• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00266    premesso che:     il Consiglio europeo si concentrerà sulle questioni migratorie discutendo gli ultimi sviluppi e i progressi relativi al suo approccio globale e definirà...



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00266presentato daSCOTTO Arturotesto diMercoledì 12 ottobre 2016, seduta n. 691

   La Camera,
   premesso che:
    il Consiglio europeo si concentrerà sulle questioni migratorie discutendo gli ultimi sviluppi e i progressi relativi al suo approccio globale e definirà gli orientamenti necessari; avrà uno scambio di opinioni sulle questioni commerciali, in particolare focalizzandosi sul futuro della politica commerciale dell'Unione europea; infine, terrà un dibattito orientativo sulle relazioni con la Russia;
    nei mesi scorsi la Commissione europea ha presentato una serie di proposte per riformare il sistema europeo comune di asilo nelle linee indicate nell'agenda europea per la migrazione e nella comunicazione del 6 aprile 2016. In particolare la Commissione ha presentato il 4 maggio 2016 un primo pacchetto di proposte – riforma del regolamento 604/2013 (Dublino III), riforma del regolamento 603/2013 (Eurodac) e riforma del regolamento 439/2010, che istituisce l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo (EASO), mentre, il 13 luglio 2016, ha presentato diverse proposte legislative – sostituzione della direttiva sulle procedure di asilo con un regolamento che stabilisca una procedura comune dell'Unione europea per la protezione internazionale, sostituzione della direttiva qualifiche esistente con un nuovi regolamento, infine una riforma sulla direttiva sulle condizioni di accoglienza;
    attraverso le sopraindicate proposte, la Commissione europea tenta di rimediare all'evidente fallimento del «sistema Dublino», mantenendo sostanzialmente invariata la gerarchia dei criteri Dublino, introducendo un sistema correttivo per la ripartizione equa delle responsabilità tra Stati, che riproduce esattamente gli elementi fallimentari dei meccanismi temporanei di ricollocazione già in uso e prevedendo a carico dei richiedenti asilo una serie di obblighi (e conseguenti sanzioni in caso di violazione) per limitare gli spostamenti all'interno dell'area degli Stati membri. Praticamente, si introducono tutta una serie di nuovi complicati meccanismi burocratici, mantenendo in piedi il «sistema Dublino»; inefficace, costoso e che produce irregolarità;
    a parte qualche positiva modifica dei termini procedurali, in generale non si possono ritenere queste proposte idonee a garantire gli obiettivi dichiarati dalla Commissione, ovvero l'individuazione rapida dello Stato membro competente e, pertanto, l'accesso rapido del richiedente alla procedura di asilo, una ripartizione più equa delle responsabilità tra Stati membri, la lotta ad abusi e movimenti secondari, a rafforzare le garanzie per i richiedenti asilo e per i bisognosi di protezione internazionale, di godere dello stesso livello di protezione, ad incentivare l'integrazione, a garantire infine standard di accoglienza dignitosi;
    in particolare, l'armonizzazione della lista dei «Paesi sicuri» sarebbe una negazione del diritto di asilo e rivela in tutta la sua drammaticità l'approccio dell'Europa sul fenomeno delle migrazioni; introdurre il concetto di «sicurezza» nell'esaminare le richieste di asilo è un grave rischio, poiché nessun Paese può essere considerato «sicuro». Adottando una simile lista, l'Unione europea e i suoi Stati membri istituzionalizzerebbero a livello europeo una pratica attraverso la quale i paesi membri possono rifiutare di ottemperare pienamente alle proprie responsabilità verso i richiedenti asilo, in violazione dei loro obblighi internazionali;
    finora, 13 dei 28 Stati membri hanno una lista nazionale di «Paesi sicuri», ma le liste sono tutt'altro che omogenee. La proposta della Commissione europea mira a porre rimedio a queste disparità. I sette Paesi che la proposta considera «sicuri» sono: Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia e Turchia. La Finlandia, ad esempio, considera «sicuri» Paesi come l'Afghanistan, l'Iraq e la Somalia: in questi Paesi il migrante non rischia discriminazioni, persecuzioni, limitazioni o negazioni dei diritti fondamentali: per i presentatori del presente atto di indirizzo questa è un'assurdità;
    con la Turchia, che si considererebbe «Paese sicuro», si è già stretto un accordo che secondo i presentatori del presente atto viola gravemente il diritto europeo e tradisce i fondamenti democratici e ispirati alla tradizionale tutela dei diritti umani in Unione europea e in Italia. Quanto sta emergendo dall'applicazione concreta di questo accordo è che, in cambio di denaro, si esternalizzano le frontiere dell'Unione europea chiudendo gli occhi sul rispetto dei diritti umani, sulla repressione delle libertà fondamentali, nonché sulla forte repressione anti-curda che il Governo turco sta mettendo in piedi negli ultimi mesi, addirittura dimenticando le gravi responsabilità di quest'ultimo nel supporto a Daesh;
    lo stesso approccio è usato dalla Commissione europea per adottare la lista comune di «Paese terzi sicuri» per consentire che i richiedenti asilo siano, rimandati indietro nei Paesi per i quali sono transitati prima del loro arrivo nell'Unione europea, e dove essi dovrebbero «legalmente» depositare le loro richieste di asilo;
    nei fatti quindi, con le nuove proposte, con la giustificazione di razionalizzare e armonizzare il sistema di asilo europeo, l'Unione europea darebbe legittimità istituzionale a un abuso sul diritto di asilo allo scopo di controllare i flussi migratori;
    il quadro emergente dalle proposte presentate e dagli atti approvati dalle istituzioni europee nell'ultimo anno è desolante: ricollocazioni, reinsediamenti, liste di Paesi di origine sicuri e Paesi terzi sicuri, rimpatri, hotspot, accordo con la Turchia, respingimenti, rappresentano il palese, fallimento del sistema europeo comune di asilo e manifestano tutta l'incapacità dell'Unione europea a far fronte ad un numero elevato, ma certo non insostenibile, di arrivi, come si vuole spesso rappresentare in maniera drammatica;
    questo fallimento deriva da molteplici fattori, uno dei quali è certamente rappresentato dall'ostinazione con cui gli Stati membri e le istituzioni dell'Unione europea continuano a voler disciplinare – in maniera sempre più burocratica e complessa, quindi terribilmente macchinosa e costosa – gli spostamenti di persone in un territorio che si vuole al tempo stesso privo di controlli alle frontiere interne;
    occorrerebbe prendere atto del mutamento dei contesti globali e del fatto che molte persone scappano da guerre, carestie, effetti dei cambiamenti climatici, eventi che molto spesso l'Occidente e quindi anche l'Unione europea ha spesso creato o quantomeno aggravato anche con la sola inerzia;
    bisognerebbe quindi individuare soluzioni più snelle e realistiche, meno burocratiche, che prevedano, fra le altre cose, che chi ha ottenuto una protezione (europea) in un Paese possa poi liberamente cercare lavoro in un altro, con i giusti «contrappesi» per evitare che ciò si trasformi in un peso insostenibile per quelle aree dell'Unione europea maggiormente prescelte per l'insediamento;
    totalmente sbagliata e pericolosa è invece la strada recentemente intrapresa dall'Unione europea e che potrebbe segnare un grave precedente e un punto di non ritorno: rimpatri forzati in cambio di aiuti economici. Il riferimento è al recente nuovo accordo tra Unione europea ed Afghanistan, il «Joint way forward on migration issues between Afghanistan and EU» firmato a Bruxelles il 2 ottobre 2016 e il suo nesso con la Conferenza internazionale sull'Afghanistan che si è chiusa il 6 ottobre, con la promessa di nuovi sussidi economici al Paese (altri 16 miliardi di euro);
    con l'accordo richiamato, per la prima volta, infatti, si fa un accordo di riammissione forzata con un Paese in una situazione di conflitto conclamato. Nello specifico, l'intesa dice che i cittadini afgani che non hanno base legale per restare in uno Stato membro dell'Unione europea verranno rimpatriati nel loro Paese d'origine: si prediligerà il «ritorno volontario» altrimenti si procederà con i «rimpatri forzati» anche di massa;
    come nel caso della Turchia, non si tratta di un vero accordo ma di una dichiarazione congiunta, non sottoposta alla valutazione del Parlamento europeo e ugualmente in cambio di denaro, si esternalizzano le frontiere. L'Afghanistan è classificato come quartultimo nel Global Peace Index 2016: in condizioni peggiori a livello mondiale ci sono solo Siria, Sud Sudan e Iraq. L'Institute for Economics and Peace rileva, inoltre, che sia secondo solo all'Iraq, sempre su scala globale, per attività terroristiche all'interno del Paese (Global Terrorism Index 2016). In Afghanistan, come documenta un recente rapporto dell'Easo, dopo più di un decennio di guerra, ci sono stati nel 2015 11mila civili vittime di violenza. Prevedere in un Paese come questo un rimpatrio forzato è un pericolosissimo precedente e rischia di aggravare ulteriormente una situazione già di per sé drammatica;
    non si può non evidenziare la responsabilità del Governo italiano in questa strategia fallimentare e rischiosa proposta dalla Commissione europea, lì dove attraverso il cosiddetto «Migration compact», l'obiettivo dichiarato è quello di esternalizzare le frontiere e quindi dare fondi in cambio di maggiore controllo delle frontiere;
    il Governo italiano ha gravi responsabilità poiché si sta creando una relazione perversa con i Paesi africani. Non soltanto l'Unione europea pur di fermare i flussi sta stringendo da anni rapporti con dittature che sono le vere cause delle migrazioni, ma oltretutto si hanno già le prove di quali siano gli effetti concreti. In Sudan, uno dei Paesi al centro della strategia europea e italiana di esternalizzazione delle frontiere, nel solo mese di maggio 2016 sono stati arrestati e espulsi circa 1.300 profughi eritrei, che sono poi stati deportati verso il loro Paese. In Eritrea, partire illegalmente è considerato un reato. Di quelle 1.300 persone non si hanno notizie, ma potrebbero essere finite in carcere:
    quarantotto migranti provenienti dal Sudan, fermi a Ventimiglia nella speranza di passare il confine e raggiungere i propri familiari, sono stati rimpatriati il 24 agosto 2016. Alcuni provenivano dal Darfur. Erano «irregolari» perché non avevano fatto richiesta di protezione internazionale in Italia, ma volevano raggiungere altre nazioni europee. Con una operazione organizzata in gran segreto e che dimostra la drammaticità del sistema repressivo sui migranti. In 48 ore sono stati prima portati all'hotpost di Taranto, poi di nuovo nella città ligure dove, al posto di frontiera, hanno trovato l'autorità consolare sudanese (Paese dal quale erano scappati) che ha verificato la loro identità e dato avvio al rimpatrio. Quindi trasferiti al CIE di Torino ed infine messi su un aereo per Khartoum all'aeroporto «Sandro Pertini» di Caselle. Oltre duemila chilometri percorsi in pochissime ore, senza avere mai la possibilità di capire come presentare domanda di protezione internazionale;
    un rimpatrio collettivo a tempo di record, facilitato da quella che potrebbe essere la prima applicazione del segretissimo Memorandum d'Intesa firmato a Roma il 3 agosto 2016 da Franco Gabrielli, capo della polizia e Hashim Osman el Hussein, direttore generale delle Forze di polizia del Sudan, un accordo che violerebbe i diritti umani e su cui il Governo italiano ha per i presentatori del presente atto gravi responsabilità;
    con riferimento alla politica commerciale durante la scorsa riunione del Consiglio tenutasi a Bratislava il 22 e 23 settembre 2016, i Ministri responsabili del commercio dell'Unione europea hanno fatto chiarezza sui dossier più attuali della politica commerciale. I Paesi membri hanno trovato un'intesa, in linea di massima, per firmare l'accordo di libero scambio con il Canada (Comprehensive Economie and Trade Agreement – CETA) in ottobre, in occasione del vertice bilaterale euro canadese del 27 ottobre 2016. Quanto all'intesa con gli Stati Uniti, i Ministri hanno preso atto pubblicamente che una chiusura dei negoziati prima della fine dell'amministrazione Obama è pressoché impossibile. Ad ogni modo, non è stato ritirato il mandato concesso nel giugno 2013 alla Commissione europea per negoziare il TTIP e dal 3 al 7 ottobre 2016 a New York si è tenuto il quindicesimo round negoziale tra Stati uniti ed Unione europea;
    l'accordo di libero scambio e investimento fra il Canada e la Unione europea mira alla più ampia liberalizzazione nella storia dei negoziati commerciali dell'Unione europea, e per questo motivo le implicazioni politiche ed economiche sui Paesi membri della Unione europea sono enormi;
    dopo la firma per l'entrata in vigore provvisoria il Ceta dovrà essere approvato a livello nazionale e questo avverrà nonostante le prese di posizione che a più riprese si sono levate dal Governo italiano, e in particolare dal Ministro Calenda, per una sua rapida approvazione a livello europeo, in quanto a suo dire, non rappresentava un accordo di natura «mista»;
    molti parlamentari, dopo essere entrati per la prima volta nella sala di lettura del Ttip in Italia, di cui il Ceta è il naturale preludio, hanno espresso gravi preoccupazioni;
    la posizione del Governo italiano è stata molto distante da quella di altri Paesi, come Lussemburgo e Francia, ed è apparsa a giudizio dei firmatari del presente atto come un tentativo di esautorare il ruolo di quanti, democraticamente eletti, fanno parte del Parlamento italiano;
    vantaggi commerciali promessi, ma non dimostrabili, ammonterebbero a circa 5,8 miliardi di euro l'anno, con un risparmio per gli esportatori europei di 500 milioni di euro annui dovuti all'eliminazione di quasi tutti i dazi all'importazione. Sul mercato del lavoro, poi, uno studio congiunto di Unione europea-Canada ipotizza 80 mila nuovi posti di lavoro;
    i dazi sarebbero aboliti rapidamente. La maggior parte di essi sarebbero soppressi con l'entrata in vigore dell'accordo. Dopo sette anni, non vi sarebbe più alcun dazio doganale tra l'Unione europea e il Canada sui prodotti industriali;
    i dazi verrebbero aboliti in misura considerevole anche nel settore agricolo e alimentare. Quasi il 92 per cento dei prodotti agricoli e alimentari dell'Unione europea verrebbero esportati in Canada in esenzione dai dazi;
    le preoccupazioni invece vedono l'incedere di scenari più articolati: «con il via libera al CETA, la maggior parte delle multinazionali americane, già attive sul territorio canadese, potranno citare in giudizio nei tribunali internazionali privati le aziende europee, avvalendosi della clausola Investment court system (Ics, il sistema giudiziario arbitrale per la difesa degli investimenti), omologo dell'Isds inserito nel Ttip, che tanti Paesi Ue stanno osteggiando». Sono già 42 mila le aziende operanti nell'Unione europea che fanno capo a società statunitensi con filiali in Canada; con l'approvazione del Ceta queste imprese potrebbero intentare cause agli Stati per conto degli Stati Uniti senza che il Ttip sia ancora entrato in vigore, assicurano i promotori;
    quindi gli effetti del Ttip rischiano di rilevare tutta la sua drammaticità con l'entrata in vigore del Ceta e mentre Governi come la Francia ne chiedono ripetutamente lo stop per i negoziati, il Governo italiano, con il Ministro italiano allo sviluppo economico, Carlo Calenda, dichiara che: «sarebbe in ogni caso estremamente difficile trovare una ragione che giustifichi l'interruzione delle trattative con il nostro principale partner economico e politico dopo appena due anni e mezzo di negoziato, quando per chiudere un accordo meno ambizioso con il Canada ce ne sono voluti ben 6. Ed è evidente che se ciò accadesse l'Europa non avrebbe più alcuna credibilità per condurre un qualsivoglia negoziato commerciale». Questo senza menzionare gli effetti dell'applicazione dei trattati, preoccupazioni che oramai vengono espresse da più parti in Europa: non solo dai movimenti ma anche dai Governi, dai Parlamenti nazionali e dal Parlamento europeo;
    con riferimento alle relazioni con la Russia non si può non tenere in considerazione la crescente tensione Est-Ovest e il continuo mutamento delle alleanze nel contesto geopolitico mondiale, soprattutto in relazione ai conflitti in corso, Siria in primis fra tutti;
    una continua tensione che può essere definita un confronto ibrido e che trova e in maniera differente diversi luoghi di confronto: l'Ucraina, il Baltico, la Crimea, il Caspio, il Medio Oriente, finanche all'interno del Consiglio sicurezza dell'Onu, dove sono state respinte le contrapposte proposte di risoluzione sul futuro della martoriata città siriana di Aleppo: affossata per i voti insufficienti la proposta russa che sosteneva l'iniziativa dell'inviato dell'Onu Staffan De Mistura sul ritiro dei combattenti da Aleppo. Bocciata invece, con il veto russo, l'altra risoluzione avanzata dalla Francia e appoggiata da 40 Paesi: il testo chiedeva l'immediato cessate il fuoco ad Aleppo e una no-fly zone;
    negli ultimi tempi, le relazioni tra Russia e Usa si sono esacerbate a causa della situazione in Siria. Gli Stati Uniti hanno sospeso la collaborazione bilaterale con Mosca su questo problema. Le autorità russe a loro volta hanno sospeso la collaborazione con gli Usa sulla sicurezza nucleare. Nel frattempo, i russi hanno dislocato i missili balistici Iskander nell'enclave di Kaliningrad, mentre gli americani accusano ufficialmente il Governo di Mosca di utilizzare gli hacker per alterare la campagna elettorale presidenziale in corso. Sullo sfondo una geopolitica di alleanze variabili e fatta di improvvise sterzate;
    dopo l'incidente del novembre 2016, che aveva generato notevoli tensioni tra Russia e Turchia, sono riprese le relazioni politiche, economiche e diplomatiche tra i due Paesi. La Turchia, avamposto della Nato ad Est, con una presenza di 23 basi sul territorio, è tornata a dialogare con il Cremlino e nonostante abbia una posizione diametralmente opposta con Mosca sul futuro della Siria, fatta anche di alleanze opposte, si appresta a chiudere importanti accordi bilaterali, primo fra tutti il Turkish stream, concepito per «aggirare» l'ostacolo ucraino e quindi per far arrivare il gas in Europa;
    questo nuovo conflitto ibrido è indubbiamente frutto di una partita geopolitica che è stata negli anni giocata principalmente sul terreno della «sicurezza» e la mossa principale dell'allargamento ad Est della Nato e le trattative per l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione europea, sono state una scelta strategica sbagliata nelle relazioni con la Russia, così come la gestione della crisi e le conseguenti sanzioni, di cui l'Europa e i suoi Stati membri pagano un prezzo elevato;
    lo stesso progetto, di pipeline sopra menzionato, riveste una grande importanza politica oltre che economica per il Governo russo, ma non solo. Infatti riveste importanza per tutta l'Europa meridionale, Italia compresa. Ma il gasdotto è stato osteggiato fortemente dagli Stati Uniti, esercitando forti pressioni su Turchia ed Unione europea stessa e quindi contro gli interessi dell'Unione europea stessa;
    la politica di espansione nell'Est Europa della Nato, che ha portato all'adesione di Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia (1999), Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia (2004), Albania e Croazia (2009) è stata indubbiamente un fattore scatenante della crisi;
    tale politica, mentre da un lato ha portato molti vantaggi ai membri dell'Alleanza, indubbiamente, dall'altro lato, ha contribuito notevolmente a peggiorare le relazioni internazionali con la Russia e ad acuire le tensioni tra la Russia e i Paesi della Nato;
    il conflitto ucraino è stato senza dubbio la più pericolosa crisi vissuta dall'Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale ed alla luce della situazione attuale rischia di non essere l'ultima;
    oggi appare sempre più evidente che la gestione della crisi e le conseguenti sanzioni imposte dall'Unione europea sono state una scelta avventata, subordinata alle politiche espansionistiche dell'Alleanza Nord Atlantica e degli Stati Uniti d'America, il cui costo in realtà è ricaduto esclusivamente sui popoli dei suoi Stati membri;
    indipendentemente dalle responsabilità della Russia, è quindi oggi quanto mai necessaria un'azione dell'Unione europea che tolga la Russia dal «complesso dell'accerchiamento» e che, al tempo stesso, crei le basi per una politica di vicinato dell'Unione europea più libera dalle logiche espansionistiche della Nato;
    il fallimento del disegno della Nato è oggi sempre più evidente, con un suo storico alleato, come la Turchia, pronta a chiudere un accordo su Aleppo e la Siria del Nord con la Russia, mentre gli Stati Uniti hanno sospeso la collaborazione bilaterale sulla Siria. Mentre la Russia ne ricaverebbe un vantaggio soprattutto derivante dall'indebolimento dell'espansione della Nato, è forte la preoccupazione che in questo gioco di accordi e spartizione in zone di influenza vengano sacrificati sull'altare della realpolitik l'unica esperienza realmente democratica in Siria, l’enclave curdo-araba del Rojava – Federazione della Siria del Nord;
    tutti questi giochi politici avvengono sulla pelle delle popolazioni, quella europea che ha subito il peso delle sanzioni alla Russia e delle contro sanzioni, dei siriani e dei civili che continuano ad essere sotto le bombe, della popolazione ucraina, stremata;
    l'Italia, nonostante abbia un proprio cittadino come massimo esponente della politica europea e di sicurezza comune, non ha avuto il coraggio di porre le questioni cruciali all'attenzione del Consiglio europeo. Al di là dei proclami, ha sempre subito scelte altrui,

impegna il Governo:

   1) a promuovere l'apertura immediata di corridoi umanitari di accesso in Europa per garantire «canali di accesso legali e controllati» attraverso i Paesi di transito ai rifugiati che scappano da persecuzioni, guerra e conflitti per mettere fine alle stragi in mare e in terra, e quindi debellare il traffico di esseri umani;
   2) a proporre un «diritto di asilo europeo», capace di superare realmente il «regolamento di Dublino» e non sostenere la proposta di riforma della Commissione europea, considerato che un migrante dovrebbe avere il diritto di avere riconosciuto l'asilo in qualsiasi Paese, per poi essere libero di circolare all'interno dell'Europa;
   3) ad assumere iniziative, per quanto di competenza, per concedere, con effetto immediato, permessi di soggiorno per motivi umanitari che consentano la libera circolazione negli Stati dell'Unione europea e quindi per avviare l’iter per la predisposizione di una normativa dell'Unione con la quale disciplinare il riconoscimento reciproco delle decisioni in merito alla concessione della protezione internazionale tra gli Stati membri e a chiedere, in sede di Consiglio europeo, la regolarizzazione di tutti i migranti ancora senza documenti presenti in Europa;
   4) a vigilare sul rispetto del divieto di espulsioni collettive previsto dai protocolli addizionali alla Cedu, attraverso l'assunzione di iniziative per l'adozione di opportuni atti regolamentari e l'introduzione di procedure di monitoraggio indipendenti;
   5) a promuovere il principio di un'accoglienza dignitosa, dunque per incentivare la chiusura di tutti i centri di detenzione per migranti sparsi in Europa, a cominciare da quelli presenti sul territorio italiano;
   6) ad assumere iniziative per implementare rapidamente il programma di ricollocamento, ad oggi dimostratosi un fallimento, affiancandolo alla creazione di adeguate strutture per l'accoglienza e l'assistenza delle persone in arrivo;
   7) a promuovere una politica che dica «basta» ai respingimenti verso i Paesi di origine e di transito e garantisca a tutti i migranti l'accesso a una piena e chiara informazione sulla possibilità di chiedere protezione internazionale;
   8) a proporre la revisione dell'accordo tra Unione europea e Turchia sulla gestione dei rifugiati, nonché a proporre l'immediata sospensione degli accordi – come i processi di Rabat e di Khartoum – con i Governi che non rispettano i diritti umani e le libertà;
   9) ad assumere iniziative per censurare il recente accordo sottoscritto dall'Unione europea con l'Afghanistan «Joint way forward on migration issues between Afghanistan and EU», in particolare la parte che prevede i rimpatri forzati;
   10) a non dare, in sede di Consiglio europeo, il benestare alla firma dell'accordo economico commerciale globale (Ceta) in occasione del prossimo vertice bilaterale euro canadese del 27 ottobre 2016;
   11) a sostenere con forza, insieme agli altri Paesi europei, con riferimento al TTIP, la sospensione del negoziato al fine dell'apertura di un processo democratico che permetta un'analisi puntuale ed una valutazione dei testi negoziali e che assicuri che le politiche adottate siano nel pubblico interesse che coinvolga il Parlamento europeo e venga dibattuto nei parlamenti nazionali e che includa le organizzazioni della società civile, i sindacati e i gruppi portatori dei diversi interessi (stakeholders);
   12) a chiedere in sede europea un approfondimento sulla partnership strategica tra Unione europea-NATO, come definita dall'ultimo vertice di Varsavia, chiedendo che non ci debba essere mai una sovrapposizione della NATO e della Unione europea nella risoluzione dei conflitti e nel rapporto con la Russia;
   13) a sostenere in sede europea tutte le iniziative tese alla cancellazione o in subordine, all'alleggerimento significativo delle sanzioni dell'Unione europea nei confronti della Federazione russa;
   14) ad attivarsi prontamente in sede europea al fine di garantire maggiori risorse per compensare il danno prodotto dalle restrizioni alle importazioni applicate dalla Federazione russa alle imprese, ai produttori e ai cittadini dell'Unione europea;
   15) a promuovere, anche in considerazione del fatto che l'Italia sarà membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell'Onu nel 2017 e della centralità della crisi siriana, che mette a rischio la sopravvivenza dell'Alleanza nord Atlantica stessa, una iniziativa in sede di Consiglio europeo per rilanciare i negoziati di Ginevra per risolvere la crisi siriana, a cui devono essere invitati tutti gli attori a partire dalle forze politiche del Rojava – Federazione della Siria del Nord, su cui si sono espressi positivamente già Stati Uniti e Russia.
(6-00266) «Scotto, Airaudo, Franco Bordo, Costantino, D'Attorre, Duranti, Daniele Farina, Fassina, Fava, Ferrara, Folino, Fratoianni, Carlo Galli, Giancarlo Giordano, Gregori, Kronbichler, Marcon, Martelli, Melilla, Nicchi, Paglia, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piras, Placido, Quaranta, Ricciatti, Sannicandro, Zaratti».