• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
S.6/00196 in occasione della riunione del Consiglio europeo che avrà luogo a Bruxelles nei giorni 28 e 29 giugno prossimi venturi; premesso che: nella riunione i Capi di...



Atto Senato

Risoluzione in Assemblea 6-00196 presentata da STEFANO LUCIDI
lunedì 27 giugno 2016, seduta n.646

Il Senato,
in occasione della riunione del Consiglio europeo che avrà luogo a Bruxelles nei giorni 28 e 29 giugno prossimi venturi;
premesso che:
nella riunione i Capi di Stato e di Governo affronteranno, come ormai avviene da tre anni a questa parte, il tema dei flussi migratori. Nonostante l'emergenza migratoria sia all'apice dell'agenda europea, ogni giorno il Mediterraneo è teatro di nuovi lutti;
l'Unione europea ha tentato di far fronte a un fenomeno, che assume sempre più i contorni di una sfida globale, con l'adozione dell'Agenda europea sulla migrazione del maggio 2015 che ha solo in minima parte arginato la crisi umanitaria in atto e per nulla incisiva è stata la scelta di ricollocare 160.000 richiedenti asilo dai Paesi maggiormente sottoposti alla pressione migratoria verso quelli con maggiori disponibilità o meno coinvolti dai flussi;
l'accordo concluso con la Turchia nel marzo scorso ha cercato di definire la gestione dei flussi migratori tra l'Europa e i Paesi di vicinato, ma in realtà nella pratica sta generando rimpatri forzati, violazioni della Convenzione di Ginevra, la Carta europea dei diritti fondamentali. Purtroppo si rincorrono le notizie di spari da parte delle forze di polizia turche sui fuggitivi siriani, solo la scorsa settimana come riferito dall'Osservatorio per i diritti umani siriano otto profughi siriani, tra i quali anche quattro bambini, sono stati uccisi dalle guardie di confine turche mentre tentavano di attraversare la frontiera per entrare nel paese. I migranti erano a Kherbet al-Jouz, nel nordest della Siria, al confine con la provincia turca di Hatay;
con l'accordo turco si è aperta la strada di un nuovo approccio europeo alla crisi migratoria: mantenere la facciata di un'Europa della solidarietà evitando di chiudere le frontiere ed innalzare muri, ma puntando tutto sui respingimenti alla fonte e i blocchi dai Paesi di partenza o proponendo situazioni di confinamento come ipotizzato dal ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz che ha esortato a bloccare i migranti in viaggio verso l'Europa portando sulle isole, magari quelle minori della Grecia, sul modello di come venivano confinati anche i migranti italiani una volta giunti negli Stati Uniti e collocati a Ellis Island;
con la comunicazione n. 197 del 6 aprile 2016 "Riformare il sistema europeo comune di asilo e potenziare le vie legali di accesso all'Europa", la Commissione europea ha avviato il difficile processo di revisione del sistema "Dublino" per le richieste di asilo che deve venire incontro alle richieste di sostenibilità ed equità degli Stati membri maggiormente esposti alle pressioni migratorie (Italia e Grecia in prima linea), assicurare la ripartizione delle responsabilità con nuovi meccanismi correttivi, limitare il cosiddetto "asylum shopping" riducendo i fattori che attirano le persone in un numero ristretto di Stati membri, scoraggiando e sanzionando i movimenti secondari irregolari. E' stata avanzata l'ipotesi di subordinare alcuni diritti dei migranti alla registrazione, al rilevamento delle impronte digitali e al soggiorno nel paese dell'UE cui il richiedente è assegnato. La proposta non mette in discussione il principio dello "stato di primo approdo", ovvero la competenza del primo stato di entrata sulle domande di asilo, nonostante proponga alcuni correttivi in caso vi sia una pressione eccessiva su alcuni Paesi;
per far fronte all'emergenza migratoria la Commissione europea ha deciso non solo di riformare il sistema Dublino, ma anche di continuare sulla strada tracciata dall'accordo con la Turchia. Con la comunicazione n. 358 del 7 giugno 2016 sulla creazione di un nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi nell'ambito dell'Agenda europea sulla migrazione si cerca di aiutare economicamente i Paesi di partenza dei migranti rilanciando la cooperazione economica legando la concessione degli aiuti al controllo delle frontiere e la gestione dei rifugiati. L'intento è quello di avviare quello che viene definito il Piano Juncker per l'Africa per cui si metterebbero a disposizione 4,5 miliardi dal bilancio europeo al fine di generare investimenti nei 17 partner strategici individuati (Algeria, Egitto, Eritrea, Etiopia, Costa D'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Libia, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan e Tunisia) sfruttando ipotetiche leve economiche che sono alla base del Piano europeo strategico per gli investimento che stenta a decollare e a concretizzare i suoi effetti;
nel Consiglio europeo imminente verrà proposto un piano straordinario che prevede accordi con sette Paesi pilota suddivisi tra Paesi d'origine (Costa D'Avorio, Ghana, Nigeria, Senegal) e due di transito (Niger e Sudan) e uno di origine e transito (Etiopia): l'intento è avviare progetti sociali, infrastrutturali subordinandoli a delle obbligazioni in tema di sicurezza e contenimento dei flussi migratori. Nessuna attenzione ai diritti umani che in molti di questi paesi non vengono garantiti, nessuna attenzione alle cause che mettono in fuga migliaia di essere umani, guerre, dittature, disastri ambientali, traffico di armi e la loro vendita da parte dei paesi occidentali, carestie, landgrabbing da parte di aziende occidentali. Il rischio è quello di un nuovo neocolonialismo occidentale senza un serio piano a lungo termine di transizione democratica e sviluppo sostenibile e rispettoso dei diritti umani dei paesi terzi e futuri partner europei;
il supporto economico e infrastrutturale rischia di non andare alla radice dei problemi che affliggono paesi di origine e di transito dei Paesi terzi: che tipo di supporto infrastrutturale si pensa di offrire? Costruire cattedrali del deserto che vanno solo a favore delle grandi imprese multinazionali e a scapito delle popolazioni locali? Quale il controllo dei fondi stanziati dall'Unione europea? Come a chi vengono destinati? Sono aspetti che vanno chiariti se l'idea di una rinnovata cooperazione allo sviluppo tra Europa e Africa voglia avere veramente lo scopo di prevenire e fermare l'ondata migratoria verso il vecchio continente;
l'impostazione di queste nuove politiche europee sulla migrazione ricalcano quello che è stato definito il Migration compact del Governo Renzi proposto al presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker nell'aprile scorso in cui appunto si avanzavano le proposte per un piano straordinario di rimpatri e un supporto legale, logistico, finanziario e infrastrutturale per la gestione dei flussi nei Paesi partner anche attraverso uno screening in loco tra rifugiati e migranti economici, nonché proprio un modello di cooperazione allo sviluppo che coniugasse aiuti economici e impegni precisi nel controllo delle frontiere;
sono molti i punti critici della proposta avanzata dalla Commissione europea per un nuovo partenariato europeo con i Paesi terzi che non deve prescindere dall'elaborazione in ogni Stato membro di piani nazionali per la gestione dei flussi migratori coordinati tra loro, per gestire la fase di riconoscimento, identificazione ed eventuali rimpatri. Il disegno europeo sul partenariato africano per cui si stanziano oltre 4 miliardi di euro che si aggiungono ai 7 miliardi stanziati nell'ambito dell'accordo con la Turchia, non può prescindere dal sostegno che l'Unione europea deve dare agli Stati membri maggiormente esposti alle pressioni migratorie. I fondi stanziati sono totalmente insufficienti: la Commissione europea ha predisposto un piano di appena 700 milioni di euro di aiuti per tutti gli Stati europei, di cui appena 300 milioni disponibili nel 2016;
a questo nuovo quadro di partenariato Africa-Unione europea si aggiungono le quattro proposte con quattro diverse proposte (COM(2016) 142 final; COM(2016) 236 final; COM(2016) 279 final; COM(2016) 277 final) il 4 maggio 2016 la Commissione europea ha proposto la liberalizzazione dei visti per, rispettivamente, Georgia, Ucraina, Turchia e Kosovo;
negli ultimi studi pubblicati e condotti al fine di valutare l'opportunità di liberalizzare i visti, la stessa Commissione europea ha sottolineato che né la Turchia né il Kosovo sono riusciti a raggiungere tutti i requisiti che l'Unione aveva posto agli stessi come necessari al fine di ottenere il nulla osta alla liberalizzazione. Appare pertanto singolare che nonostante la stessa istituzione certifichi ufficialmente il non rispetto di tutte le condizioni necessarie alla liberalizzazione, proponga comunque di continuare l'iter delle suddette proposte;
gli Stati per cui la Commissione ha richiesto la liberalizzazione dei visti sono da considerarsi Paesi a democrazia debole, con istituzioni democratiche instabili e giovani, che con facilità potrebbero sfociare nel centralismo. Al contempo i suddetti studi rilevano alti livelli di corruzione, infiltrata a tutti i livelli sia nel settore pubblico e governativo, che comunemente diffusa. Al contempo testimonianze ed analisi riportano anche una situazione complessa sotto il profilo della tutela dei diritti e dei diritti umani in particolare;
l'abolizione dei visti come proposta attualmente dalla Commissione europea rischia pertanto di lanciare un segnale fraintendibile per ciò che concerne la posizione dell'Unione in tema di sostegno e tutela dei valori democratici, dello stato di diritto e dei diritti umani, oltre a far perdere il controllo sul fenomeno migratorio irregolare e di diffondere le reti criminali che lo alimentano, oltre che favorire il transito irregolare e del tutto illegale, senza più alcun controllo esterno, nel territorio dell'Unione europea;
considerato che:
la riunione dei Capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell'Unione europea cade a pochi giorni dallo svolgimento del referendum britannico sulla permanenza nell'UE, i cui risultati hanno detto chiaramente che i cittadini britannici (il 51,9 per cento dei votanti) non vogliono più far parte dell'Unione europea, o magari di questa Europa;
ora si aprirà un difficile percorso di distacco, ai sensi dell'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea, che influenzerà sulla vita di tanti cittadini europei che nel corso degli anni, in virtù del principio della libera circolazione avevano deciso di fare della Gran Bretagna il centro dei propri interessi di vita e di lavoro: secondo i dati diffusi dall'Istituto di statistica del Regno Unito, tra il 2014 e il 2015 i connazionali italiani giunti a Londra in cerca di lavoro sono stati 57.600 con un incremento del 37 per cento rispetto all'anno precedente e secondo quanto emerso dall'analisi di Centro studi impresa lavoro nel periodo 2005-2014 ben 85.000 connazionali si sono stabiliti nel Regno Unito;
è inutile negare che le politiche di austerità dell'Unione europea hanno creato barriere sociali tra le economie più deboli del Mediterraneo dove lo stato sociale è stato poco a poco smantellato e le economie dell'Europa settentrionale dove i sistemi di protezione sociale hanno invece tenuto. Per il raggiungimento della convergenza economica non si sono messi in campo meccanismi e strumenti di solidarietà a livello europeo, determinando l'esplosione del fenomeno del dumping sociale un flusso migratorio di lavoratori, intracomunitario verso la Gran Bretagna o verso Paesi con sistemi di welfare generosi che è cresciuto di anno in anno;
non è dato sapere se il risultato del referendum britannico abbia un effetto domino sugli altri 27 Stati membri e verranno promossi medesime consultazioni, ma una cosa è certa: si conferma l'insuccesso dell'attuale sistema di governance europea che ha fallito su vari aspetti dalla politica monetaria a quella migratoria esterna ed intraeuropea;
i cittadini britannici hanno dato un segnale chiaro: l'Unione europea deve cambiare, altrimenti muore. Non ci può essere un'Unione fatta solo di banche e ricatti economici, non si può mettere la finanza davanti ai cittadini e quando questi sono chiamati ad esprimersi dicono chiaramente che non si può mettere l'austerità al centro della politica, non si può creare povertà e disoccupazione dilagante, non si può creare un'Europa a trazione mono-nazionale tedesca;
l'Italia è uno dei Paesi fondatori dell'UE, ma ci sono di questa Europa tanti aspetti da cambiare, l'Europa deve tornare a essere una grande comunità. "La battaglia che dobbiamo fare è una battaglia di impegno, perché ci sia un'Europa vera, un'Europa della democrazia e un'Europa del popolo", scriveva Altiero Spinelli nel suo celeberrimo Manifesto di Ventotene, è questa la sfida che l'Europa deve cogliere;
ritenuto, inoltre, che all'ordine del giorno del Consiglio europeo sono ascritti anche i temi relativi all'approfondimento sul mercato unico, con particolare riguardo all'agenda digitale e le relazioni esterne dell'Unione europea in merito alla cooperazione UE-NATO in vista del vertice NATO che si terrà a Varsavia l'8 e il 9 luglio 2016;
la "Strategia per il mercato unico digitale" (COM(2015)192) presentata dalla Commissione UE si fonda su 3 pilastri: 1) migliorare l'accesso ai beni e servizi digitali in tutta Europa per i consumatori e le imprese; 2) creare un contesto favorevole e parità di condizioni affinché le reti digitali e i servizi innovativi possano svilupparsi; 3) massimizzare il potenziale di crescita dell'economia digitale;
la strategia si compone di 16 iniziative chiave, tra cui riveste un ruolo peculiare la proposta di creare un quadro normativo a livello europeo sul diritto d'autore in grado di affrontare in maniera efficacie le sfide proposte dalla rivoluzione digitale. Al contempo risultano di particolare rilievo la proposta di regolamento volta a garantire la portabilità transfrontaliera dei contenuti nel mercato interno e la proposta di direttiva di riforma della disciplina in materia di commercio elettronico che si propone, tra le altre cose, di agevolare il commercio elettronico transfrontaliero all'interno dell'Unione. Egualmente significativa la proposta della Commissione tesa a rafforzare le tutele legislative in favore dei consumatori digitali con un focus particolare sui contratti con i consumatori per la fornitura di contenuti digitali e il commercio elettronico, così come la revisione della direttiva sui servizi di media audiovisivi (2010/13/UE) rispetto alla quale la Commissione ha, nelle scorse settimane, presentato una prima bozza. Infine, tra le iniziative in via di definizione da parte della Commissione vi è la proposta di "ridurre gli oneri amministrativi che derivano alle imprese dai diversi regimi IVA affinché anche i venditori di beni materiali verso altri Paesi possano trarre vantaggio dal meccanismo elettronico di registrazione e pagamento unici; con una soglia di IVA comune per sostenere le start-up più piccole che vendono online";
in merito alle relazioni esterne dell'Unione europea non si può non ricordare che a seguito dell'aggravarsi della crisi ucraina, l'Unione europea ha adottato sanzioni nei confronti della Federazione Russa. In risposta il 7 agosto 2014 le autorità russe hanno disposto un embargo annuale su diverse tipologie di prodotti agroalimentari provenienti da Unione europea, USA, Australia, Canada e Norvegia. Il nostro Paese risulta il terzo più danneggiato dell'Unione europea e le conseguenze riguardano non solo le mancate esportazioni, ma indeboliscono la struttura della rete commerciale e della distribuzione, con conseguente chiusura di aziende e perdita di occupati;
attualmente le sanzioni nei confronti della Russia sono state prorogate per ulteriori sei mesi, con il rischio di protrarre le pesanti conseguenze sul nostro Made in Italy già stimate in oltre 1,5 miliardi di euro, una riduzione delle esportazioni pari a circa 1,25 miliardi di euro, che interessa in modo sostanziale il settore agroalimentare comportando un danno gravoso;
sul prossimo vertice UE-NATO di Varsavia peserà sicuramente la decisione del Regno Unito di uscire dall'Unione europea. La storica influenza filo USA di Londra esercitata in questi anni dentro la UE - si pensi all'avversione angloamericana alla strutturazione di un Esercito europeo- porrà nuovi problemi di relazione tra i paesi dell'Europa continentale con gli alleati dell'area atlantica. Lo stesso presidente degli Stati Uniti Barack Obama, prima del voto sulla Brexit, aveva messo in guardia dei pericoli inerenti l'abbandono della UE del Regno Unito in termini di efficacia nella politica di contrasto alla minaccia terroristica e del riproporsi di tensioni intraeuropee che l'esistenza stessa dell'Unione era stata capace di escludere per la prima volta nella storia europea dalla fine della II° guerra mondiale ad oggi;
l'Alleanza Atlantica viveva già un momento estremamente delicato in merito alle tensioni e minacce sia sul fianco Est che sul fianco Sud della Nato. Dal "fianco Est" la stessa scelta di tenere il vertice a Varsavia può essere percepita dalla Russia come dimostrazione che l'agenda UE e NATO hanno messo questo fronte come il principale sul quale impegnarsi. La permanente instabilità in Ucraina, le condizioni per un negoziato di pace tra il Governo ucraino e le regioni secessioniste, delineate con l'accordo Minsk II, sembrano ancora difficili da soddisfare. Ciò conferisce al conflitto ucraino un profilo di "conflitto congelato" ai confini dell'Europa - che si associa alla perdurante instabilità della stessa scena politica di Kiev. Tale situazione costituisce un fattore permanente di attrito con la Russia, con la quale da due anni perdura un rapporto segnato da tensioni e provocazioni che è ormai in parte indipendente dalla situazione in Ucraina. Non aiutano infatti le reiterate esercitazioni militari della NATO a ridosso dei confini della Federazione delle Repubbliche Russe, né i progetti di riarmo (vedi lo scudo antimissile) dello stesso fianco orientale dell'Alleanza;
negli ultimi mesi gli Alleati sembravano aver raggiunto, con più o meno convinzione, una convergenza di massima sulla necessità di rivitalizzare il dialogo con Mosca. Lo svolgimento, lo scorso 20 aprile, di un Consiglio NATO-Russia dopo circa due anni di sospensione del foro multilaterale fondato nel 2002 a Pratica di Mare ne è stato un primo timido segnale, seguito dalla notizia della preparazione di un altro incontro prima dell'estate. Ciò che viene considerato come "misure di rassicurazione" decise nell'ambito del "Readiness Action Plan" adottato due anni fa al Vertice del Galles per i paesi baltici e gli ex membri del Patto di Varsavia oggi nella NATO, sono percepiti da Mosca come attività aggressive. Hanno infatti questo duplice e opposto segnale l' esercitazioni su larga scala sul "fianco Est", l'irrobustimento quantitativo della forza di reazione rapida alleata (enhanced Nato Reponse Force - eNRF) e dell'istituzione della Very rapid Joint Task Force (VJTF) ovvero la "punta di lancia" alleata in grado di intervenire in 48-72 ore. Non è rassicurante per Mosca il dispiegamento della nuova brigata corazzata americana che verrà schierata in Europa grazie all'aumento degli stanziamenti per la "European Reassurance Initiative 2017" . Sono apparse insufficienti le parole del rappresentante permanente statunitense Lute, che la definisce una presenza "continua, persistente e a rotazione" (e non, quindi, permanente);
sul "fianco Sud", il permanere e l'aggravarsi dei flussi migratori sta mettendo in pericolo la tenuta stessa dell'Unione europea, con il conseguente rischio di coesione stessa della NATO. La crisi migratoria è diretta conseguenza di conflitti e tensioni di cui sono indubbie le responsabilità delle potenze europee e della NATO avendo esse "esportato" negli ultimi 30 anni ogni genere di guerra, destabilizzando intere aree. Dalla Libia alla Siria, senza dimenticare la distruzione dell'Iraq e dell'Afghanistan, si è finito per favorire ed alimentare il terrorismo internazionale di matrice islamica che ha colpito più volte l'Europa, e richiedono da parte occidentale una risposta articolata che non si può ridurre all'elemento militare;
appare infine inaccettabile, anche alla luce della grave crisi economica e sociale che sta letteralmente disgregando la UE, lo sforzo per potenziare la capacità di difesa dei Paesi europei, dando seguito alla decisione del Vertice di Newport tesa a portare al 2 per cento del PIL le spese nazionali per il settore della difesa,
impegna, quindi, il Governo:
sul piano delle politiche migratorie,
ad attivarsi nelle competenti sedi europee per predisporre organismi ad hoc di controllo per l'impegno dei fondi stanziati a favore dei Paesi terzi individuati coniugandoli con piani di sviluppo locale che non tengano conto solo degli obblighi in tema di controllo dei flussi migratori, ma anche dei processi di democratizzazione dei paesi di transito e di partenza, del rispetto dei diritti umani e del rispetto delle convenzioni internazionali;
a promuovere forme di controllo affinché qualora la destinazione dei fondi sia destinata non solo a favore dei governi dei Paesi partner, ma anche ad imprese e società, che queste abbiano sede nei Paesi medesimi, siano di piccole e medie dimensioni e supportino lo sviluppo dell'economia locale, evitando la concentrazione dei fondi in mano a grandi multinazionali e prevenendo forme di neocolonialismo;
a favorire all'interno di ogni singolo Stato membro l'elaborazione di piani di migrazione annuali in modo da controllare i flussi migratori legali per i cosiddetti migranti economici e predisporre in modo coordinato a livello europeo con il supporto dell'Agenzia europea per la migrazione le procedure di identificazione, eventuali ricollocazioni e rimpatri dei richiedenti asilo con tempistiche certe e tabelle di marcia mensili, predisponendo misure specifiche per la tutela e la protezione dei minori attraverso anche progetto straordinari di affidamento alle famiglie che ne manifestano la volontà;
a richiedere immediata attuazione delle decisioni del Consiglio che hanno stabilito il ricollocamento di un totale di 160.000 migranti al fine di ottenere una più equa ripartizione del peso della crisi migratoria e dei richiedenti asilo tra gli Stati membri dell'Unione europea, rivedendo al contempo i criteri di selezione dei migranti da ricollocare e ampliando le metodologie sottostanti la scelta dei paesi di destinazione al fine di contemperare necessità di carattere personale, umano e sociale oltre che economico;
ad adoperarsi affinché la revisionare l'Accordo Dublino III (Regolamento n. 604/2013) includa la cancellazione del principio dello stato di primo approdo e sia parte di una strategia europea più ampia di politiche comuni sull'immigrazione, volta anche a creare canali legali e protetti che permettano ai migranti e richiedenti asilo di raggiugere l'Unione europea, istituendo anche strutture sicure, gestite in ottemperanza dei diritti umani e del diritto internazionale, nei Paesi di transito;
a promuovere azioni coordinate volte a combattere le radici e le motivazioni alla base dei flussi migratori, combattendo l'instabilità politica ed economica, le violazioni dei diritti umani e la povertà;
ad opporsi alla conclusione di qualsiasi ulteriore accordo con la Turchia, incluso quello promosso nell'ultimo vertice e interrompere gli aiuti economici già in essere, sino a che la Turchia non rispetti pienamente ed interamente i diritti umani stabiliti dalle convenzioni internazionali siglate per il loro rispetto incluso l'articolo 38 della Direttiva 2013/32/UE sia nei confronti dei migranti che dei cittadini Turchi, cessi qualsiasi tipo di violenza nei confronti delle minoranze (religiose, linguistiche etcc), ripristini integralmente la libertà di stampa e prenda una chiara posizione nei confronti del terrorismo internazionale e dei problema dei foreign fighters acconsentendo tra l'altro ad una missione dell'Unione europea in ambito PSDC tesa al monitoraggio della frontiera turco/siriana al fine di assicurare che effettivamente non vi sia passaggio di questi combattenti, garantisca piena libertà di espressione e di manifestazione delle idee;
a contrastare, fino alla completa risoluzione dei problemi legati ai diritti umani, allo stato di diritto e di legalità e al controllo del territorio e delle frontiere, alla proposta di liberalizzazione dei visti per i cittadini di Georgia, Kosovo, Ucraina e Turchia come recentemente proposto dalla Commissione europea;
per affrontare le conseguenze del voto britannico,
a sostenere un nuovo processo di democratizzazione dell'Unione europea che divenga effettivamente l'Europa dei popoli, attraverso una revisione dei trattati al fine di permettere agli Stati membri di rinegoziare sia l'appartenenza all'Unione europea e l'eventuale appartenenza alla zona euro, in modo che quest'ultima non escluda la prima, dando possibilità ai popoli di esprimersi attraverso consultazioni referendarie ad ogni nuova fase di integrazione europea;
in vista del negoziato per l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea a garantire forme di tutela, sociale e lavorativa, per tutti i cittadini italiani ed europei che vivono attualmente in Gran Bretagna, anche attraverso specifici accordi bilaterali;
a ridiscutere l'approccio e l'impegno dell'Unione sui temi sociali, economici ed occupazionali abbandonando politiche apertamente depressive in favore di azioni volte a favorire una crescita inclusiva, atta a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini europei attraverso politiche occupazionali incisive, che mirino in primo luogo a combattere la disoccupazione giovanile e alla creazione di posti di lavoro ad alto potenziale di conoscenza, migliore l'accesso e le politiche di welfare, promuovere azioni di sostegno al reddito quali l'istituzione del reddito di cittadinanza, nonché di salari dignitosi attraverso la previsione di un salario minimo, come ogni altra misura idonea a sconfiggere l'oramai insostenibile livello di disuguaglianza sociale;
a promuovere azioni miranti ad accrescere la legittimazione democratica dell'Unione europea ed in questo contesto favorire un coinvolgimento attivo e sostanziale dei parlamenti nazionali sia nella definizione delle politiche poste a fondamento dell'Unione, che nella formazione della normativa europea, inclusa la revisione del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. In questo contesto è necessario favorire un generale e sostanziale miglioramento in chiave democratica dell'Unione europea e delle sue istituzioni, sostenendo in questo contesto anche la necessità di sviluppare strumenti di democrazia diretta adeguati all'Unione;
ad attivarsi affinché vi sia completo e totale rispetto della volontà popolare, da parte dei Governi degli Stati membri nelle scelte portate avanti nelle rispettive sedi istituzionali europee, qualunque essa sia, in particolare ove espressa in maniera chiara e inconfutabile, in coerenza con il principio cardine che la sovranità risiede nel popolo;
in merito al tema del mercato unico digitale,
a promuovere l'adozione in sede europea ogni iniziativa utile volta a giungere ad una revisione del quadro normativo europeo in materia di diritto d'autore che tenda ad una sempre maggiore armonizzazione sostanziale degli istituti relativi valorizzando e rafforzando le eccezioni e limitazioni ai diritti esclusivi, in particolare quando risultano funzionali al progresso della ricerca scientifica e tecnica ed all'esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti quali il diritto di critica e discussione;
a promuovere ogni iniziativa utile volta a rafforzare la protezione dei consumatori negli scambi digitali, rafforzando per tal via il commercio elettronico definendo norme di protezione omogenee negli scambi offline e online;
a promuovere in sede europea ogni iniziativa utile volta ad addivenire a una riforma del sistema dei media audiovisivi che valorizzi la produzione di contenuti europei e ponga le imprese dell'internet economy europee in grado di competere con gli OTT d'oltreoceano;
a promuovere, infine, in sede europea ogni iniziativa utile volta a favorire una revisione complessiva del sistema fiscale a livello europeo per le società operanti su internet e, in particolare gli Over The Top, al fine di contrastare efficacemente l'elusione fiscale e prevenire fenomeni distorsivi della concorrenza nel mercato unico;
infine per quanto concerne le relazioni esterne dell'Unione europea:
a promuovere e sostenere iniziative finalizzate alla revoca del reiterato regime di sanzioni alla Russia per evitare che vengano colpiti ancora più duramente gli interessi nazionali;
nel considerare esaurite le motivazioni dell'adesione italiana alla NATO, a informare i Governi dei Paesi alleati che l'Italia intende ritirare il proprio consenso al concetto strategico della NATO in ordine alla legittimità del cosiddetto strike nucleare;
a promuovere il progressivo disimpegno dei contingenti militari dalle varie missioni internazionali della NATO.
(6-00196)
LUCIDI, FATTORI, CATALFO, AIROLA, BERTOROTTA, BLUNDO, BOTTICI, BUCCARELLA, BULGARELLI, CAPPELLETTI, CASTALDI, CIAMPOLILLO, CIOFFI, COTTI, CRIMI, DONNO, ENDRIZZI, GAETTI, GIARRUSSO, GIROTTO, LEZZI, MANGILI, MARTELLI, MARTON, MONTEVECCHI, MORONESE, MORRA, NUGNES, PAGLINI, PETROCELLI, PUGLIA, SANTANGELO, SCIBONA, SERRA, TAVERNA.