• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.5/09284    il tribunale di Napoli, dopo 180 udienze, ha portato a termine il processo Resit emettendo condanne in primo grado a venti anni di reclusione per l'avvocato Cipriano Chianese,...



Atto Camera

Interrogazione a risposta immediata in commissione 5-09284presentato daSEGONI Samueletesto diMercoledì 27 luglio 2016, seduta n. 663

   SEGONI, ARTINI, BALDASSARRE, BECHIS, BRIGNONE, CIVATI, ANDREA MAESTRI, MATARRELLI, PASTORINO e TURCO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare . — Per sapere – premesso che:
   il tribunale di Napoli, dopo 180 udienze, ha portato a termine il processo Resit emettendo condanne in primo grado a venti anni di reclusione per l'avvocato Cipriano Chianese, proprietario della discarica di Giugliano e ritenuto dai magistrati l'inventore delle ecomafie per conto del clan dei Casalesi. Egli è stato condannato per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti con l'aggravante mafiosa, Condannato a sedici anni anche l'imprenditore Gaetano Cerci e cinque anni e sei mesi sono stati comminati a Giulio Facchi, vice commissario per l'emergenza rifiuti in Campania durante il mandato della giunta Bassolino;
   essi sono stati condannati anche a risarcire i gravi danni causati, connessi al disastro ambientale e al traffico illecito di rifiuti;
   si segnala che, per la prima volta in Italia, un processo relativo a reati ambientali viene giudicato innanzi ad una corte di assise, quindi al cospetto anche di una giuria popolare, corte che giudica i reati più gravi;
   le contestazioni mosse dall'accusa ai condannati in primo grado sono state molto gravi, poiché gli si è imputata la responsabilità di aver causato un disastro ambientale, l'avvelenamento della falda acquifera e il favoreggiamento del clan dei casalesi. Ad avviso degli interroganti, la sentenza di condanna citata rende solo in piccola parte giustizia al popolo campano che per anni ha subito la violazione sistematica delle norme in materia ambientale e il conseguente compimento di reati che hanno provocato il gravissimo avvelenamento del territorio. La popolazione vive ancora in strettissimo contatto con una vera e propria bomba ecologica destinata ad esplodere nei prossimi decenni, causando ulteriori persistenti ripercussioni negative sull'ambiente, sull'ecosistema e, soprattutto, in grado di arrecare ulteriori danni alla salute della popolazione a causa delle gravissime patologie che i livelli di inquinamento presente nella zona provocheranno soprattutto in futuro;
   le affermazioni sono fatte in base ai dati contenuti nel rapporto stilato dal consulente tecnico della magistratura, il geologo Balestri, su incarico affidatogli nel 2008 dal p.m. Alessandro Milita e consegnato al magistrato nel 2010. Finalmente il rapporto Balestri è pubblico perché utilizzato per la celebrazione del processo terminato con le condanne sopra dette. Esso è stato parte fondamentale della delicatissima indagine sugli interramenti di rifiuti tossici nella Resit dalla camorra, che di fatto gestiva la discarica;
   la relazione del geologo non lascia dubbi e rende nota la quantità e nocività dei pericolosissimi inquinanti scaricati nel corso degli anni all'interno dell'area Resit. La discarica ha contenuto a   lungo rifiuti di ogni genere, soprattutto quelli estremamente pericolosi, provenienti da siti industriali di ogni parte di Italia. Essi sono pari ad almeno 350mila tonnellate di prodotti chimici tossici e dannosi, provenienti ad esempio dalla famigerata Acna, e non solo, scaricati in quell'area da centinaia di camion «con file di automezzi che arrivavano a misurare un chilometro e mezzo», come ha affermato dai pentito Gaetano Vassallo ai magistrati antimafia;
   secondo la perizia della pubblica accusa, la contaminazione in corso nell'area vasta di Giugliano è così grave che, come risulta anche dagli atti dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, entro il 2064, provocherà un disastro ambientale totale, quando cioè il percolato altamente tossico che «fuoriesce inesorabilmente dagli invasi sarà completamente penetrato nella falda acquifera che è collocata al di sotto dello strato di tufo sopra il quale si trovano le discariche. I veleni contamineranno decine di chilometri quadrati di terreno e tutto ciò che lo abiterà»;
   si ricorda che la condanna al risarcimento del danno si fonda anche sul principio dell'Unione europea denominato «chi inquina paga», previsto dall'articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, che trova immediata e diretta applicazione nella legislazione nazionale e ed è costituzionalizzato, in forza dell'articolo 117, primo comma, della Costituzione; il principio è attuato dalla direttiva sulla responsabilità ambientale (ELD), che impone di riparare anche il danno derivante dalla contaminazione, diretta o indiretta, dei terreni che crei un rischio significativo per la salute umana. I responsabili sono obbligati ad adottare le misure adeguate per porvi rimedio e a sostenerne i costi. Il principio si applica ai danni ambientali quando sia possibile stabilire, come nel caso in questione, un rapporto di causalità tra il danno e l'attività, nel caso di specie l'attività di mala gestione dei rifiuti –:
   se il Ministro abbia già individuato quali possano essere le tecniche più idonee ed efficaci per la messa in sicurezza e la bonifica del sito, se sia in grado di stimarne il costo e se sia stata fatta una verifica per valutare se i beni sequestrati siano sufficienti ad applicare il così detto principio di «chi inquina paga». (5-09284)