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Atto a cui si riferisce:
C.1/01472    premesso che:     secondo i dati recentemente forniti da Frontex, l'agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, nel 2016 l'Italia ha contato 181.436 sbarchi...



Atto Camera

Mozione 1-01472presentato daROMANO Francesco Saveriotesto diMercoledì 18 gennaio 2017, seduta n. 726

   La Camera,
   premesso che:
    secondo i dati recentemente forniti da Frontex, l'agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, nel 2016 l'Italia ha contato 181.436 sbarchi sulle coste italiane, il numero più alto mai registrato nella storia, con un incremento del 18 per cento rispetto al 2015 (153.842) e di oltre il 6 per cento rispetto al 2014 (170.100). Gran parte dei migranti proviene dai Paesi dell'Africa centro-occidentale: Nigeria, Guinea, Costa d'Avorio, Gambia, Particolarmente rilevante il raddoppio del numero di migranti minori non accompagnati, passati da 12,360 nel 2015 a 25.846 nel 2016;
    nel corso dell'anno appena concluso, mentre l'Italia ha registrato un incremento consistente di sbarchi, è risultato essere dimezzato il numero dei migranti che hanno varcato i confini dell'Unione europea: dai 1.014.836 del 2015 (fonte UNHCR) ai 503.700 del 2016 (fonte Frontex). Un calo dovuto alla drastica riduzione degli sbarchi in Grecia (diminuiti del 79 per cento e di un calo di oltre l'80 per cento dei migranti provenienti dalle rotte balcaniche: nel primo caso in conseguenza dell'accordo tra l'Unione europea e la Turchia, nel secondo dell'inasprimento dei controlli di frontiera. Al contrario, la rotta, centro mediterranea mantiene una tendenza in crescita;
    nel corso degli ultimi 15 anni i fenomeni migratori verso l'Italia hanno registrato tendenze non univoche: secondo il cruscotto statistico del Ministero dell'interno nel 2003 gli sbarchi furono 14.331 con una flessione di circa il 40 per cento rispetto all'anno precedente, grazie agli accordi siglati dal Governo italiano con l'Albania e i Paesi dell'Africa mediterranea; nel 2004 il numero è ulteriormente diminuito (13.635), per risalire a 22.939 nel 2005, e lì attestarsi sino all'impennata del 2008, con 36.951 sbarchi; nei due anni seguenti, in ragione degli accordi con il Governo libico, il numero è crollato dapprima a 9.573 e quindi a 4.406. Nel 2011, in coincidenza con le «primavere arabe», si è registrato il nuovo, temporaneo, primato con 62.692 sbarchi – per oltre la metà proveniente dalla Tunisia – cui è seguito un nuovo calo nel 2012 (13.267) e un nuovo aumento nel 2013 (42.925). Nel 2014, in coincidenza con la guerra civile in Libia e l'inasprirsi della crisi siriana, la nuova impennata a 170.100, quindi la flessione del 2015 e il nuovo primato nel 2016, con le cifre sopra riportate;
    tendenza consolidata per quanto riguarda le richieste di asilo politico, quadruplicate nel volgere di un quadriennio: dalle 26.620 del 2013 alle 63.456 del 2014, alle 83.970 del 2015, sino a segnare il record storico nel corso dell'anno appena concluso, con oltre 123.482 richieste di protezione internazionale. Una cifra significativa, ma comunque inferiore a quelle registrate da altri Paesi, in primis la Germania. La ragione di ciò potrebbe derivare dalla stretta dei controlli nei Paesi dell'Europa centrale e da una diversa percezione dell'Italia, sino a qualche anno fa considerata solo come luogo di transito: con l'intensificarsi dei vincoli della Commissione europea al fine di una più stringente applicazione dell’«accordo di Dublino», una quota consistente di migranti, anche non provenienti da Paesi in guerra, consapevoli delle difficoltà nel raggiungere altri Stati, ha optato per presentare domanda di protezione internazionale all'Italia, ottenendo così un titolo per permanervi legalmente almeno fino all'esito dell’iter;
    nel 2016 sono state esaminate 90.473 domande di asilo politico, e la quota di quelle respinte è stata del 61,5 per cento a fronte del 59 per cento del 2015, del 39 per cento del 2014 e del 2013 e del 21 per cento del 2012. I dati relativi al 2016, abbastanza coerenti con quelli dell'anno precedente indicano che solo al 5 per cento dei richiedenti è stato riconosciuto lo status di rifugiato – a rischio persecuzione nel suo Paese d'origine – mentre il 22 per cento (21 per cento nel 2015) ha ottenuto protezione umanitaria – 24 mesi prorogabili – e il 14 per cento (12,5 per cento nel 2015) protezione sussidiaria, con permesso quinquennale rilasciato a chi rischia di subire un danno grave nel caso di rientro nel proprio Paese: se ne ricava che viene accolta, in qualche forma, la domanda di accoglienza a meno del 40 per cento dei richiedenti, a fronte del 61 per cento del biennio precedente e al 74 per cento del 2012. Una diminuzione tendenziale dovuta ai criteri più stringenti adottati dal Governo per fronteggiare l'impennata di richieste. Il tasso di non accoglimento in Italia risulta essere ben superiore rispetto alla media europea – in ragione delle basse percentuali dei paesi del nord Europa e della Germania – ma al contempo inferiore al tasso di non accoglimento di Francia e Spagna;
    le richieste d'asilo vengono esaminate da commissioni territoriali sulla base di un colloquio e altri elementi che attestino la sussistenza dei requisiti. Nelle more della decisione i richiedenti asilo hanno diritto all'accoglienza e all'assistenza se privi di propri mezzi di sostentamento. L'esame della domanda dovrebbe avvenire entro 30 giorni dalla richiesta, salvo casi particolari per cui il termine ultimo passa a 90 giorni. Nei fatti, tuttavia, il tempo medio per definire l'esito finale è tra i sei e i nove mesi. Inoltre, circa la metà dei migranti che hanno vista respinta la richiesta di asilo politico ha presentato ricorso al tribunale ordinario, le cui sentenze possono essere impugnate in corte d'appello e, in ultima istanza, in Cassazione, con un conseguente prolungamento – sino al termine dell’iter giudiziario – del permesso a permanere all'interno del sistema di accoglienza, impedendo un naturale ricambio a favore di nuovi arrivati;
    in materia di asilo l'Unione europea prevede regole comuni sul riconoscimento degli status, sull'accoglienza dei richiedenti asilo e sulle procedure di presentazione ed esame delle domande, ma l'applicazione delle direttive non ha sortito gli esiti auspicati a causa di un'applicazione non uniforme da parte degli Stati membri. La Commissione, nell'Agenda europea per la migrazione del 2015, ha ribadito la necessità di rafforzare una politica di asilo comune attraverso un unico processo decisionale e una ripartizione equa dei richiedenti tra gli Stati, ma il numero esiguo di richiedenti ricollocati nei Paesi membri sta a dimostrare i modesti risultati sino ad oggi ottenuti;
    secondo i programmi europei per settembre 2017 è previsto il ricollocamento dall'Italia verso altri Paesi europei di 34.953 richiedenti asilo, ma ad oggi l'ultima cifra ufficiale – relativa a novembre 2016 – indica un sostanziale stallo, con solo 1950 ricollocamenti. Alcuni Paesi europei – Ungheria e Slovacchia – non hanno offerto disponibilità ad accogliere, mentre altri hanno offerto posti ma non hanno ancora accolto nessun migrante richiedente asilo;
    la succitata Agenda europea per la migrazione, risalente a maggio 2015, è stata la non tempestiva risposta della Commissione europea a un fenomeno, quello migratorio, che da emergenziale ha assunto caratteri di strutturalità. A quasi due anni dalla presentazione, il bilancio di attuazione dell'Agenda è insoddisfacente, se non fallimentare: le misure adottate per ridurre i flussi irregolari verso l'Europa – in particolare il potenziamento delle risorse destinate alle operazioni «Triton» e «Poseidon», l'adozione del modello hotspot e l'intesa con la Turchia – non hanno sortito risultati positivi, lasciando l'Italia quale terminale ultimo delle rotte migratorie e principale Stato europeo competente per le domande d'asilo, ai sensi del regolamento «Dublino III»;
    le proposte di riforma del suscritto regolamento, presentate nel corso del 2016, erano mirate a correggere le storture di un sistema che sta mostrando tutti i suoi limiti, ma nei fatti non hanno risolto le problematicità, poiché mantengono invariata la gerarchia dei criteri, non agendo sui criteri per la determinazione dello Stato membro competente a ricevere ed esaminare le domande di asilo. In definitiva, non viene data risposta all'esigenza di compartecipazione tra gli Stati membri, mantenendo intatti gli elementi di criticità, in particolare il fatto che, in presenza di afflussi massicci di profughi, solo un numero limitato di Stati membri, quelli alle frontiere esterne di primo ingresso, si trovi a dover gestire la stragrande maggioranza di richieste; a ciò si aggiunge il corollario che fa derivare dall'assenza del diritto dei beneficiari della protezione internazionale di spostarsi da un paese all'altro la scelta dei migranti di richiedere asilo non nel Paese di arrivo, ma nel Paese in cui intendono risiedere. Da questi flussi secondari è conseguito un incremento delle richieste nei Paesi non di primo ingresso, fatto questo che ha spinto alcuni di questi Stati a reintrodurre controlli alle frontiere, sancendo il fallimento del sistema Schengen e l'individuazione dell'Italia quale unica via per l'Europa per migliaia di persone che scappano dai loro Paesi d'origine;
    a seguito delle disposizioni contenute nell'Agenda europea per la migrazione e alla successiva roadmap presentata dal Ministero dell'interno, l'Italia ha adottato nel 2015 l'approccio cosiddetto «hotspot», con lo scopo di canalizzare gli arrivi in una serie di porti di sbarco selezionati, dove effettuare tutte le procedure previste: La scelta su dove screening sanitario, pre-identificazione, registrazione, foto-segnalamento, rilievi dattiloscopici, localizzare i centri ricadde su Lampedusa, Pozzallo, Taranto, Trapani, Porto Empedocle Augusta, ma ad oggi gli ultimi due non sono ancora attivi. Secondo la citata roadmap negli hotspot dovrebbe svolgersi una immediata selezione tra richiedenti asilo e non, con ulteriori sottodistinzioni: coloro che richiedono protezione internazionale dovranno essere trasferite negli hub presenti sul territorio nazionale, coloro che rientrano nella procedura di ricollocamento dovranno essere trasferiti negli hub regionali dedicati, mentre chi non richiede lo status dovrà essere accompagnato nei centri di identificazione ed espulsione, laddove ci siano posti disponibili, o in seconda istanza gli dovrà essere intimata l'uscita dai territorio nazionale entro sette giorni. Per questa categoria di migranti non è prevista alcuna forma di assistenza materiale: vengono semplicemente accompagnati presso le stazioni ferroviarie per agevolare la ripartenza, con un prevedibile elevatissimo tasso di inottemperanza. Ne deriva che anche l'approccio hotspot, pur avendo apportato migliorie al sistema della prima accoglienza, ha palesato e palesa limiti e falle;
    i migranti cui è stato intimato l'abbandono del territorio nazionale e i richiedenti asilo cui è stato rifiutato il riconoscimento vanno quindi a costituire una particolare e numerosa categoria caratterizzata da uno status di illegalità che preclude loro di svolgere, neppure se offerta, una qualsiasi regolare attività lavorativa. Decine di migliaia di persone che, nella migliore delle ipotesi, per sopravvivere saranno costrette a ricorrere a forme di lavoro nero e/o subire condizioni di sfruttamento;
    nell'aprile 2016 il Governo italiano pro tempore ha proposto alla Commissione europea una serie di misure finalizzate a ridurre i flussi lungo la rotta mediterranea ispirate al precedente accordo tra Unione europea e Turchia, Nello specifico, la proposta italiana prevedeva nuove intese con i Paesi di origine e transito, basate su un sostegno fattuale – opere di impatto sociale e infrastrutturale – da finanziare con strumenti ad hoc quali i bond Unione Europa-Africa, oltre ad una rivisitazione dei sistemi di asilo per i Paesi sottoscrittori. In cambio veniva richiesta collaborazione nel controllo dei confini e della lotta al crimine dedito al traffico di esseri umani, cooperazione amministrativa sui rimpatri e sulla gestione dei flussi dei rifugiati grazie alla realizzazione di strutture di accoglienza ed identificazione nei principali paesi di transito. Strategia che la presidenza maltese dell'Unione europea – in carica per il primo semestre del 2017 – ha annunciato di voler rafforzare,

impegna il Governo:

1) a creare un sistema standard di accoglienza controllata e vigilata che ponga fine alle politiche emergenziali troppe volte messe in campo;
2) ad assumere iniziative a livello europeo per il superamento del «regolamento di Dublino» a favore di un nuovo sistema comunitario di asilo che:
   a) riveda i criteri generali, in particolar modo la consequenzialità tra stato di arrivo ed esame della richiesta di asilo;
   b) favorisca i programmi di ricollocazione e reinsediamento;
   c) istituisca un meccanismo europeo di ammissione per fini umanitari che preveda l'individuazione di canali di arrivo in Europa legali e sicuri;
   d) favorisca, per coloro che hanno diritto alla permanenza nei Paesi europei, il ricongiungimento familiare;

3) a mettere in campo politiche di contrasto all'immigrazione clandestina che non prevedano i respingimenti in mare, pratica pericolosa e disumana, ma che allo stesso tempo rendano effettivi i rimpatri dei migranti che non hanno diritto alla protezione internazionale;
4) a proseguire nel lavoro diplomatico e di collaborazione con i Paesi di origine e transito dei migranti per giungere ad accordi atti a scongiurare nuove partenze;
5) ad attivarsi in sede europea affinché l'accordo sulla redistribuzione dei profughi tra i vari Paesi dell'Unione europea, raggiunto nel corso del 2016, sia effettivamente rispettato;
6) ad assumere iniziative per incentivare la cooperazione del maggior numero di comuni italiani, affinché si rendano disponibili, in proporzione alla loro dimensione, alla loro popolazione e alla precedente presenza di richiedenti asilo, ad accogliere i migranti per garantire una più equa distribuzione sul territorio nazionale;
7) ad adottare politiche di integrazione per richiedenti asilo e rifugiati, attraverso l'istituzione di corsi di italiano obbligatori, in vista di una loro fuoriuscita dal circuito dell'accoglienza;
8) ad adottare iniziative finalizzate al rispetto dei tempi per l'esame delle richieste di protezione internazionale.
(1-01472) «Francesco Saverio Romano, Vezzali, Parisi, Abrignani, D'Agostino, D'Alessandro, Faenzi, Galati, Lainati, Marcolin, Mottola, Rabino, Sottanelli, Zanetti».