• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00242    premesso che:     il quadro di previsioni elaborato dal Governo nel DEF appare sovradimensionato, eccessivamente e immotivatamente ottimistico, smentito seccamente dalle...



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00242presentato daPALESE Roccotesto diMercoledì 27 aprile 2016, seduta n. 614

   La Camera,
   premesso che:
    il quadro di previsioni elaborato dal Governo nel DEF appare sovradimensionato, eccessivamente e immotivatamente ottimistico, smentito seccamente dalle maggiori autorità pubbliche e private, nazionali e internazionali;
    per una serie di ragioni (sia ragioni internazionali, sia, non neghiamolo, ragioni tutte italiane), veniamo da 8-10 anni catastrofici per l'economia nazionale. Dal 2007 a oggi, l'Italia ha perso oltre 9 punti di PIL. Nello stesso anno, come si ricorderà, la disoccupazione era scesa al 6 per cento. Oggi siamo al doppio come media nazionale;
    l'anno appena trascorso ha segnato un troppo flebile e incerto ritorno alla crescita. Di fatto, si è sciupato l'anno potenzialmente decisivo per uno scatto in avanti dell'Italia. Il contesto internazionale si giovava di tre condizioni magiche (il Quantitative Easing, il petrolio basso, il rapporto Euro/Dollaro), oggi purtroppo meno chiare, più esposte a essere contraddette da fattori negativi nel medio periodo (incertezza politica in tutto l'Occidente, rischio terrorismo, stagnazione in Europa);
    si assiste purtroppo a una differenza addirittura crescente tra Nord e Sud Italia, con i dati del Settentrione che hanno mostrato qualche più pronunciato segnale di recupero, mentre quelli del Meridione inchiodano 8 regioni italiane a una performance ancora assolutamente negativa, nella totale inazione del Governo, che si è molto dedicato alla convegnistica sul Sud ma non ha mostrato alcuna seria capacità di intervento;
    anche il Governo in carica, come i precedenti, non ha saputo cambiare passo nel contrasto alle tre malattie italiane (tasse alte, spesa alta, debito alto), limitandosi al piccolo cabotaggio, alla gestione dell'esistente, all'accettazione degli «zero virgola», malamente mascherata da annunci roboanti;
    per creare una ripresa sostenuta e per creare vera nuova occupazione, non basta un tasso di crescita da «zero virgola» e purtroppo neanche da «uno virgola», a maggior ragione dopo il «meno nove» registrato dal 2007 a oggi, e occorrerebbe quindi puntare a un «due virgola qualcosa» per avere effetti più duraturi e consistenti;
    resta il peso delle clausole di salvaguardia per i prossimi anni: vere e proprie «bombe» da circa 35 miliardi pronte a esplodere tra il 2017 e il 2018;
    se non si rilancia la domanda, se non si rendono le nostre imprese più competitive riducendo il carico fiscale e burocratico, non c’è formula contrattuale, nuovo codice del lavoro, «politica industriale» o «incentivo» che possa magicamente creare nuovi posti di lavoro. Le imprese non assumeranno, o non assumeranno abbastanza. Perché il lavoro non si crea per legge o con operazioni dirigistiche, lo creano le imprese. E c’è un'unica vera politica in grado di creare condizioni favorevoli alla ripresa dell'economia e, di conseguenza, in grado di mettere le imprese in condizione di assumere: abbassare le tasse in modo consistente, forte, duraturo. Il migliore jobs act possibile, il solo modo per favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, è un taglio fiscale massiccio, che renda le nostre imprese più competitive e rimetta in moto la domanda, accompagnato da un corrispondente processo di sburocratizzazione,

impegna il Governo:

   ad accettare la proposta di un vero e proprio choc fiscale, ripetutamente proposto (con emendamenti dichiarati ammissibili in occasione delle ultime due leggi di stabilità) dal deputati Conservatori e Riformisti, prevedendo un taglio della pressione fiscale verso famiglie, lavoratori e imprese per 48 miliardi (24 miliardi immediatamente, altri 24 miliardi nei successivi 3-4 anni);
   a finanziare quei tagli fiscali con corrispondenti tagli alla spesa pubblica eccessiva e improduttiva (secondo le stesse proposte emendative, già citate), a tal fine riprendendo, voce per voce, le proposte del Rapporto Cottarelli, e invertire la tendenza sbagliata per cui la vera spending review è ridotta al minimo (nonostante gli annunci roboanti del Governo, anche in questo caso), mentre il resto sono essenzialmente tagli lineari a regioni e sanità, ma con un andamento di tendenza che resta purtroppo in aumento. In sostanza, più che riduzioni di spesa, si tratta di «mancati ulteriori aumenti». Il Governo deve abbandonare l'abitudine di trovare la parte notevolmente più grande delle coperture o per deficit o attraverso entrate una tantum: deve accadere il contrario, con la parte essenziale che dovrebbe avvenire attraverso spending review, e quindi attraverso tagli alla spesa improduttiva;
   a rinunciare a qualunque distribuzione a pioggia di risorse e a qualunque intervento che non abbia i due caratteri appena indicati: taglio strutturale della pressione fiscale, finanziato con taglio strutturale della spesa pubblica eccessiva e improduttiva;
   a riferire in Parlamento su un credibile piano di attacco al debito pubblico, in primo luogo basato su privatizzazioni (non certamente su svendite), costruite sulla valorizzazione di alcuni asset e sull'apertura al mercato;
   a promuovere una vera, forte e credibile operazione rivolta al Mezzogiorno. Ad avviso dei presentatori del presente atto, dopo mesi e mesi di annunci sul fantomatico «masterplan», si assiste alla totale mancanza di una visione, di una proposta, di un'idea per il Sud da parte del Governo. A tutto questo (oltre al danno, la beffa) si è spesso aggiunto l'ulteriore «scippo» ai danni del Mezzogiorno sul cofinanziamento statale rispetto ai fondi dell'Unione europea. Una delle nostre proposte è quella di ragionare sull'opportunità di creare delle «Zes», cioè zone economiche speciali a cui accordare un regime di favor fiscale e burocratico. L'esperimento delle «zone franche urbane» non ha funzionato perché era troppo limitato e perché, nonostante le intenzioni, alla fine la burocrazia ha prevalso. Invece, il Sud (così come altre realtà, ovviamente anche al Nord) potrebbe essere il luogo naturale di sperimentazione di un progetto più ambizioso, di «free zones» non basate sullo sperpero di denaro pubblico, ma su meccanismi di defiscalizzazione e di sburocratizzazione. O si fa ripartire Mezzogiorno, oppure una vera ripresa resterà un miraggio;
   in materia di banche, a ridiscutere in Parlamento, e a rinunciare alle confuse e pasticciate soluzioni (cosiddetto progetto Atlante) circolate in queste settimane, già bocciate da autorevolissimi osservatori e istituzioni nazionali e internazionali. La questione bancaria, ad avviso dei presentatori, non si affronta con un mostro giuridico ed economico. Mostro giuridico, perché la governance è finto-privata, ma con un ruolo pubblico che è evidente a tutti, a partire dal coinvolgimento di Cdp (la stampa internazionale, non a caso, continua a parlare di «piano Renzi»). Mostro economico, perché rischia di far rientrare dalla finestra il bail out, e (com’è già successo) di mettere a carico della parte sana del sistema bancario il salvataggio e il soccorso permanente a quella malata e mal gestita;
   tutto si risolverà nell'ennesima, costosa e inutile soluzione, in particolare nell'illusione di «gestire» le ben note crisi venete, e di alimentare la tendenza a un interventismo pubblico in economia a cui anche l'attuale Governo, sbagliando, non vuole rinunciare.
(6-00242) «Palese, Distaso, Chiarelli, Marti, Altieri, Capezzone, Ciracì, Fucci, Bianconi, Latronico».