• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

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Atto a cui si riferisce:
S.3/03309 PERRONE - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze - Premesso che: lo scorso 3 novembre 2016, l'azienda manifatturiera Stefanel ha depositato presso il...



Atto Senato

Interrogazione a risposta orale 3-03309 presentata da LUIGI PERRONE
martedì 22 novembre 2016, seduta n.728

PERRONE - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

lo scorso 3 novembre 2016, l'azienda manifatturiera Stefanel ha depositato presso il Tribunale di Treviso il ricorso per l'ammissione alla procedura di concordato preventivo, a causa di un forte indebitamento contratto con diversi istituti bancari ed arrivato alla cifra di 86 milioni di euro;

successivamente, il Tribunale di Treviso ha accettato la richiesta della Stefanel SpA di ammissione alla procedura di pre-concordato, concedendo 120 giorni di tempo per presentare una proposta definitiva di concordato preventivo o una domanda per omologazione di accordo di ristrutturazione del debito. Diversamente, allo scadere del termine il Tribunale dichiarerà d'ufficio il fallimento della società di abbigliamento italiana;

la Stefanel SpA è una delle società manifatturiere più rinomate e antiche d'Italia. Fondata nel 1959 da Carlo Stefanel con il nome di "Maglificio Piave", nel 1980 ha aperto a Siena il primo negozio a marchio "Stefanel", mentre nel 1987 si è quotata in borsa. Attualmente la società di Ponte di Piave conta 550 punti vendita, di cui 150 fuori dall'Italia, e circa 1.100 dipendenti che, in caso di fallimento, andranno ad aumentare il tasso di disoccupazione del nostro Paese, che drammaticamente si attesta all'11,6 per cento;

nel mese di aprile 2016 anche lo storico calzaturificio italiano per bambini "Balducci", attivo dal 1934, ha comunicato la sospensione di ogni attività produttiva di natura industriale, commerciale e amministrativa e l'attivazione immediata, in via cautelativa, di una procedura di mobilità di tutti i dipendenti: la stessa azienda che il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi nel 2013 scelse per il tour tra le aziende più rappresentative della Valdinievole;

un'indagine realizzata da Confcommercio in collaborazione con Format Research ha dimostrato che le maggiori difficoltà riscontrate per avviare un'impresa in Italia sono l'eccessivo livello delle tasse (nel 35 per cento dei casi) e il peso degli adempimenti amministrativi (27 per cento);

allo stesso modo, uno studio effettuato da ITWorking ed elaborato da Confartigianato documenta che nel 2014 le imprese italiane hanno pagato complessivamente 70 miliardi di euro di tasse, il 29,5 per cento in più rispetto ai 54,5 miliardi del 2011;

la conferma di questo trend, che dimostra come l'imposizione fiscale sulle imprese in Italia sia in costante aumento, è fornita dall'ufficio studi della CGIA di Mestre su elaborazione di dati della Banca mondiale, secondo cui al netto dei contributi previdenziali, le imprese italiane nel 2016 sono arrivate a dover pagare 98 miliardi di euro di tasse su base annua. In particolare, sulla base di questi dati è stato accertato che le imprese italiane subiscono una percentuale di tasse da pagare sui profitti commerciali del 64,8 per cento, un differenziale di oltre 21 punti di percentuale rispetto alla media dell'area dell'euro (43,6 per cento);

tuttavia, i dati non considerano altre forme di prelievo, come i contributi previdenziali, l'Imu e la Tasi, il tributo sulla pubblicità, le tasse sulle auto pagate dalle imprese, le accise, i diritti camerali, per i quali non è possibile effettuare una comparazione omogenea con gli altri Paesi europei. Per questo motivo è possibile affermare che l'ammontare complessivo del carico fiscale sulle imprese italiane sia sottostimato e che, sommando alle percentuali europee le altre imposte e tasse dirette e indirette nazionali, il carico fiscale per le imprese sfiora l'80 per cento;

considerato che:

a rendere il sistema generale delle aziende italiane ancor più problematico è, senza dubbio, la presenza di un sistema burocratico asfissiante. Difatti, è stato stimato che su 252 giornate lavorative, 103 riguardano soltanto le scadenze fiscali, con il record nel mese di luglio che prevede ben 45 scadenze. Un impegno che in termini di ore lavorative costa alle aziende ben 285 ore (fonte Confesercenti);

negli ultimi anni, a causa delle ragioni economiche esposte, il numero delle aziende che hanno dovuto dichiarare fallimento e di quelle che sono state costrette a vendere i brand italiani al mercato internazionale è aumentato in maniera esponenziale;

è un fenomeno che le recenti vicende che hanno riguardato la Stefanel SpA e la Balducci SpA dimostrano essere un pericolo per l'economia italiana e per il made in Italy, che spesso mantiene il marchio d'origine ma la proprietà è in mani straniere. Si pensi che la francese Luis Vuitton Moet Hennessy è diventata proprietaria di marchi come Bulgari, Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi; la multinazionale anglo-olandese Unilever è proprietaria di Algida, Santa Rosa, del riso Flora, la spagnola Sos Cuetara controlla la Bertolli, la Carapelli e la Sasso; la francese Lactalis ha acquistato Parmalat, Galbani-Invernizzi, Cademartori, Locatelli; la Nestlé è proprietaria della Buitoni, della Sanpellegrino, della Perugina, della Motta, dell'Antica gelateria del Corso e della Valle degli Orti; i sudafricani SABMiller hanno rilevato la Peroni. Parimenti, anche la Merloni nel 2014 è stata venduta alla Whirlpool che in questo modo detiene il 60,4 per cento, mentre la ChemChina è diventata il maggior azionista della Pirelli;

a fronte di questa situazione, che mortifica l'economia italiana ed è causa della svendita di marchi che hanno reso celebre l'Italia nel mondo, le vigenti politiche industriali non sembrano essere idonee a modificare l'attuale trend. Non a caso il prezzo dell'energia che le aziende italiane devono pagare è il più caro d'Europa poiché, mentre altri Paesi (come la Germania) hanno distribuito gli oneri per le rinnovabili in prevalenza sui cittadini e solo per il 20 per cento sulle imprese, l'Italia ha attuato la scelta inversa, scaricando il costo quasi esclusivamente sulle imprese,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo non ritengano di dover intraprendere politiche più efficaci per abbassare il carico fiscale che le imprese italiane stanno soffrendo e che è causa della continua chiusura di numerose imprese, nonché di farsi promotori di un'azione di governo volta a ridimensionare le incombenze burocratiche che, specialmente per le piccole e medie imprese, sono diventate oltremodo gravose ed incidono in maniera rilevante sull'efficienza produttiva delle stesse;

se, a fronte della chiusura di rinomati stabilimenti industriali italiani, non ritengano di dover prendere provvedimenti, anche di natura economica, affinché la tutela del made in Italy, che rappresenta l'eccellenza italiana nel mondo, diventi una priorità nella programmazione delle politiche industriali del Paese, allo scopo di prevenire il fallimento di altre realtà imprenditoriali che contraddistinguono il panorama industriale italiano e, sopratutto, di scongiurare che le stesse siano costrette a vendere a società straniere altre eccellenze italiane.

(3-03309)