupano sono indirizzate esclusivamente alla Giunta che, contraddittoriamente rispetto ai principi però, non potrebbe reclamare il necessario controllo di costituzionalità.
Ma non basta, se questo potere dovesse difettare, i membri del Parlamento sarebbero trattati in maniera diseguale rispetto ai consiglieri regionali i quali, al contrario, godono di una tutela esclusa per i primi, ossia quella costituita dal ricorso amministrativo. Laddove i parlamentari dovrebbero semmai godere di una tutela più estesa rispetto a quella riservata ai consiglieri regionali, per essere espressione della sovranità popolare anziché delle autonomie locali.
Vi è pure da sottolineare che non ha alcun pregio giuridico l'argomento contrario secondo il quale la risorsa del controllo di costituzionalità sarebbe superflua, dato che il Parlamento potrebbe comunque modificare la legge in questione, con ciò svuotando di significato il reclamato ricorso alla Corte costituzionale. Al riguardo basterà obiettare che il Parlamento è un organo con funzioni legislative, non attrezzato a compiere alcun controllo di costituzionalità, per il quale controllo il nostro sistema prevede invece l'esclusivo intervento della Corte costituzionale. Dire, poi, che il Parlamento può modificare la legge, non prova nulla, dal momento che prova troppo. Infatti il Parlamento può modificare ogni legge, ancorché non sospettata di incostituzionalità. Resta poi da ricordare l'ampiezza del parametro della "non manifesta infondatezza", al fine di ulteriormente giustificare la richiesta qui avanzata della quale potrebbe essere promotore il Senato della Repubblica. Sul punto, non è privo di rilievo ricordare che qui si chiede di sottoporre la questione alla Corte costituzionale che la valuterà sotto ogni suo aspetto, non implicando questa richiesta alcuna correlativa affermazione di fondatezza di una così complessa questione.
III
IL PRINCIPIO DI IRRETROATTIVITÀ DELLA LEGGE
1. È necessario premettere che il legislatore può anche non definire la natura giuridica di una misura limitativa di taluni diritti dei cittadini. Ciò non significa però che l'interprete non abbia il potere/dovere di stabilire a quale ramo dell'ordinamento questa appartenga. Sul punto deve osservarsi come la giurisprudenza della Corte europea diritti dell'uomo (cfr. Corte europea dei diritti dell'uomo, II sezione, Sud Fondi s.r.l. e altri contro Italia, ricorso n. 75909/01, 20 gennaio 2009; cd. vicenda "Punta Perotti"1) abbia affermato il principio secondo il quale l'opera di denominazione delle misure limitative dei diritti dei cittadini si impone al giudice anche in via sostitutiva, ovvero anche se conduce a risultati contrastanti con la diversa denominazione usata dal legislatore nazionale. Infatti, ben al di là della espressa qualificazione legislativa, la giurisprudenza della Corte europea segnala la necessità di valutare la sostanza del provvedimento e, quindi, gli effetti che in concreto esso produce con riferimento ai diritti dei cittadini. Conclusione, questa, nella quale si condensa un principio di alta civiltà giuridica che in una parola si può definire della prevalenza del giusto - sostanziale rispetto all'ingiusto - formale. Infatti, se si ragionasse diversamente si ammetterebbe quel meccanismo cosiddetto della truffa delle etichette mediante il quale un legislatore astuto e illiberale potrebbe, attraverso l'uso di denominazioni di comodo, sottrarre i diritti dei cittadini ad ogni necessaria tutela. Pertanto è chiaro che non può esservi una norma che limita il diritto costituzionale di elettorato passivo (art. 51 Cost.), senza che essa venga necessariamente qualificata quanto meno come punitiva.
Al riguardo occorre pure notare come, nel caso che occupa, sussistano tutti i presupposti per orientare l'interprete nel senso della configurazione in chiave penalistica della sanzione della incandidabilità sopravvenuta. Basterà osservare che questa sanzione:
1) sacrifica un diritto di rango addirittura costituzionale. È noto, tra l'altro, che l'offesa di un bene giuridico costituzionalmente garantito rientra tra gli indici astrattamente deponenti a favore della natura penalistica della relativa sanzione;
2) accede ad un reato, benché tale osservazione non sia di per sé decisiva, dato che ad un reato possono accedere anche conseguenze di diritto civile, disciplinare o amministrativo. Queste ultime, tuttavia, secondo l'ar. 1 della legge n. 689/1981 sarebbero comunque assoggettate al principio di irretroattività (sul punto si veda Corte app. Milano, sez. III, ud. 19 ottobre 2013, nel giudizio di rinvio dopo l'annullamento parziale nel caso specifico, ossia nei confronti del sen. Silvio Berlusconi);
3) costituisce la conseguenza di una sentenza penale di condanna;
4) rappresenta una ipotesi speciale di interdizione dai pubblici uffici che qui riguarda, non ogni ufficio pubblico, bensì l'ufficio di parlamentare. Ma la specialità non concerne solo il tipo di ufficio; è speciale anche quantitativamente, dal momento che in questo caso è possibile applicare l'interdizione rispetto a condanne che si sottrarrebbero alla pena accessoria, dati i più elevati limiti di cui all'art. 33 c.p.
Occorre infine ricordare che l'opera di denominazione di una misura afflittiva è assolutamente necessaria quantomeno al fine di stabilire la disciplina legislativa, anche di livello costituzionale, alla quale deve essere assoggettata, non potendo nessuno pensare che esistano disposizioni vaganti nell'ordinamento giuridico, come tali non assoggettabili ad alcuna specifica disciplina. Né tantomeno possono esistere misure di un ordinamento giuridico laico e secolarizzato che si reggono sulla stupefacente affermazione secondo la quale esse registrerebbero l'intervenuta immoralità o indegnità a ricoprire taluni uffici pubblici, per come purtroppo si legge in talune sentenze dei giudici amministrativi (cfr., sul punto, Consiglio di Stato, sez. V, 6 febbraio 2013, n. 695). Sarebbe infatti chiara la incostituzionalità di una simile disposizione, ma soprattutto evidente, sul piano di un necessario giudizio politico, la immoralità (questa volta il termine sarebbe del tutto appropriato) di una scelta legislativa cinica che porrebbe in mano all'Ordine giudiziario e a chi detiene la maggioranza politica, il potere di decidere la composizione del Parlamento e quindi il destino della opposizione.
2. Malgrado la contraria decisione a maggioranza della Giunta, noi disponiamo di una serie di indizi che depongono per la natura di effetto penale di una sentenza penale di condanna della incandidabilità sopravvenuta ex d.lgs. n. 235/2012. Infatti essa:
1) è collegata ad un ben preciso catalogo di reati (art. 1 d.lgs. n. 235/2012);
2) è la conseguenza, per come si è appena notato, di una sentenza penale di condanna (art. 13 c. 1 d.lgs. n. 235/2012);
3) è commisurata - ma anche questo aspetto è già stato evidenziato - alla durata della interdizione dai pubblici uffici, ossia alla durata di una pena accessoria (art. 13 c. 1 d.lgs. n. 235/2012);
4) si estingue soltanto mediante riabilitazione (art. 15 c. 3 d.lgs. n. 235/2012), la quale estingue le pene accessorie e ogni altro effetto penale della condanna (art. 178 c.p.).
3. Qualora per assurdo alla incandidabilità sopravvenuta si attribuisse natura non penalistica, comunque le conclusioni non muterebbero per le seguenti ragioni:
a) l'art. 11 disp. prel. c.c. afferma il principio secondo il quale ogni legge - quindi senza alcuna distinzione - dispone per il futuro e non può avere effetto retroattivo;
b) l'art. 25 cpv. Cost. afferma che "nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso". Dove l'espressione "punito" è rivelatrice di un provvedimento di natura non necessariamente penalistica, ma soltanto limitativo di un qualche diritto.
Cosa diversa si sarebbe potuta affermare nel caso in cui l'art. 25 cpv. Cost. avesse statuito che "nessuno può essere privato della libertà personale... ". In questo ultimo caso, infatti, l'articolo 25 cpv. Cost. avrebbe rivestito esclusiva efficacia penalistica. Da ciò è legittimo desumere che il principio di irretroattività sfavorevole opera in tutti i diversi settori nei quali si articola ciò che a ragione potremmo definire "diritto punitivo", sotto l'ombrello di copertura costituito dall'art. 25 cpv. Cost. In ogni caso, anche a voler trascurare i rilievi precedenti, l'art. 1 della legge n. 689/1981 stabilisce il medesimo principio di cui all'art. 25 cpv. Cost. per l'illecito amministrativo punitivo.
4. Sia l'art. 25 cpv. Cost., sia l'art. 1 l. n. 689/1981, come anche l'art. 2 c.p., nel disciplinare la irretroattività della legge, individuano quale parametro di riferimento, il fatto attribuito al soggetto e la sua datazione temporale. Componente, questa, che nessuno può trascurare, nel caso in cui si debba addebitare a taluno una qualche responsabilità e le conseguenze da essa derivanti.
5. Anche a voler ammettere che la decadenza per incandidabilità sopravvenuta non costituisce un effetto penale di una sentenza penale di condanna, non è comunque possibile sfuggire ai principi generali (art. 25 cpv. Cost. interpretato secondo quanto dedotto al punto 3 lett. b), art. 11 preleggi, art. 1 l. n. 689/81, art. 7 C.e.d.u., art. 49 Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea). Con particolare riferimento agli artt. 11 preleggi e 1 l. n. 689/81, una eventuale eccezione ai principi in essi contenuti avrebbe dovuto comportare quantomeno una espressa disposizione del legislatore al riguardo, qui invece assente.
6. A sostegno della qui criticata efficacia retroattiva della legge cd. Severino non può nemmeno essere addotta la già citata sentenza n. 695 del 6 febbraio 2013 della V sezione del Consiglio di Stato. Sentenza, questa, relativa ad un giudicato penale di condanna formatosi nel 2001 a carico di un consigliere regionale, il cui statuto - come è noto - è del tutto diverso rispetto a quello del parlamentare. Infatti, per come abbiamo già notato, mentre il primo rappresenta le autonomie locali, il secondo è invece espressione della sovranità popolare.
Tra l'altro, avuto riguardo all'applicabilità della legge in oggetto ai procedimenti elettorali successivi alla sua entrata in vigore, ma con riferimento a requisiti soggettivi connessi a fatti storici precedenti, il Consiglio di Stato denota una vistosa incertezza proprio sul punto cruciale del rapporto tra tempo e legge, là dove confonde l'art. 11 delle preleggi, il quale detta le regole generali di applicazione di ogni legge nel tempo, sancendo il principio di irretroattività, con il diverso principio del tempus regit actum, al contrario destinato a regolare le sole attività procedimentalizzate per le quali rileva, non la data della violazione, ma quella nella quale si compie una certa attività, la regolamentazione giuridica della quale deve essere scelta tra più norme eventualmente succedutesi nel tempo e tutte apparentemente applicabili.
7. Le argomentazioni sopra esposte inducono a ritenere non manifestamente infondata e rilevante la questione di legittimità costituzionale degli artt. 1, 3 e 16 d.lgs. n. 235/2012 per contrasto con gli artt. 25 cpv. Cost. e 7 CEDU, ovviamente nel caso in cui le disposizioni di rango ordinario sopra citate si ritenessero applicabili e per di più dotate di efficacia retroattiva in quanto riferibili alla vicenda del sen. Silvio Berlusconi.
IV
OBBLIGO DI DISPORRE RINVIO PREGIUDIZIALE DI TIPO INTERPRETATIVO ALLA CORTE DI GIUSTIZIA DELL'UNIONE EUROPEA
Infine, non possono nemmeno tacersi le conseguenze dell'eventuale decadenza per incandidabilità sopravvenuta del sen. Berlusconi nel campo di applicazione del diritto comunitario, avuto riguardo alle prossime elezioni del Parlamento europeo. Infatti, stando al più volte citato d.lgs. n. 235/2012 i presupposti dell'incandidabilità alla carica di Parlamentare europeo sono identici a quelli richiesti per il Parlamentare nazionale, in virtù dell'espresso rinvio contenuto nell'art. 4 (" incandidabilità alla carica di membro del Parlamento Europeo spettante all'Italia") all'art. 1 (" incandidabilità alle elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica") che, per l'appunto, disciplina i casi di incandidabilità alle cariche di Deputato e Senatore.
Una simile normativa risulta in contrasto con l'art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, il quale va interpretato anche alla luce dell'art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, che - per come si è già osservato - deve essere letto nel senso che il principio di irretroattività opera rispetto a tutte quelle sanzioni comunque caratterizzate, a prescindere dalla loro denominazione formale, da un contenuto sostanzialmente punitivo.
La sussistenza di un nesso di pregiudizialità tra il procedimento in corso e l'interpretazione del diritto comunitario appena richiamata, impone quindi di sollevare un rinvio pregiudiziale di tipo interpretativo alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, ai sensi dell'art. 267 del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea. Per come è noto, quest'ultima disposizione prevede l'obbligo per il giudice - avverso le cui decisioni non possa proporsi un ricorso giurisdizionale di diritto interno - di sottoporre alla Corte l'interpretazione del diritto dell'Unione, dato l'obbligo giuridico, che se violato esporrebbe l'Italia a gravi conseguenze di natura economica, di coordinare il diritto interno con quello comunitario. Ciò salvo che già esista, al contrario di quanto accade nella vicenda di nostro interesse, una consolidata giurisprudenza relativa alla rilevanza e alla non manifesta infondatezza della questione.
* * *
Tanto premesso, assume particolare rilevanza ai fini della decisione, sia la questione concernente l'assenza di ogni ragione normativa che giustifichi l'applicazione retroattiva delle norme in esame, sia l'ulteriore questione, nel caso in cui si ritenesse che l'incandidabilità sopravvenuta possa applicarsi a fatti commessi prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 235/2012, concernente il giudizio di costituzionalità per l'evidente violazione, a questo punto del tutto palese, del principio costituzionale, ma anche interposto, di irretroattività.
P.Q.M.
ci permettiamo di chiedere che il Senato della Repubblica:
a) deliberi che il d.lgs. n. 235/2012 è privo di qualsivoglia disposizione dotata di efficacia retroattiva concernente le norme sopra richiamate e di conseguenza che è inapplicabile alla condanna conseguita alla sentenza di rigetto parziale pronunciata dalla Sezione feriale della Corte di Cassazione in data 1º agosto 2013 nei confronti del ricorrente sen. Silvio Berlusconi;
b) in subordine, eventualmente anche previo il riconoscimento dei poteri e della natura giurisdizionale della Giunta delle immunità e delle elezioni, nonché della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt 1, 3 e 16 del d.lgs. n. 235/2012 rispetto agli artt. 25 cpv. Cost. e 7 CEDU, sollevi questione di legittimità costituzionale.
________________
1) Come è noto, con questa sentenza la Corte e.d.u. ha riconosciuto la natura sostanzialmente penale della cd. confisca urbanistica, ritenendo altresì che la sua applicazione nel caso concreto si ponesse in contrasto con l'art. 7 § 1 Cedu che sancisce il principio di legalità dei reati delle pene (nullum crimen, nulla poena sine lege). Ciò in quanto la base legale dell'infrazione (il precetto che configurava il reato di lottizzazione abusiva) non rispondeva ai requisiti di accessibilità e prevedibilità per il destinatario della norma, il quale pertanto non si trovava, al momento del fatto, nella condizione di poter prevedere che gli sarebbe stata inflitta una sanzione. Per le medesime ragioni è stata riscontrata anche una violazione dell'art. 1 Prot. 1 Cedu (che sancisce il diritto di proprietà), dal momento che l'ingerenza nel diritto di proprietà dei ricorrenti doveva ritenersi priva di una base legale conforme ai requisiti convenzionali di accessibilità e prevedibilità.
(numerazione resoconto Senato G2)
(9/Doc. III, n. 1/2)
D'ASCOLA, AIELLO, RAZZI, FORMIGONI, GUALDANI, MANCUSO, BILARDI, CARIDI, CARDIELLO, COLUCCI, SACCONI, GIOVANARDI, D'ALÌ, MARINELLO, CASSANO, PAGANO, CHIAVAROLI, SCOMA, VICECONTE, AUGELLO, COMPAGNA, QUAGLIARIELLO, VICARI, ESPOSITO GIUSEPPE, SCHIFANI, NACCARATO, AZZOLLINI, DALLA TOR, CONTE, GENTILE, BIANCONI, CALIENDO