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Atto a cui si riferisce:
C.1/01423    premesso che:     un numero che ormai supera le 400.000 unità di siriani ha perso la vita in più di cinque anni di conflitto armato iniziato nel marzo 2011 con una...



Atto Camera

Mozione 1-01423presentato daCAPEZZONE Danieletesto diMartedì 8 novembre 2016, seduta n. 703

   La Camera,
   premesso che:
    un numero che ormai supera le 400.000 unità di siriani ha perso la vita in più di cinque anni di conflitto armato iniziato nel marzo 2011 con una serie di proteste antigovernative, scoppiate nella città di Derea dopo l'arresto e le torture subite da alcuni giovani che avevano scritto slogan rivoluzionari e contro il regime sui muri di una scuola. A seguito della brutale repressione operata dalle Forze di sicurezza contro i dimostranti, con decine di morti, moti di protesta si sono diffusi in tutto il Paese, volti ad ottenere le dimissioni del Presidente Assad. Da tali focolai di contestazione la situazione è rapidamente degenerata sfociando in una vera e propria guerra civile su vasta scala. Più di 11 milioni di cittadini siriani sono stati costretti, in questi anni, ad abbandonare le loro città a causa dei combattimenti fra le forze leali al Presidiate Bashar al-Assad e quelle dell'opposizione così come contro quelle delle milite jihadiste del cosiddetto Stato islamico. Di questi quasi 4,8 milioni hanno cercato rifugio all'estero, in particolare in Libano, Giordania e Turchia;
    il conflitto, da battaglia fra pro e contro Assad, è andato acquisendo in poco tempo connotati settari, contrapponendo sciiti – la maggiorana dei siriani – a sunniti, la minoranza di cui fa parte la famiglia Assad, che governa il Paese dal 1971 prima con Hafiz al-Assad cui è succeduto il figlio Bashar. In tal modo il conflitto ha assunto connotati di guerra regionale, coinvolgendo – seppur indirettamente – i maggiori Stati della regione (Arabia Saudita, sunnita, e sciita, Turchia e Iraq) e le grandi potenze, Stati Uniti e Russia, con evidenti ripercussioni di ordine geopolitico mondiale;
    l'avanzata del gruppo Jihadista dell'Islam State (IS), a partire dal 2013, ha aggiunto un'ulteriore dimensione al conflitto. Una Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha evidenziato che tutte le parti in causa hanno commesso crimini di guerra – inclusi assassini, torture, rapimenti – accusando le parti in campo di aver utilizzate le sofferenze della popolazione civile – come il blocco ai rifornimenti di viveri, acqua e farmaci – quali metodi di guerra. In particolare, l'ONU ha accusato l'Isis di condurre una campagna del terrore su vasta scala, infliggendo severe punizioni, comprese centinaia di esecuzioni capitali o mutilazioni pubbliche, a tutti coloro che trasgrediscono o rifiutano di accettare la legge della sharia;
    è indubbio che gli interessi in gioco sono molteplici e confliggenti gli uni con gli altri:
     1) l'atavico conflitto fra Iran (sciita) e Arabia Saudita (sunnita) per l'egemonia regionale e il rispettivo ruolo nel mondo musulmano;
     2) i rapporti fra i Paesi dell'area a cominciare dalla Turchia del Presidente Recep Tayyp Erdogan e dalle sue mire a giocare il ruolo di player nella regione; il ruolo di Israele, che con la Siria a da decenni in atto un contenzioso per le Alture del Golan; la destabilizzazione di nazioni fragili come Libano e Giordania; la situazione dei Curdi suddivisi fra Turchia, Siria e Iraq;
     3) il ruolo della Russia, alleata fin dalla fine della seconda guerra mondiale della Siria, e degli Stati Uniti per l'influenza sull'intera regione;
     4) la volontà, a parole ribadita da quasi tutti i protagonisti, di condurre una battaglia contro lo Stato islamico;
    in questo complesso quadro, la comunità internazionale non si è dimostrata in grado di trovare ipotesi credibili per una soluzione di pace. In particolare, Stati Uniti e Unione europea, hanno sempre ritenuto – fin dal 2011 – precondizione necessaria per la soluzione del conflitto e per una transizione verso la democrazia, l'uscita di scena di Baschar al-Assad, tuttavia si sono dimostrati incapaci di trovare una linea d'intenti comune: la presidenza Obama, ormai nel quadriennio della cosiddetta «lame duck» (anatra zoppa), dopo i proclami del 2013 su un possibile uso della forza militare, ha preferito, anche perché più attente ai risvolti di politica interna in vista delle presidenziali 2016, non mettere in atto neppure quella «fly zone», che, impedendo all'aviazione governativa di sorvolare i cieli siriani, avrebbe evitato bombardamenti sulla popolazione civile; la Francia, fin dal 2013, ha invece proposto un intervento militare contro il regime di Damasco; la Germania ha dapprima avvallato i tentativi di mediazione, per poi convenire che un futuro per la Siria non può prescindere dall'allontanamento di Assad; altri Stati europei sono invece ancora convinti della possibilità di un compromesso che coinvolga il Governo di Damasco;
    l'Unione europea, in questi anni, oltre ad «esprimere sgomente», «condannare», «chiedere con urgenza», a «deplorare» i veti posti da alcuni membri del Consiglio di sicurezza della Nazioni unite, non è mai stata in grado di proporre un'iniziativa concreta volta, a trovare una soluzione al conflitto. Unico interesse comune che ha visto tutti consenzienti è stato il quantomeno «discutibile» accordo sui migranti con la Turchia per evitare che quei profughi che – forse tra i pochi – veramente avrebbero avuto concreto bisogno di solidarietà potessero intraprendere la cosiddetta «rotta balcanica»;
    in questi ultimi mesi la guerra civile sta avendo come epicentro la città di Aleppo, divenuta luogo di scontro tra le forze filogovernative, gli oppositori al regime e i miliziani dell'Isis, in cui circa 300.000 abitanti sono intrappolati nella zona teatro degli scontri soggetta a ripetuti bombardamenti, privi di viveri e medicinali,

impegna il Governo:

1) a ribadire in ogni consesso internazionale la necessità che le democrazie occidentali concentrino ogni sforzo, anche militare, contro Isis, mantenendo una netta distinzione fra Stato islamico e opposizione legittima al Governo dispotico di Bashar al-Assad;
2) ad appoggiare quelle soluzioni politiche alla guerra civile siriana che non prevedano la permanenza di Assad al vertice del Governo siriano, garantendogli ogni forma di protezione contro facili istinti vendicatori;
3) a proporre l'istituzione di cosiddette «safe havens» sul territorio siriano, con adeguata protezione attraverso «no fly zone» cioè zone protette, dove i siriani possano vivere una vita il più possibile normale al fine di evitare che altri milioni di profughi lascino la Siria.
(1-01423) «Capezzone, Palese, Altieri, Bianconi, Chiarelli, Ciracì, Corsaro, Distaso, Fucci, Latronico, Marti».