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Atto a cui si riferisce:
S.1/00710 premesso che: il termine femminicidio viene utilizzato nei casi in cui il genere femminile della vittima risulti essere la causa essenziale di un crimine violento, il suo movente; sono...



Atto Senato

Mozione 1-00710 presentata da ALESSIA PETRAGLIA
mercoledì 18 gennaio 2017, seduta n.742

PETRAGLIA, DE PETRIS, BAROZZINO, BOCCHINO, CAMPANELLA, CERVELLINI, DE CRISTOFARO, MINEO - Il Senato,

premesso che:

il termine femminicidio viene utilizzato nei casi in cui il genere femminile della vittima risulti essere la causa essenziale di un crimine violento, il suo movente;

sono molte le criticità che ancora oggi governano il dramma del femminicidio: rapporti possessivi confusi con un sentimento forte, una vera e propria persecuzione (oggi reato di stalking) interpretata come malessere legato alla chiusura di una relazione, una sbagliata valutazione del rischio, l'abbandono da parte delle istituzioni;

l'elenco delle donne uccise tra il 2016 e il 2017 dall'attuale o da un precedente compagno ha raggiunto livelli drammatici: più di 116 donne, un numero spaventoso e in continua crescita che richiede di attivare, senza più ritardi o giustificazioni, ogni intervento utile da parte delle istituzioni. Sono 7 milioni, secondo dati ISTAT, le donne vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita: un numero parziale, date le difficoltà oggettive delle donne a denunciare i comportamenti violenti dei propri compagni;

dopo ogni dramma, torna al centro dell'attenzione mediatica la questione del femminicidio: un atteggiamento irresponsabile da parte dei mezzi di informazione che contribuisce ad alimentare la percezione del fenomeno quale emergenza da arginare soltanto in alcuni momenti, quando non è portatore di messaggi intollerabili: ultimo è il caso di una nota presentatrice che, nel corso di un'intervista ad una ragazza aggredita e data alle fiamme dal proprio compagno, ha individuato tra le cause della violenza maschile contro le donne il "troppo amore";

il femminicidio e la violenza contro le donne rappresentano, invece, una questione endemica della nostra società, derivante dalle modalità con cui vengono costruiti i rapporti tra uomini e donne. I processi di scolarizzazione, il modificato ruolo nel mondo del lavoro, la trasformazione delle modalità riproduttive, la pluralizzazione delle forme di famiglia hanno avviato un processo in grado di accrescere la consapevolezza femminile, rendendo le donne soggetti autonomi e responsabili, e scardinando la rappresentazione con cui il maschile ha travestito il proprio dominio sulla donna nel corso dei secoli;

le stesse modalità di aggressione nei confronti delle donne, sfregiate dall'acido, date alle fiamme, manifestano una volontà di annientamento della persona;

è una questione troppe volte manipolata e approcciata da parte delle istituzioni in modo approssimativo, contradditorio, miope verso le reali dinamiche e sordo alle richieste provenienti da chi si occupa quotidianamente del problema;

il 26 novembre 2016, a Roma, si è svolta una manifestazione organizzata dalla piattaforma "Non una di meno", volta a richiamare l'attenzione sul fenomeno del femminicidio e della violenza maschile contro le donne, che ha visto la partecipazione di più di 200.000 persone: nonostante i numeri, l'appuntamento è risultato pressoché ignorato dai mezzi di informazione e dal mondo politico;

si ricorda, in merito all'approccio inadeguato al tema da parte delle istituzioni, quanto avvenuto durante l'approvazione del decreto-legge n. 93, del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 119 del 2013, il cosiddetto "decreto sul femminicidio", il cui testo divenne a giudizio dei proponenti del presente atto di indirizzo un contenitore caotico e privo di coerenza, con solamente 5 disposizioni su 11 riguardanti la violenza maschile contro le donne. O, ancora, si ricorda quanto avvenuto in merito alla discussione sull'ipotetica e fantasiosa "teoria gender" in occasione dell'approvazione della legge n. 107 del 2015, "la Buona Scuola", che ha impedito un dibattito serio e costruttivo sulla possibilità di introdurre programmi specifici all'interno delle scuole;

da ultimo, l'atteggiamento tenuto dall'ex Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Boschi, che aveva ricevuto la delega alle pari opportunità. Nonostante gli appelli della società civile legati a nuovi casi di femminicidio, l'ex Ministro non è stata in grado di intervenire in modo deciso e sistemico sulla questione, né di monitorare con attenzione il fenomeno e l'utilizzo delle risorse stanziate, generando un continuo scarico di responsabilità che è apparso vergognoso in una materia tanto delicata;

i dati sull'utilizzo delle risorse hanno dimostrato infatti come molte Regioni risultino inadempienti: il 5 settembre 2016 la Corte dei conti ha emesso in tal senso una deliberazione fortemente critica nei confronti della gestione amministrativa e finanziaria delle politiche pubbliche contro la violenza maschile sulle donne, sollecitando il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri ad applicare realmente la normativa in materia;

la Corte, nel rilevare come sulle azioni del piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere, «a fronte di 40 milioni di euro assegnati dal legislatore per le finalità del piano (…), sono stati spesi solo 6.000 euro (pari allo 0,02%)», ha altresì affermato: «Quanto al finanziamento specificamente destinato al potenziamento delle strutture destinate all'assistenza alle donne vittime di violenza e ai loro figli, deve farsi presente che del tutto insoddisfacente è risultata la gestione delle risorse assegnate per gli anni 2013-2014, le uniche ripartite nel periodo all'esame. Le comunicazioni degli enti territoriali all'autorità centrale si sono rivelate carenti e inadeguate rispetto alle finalità conoscitive circa l'effettivo impiego delle risorse e all'esigenza della valutazione dei risultati»;

veniva infatti rilevato come a ogni centro antiviolenza e casa rifugio risultassero assegnati rispettivamente 5.862,28 euro e 6.720,18 euro, un livello dunque totalmente inadeguato a sostenerne le attività;

nonostante gli annunci circa ulteriori 60 milioni di euro che il Governo Renzi avrebbe dovuto assegnare alle pari opportunità, è emerso come si trattasse per lo più di fondi già previsti e non spesi: risorse stabilite dalla legge n. 119 del 2013 per il piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, non riconoscibili, dunque, quale impegno politico del Governo Renzi;

il citato piano, tra l'altro, il cui nome dimostra l'approccio di stampo emergenziale alle questione, aveva incontrato, già alla sua approvazione, le critiche delle associazioni e delle operatrici, che gestiscono quotidianamente i centri antiviolenza: delle donne, dunque, che hanno maggiore esperienza nell'approccio a questo drammatico fenomeno;

in particolare, venivano denunciate le previsioni di percorsi fortemente istituzionalizzati per le donne, basati su un approccio di tipo sanitario-securitario, l'accentramento delle scelte e delle azioni politiche nelle mani del Governo e la neutralizzazione delle specificità dei centri antiviolenza, che venivano omologati agli altri servizi e ridotti ad un ruolo puramente tecnico;

il piano, inoltre, promuoveva un sistema di governance piuttosto confuso, con lo sdoppiamento di numerosi soggetti istituzionali e il rischio per enti locali come le Province e le città metropolitane di sovrapporre le reti degli attori impegnati sulla materia;

tuttavia, le maggiori critiche sono arrivate indubbiamente sulla questione delle risorse: 39 milioni di euro spalmati in 4 anni, di cui 10 milioni di euro per il 2013 e 10 per il 2014, 9 e 120.000 euro per il 2015 e ulteriori 10 milioni per il 2016;

cifre definibili unicamente come simboliche se paragonate al costo sociale del fenomeno della violenza maschile contro le donne, valutato in circa 17 miliardi di euro all'anno. Per comprendere come si possa arrivare a un dato così elevato basta pensare ai costi sanitari (460 milioni di euro), alla consulenza psicologica (158 milioni di euro), ai farmaci (44 milioni) e alle problematiche legate all'ordine pubblico (235 milioni) o giudiziario (421 milioni): un costo immenso per la società, oltre che per le donne vittime di violenza, che potrebbe essere arginato seguendo il tracciato della Convenzione di Istanbul;

per ciò che concerne gli stanziamenti per il biennio 2015-2016, molti soggetti hanno denunciato come le risorse non fossero state assegnate. Inoltre, come dimostrano il monitoraggio della Corte dei conti e le numerose segnalazioni da parte delle associazioni (tra cui "Di.re" e "Actionaid"), gli esigui fondi a disposizione risultano essere stati attribuiti alle Regioni in modo non trasparente, con delibere regionali irrintracciabili, che hanno impedito una verifica sulla destinazione delle risorse;

ad oggi, l'intero impianto della lotta contro questo drammatico fenomeno appare molto debole: è necessario invece evitare di interpretare la violenza maschile contro le donne come un problema connesso con la violenza interpersonale, l'ordine pubblico e la sicurezza. Il problema ha numerose cause e numerosi fronti su cui agire;

il primo di questi è, indubbiamente, il modello culturale, un aspetto cui ci si deve accostare in un'ottica di medio e lungo periodo. È necessario investire subito sull'informazione e la sensibilizzazione all'interno della società, partendo in primis dalla formazione scolastica;

in tal senso si esprime, infatti, la Convenzione di Istanbul, ratificata dal nostro Paese con la legge n. 77 del 2013, al capitolo III: l'articolo 12 obbliga le parti ad adottare le misure necessarie per promuovere i cambiamenti di comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e pratiche basati sull'idea dell'inferiorità della donna; ad adottare le misure necessarie per incoraggiare tutti i membri della società, soprattutto uomini e ragazzi, a contribuire attivamente alla prevenzione di ogni forma di violenza che rientra nell'ambito di applicazione della Convenzione; ad adottare le misure necessarie per promuovere programmi e attività per l'empowerment delle donne. Nella stessa direzione si muove anche l'articolo 13, ove si invitano i Paesi sottoscrittori a garantire massima diffusione alle informazioni relative alle misure disponibili per la prevenzione della violenza maschile contro le donne;

l'articolo 14, infine, si occupa di definire sul piano dell'istruzione le attività dei Governi rispetto agli atti di violenza che rientrano nel campo della Convenzione, disponendo che le parti intraprendano le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all'integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi, al fine di promuovere i princìpi enunciati nelle strutture di istruzione non formale, nei centri sportivi, culturali e di svago e nei mass media;

in tal senso, la previsione contenuta all'interno della legge n. 107 del 2015, "la Buona Scuola" è, a giudizio dei firmatari del presente atto, estremamente vaga e poco incisiva, ove si legge "Il piano triennale dell'offerta formativa assicura l'attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l'educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni". Il dibattito sul tema è stato inquinato, durante la discussione in sede parlamentare, dal comportamento, a giudizio dei proponenti vergognoso, di alcune associazioni religiose, che hanno manipolato il senso delle richieste per contrastare qualsiasi fenomeno di discriminazione e violenza facendole apparire come una spinta alla perversione o a modelli sessuali ambigui;

è necessario, invece, che a qualsiasi età o livello le persone siano formate al rispetto, alla comprensione e accettazione delle diversità e all'inclusione;

un secondo, già accennato, fondamentale aspetto è legato al tema del finanziamento dei centri antiviolenza e alla loro gestione. Nel corso degli ultimi anni la scarsità dei finanziamenti diretti e i tagli subiti dagli enti locali a causa delle politiche di austerità hanno ridotto questi fondamentali servizi e presidi territoriali all'incertezza più assoluta;

ad oggi, moltissimi centri sono destinati alla chiusura per mancanza di fondi o a causa della miopia delle istituzioni, che non riconoscono loro il ruolo di servizi pubblici volti ad affrontare un problema sociale drammatico, che tutela soggetti in fortissima difficoltà come le donne oggetto di violenza maschile;

già nell'assegnazione delle risorse del piano, i centri di accoglienza avevano denunciato un forte sbilanciamento a favore delle politiche dei percorsi di inclusione o inserimento lavorativo, ed esigui stanziamenti invece per l'ascolto e l'accoglienza;

è chiaro come, in un contesto di forte compressione dei finanziamenti, le varie, essenziali, componenti dell'approccio al fenomeno rischino di entrare in contraddizione e contrasto;

le politiche di austerità, tuttavia, colpiscono in primis proprio le donne, indebolendone ulteriormente le possibilità di indipendenza, scelta e riscatto da condizioni familiari violente. La mancanza di un reddito autonomo e la responsabilità di minori a carico (si segnala come i dati indichino che il 10-13 per cento della popolazione femminile viva in condizioni di povertà) conducono a condizioni di marginalità ed esclusione irreversibili, da cui è impossibile uscire senza l'aiuto e l'appoggio dei centri antiviolenza;

i dati Istat del 2016 descrivono infatti il sistema di protezione sociale italiano come "tra i meno efficaci" in ambito europeo. Il welfare di questo Paese pesa principalmente sulle donne, ancora costrette, in molti casi, ad essere gli unici soggetti schiacciati tra lavoro, famiglia, assistenza e cura. È ovvio come in tale contesto solo il 47 per cento delle donne lavori, con occupazioni part-time e precarie, contro il 65 per cento degli uomini;

anche dal punto di vista dei salari la sproporzione è netta: una donna guadagna infatti 47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo. Una ricerca europea valuta come le donne percepiscano in media 2 mesi all'anno in meno di salario, anche se laureate e, dopo la maternità, solo 43 donne su 100 continuino il lavoro precedente; una donna su 4 lascia il lavoro durante la gravidanza;

è evidente come una vita lavorativa discontinua e precaria ponga le donne in difficoltà in tutto il corso della loro vita: da anziane, esse percepiranno pensioni inferiori del 40 per cento rispetto a quelle degli uomini;

in un tale contesto i centri antiviolenza, che accolgono le donne in uno stato di debolezza e abbandono istituzionale, sono sopravvissuti e sopravvivono ancora oggi principalmente grazie alla dedizione, alla militanza e al lavoro volontario di altrettante donne. Secondo un'analisi dell'Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto letto ogni 10.000 abitanti per vittime di violenza maschile contro le donne;

molti dei centri esistenti, la maggior parte da più di 20 anni, svolgono un ruolo centrale nella prevenzione del femminicidio: le operatrici svolgono infatti attività di supporto legale e psicologico durante la denuncia, sono disponibili 24 ore al giorno per i casi di emergenza, collaborano con le forze dell'ordine e i servizi sociali, organizzano attività di promozione culturale. Allo stesso modo, le case rifugio danno ospitalità alle donne in pericolo impossibilitate al rientro nella casa dai compagni violenti: i numeri sono impressionanti, valutando le donne che ricorrono al loro supporto in circa 14.000 all'anno. Tuttavia, le strutture vivono in condizioni di perenne precarietà, senza riconoscimento del valore che hanno: secondo dati Istat, il 12,8 per cento delle donne che subiscono violenza non era nemmeno a conoscenza della loro esistenza;

l'atteggiamento discontinuo delle istituzioni rende la presenza dei centri antiviolenza sul territorio mal distribuita. Allo stesso modo, la dipendenza da bandi, progetti, finanziamenti di privati e aziende rende la loro posizione insostenibilmente precaria: esemplari sono i casi dei bandi al ribasso, cui i centri concorrono alla pari con soggetti che non offrono alcuna esperienza sul campo;

è necessario parimenti garantire formazione e educazione nei confronti di coloro che si occupano del tema, in tutte le fasi, dalla prevenzione all'accoglienza: forze dell'ordine e operatori sanitari e giuridici;

come sottolineato recentemente dall'avvocato Lucia Annibali, aggredita con l'acido da due uomini che avevano come mandante il suo ex compagno, il femminicidio è un dramma delle donne, ma un problema maschile. Un ulteriore elemento di sviluppo nelle politiche per il contrasto alla violenza maschile contro le donne deve essere, dunque, l'approccio alla rieducazione del comportamento maschile, attraverso i centri di ascolto per uomini violenti e maltrattanti, soggetti in grado di intervenire, tra l'altro, anche in fase preventiva, qualora per acquisita o indotta consapevolezza decidano di farsi aiutare;

un ultimo risvolto del fenomeno, emerso negli ultimi anni, è legato all'utilizzo della rete internet e dei social network per colpire, umiliare, insultare e manipolare le donne, attraverso violenze psicologiche che rischiano di metterne in pericolo la vita;

è stato il caso di Tiziana Cantone, una giovane donna di 31 anni suicidatasi nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2016, a causa della diffusione massiva in rete di un video che la riprendeva in momenti di intimità con alcuni uomini. Ancora una volta, la libertà sessuale di una donna è divenuta oggetto di una violenza e morbosità senza confini, da parte di chi ha diffuso il video e di chi lo ha visto, producendo commenti, montaggi, messaggi e persino gadget sulla sua persona: rendendo, così, la sua esistenza un inferno da cui fuggire. Appare evidente come, nemmeno in questo caso, lo Stato sia riuscito a tutelare la vita e l'integrità della donna coinvolta;

improrogabile, dunque, la necessità di intervenire nel modo più sistemico possibile, per garantire che ogni donna possa esprimersi e vivere relazioni e sessualità senza rischiare la propria vita o il proprio equilibrio, fisico e psicologico;

la legge n. 232 del 2016 (legge di bilancio per il 2017) ha previsto lo stanziamento di 5 milioni di euro per attività di assistenza e sostegno alle donne vittime di violenza e ai loro figli, da destinare al controverso piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere: risorse largamente insufficienti se si considera come negli ultimi 15 anni gli orfani di femminicidio risultino essere più di 1600. Uno studio che ha coinvolto numerosi soggetti, tra cui il Dipartimento di psicologia della seconda università degli studi di Napoli e la rete nazionale dei centri antiviolenza DiRe, nel tentativo di far emergere questa condizione esistenziale dal buio e dalla marginalità, ha risontrato come gli orfani e le famiglie affidatarie denuncino un sostanziale abbandono da parte delle istituzioni,

impegna il Governo:

1) a garantire la piena applicazione della Convenzione di Istanbul in ognuna delle sue previsioni, attraverso puntuali interventi normativi e finanziari;

2) ad assicurare che, nell'immediato, le risorse stanziate dalla legge n. 119 del 2013, dal Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere e dalle diverse leggi di stabilità siano messe a disposizione delle strutture che si occupano del drammatico fenomeno, monitorandone l'effettivo trasferimento da parte delle Regioni;

3) ad avviare, anche in collaborazione con gli enti locali e le Regioni e come richiesto dalla stessa Convenzione, azioni di sensibilizzazione e formazione su diversi fronti, in primis attraverso un'attenta integrazione, in tutte le iniziative concernenti la realtà scolastica, educativa e formativa, delle questioni concernenti il tema della parità di genere e della promozione di una cultura del rispetto delle differenze, sostenendo in tal senso l'approvazione della legge sull'educazione sentimentale nelle scuole, che ha da poco avviato il proprio iter parlamentare;

4) a promuovere, come raccomandato dall'Organizzazione mondiale della sanità, progetti educativi nelle scuole di ogni ordine e grado, finalizzati al rispetto delle persone tutte, all'accettazione e alla valorizzazione di tutte le diversità, a partire da quella di genere;

5) a prevedere, anche all'interno dei luoghi di lavoro, progetti formativi inerenti all'educazione di genere, al pari della formazione concernente la sicurezza;

6) a monitorare l'efficacia della normativa italiana in materia di diritto all'oblio e di diffusione di contenuti lesivi dell'immagine personale, con particolare attenzione ai casi in cui essi siano utilizzati quali strumenti di violenza contro le donne;

7) a prevedere, con futuri interventi normativi e finanziari, anche attraverso una revisione del piano d'azione straordinario, che tutta la rete dei centri antiviolenza e delle case rifugio presenti sul territorio nazionale sia finanziata in modo certo, stabile e costante nel tempo, in modo da scongiurarne il rischio di chiusura e consentire l'organizzazione di percorsi strutturati per far riemergere le donne dalla spirale delle violenze;

8) a prevedere l'incremento delle risorse volte a finanziare la costruzione di strutture in grado di assicurare posti disponibili alle donne in pericolo, impossibilitate al rientro nella propria abitazione dalla presenza di compagni violenti;

9) a convocare quanto prima le associazioni impegnate nelle case rifugio e nei centri antiviolenza per le donne, al fine di un confronto costruttivo e fattivo, per consentire loro di operare in primis senza difficoltà economiche;

10) a riconoscere i centri antiviolenza quali agenti primari di cambiamento del paradigma culturale ancora oggi dominante, che stigmatizza il ruolo femminile, alimentando e giustificando la violenza sulle donne;

11) a garantire, in tal senso, il riconoscimento dei centri antiviolenza quali interlocutori principali delle istituzioni nella costruzione delle politiche di contrasto al fenomeno della violenza maschile sulle donne, attingendo dall'esperienza da loro acquisita in oltre 30 anni di attività;

12) ad intervenire per assicurare un'attenta opera di formazione e sensibilizzazione sul tema verso gli operatori e le operatrici sanitari e giuridici, gli insegnanti e le forze dell'ordine, nonché verso coloro che si occupano di informazione e comunicazione;

13) ad interrompere la logica dell'emergenza, che molto spesso ha guidato l'approccio al tema, attraverso una pluralità di interventi volti a promuovere l'indipendenza femminile e l'uscita da condizioni di marginalità e disagio, quali interventi di sostegno al reddito, non solo verso le donne maltrattate e a rischio, ma anche nei confronti delle donne lavoratrici precarie, con reddito basso, o che si occupino di ruoli domestici, di cura e assistenza senza percepire reddito;

14) a prevedere, per la delega alle pari opportunità, una struttura istituzionale completa e una dotazione di risorse adeguata;

15) a prevedere interventi specifici, di tipo finanziario e normativo, volti a tutelare e sostenere le vite dei minori che risultino orfani di femminicidio e le loro famiglie affidatarie;

16) a promuovere, attraverso interventi normativi e finanziari e in collaborazione con gli enti locali e le Regioni, l'attività dei centri di ascolto e rieducazione per uomini violenti e maltrattanti, sia come modalità volontaria da parte dell'uomo stesso, sia quale misura disponibile dai giudici come pena accessoria, o percorso alternativo alla pena, nei casi meno gravi.

(1-00710)