• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00302    sentite le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in merito alla riunione ordinaria del Consiglio europeo del 9 e 10 marzo 2017,    premesso...



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00302presentato daBRUNETTA Renatotesto diMercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

   La Camera,
   sentite le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in merito alla riunione ordinaria del Consiglio europeo del 9 e 10 marzo 2017,
   premesso che:
    il Consiglio europeo di primavera sarà incentrato su occupazione, crescita e competitività. In particolare, i leader discuteranno la situazione economica in Europa, la politica commerciale, i progressi compiuti sui fascicoli relativi alla strategia per il mercato unico nonché la prima fase del semestre europeo 2017;
    per una riflessione sul punto, bisogna partire da una doverosa premessa. A sessant'anni dal Trattato di Roma, le conquiste del percorso di integrazione europea, l'Unione europea e la moneta comune, appaiono molto più fragili e precarie di quanto solo alcuni anni fa si sarebbe potuto immaginare. La crescita dei movimenti anti-europei in tutta Europa è una realtà, seppur con un peso e con caratteristiche diverse, nei principali paesi dell'eurozona;
    per comprendere la portata del fenomeno occorre partire dai tre più grandi fallimenti dell'Unione monetaria, a cui naturalmente si affiancano successi importanti, che tuttavia non annullano i primi. Essi sono: il fallimento nel processo di convergenza e di eliminazione degli squilibri macroeconomici interni; il fallimento del coordinamento delle politiche macroeconomiche, cioè tra politica monetaria e politica fiscale; il fallimento della correzione degli squilibri esterni;
    il surplus crescente dell'economia tedesca dimostra che l'espansione monetaria, senza una politica che aiuti la convergenza economica tra i vari Paesi, non fa che alimentare uno squilibrio che ci pone in conflitto anche con il resto del mondo;
    l'Europa a trazione tedesca non ha volutamente colto, sbagliando, che l'eccesso di virtù produce più danni dell'eccesso di deficit. E le misure per fronteggiare la crisi che ne sono derivate non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, piuttosto che risolverla;
    pensare che la convergenza delle economie dovesse passare attraverso la deflazione interna ai paesi cosiddetti deboli, e imposta attraverso il consolidamento fiscale anche nei periodi di recessione, ha prodotto deflazione generalizzata e nessun consolidamento fiscale;
    dal 2007 al 2016 il debito pubblico lordo dell'eurozona è aumentato di oltre 25 punti in percentuale del PIL (dal 65,0 al 92,2 per cento). Il debito pubblico francese nello stesso periodo è aumentato di 35 punti percentuali di Pil, quello spagnolo di circa 65 punti, quello portoghese di circa 62 punti, quello italiano di 32 punti. L'Europa ha fallito, dunque, anche in ordine alla sua regola del debito: il 75 per cento dei paesi dell'eurozona, infatti, ha debiti pubblici superiori al 60 per cento del Pil;
    nel 2011, il Governo italiano in carica a parere di firmatari del presente atto fu fatto cadere sotto l'imperativo dell'anticipo del pareggio di bilancio al 2013, ed oggi, dopo sei anni, ci si compiace in Italia di mantenere nel 2017 il deficit sotto il 3 per cento;
    l'Europa si è data in questi anni gli obiettivi di limitare la crescita del debito in tutta l'Eurozona, di favorire la crescita del PIL nominale, eppure questi obiettivi non ha saputo realizzare, infatti il nominale è schiacciato dall'assenza di inflazione per troppi anni e dalla bassa crescita in termini reali. E la piccola fiammata degli ultimi mesi non cambia gli scenari;
    in questo contesto, è chiaro quel che si dovrebbe fare, anche se farlo implica cambiare le regole che sovrintendono l'unione monetaria;
    ciò che manca sono gli investimenti necessari al sostegno della domanda interna all'eurozona, ma soprattutto a recuperare competitività sui mercati internazionali e a assicurare la sostenibilità di lungo periodo, innanzitutto sociale, della crescita;
    il piano Juncker, che doveva rappresentare il secondo pilastro, accanto alla politica monetaria espansiva, della politica economica europea, non appare una risposta sufficiente fino ad oggi. La politica monetaria, seppur aggressiva, non è stata in grado di sostenere adeguatamente gli investimenti privati, essendosi bloccata la sua trasmissione all'economia reale, vero punto debole del quantitative easing di Mario Draghi, il quale ha più volte sottolineato come la Bce non potesse fare da sola;
    da ciò l'opinione che la componente cruciale della crescita che manca all'appello siano gli investimenti pubblici, fortemente diminuiti in tutti i Paesi. Basta pensare agli investimenti massicci in formazione che sono necessari per quella che, con una terminologia un poco immaginifica ma sintetica, si usa definire «Industria 4.0» e per sviluppare le infrastrutture materiali e immateriali ad essa necessarie;
    serve un piano europeo finalizzato a costruire nuove infrastrutture, a migliorare i piani di approvvigionamento energetico, a dare impulso agli investimenti in ricerca e sviluppo, innovazione, capitale umano e sicurezza. Come le reti infrastrutturali sono state i catalizzatori della nascita degli Stati nazionali nell'800, così le nuove reti europee dovranno essere i catalizzatori della nuova Europa;
    a questo fine sarebbe necessario ricorrere a spesa in deficit per finanziare investimenti pubblici, azione di principio corretta secondo la cosiddetta golden rule, di cui si parla almeno da quando si sono concepite le regole europee di stabilità e crescita, ma mai accettata per sfiducia nell'uso corretto della regola stessa da parte di governi propensi alla spesa;
    tuttavia, al di là delle regole europee, violate abbondantemente fino ad oggi, il vero limite all'ampliamento dei deficit sovrani è la crescita ulteriore che ne deriverebbe del debito. La crisi potenziale dei debiti sovrani pesa sulle possibilità di manovra dei Governi dei Paesi più indebitati, le cui difficoltà rischiano di assumere carattere sistemico mettendo in pericolo la costruzione complessiva dell'unione monetaria. Questo è il centro del dibattito in Europa e la causa del riaffiorare periodico di posizioni che prospettano la possibilità che alcuni paesi deboli (non solo la Grecia) escano dall'euro;
    tutto ciò implica affrontare la vera questione che in questi anni ha bloccato la politica economica europea: come conciliare il necessario stimolo fiscale con il pericolo, o la quasi certezza, che l'ulteriore crescita dei debiti pubblici crei ulteriore sfiducia nella loro sostenibilità. L'unica strategia che nelle condizioni descritte sembra possibile, oltre che necessaria, è, quindi, quella di uno stimolo fiscale finanziato attraverso la creazione di moneta;
    in altri termini, ciò che si propone è la monetizzazione di una parte dei deficit pubblici, destinata a finanziare, senza creazione di debito aggiuntivo, un ampio e generalizzato programma di investimenti pubblici, con il vincolo del mantenimento di un avanzo primario al netto di tale finanziamento, ottenuto attraverso il controllo della spesa corrente, in misura compatibile con un sentiero di riduzione costante del debito;
    l'obiettivo è di ridurre il rapporto debito/Pil operando sui due termini del rapporto: stimolare la crescita del PIL reale e determinare al contempo la diminuzione del debito nominale stabilizzando l'avanzo primario, al netto del finanziamento monetario. Si tratta di un programma europeo di investimenti pubblici, che potrebbe essere guidato dalla BEI, finanziato con moneta per un ammontare annuo pari almeno al 2-3 per cento del PIL dell'eurozona, grazie al quale tutta l'eurozona entrerebbe in una prospettiva di decrescita del rapporto debito/pil, stabilizzando le aspettative dei mercati finanziari internazionali;
    ci si augura che le obiezioni a questa politica non si riducano all'osservazione che le regole attuali non lo consentono, perché ormai è assodato che le regole attuali, senza un whatever it takes che sia applicato contemporaneamente alla politica fiscale oltre che a quella monetaria, conducono alla dissoluzione europea e alimentano solo proposte di abbandono dell'euro;
    d'altra parte, si apre già da questo mese un ciclo politico che sconvolgerà l'Europa, a partire dalle elezioni in Olanda del 15 marzo, fino alle presidenziali in Francia il 23 aprile, le elezioni tedesche del 24 settembre e infine le elezioni in Italia;
    a questo punto quello che serve, non solo in Italia ma in tutta Europa, è un dibattito ampio, senza demonizzazione di nessuna delle proposte in campo;
    il dibattito sull'Europa non può esaurirsi nel confronto tra chi invoca l'uscita dall'euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali, e chi dice che «l'euro è irreversibile» senza chiarire quali siano le condizioni e i tempi per le necessarie riforme e per la sua sopravvivenza. Anche perché il maggior pericolo è l'implosione non l’exit;
    sul fronte del fenomeno migratorio, si rileva che l'instabilità politica che colpisce i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, e l'emergenza umanitaria che ne consegue, continui ad accrescere la pressione migratoria verso la sponda sud dell'Unione europea attraverso il Mediterraneo;
    il Consiglio europeo di Malta del 3 febbraio 2017 ha espresso la volontà di stabilizzare la Libia, migliorando il controllo del territorio e delle frontiere e contrastando il traffico di migranti;
    in base al rapporto Frontex per il 2017 il flusso che attraversa il centro-Mediterraneo in direzione del nostro Paese avrà sempre di più natura di migrazione e per motivi economici, originaria dall'Africa sub-sahariana, con il 71 per cento di migranti in più dalla Nigeria e circa 400 per cento in più dalla Guinea rispetto al 2016;
    nella gestione dei flussi in entrata nel nostro Paese va tutelato l'aspetto della sicurezza, del contrasto e della prevenzione dalla minaccia terroristica che si è contraddistinta in questi ultimi anni per essere legata a gruppi integralisti che si professano islamici, e va affrontato realisticamente il costo economico (quasi 4 miliardi di euro stimati nel 2017 in Italia) derivante delle politiche di accoglienza;
    i ricollocamenti da Italia e Grecia verso gli altri Paesi europei hanno riguardato sinora solo 13.500 su 160.000 migranti;
    il Consiglio europeo dovrebbe quindi trovare soluzioni al numero di soggetti irregolari al fine di aumentarne il tasso di rimpatrio. Dai dati ufficiali di Frontex, risulta infatti che nei corso del 2016 gli Stati membri hanno provveduto a rimpatriare soltanto il 40 per cento del totale,

impegna il Governo:

1)  a promuovere e sostenere ogni iniziativa a livello europeo volta a scongiurare una deriva tecnocratica che cancelli, di fatto, lo spirito d'Europa delle origini;

2)  ad adottare ogni iniziativa a livello europeo volta a stimolare la Germania alla reflazione, finalizzata a ridurre il suo eccessivo surplus della bilancia commerciale che danneggia tutti gli altri Paesi dell'eurozona e provoca squilibri eccessivi, come segnalato dalla stessa Commissione;

3)  a promuovere e sostenere la strategia di uno stimolo fiscale finanziato attraverso la creazione di moneta, con la definizione di un programma europeo di investimenti pubblici, finanziato con moneta per un ammontare annuo pari almeno al 2-3 per cento del PIL dell'eurozona, grazie al quale tutta l'eurozona entrerebbe in una prospettiva di decrescita del rapporto debito/PIL, stabilizzando le aspettative dei mercati finanziari internazionali;

4)  ad implementare la propria azione a livello internazionale ed europeo, affrontando con decisione i temi della lotta al terrorismo internazionale e della gestione del fenomeno migratorio attraverso un contributo fattivo ed incisivo in qualità di futuro membro del Consiglio di Sicurezza dell'ONU per il 2017, nonché nell'ambito della prossima presidenza del G7 e della futura presidenza OSCE assegnata al nostro Paese per il 2018, agevolando un clima di maggiore distensione internazionale, di dialogo e di collaborazione, e lavorando in particolare per un riavvicinamento della Federazione russa al G7, seguendo una logica inclusiva;

5)  a sostenere in ambito europeo il processo di stabilizzazione delle relazioni tra l'Unione europea e la Federazione russa a valutare tutte le possibilità esistenti di eliminare, appena si realizzeranno le condizioni previste, le sanzioni economiche nei confronti della Federazione russa;

6)  a rafforzare la posizione negoziale dell'Italia, in particolare proseguendo le iniziative tese ad aggregare gli interessi dell'area euro mediterranea dell'Unione europea, continuando a promuovere un loro equilibrio;

7)  nell'ambito delle misure per affrontare la crisi migratoria, a garantire un maggiore impegno da parte dei Paesi europei nella concreta applicazione degli accordi di Malta, nell'azione di potenziamento del controllo delle frontiere del Mediterraneo, di contenimento dei flussi e negazione di ricollocamento in altri Paesi europei dei migranti giunti in Italia;

8)  a sollecitare un intervento decisivo a livello europeo che fornisca adeguato sostegno agli Stati membri in prima linea, assicurando la ricollocazione e il rimpatrio dei migranti la costituzione di punti di crisi (hotspot) nei Paesi di provenienza, definendo un approccio comune europeo per la gestione del flusso dei rifugiati e dei migranti economici;

9)  a potenziare le risorse umane e strumentali dell'Agenzia Europol e rafforzare quelle del Centro europeo contro il traffico di migranti (EMSC), tenuto conto del crescente coinvolgimento delle reti criminali organizzate nel facilitare l'immigrazione clandestina;

10) a proseguire nell'impegno volto a promuovere e rilanciare accordi bilaterali con i Paesi di origine per i rimpatri dei migranti irregolari;

11) a sollecitare con forza un impegno fattivo e responsabile degli Stati dell'Unione europea volto a stipulare accordi bilaterali da parte dell'Europa con i Paesi di origine e di transito per interrompere i flussi migratori e per il rimpatrio dei clandestini, anche attraverso lo sviluppo di una politica di cooperazione volta a sostenere lo sviluppo economico e l'occupazione in questi territori.
(6-00302)
(Testo modificato nel corso della seduta come risultante dalla votazione per parti separate) «Brunetta, Occhiuto, Elvira Savino».