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Atto a cui si riferisce:
C.1/00303 premesso che: in questo Paese il dibattito sulla costruzione dell'Europa unita è stato condotto con grande superficialità, sia da parte della classe politica che dai mass media...



Atto Camera

Mozione 1-00303presentato daGUIDESI Guidotesto diLunedì 13 gennaio 2014, seduta n. 150

La Camera,
premesso che:
in questo Paese il dibattito sulla costruzione dell'Europa unita è stato condotto con grande superficialità, sia da parte della classe politica che dai mass media in generale, forse nella errata convinzione che il tema riscuotesse poco interesse nell'opinione pubblica. Soprattutto nelle fasi di elaborazione e poi di ratifica dei trattati che progressivamente hanno dato vita all'impianto normativo ed istituzionale dell'Unione, è stato fatto uno sforzo del tutto insufficiente per capire fino in fondo e poi per diffondere tra i cittadini i contenuti dei Trattati e dei Consigli europei, e soprattutto per prendere coscienza della posta in gioco, limitandosi a classificazioni manichee: chi è pro o contro l'Europa, chi è pro o contro l'euro, chi ha vinto e chi ha perso nel braccio di ferro con la Merkel;
solo la Lega Nord, coerentemente in tutti i passaggi parlamentari che hanno investito il dibattito europeo, non si è mai lasciata coinvolgere nell'europeismo ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo falso e incosciente, nell'assenso a trattati di oscuro significato, nell'accettazione acritica di ogni dictat proveniente da Bruxelles. Tanti e ripetuti sono stati i tentativi della Lega di «suonare una sveglia» verso la classe politica e l'opinione pubblica, per chiamarli a leggere, ad approfondire e a capire cosa si stava decidendo veramente, ed irrevocabilmente per il nostro futuro;
più volte è stato chiesto, anche con puntuali proposte di legge costituzionali, di potere coinvolgere il popolo tramite referendum sulla ratifica di trattati che avrebbero inciso sulla dimensione non solo economica ma anche etica dell'Europa, dal Trattato di Nizza alla Costituzione europea. Trattati che, laddove sono stati sottoposti a giudizio popolare, sono stati sonoramente bocciati dai cittadini dell'Europa. Un diritto di espressione che è stato invece sempre negato ai cittadini del nostro Paese;
la ratifica del fiscal compact nel 2012 ha comportato la ratifica di un sistema di governance dell'area euro messo a punto per stratificazioni successive, e quasi sempre come risposta – tardiva – ad emergenze non adeguatamente previste e per le quali il «sistema euro» si è rivelato ben presto impreparato. Il Fiscal Compact incorpora i meccanismi di rientro del debito e di rigore di bilancio già previsti dal Patto di stabilità e dal six pack già in vigore dal novembre 2011, il MES mette a regime i sistemi provvisori già operativi per la crisi greca dal maggio 2010. Questo significa che la costruzione di questo impianto normativo non è avvenuto con la visione lungimirante di costruire un sistema che previene le crisi e fa funzionare al meglio il sistema monetario. Al contrario, si è proceduto per stratificazioni successive, spesso anche tra loro incongruenti, di «toppe» ad un sistema non efficace, concepite da burocrati che evidentemente non si sono dimostrati all'altezza del loro compito, che, nel sommarsi, rendono sempre più farraginosi ed avvitati i meccanismi di decisione, i passaggi da compiere per giungere alle decisioni, la burocrazia ed i rituali. Se poniamo tutto questo di fronte ai mercati finanziari che operano alla velocità della luce, di giorno e di notte, il confronto è evidentemente ridicolo e ovviamente perdente per l'Europa;
il grande assente di tutto questo dibattito, assente purtroppo dai dibattiti europei da molti anni, forse proprio da quando si è concepito l'euro, è proprio il progetto, il progetto di un'Europa, con il quale si era partiti più di 50 anni fa, sostenuto da pensatori, intellettuali, politici e cittadini, e che ha iniziato a morire lentamente quando si è deciso di fare una moneta senza uno Stato, come se la prima potesse essere autosufficiente e soppiantare e compensare il secondo. Questa idea assurda ha rivelato alla fine tutti i suoi limiti: l'omologazione monetaria ha esaltato anziché sopire gli squilibri interni dei Paesi membri, ha premiato i sistemi produttivi più dinamici ma allo stesso tempo ha permesso ad altre economie di vivere al di sopra delle proprie possibilità protette dall'illusione della moneta forte, senza riformarsi, gonfiando i debiti pubblici, finché è saltato tutto;
la risposta eurocratica alla più grande crisi finanziaria ed economica della sua storia è stata ancora una volta una risposta tecnocratica, ottusa e non democratica, elaborata alle spalle del popolo sul quale esplicherà i suoi effetti;
il Fiscal Compact, sottoscritto nel marzo 2012, è un trattato internazionale e non un atto comunitario. La scelta è stata resa obbligatoria dal fatto che Repubblica Ceca e Regno Unito non l'hanno sottoscritto. È dunque un trattato che impegna solo chi lo ha firmato. Il Fiscal Compact non solo impone di inserire in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio, già previsto nel nostro Paese dalla legge costituzionale n. 1 del 2012;
lo stesso trattato impone di ridurre il nostro debito pubblico al ritmo di 1/20 l'anno, per ricondurlo al parametro del 60 per cento del PIL in 20 anni, quindi l'Italia dovrebbe diminuire il suo debito di più di 40 miliardi all'anno per i prossimi 20 anni. Questa cifra era stata calcolata con una crescita del PIL del 2 per cento. Con il perdurare della crisi ed un PIL inferiore o in decrescita, l'entità delle manovre correttive crescerebbe proporzionalmente, deprimendo ancora di più la situazione economica del Paese, in una spirale suicida;
con il Fiscal Compact inoltre, ben al di là della nostra modifica costituzionale «interna» ci esponiamo al giudizio di tutti gli altri membri: infatti ogni altro Stato membro del Fiscal Compact, se dovesse a suo giudizio ritenere i nostri conti «non in regola» potrà adire la Corte di giustizia dell'Unione europea contro di noi, anche in assenza di un giudizio negativo da parte della Commissione Europea;
contestualmente al Fiscal Compact il nostro Paese ha ratificato, con l'unica opposizione della Lega Nord, l'introduzione del meccanismo, del MES, European Stability Mechanism, cioè la messa a regime del sistema attraverso il quale, a fronte di fondo di salvataggio per Paesi in difficoltà erogati dagli altri Paesi europei, come è accaduto per la Grecia, il MES interviene nei bilanci dei Paesi «aiutati», decidendo di fatto che politiche di taglio e di rigore essi debbano seguire all'interno dei proprio Paese. Un fondo, il MES, al quale tutti sono tenuti a contribuire, anche Paesi come il nostro con bilanci già sotto pressione, mentre non è chiaro poi chi decide i prestiti e soprattutto le condizioni da imporre ai beneficiari;
il meccanismo provvisorio (EFSM), preludio del costituendo MES, ha finora garantito prestiti per 180 miliardi alla Grecia, 62 miliardi all'Irlanda, 52 al Portogallo, 100 alle banche spagnole. Per contro, per contribuire al Fondo, l'Italia ha dovuto prevedere l'emissione di quote di debito pubblico ulteriore pari a 45,9 miliardi tra il 2010 ed il 2014. A regime, dovremo sottoscrivere quote per 125 miliardi;
mentre è obbligatorio versare, la possibilità di ricevere aiuto dal MES è invece subordinata ad un negoziato e soprattutto prevede l'imposizione di precisi elementi di condizionalità, come sta già avvenendo in Grecia o in Spagna, che non si limitano a disposizioni a carattere finanziario ma entrano pesantemente nelle scelte di politica economica e sociale dello Stato beneficiario, mettendo ovviamente a dura prova la tenuta dei Governi che devono gestire l'applicazione dei Memorandum;
il MES, come è noto, non ha nessun meccanismo di controllo democratico del proprio operato. Esso è gestito da un Consiglio dei governatori e da un vero e proprio Consiglio di amministrazione;
il Consiglio dei governatori è composto dai Ministri delle finanze degli Stati membri. L'attività operativa è però svolta dal CDA, nominato tra persone di competenza economica e finanziaria. Saranno quindi esperti di finanza senza alcuna elezione popolare a decidere, ad esempio, le normative in materia di lavoro o di sanità, ad esempio, che dovranno applicare i Paesi beneficiari;
lo sforzo finanziario per la partecipazione al MES si aggiunge al contributo importante che l'Italia dà al bilancio comunitario. Nonostante la situazione delicata delle nostre finanze pubbliche, e a dispetto delle critiche impietose di esponenti della Commissione europea alla gestione economica del nostro Paese, l'Italia resta uno dei pochi contributori netti al bilancio dell'Unione europea, e continuerà ad esserlo anche per il periodo pianificato dal nuovo bilancio comunitario 2014-2020; nel 2011 addirittura l'Italia è stato «il primo contribuente netto» al bilancio europeo e «negli ultimi dieci anni ha pagato più di quanto fosse giustificato». Sono dichiarazioni di un europeista convinto, Mario Monti. In quell'anno, scelto a titolo esemplificativo, mentre il nostro Paese più di altri era sofferente a causa della crisi finanziaria internazionale, abbiamo versato al bilancio comunitario ben 6 miliardi in più di quanto ne abbiamo ricevuti;
la sostanza di questi trattati è dunque che, la cessione di sovranità dagli Stati nazionali verso l'Unione europea, in nome di un alto ideale comunitario e di una solidarietà economica tra zone più e meno floride dell'Unione stessa si sta tramutando in una delega all'eurocrazia a decidere della vita dei cittadini, del sistema di diritti, di welfare, di previdenza in nome dell'unico idolo del rigore e della stabilità dei mercati finanziari;
gli Stati nazionali, come storicamente intesi, di fatto già non esistono più. Sono involucri vuoti, senza sovranità monetaria, senza il controllo delle politiche fiscali, di bilancio, quindi senza la possibilità di fare politiche economiche e sociali autonome. Svuotare gli Stati senza creare un contro potere significa davvero consegnare il popolo alla finanza, con conseguenze davvero devastanti per la gente. È strano come ad essere tacciati di anti-europeismo siano quelli che come la Lega Nord che invece chiedono una vera «Europa politica», politica e democratica, dunque costruita con il consenso popolare, attraverso le forme intermedie che più permettono ai popoli di esprimere la propria identità: un'Europa delle regioni, che travalicano i confini tradizionali e mettono in comune mentalità, cultura, ma anche metodi di lavoro e capacità produttive ed imprenditoriali, non più ingabbiate in criteri e parametri nazionali non corrispondenti alla realtà, elementi su cui potrebbe anche fondarsi una nuova e diversa dinamica economica che forse ci porterebbe fuori da questa crisi,

impegna il Governo:

ad avviare urgentemente in sede comunitaria, durante il semestre di Presidenza italiana dell'Unione europea, una revisione del meccanismi di stabilità e rigore che stanno strozzando l'economia dell'Europa, dei suoi cittadini e delle sue imprese, per orientarsi nel più breve tempo possibile verso politiche di crescita, di conservazione dei patrimonio industriale e delle peculiarità produttive dei Paesi europei e del nostro in particolare;
a farsi promotore di una revisione dell'intero impianto economico ed istituzionale dell'Unione europea, che superi il principio del rigore come unico orientamento dell'azione comunitaria, che sia orientato allo sviluppo e al bene della persona, rifondando una Europa politica e non economico burocratica, sulle fondamenta solide della democrazia e dei coinvolgimento del popolo.
(1-00303) «Guidesi, Borghesi, Allasia, Attaguile, Bossi, Matteo Bragantini, Buonanno, Busin, Caon, Caparini, Fedriga, Giancarlo Giorgetti, Grimoldi, Invernizzi, Marcolin, Molteni, Gianluca Pini, Prataviera, Rondini».
(Mozione non iscritta all'ordine del giorno ma vertente su materia analoga)