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Atto a cui si riferisce:
C.5/00578 nell'anno 2000 durante i lavori per la costruzione di uno dei tre depuratori, nella località Longola in Poggiomarino (Napoli), per disinquinare le acque del fiume Sarno, alcuni operai...



Atto Camera

Risposta scritta pubblicata Giovedì 9 gennaio 2014
nell'allegato al bollettino in Commissione VII (Cultura)
5-00578

Mi riferisco all'interrogazione con la quale l'onorevole Gallo, unitamente ad altri onorevoli interroganti, chiede quali azioni il Governo intende porre in essere per la valorizzazione del sito archeologico di Poggiomarino.
A tale riguardo vorrei precisare che il sito di Poggiomarino, come correttamente riferito dall'onorevole interrogante, è stato individuato, nel 2000, nel corso dei lavori per la costruzione di un impianto di depurazione avviato dal Commissario Straordinario alle opere di bonifica del bacino idrografico del fiume Sarno.
Indagini geognostiche hanno verificato che l'interesse archeologico riguarda l'intera area (circa 7 ettari), originariamente destinata all'impianto, ma anche il contiguo territorio comunale di San Valentino Torio.
Tale circostanza ha prodotto la sospensione dei lavori per il depuratore e la delocalizzazione dell'impianto.
Si tratta di un villaggio fluviale occupato dall'età del Bronzo Medio Avanzato (XV sec. a.C.) fino agli inizi dell'età arcaica (inizi VI sec. a.C.) e costituito da un aggregato di capanne impiantate su isolotti artificiali, lambiti originariamente da bacini acquitrinosi e più tardi da canali che agevolavano il drenaggio della depressione umida e, quelli di maggiore portata, erano utilizzati anche come vie di trasporto e di collegamento, a giudicare da tre imbarcazioni monossili ivi rinvenute.
L'area, il cui esproprio, avviato dal Commissario Straordinario, è stato completato dalla Soprintendenza Archeologica di Pompei, è attualmente affidata alla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia.
Al suo interno vi sono diversi manufatti in cemento armato, tra cui una grande vasca di depurazione incompleta, frutto della precedente destinazione d'uso.
Il sito, come tutta la piana, è caratterizzato dalla presenza costante di una falda freatica subaffiorante; tale circostanza ha preservato tutto il materiale organico utilizzato in antico, ma richiede, per lo svolgimento delle attività di scavo, un continuo e costoso sistema di emungimento dell'acqua attraverso l'impiego di pompe idrauliche.
L'area, dopo essere stata sottoposta nel 2000 a una preliminare campagna di sondaggi geoarcheologici e nel 2001 a un successivo saggio di verifica, dalla fine del 2001 al 2006 è stata oggetto di tre campagne di scavo condotte in due aree attigue (saggio 2A e saggio 3B) di circa 800 mq ciascuna.
L'ultima esplorazione sistematica, che ha riguardato solo il saggio 2A, risale al 2011-2012. Nel corso di questa indagine, il saggio 3B, ricondotto ad un livello di leggibilità, è stato rinterrato per garantire la conservazione delle evidenze archeologiche precedentemente portate alla luce e relative all'età del Ferro avanzata.
Il saggio 2A invece è stato rinterrato a conclusione delle indagini, condotte fino al raggiungimento delle quote sterili. I dati di scavo attestano che in questo settore dell'insediamento la più antica occupazione del sito risale tra il Bronzo Finale e gli inizi dell'età del Ferro.
Le indagini, condotte secondo linee di ricerca multidisciplinare tese a ricostruire il paesaggio antico sulla base dei dati archeologici confrontati e interfacciati ai contributi delle diverse discipline specialistiche (geomorfologia, archeobotanica, archeozoologia, dendrocronologia, mineralogia), hanno consentito di acquisire alla conoscenza non soltanto le modalità insediative dei villaggi protostorici della piana del Sarno, noti fino alla scoperta di Longola solo attraverso il rituale funerario, ma anche dati eccezionali riguardo ad attività artigianali quali il confezionamento di manufatti in metallo, osso, pasta vitrea ed ambra, alla lavorazione del legno, all'allevamento, alla caccia, alla pesca, all'agricoltura e alla raccolta.
I risultati di tali indagini sono ampiamente pubblicati in volumi e riviste di alto livello scientifico.
Nel corso del 2011-2012 è stata anche completata la recinzione dell'area, la bonifica e la messa in sicurezza del deposito, realizzato in un settore della vasca, e del relativo spazio antistante, nonché la fornitura di una scaffalatura metallica per la funzionale sistemazione dei materiali archeologici e di un sistema di antintrusione e videosorveglianza per la sicurezza degli stessi.
Per quanto concerne la valorizzazione del sito, due fattori hanno impedito di lasciare a vista l'area indagata:
il livello della falda avrebbe richiesto, per il mantenimento a vista delle emergenze nel saggio 3B (che si trovano a circa 6/7 metri di profondità), l'utilizzo di pompe idrovore il cui funzionamento richiede costi quotidiani molto elevati e non sostenibili se non in presenza di un finanziamento ad hoc;
nel saggio 2A, al termine delle indagini 2011-2012, che hanno previsto l'asportazione degli elementi lignei per le necessarie campionature ed analisi, nonché per la registrazione di tutta la sequenza stratigrafica, fino al raggiungimento dei livelli sterili, le emergenze rimaste in situ risultavano piuttosto scarse e poco leggibili, quindi scarsamente fruibili.

Da quanto descritto risulta con evidenza che, almeno al momento, un progetto di valorizzazione del sito debba necessariamente prescindere dalla fruizione diretta delle emergenze archeologiche, la cui conservazione, dovuta al loro mantenimento nei secoli in ambiente umido, difficilmente può essere assicurata in ambiente asciutto.
A tale scopo occorrerebbe predisporre un progetto di restauro in situ che per la complessità operativa e tecnica richiede tempi e costi di elaborazione certamente non compatibili con l'attuale esigenza di tutela e salvaguardia delle emergenze archeologiche.
É invece praticabile, come già nelle intenzioni della Soprintendenza, e mi preme ricordare che l'obiettivo principale degli scavi archeologici è un obiettivo scientifico, di conoscenza e di studio, l'ipotesi di una valorizzazione dei risultati dello scavo archeologico attraverso la creazione di un Parco di archeologia sperimentale, che preveda la ricostruzione delle preesistenze in superficie.
In tale prospettiva si sono attivate collaborazioni con Istituti di ricerca italiani ed esteri al fine di procedere allo studio delle migliaia di manufatti ed ecofatti (ovvero i dati bioarcheologici e geoarcheologici) recuperati, premessa indispensabile per qualunque progetto di valorizzazione e musealizzazione.
Proprio nell'intento di divulgare la conoscenza dell'importante insediamento protostorico, la Soprintendenza ha accolto la richiesta di esporre reperti provenienti dallo scavo di Longola ad Halle, in Germania, presso il Landesmuseum für Vorgeschichte, nell'ambito della mostra dal titolo «Le catastrofi sotto il Vesuvio» e a Napoli presso la Città della Scienza, nell'ambito della manifestazione «FuturoRemoto2011», ed ha siglato un protocollo d'intesa con il Comune di Poggiomarino per la realizzazione del progetto «Parco archeologico naturalistico di Longola» con l'avvio del programma di manutenzione e valorizzazione dell'area, progetto finanziato con fondi POR Campania FESR 2007/2013.