• Testo MOZIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.1/01254    premesso che:     «Contrastare la violenza sulle donne è un compito essenziale di ogni società che si proponga la piena tutela dei diritti fondamentali della...



Atto Camera

Mozione 1-01254presentato daBINETTI Paolatesto diLunedì 9 maggio 2016, seduta n. 620

   La Camera,
   premesso che:
    «Contrastare la violenza sulle donne è un compito essenziale di ogni società che si proponga la piena tutela dei diritti fondamentali della persona». Lo ha affermato il Capo dello Stato Sergio Mattarella in occasione della giornata contro la violenza alle donne, auspicando un'azione di «educazione dei giovani al rifiuto della violenza nei rapporti affettivi», ha aggiunto però: «Resta ancora molta strada da fare»;
    per far fronte a un fenomeno sociale e culturale di così vasta portata, come è quello della violenza sulle donne nelle sue molteplici manifestazioni, sono necessarie risorse culturali prima ancora che economiche e finanziarie, dal momento che il fenomeno della violenza sulle donne ha una sua specifica connotazione a seconda dei Paesi e della loro cultura, della loro organizzazione familiare, lavorativa e sociale. Fatti recenti hanno mostrato e confermato come la violenza sulle donne costituisca anche un nodo concettuale di particolare interesse, in cui si intrecciano atteggiamenti che vanno oltre le specifiche culture nazionali. Tra le donne che subiscono violenza e gli attori della violenza stessa ci può essere una radicale diversità di provenienza oltre che di cultura e di stili di vita. Per questo servono informazioni complete e continuamente aggiornate, sul piano quantitativo e qualitativo, capaci di far emergere le costanti e mutevoli aggressioni che le donne subiscono;
    in questa legislatura, il 5 giugno 2013 tra i primi atti compiuti da questo Parlamento, si ricorda che la Camera ha approvato all'unanimità una mozione contro la violenza sulle donne con un atto parlamentare finalizzato a sensibilizzare il Parlamento sugli episodi di violenza sulle donne la cui frequenza stava assumendo connotati preoccupanti anche nel nostro Paese. La mozione, nelle intenzioni di tutti, doveva rappresentare il punto di partenza per nuove iniziative politiche, necessarie per arginare il fenomeno e per consentire azioni di sostegno, formazione e protezione. Le diverse mozioni raccoglievano un dato inquietante per quanto riguarda specificatamente il femminicidio in quegli anni; nel rapporto pubblicato dall'Eures si registrava in Italia un aumento delle uccisioni di donne del 14 per cento dalle 157 nel 2012 alle 179 del 2013;
    la mozione di allora si uniformava alle direttive impartite in un campo così delicato dall'Unione europea, dalle Nazioni Unite e da vari consessi internazionali. Si voleva monitorare nel modo più efficace possibile il fenomeno, sostenendo le vittime dal punto di vista sociale ed economico, proteggendole e garantendo loro condizioni di sicurezza che andassero oltre l'intervento delle forze dell'ordine. L'obiettivo era quello di creare i presupposti giuridici per contrastare e reprimere con determinazione questo tipo di reato. Tra i principali impegni proposti al Governo e dallo stesso accettati si sottolineava la necessità di considerare la violenza contro le donne come un'azione contro i diritti umani; si insisteva sulla necessità di sostenere l'inserimento professionale delle donne e la loro autonomia economica, in modo che potessero interrompere prontamente i rapporti caratterizzati da aggressività e da violenza anche a livello domestico. Si chiedeva di ratificare la Convenzione del Consiglio d'Europa (Istanbul 2011) sulla prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica. Si chiedevano maggiori risorse per il raggiungimento di questo obiettivo in modo da rafforzare le reti di contrasto al fenomeno, potenziando capacità di ascolto e di pronto intervento. Ma l'accento era soprattutto sulla urgente necessità di promuovere una forte campagna di prevenzione e di sensibilizzazione culturale, coinvolgendo in particolare gli operatori sanitari, sociali, del diritto e dell'informazione, perché imparassero a gestire i primi contatti con la vittima e aiutarla. Si voleva in definitiva aiutare le donne a superare la paura e a divenire consapevoli che è possibile sconfiggere la violenza e sopravvivere alla violenza stessa;
    risale al 1993 La «Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne» che all'articolo 1, descrive la violenza contro le donne come: «Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata». Ma la violenza alle donne è diventato tema e dibattito pubblico solo da pochi anni e oggettivamente sia in Italia che in Europa mancano politiche serie di contrasto alla violenza alle donne, così come mancano ricerche con respiro internazionale e progetti di sensibilizzazione e di formazione che coinvolgano a pieno titolo l'opinione pubblica. Le ricerche compiute negli ultimi dieci anni dimostrano che la violenza contro le donne è presente, sia pure in modi diversi nei Paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali o culturali, e a tutti i ceti economici. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. E il rischio maggiore più che i mariti e i padri sono soprattutto quei conviventi, che abusano di figlie non loro o di compagne occasionali. Ma tra gli abusanti ci sono anche i cosiddetti amici: vicini di casa, conoscenti e colleghi di lavoro o di studio;
    accanto alla violenza domestica che colpisce in modo speciale l'opinione pubblica per la sacralità del luogo in cui si consuma, bisogna ricordare che le donne sono esposte nei luoghi pubblici e sul posto di lavoro a molestie ed abusi sessuali, a stupri e a ricatti sessuali. In molti Paesi le ragazze giovani sono vittime di matrimoni coatti, matrimoni cosiddetti riparatori e sono costrette alla schiavitù sessuale, mentre altre vengono indotte alla prostituzione forzata e/o sono vittime di tratta. Se ne è a lungo parlato nell'ambito del World report on violence and health; l'OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha segnalato tra le altre forme di violenza le mutilazioni genitali femminili o altri tipi di mutilazioni, come in un recente passato lo stupro di guerra ed etnico. Sono ancora forme di violenza subite dalle donne quelle forme di femminicidio che in alcun Paesi, come in India e in Cina, si concretizzano nell'aborto selettivo, per cui le donne vengono indotte a partorire solo figli maschi, perché più e meglio accettati socialmente. Anche se il disastro demografico che questa politica ha causato sta obbligando il Governo di questi Paesi a fare rapidamente marcia indietro. Esistono infine violenze relative alla riproduzione, come l'aborto forzato e la sterilizzazione forzata, e più recentemente perfino la gravidanza forzata;
    Irina Bokova, direttrice Generale dell'UNESCO, il 25 novembre 2015 in occasione della giornata contro la violenza alle donne ha affermato che «La violenza contro le donne è una violazione dei diritti e delle libertà fondamentali delle donne ed è inaccettabile in qualsiasi delle sue molteplici forme. L'UNESCO s'impegna a proteggere e promuovere i diritti e le libertà delle donne. Per farlo, è necessario garantire la piena ed equa partecipazione delle donne allo sviluppo e ai processi di costruzione della pace, a tutti i livelli». Le donne e le ragazze che vivono in Paesi colpiti da conflitti armati, sono particolarmente a rischio di violenze sessuali, specie durante l'approvvigionamento d'acqua, secondo il rapporto presentato dall'ONG Earthscan per il progetto ONU del Millennio. Il timore di violenze sessuali provoca conseguenze anche nelle iscrizioni scolastiche, dovute al fatto che le famiglie temono per le proprie figlie;
    in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, promossa dall'ONU a New York, tutti i partecipanti hanno evidenziato il ruolo fondamentale della società civile nell'impegno a creare spazi sicuri in cui possano vivere serenamente le ragazze, stabilire una cultura del rispetto delle donne e porre fine alla violenza perpetrata nei confronti di donne e ragazze. Michelle Bachelet, vice segretario generale e direttore esecutivo di UN Women, l'agenzia che l'ONU ha istituito di recente, ha affermato che, sebbene ci siano stati notevoli progressi nelle politiche nazionali volte a ridurre la violenza sulle donne, molto rimane ancora da fare. Più di cento Paesi sono privi di una legislazione specifica contro la violenza domestica e più del 70 per cento delle donne nel mondo sono state vittime nel corso della loro vita di violenza fisica o sessuale da parte di uomini. La violenza, ha aggiunto la Bachelet, influendo negativamente sui risultati scolastici delle donne, sulle loro capacità di successo lavorativo e sulla loro vita pubblica, allontana progressivamente le società dal conseguimento dell'obiettivo dell'uguaglianza tra gli uomini e le donne. In quella occasione il segretario generale delle Nazioni Unite si è impegnato a cercare un finanziamento di cento milioni di dollari l'anno, da destinare al fondo fiduciario per porre fine alla violenza contro le donne;
    per questo anche le Nazioni Unite hanno più che mai bisogno di collaborazione con il settore privato che potrebbe offrire sia canali di finanziamento sia conoscenza in settori chiave. Accanto al semplice finanziamento, i partner aziendali potrebbero apportare la propria competenza per l'elaborazione di strategie, oltre un grado di sostenibilità per la tolleranza al rischio finanziario. In Africa, ad esempio, ci sono importanti progetti a carattere plurisettoriale per l'emancipazione femminile e la creazione di spazi sicuri per queste ultime, compresa la formazione di avvocati, assistenti legali e operatori del settore sanitario necessari per rispondere alle esigenze delle ragazze che affrontano la violenza. Nel mondo occorrono cambiamenti culturali forti per smettere di guardare alle donne come cittadine di seconda classe: bisogna creare una autentica cultura del rispetto;
    la riflessione sulla violenza alle donne ha acquisito una ulteriore dimensione dopo i recenti fatti di Colonia nella notte di capodanno, a cavallo tra il 2015 e il 2016, allorché un gruppo di giovani immigrati ha circondato alcune donne e ne ha fatto oggetto di avance, che in alcuni casi hanno dato origine a veri e propri fatti di violenza. Nel complesso si è trattato di un tipo di intervento analogo a quello osservato nel 2011-2012 a Piazza Tahir e questo fatto non va certamente sottovalutato. La dimensione di gruppo, la diversa provenienza geografica degli «attaccanti», in un momento in cui la tensione è alta in tutti Paesi, soprattutto rispetto alla complessa convivenza con gli immigrati, hanno dato all'episodio una rilevanza mediatica enorme. E hanno obbligato non solo le autorità, ma tutta l'opinione pubblica a livello internazionale, ad interrogarsi su questa relazione percepita come tendenzialmente destabilizzante tra donne occidentali e maschi provenienti da Paesi in cui l'immagine della donna può essere davvero diversa;
    è opportuno rilevare che solo quando il caso di Colonia è divenuto di rilievo internazionale la polizia tedesca ha avviato una serie di indagini procedendo ad alcuni arresti, con deprecabile ritardo; ciò è bastato agli xenofobi, animati da un desiderio di vendetta sommaria, per aggredire i richiedenti asilo o semplicemente, coloro che avevano un aspetto o abiti islamici. Secondo la polizia tedesca alla base della seconda aggressione c'era stato un tam tam, sui social network per scendere in strada a Colonia e prendersela con persone «visibilmente non-tedesche»;
    non c’è dubbio che entrambe le forme di aggressione confermano come in Germania ci sia la crescita di un sentimento di ostilità verso gli immigrati e un sondaggio condotto dall'istituto Forsa ha confermato questa tendenza: il 37 per cento ha risposto che considerava negativamente la presenza degli immigrati soprattutto dopo i fatti di Colonia, mentre il 57 per cento che ha dichiarato di temere che l'aumento dei profughi possa segnare una crescita della criminalità in Germania. D'altra parte è difficile non porsi degli interrogativi seri: le denunce alla polizia di Colonia per violenze subite durante la notte di Capodanno in Germania sono salite a 516, il cui 40 per cento ha a che fare con molestie a sfondo sessuale. Ad Amburgo i casi sono stati 133, e in misura minore a Düsseldorf, Francoforte, Berlino; mentre 500 uomini che hanno forzato l'ingresso di una discoteca di Bielefeld, in Westfalia, dove molte donne hanno poi subito attacchi e molestie;
    la stessa Angela Merkel davanti alle molestie sessuali denunciate da tantissime donne a Colonia nella notte di San Silvestro ha affermato che si tratta di «atti ripugnanti e criminali assolutamente inaccettabili per la Germania. L'accaduto è insopportabile per me anche sul piano personale», non ha escluso la via delle espulsioni rapide, operando successivamente in questo senso;
    da allora sono emersi numerosi casi precedenti e sono stati segnalati anche parecchi ulteriori casi di violenza in Europa, dalla Svezia alla Slovenia, dalla Francia all'Olanda, Italia compresa, in cui la violenza alle donne è stata perpetrata da cittadini di origine mussulmana. Sono evidenti l'atteggiamento di disprezzo nei confronti della donna e una sorta di azione di rivalsa per quella che ritengono una profonda umiliazione per la loro identità di maschi, frustrati dalla disoccupazione, dalla perdita di prestigio familiare, dalla mancanza di ruolo politico, e altro. In Italia si conoscono azioni di violenza commesse contro le proprie figlie o contro le proprie mogli, colpevoli di una sorta di contaminazione con la cultura occidentale che le vorrebbe più libere ed emancipate. A volta basta anche una semplice assimilazione di stili di abbigliamento o di comportamento più occidentalizzati con i propri coetanei per scatenare l'ira familiare;
    il fatto più preoccupante è che chi proviene da quei Paesi porta con sé un'idea della donna culturalmente diversa da quella occidentale, in cui comunque si riaffermano tutte le libertà costitutive dell'Occidente. Occorre non solo approfondire e rendere esplicita quale sia la natura del rapporto con le donne dell'Islam, caratterizzato spesso da una politica di dominio, che non si ferma davanti a forme di violenza strutturata come è accaduto con gli stupri e le violenze verificatesi in Iraq e Siria durante la conquista da parte dell'Isis, con i rapimenti di Boko Haram, e con la schiavitù sessuale e con i fatti gravissimi per cui centinaia di donne egiziane al Cairo sono state punite per la loro partecipazione attiva alla politica durante la cosiddetta primavera araba. Nel processo di accoglienza che riguarda i tanti rifugiati di cultura mussulmana deve esserci una chiara consapevolezza di come per noi sia irrinunciabile e urgente la difesa della libertà femminile da ogni forma di molestia, abuso e violenza sessuale;
    il processo di integrazione dei nuovi arrivati in Europa parte dal rispetto nei confronti del Paese ospitante, della sua cultura e delle sue tradizioni con un oggettivo impegno a rispettarne le leggi, gli usi e i costumi. Non c’è dubbio che aver ricevuto una formazione dalle chiare radici giudeo-cristiane consente loro una più rapida assimilazione della identità occidentale, con la piena valorizzazione del concetto di libertà personale e di pari dignità uomo-donna; mentre una formazione di marca islamica implica un itinerario più complesso per poter conservare la fedeltà a certi aspetti della propria tradizione, sottoponendone altri a quel processo di aggiornamento e di modernizzazione richiesto dalla evoluzione dei tempi e ben rappresentato nella Dichiarazione dei diritti universali dell'uomo e della donna;
    questa parte politica evidenzia che dai documenti, dai rapporti e dalle procedure relative alle attività di contrasto delle polizie europee nei riguardi delle violenze contro le donne poste in essere da stranieri, in particolare musulmani, e persino da prese di posizione di esponenti della sinistra italiana e di femministe, emergono: una sorta di sottovalutazione del fenomeno, distorte applicazioni di teorie giustificazioniste, la tendenza a «nascondere» l'entità del fenomeno per non apparire «islamofobi» o per non turbare i già complessi processi di integrazione;
    tali sconcertanti metodologie comportamentali dell'autorità di polizia, amministrative e politiche ha finito invece per portare acqua al mulino della destra estrema anti-immigrazione ed anti Unione europea (che difatti sta dilagando in tutti i Paesi dell'Unione europea), consentendole di affermare, purtroppo sulla base di numerosi elementi di evidenza pubblica;
    l'Unione europea e i Governi a guida di sinistra o centro sinistra in Europa «preferiscono» lavorare più per l'integrazione dei musulmani, che per tutelare la libertà delle donne europee;
    il processo di integrazione con l'Islam in realtà nasconde, anche per il crescente peso demografico dei musulmani, un progressivo piegarsi, sino all'assoggettamento, della cultura di libertà occidentale, dove la libertà delle donne sarà progressivamente ridotta, nel livello e negli spazi di agibilità (come peraltro già avvenuto al blindatissimo Carnevale di Colonia), e poi perduta;
    è fondamentale dimostrare che non è così, anche per evitare possibili derive autoritarie e xenofobe, nonché i rischi di un ritorno ad un triste passato. È fondamentale porre in essere le decisioni politiche, di legge e di contrasto, necessarie a tutelare le donne e la loro libertà, che è un valore assoluto, dalla violenza e dai tentativi di oppressione. È fondamentale dare veste legale all'assunto che chi non riconosce la parità e la libertà delle donne non può essere integrato,

impegna il Governo:

   in linea con gli impegni formulati nella mozione contro la violenza alle donne approvata nel giugno 2013, ad adoperarsi per fare dell'Italia un punto di riferimento per quanto attiene alle piena applicazione delle pari opportunità in tutti gli ambienti sociali e professionali;
   a rafforzare e dare veste legale ai contenuti della Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione emanata dal Ministro dell'interno Amato 2006 assumendo iniziative per:
    a) attivare programmi di formazione-informazione nei confronti delle persone che giungono nel nostro Paese, uomini e donne, e che hanno alle spalle culture e consuetudini diverse dalle nostre, soprattutto in tema di diritti civili e in particolare di diritti delle donne;
    b) garantire alle donne immigrate spazi e tempi adeguati per una formazione umana e professionale che consenta loro di inserirsi positivamente nel contesto sociale in modo da raggiungere una propria autonomia anche sul piano economico;
    c) assicurare alle donne immigrate luoghi concreti a cui poter accedere per conoscere i loro diritti, per comprendere meglio le loro responsabilità e per denunciare i torti di cui sono vittime;
    d) introdurre la sottoscrizione da parte di coloro che vengono da Paesi extraeuropei, di una carta dei diritti e dei doveri quale atto necessario per avviare il processo di integrazione, di riconoscimento della condizione di profugo, di richiesta di cittadinanza, di stabilimento nel Paese;
    e) prendere gli opportuni contatti con i rappresentati delle comunità straniere in Italia, al fine di ottenere la sottoscrizione della Carta;
   a valutare la possibilità di promuovere in sede comunitaria l'emanazione di norme che consentano l'allontanamento immediato dall'Unione degli stranieri che commettono violenza contro le donne o la perdita della qualifica di profugo o del titolo di soggiorno;
   ad assicurare un'elevata priorità alla lotta contro tutte le forme di violenza e di discriminazione nei riguardi delle donne: dallo sfruttamento della prostituzione, alla tratta delle donne, dai matrimoni con le spose bambine alle mutilazioni genitali;
   ad assumere iniziative per privilegiare, nelle procedure per l'accesso al nostro Paese, come già accade in alcuni Stati occidentali, le famiglie, le donne, i bambini e gli anziani che sfuggono non solo alle guerre, ma anche alla persecuzione religiosa;
   a rafforzare tutte le misure, compresi i presidi di polizia, che garantiscano alle donne la loro sicurezza, con particolare attenzione ad alcuni luoghi e ad alcune fasce orarie;
   ad assicurare una tempestiva informazione all'opinione pubblica italiana sulle condizioni e sui modi in cui si può favorire una sana integrazione, rispettosa dei diritti di tutti, aperta all'accoglienza e al confronto.
(1-01254) «Binetti, Bosco, Buttiglione, Calabrò».