• Testo RISOLUZIONE IN COMMISSIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.7/00302 premesso che: dal 2012 è in atto una accelerazione del processo di dismissioni urgenti del patrimonio dello Stato, riguardante sia i beni immobili che le partecipazioni dirette statali...



Atto Camera

Risoluzione in commissione 7-00302presentato daCURRÒ Tommasotesto diMercoledì 12 marzo 2014, seduta n. 188

La V Commissione,
premesso che:
dal 2012 è in atto una accelerazione del processo di dismissioni urgenti del patrimonio dello Stato, riguardante sia i beni immobili che le partecipazioni dirette statali in società per azioni, finalizzato alla riduzione del debito pubblico in relazione all'esigenza di rispettare gli obblighi derivanti dall'adesione dell'Italia al «Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance e nell'unione economica e monetaria», cosiddetto «fiscal compact», che, fissando le regole fondamentali del controllo dei bilanci pubblici, dispone di abbattere la quota di debito pubblico eccedente il 60 per cento del prodotto interno lordo in misura non inferiore ad un ventesimo della quota eccedente ogni anno in concomitanza con l'obbligo di mantenere una posizione di bilancio della pubblica amministrazione in pareggio o in avanzo;
entrambe le suddette regole sono difficilmente rispettabili in un contesto economico caratterizzato da una regressione della crescita del prodotto interno lordo mai verificatasi in precedenza, in quanto senza un trend positivo di crescita dell'economia non è possibile la produzione di nuova ricchezza da destinare in parte all'abbattimento del debito, in parte alle riforme strutturali, di cui la riduzione della pressione fiscale, necessaria per dare impulso alla domanda di beni e servizi;
in tale contesto, la scelta del precedente Governo Letta di accelerare le dismissioni di partecipazioni pubbliche per ridurre il debito pubblico, che nel 2013 ha raggiunto il rapporto debito/prodotto interno lordo più elevato dal 1990, pari al 132,6 per cento, – trattasi del livello più alto dall'inizio delle serie storiche confrontabili (si pensi che nell'ottobre 2013 ha raggiunto l'ammontare di 2085 miliardi di euro) –, deve essere valutata e ben ponderata rispetto ad una accurata valutazione costi/benefici;
la normativa di cui al decreto-legge 31 maggio 1994, n. 332, e successive modifiche, ha introdotto norme per accelerare le procedure delle dismissioni delle partecipazioni dello Stato e degli enti pubblici in società per azioni, e disciplina l'esercizio dei poteri speciali da esercitare nei casi di dismissioni di partecipazioni nelle società, che operano nei settori considerati strategici per la sicurezza e l'economia della nazione;
nel Consiglio dei ministri n. 24 del 19 settembre 2013 è stato approvato un documento «Destinazione Italia» – contenente un pacchetto di proposte finalizzate all'attrazione di investimenti nel settore privato. Il punto 17 di questo documento in particolare intende perseguire la predetta finalità mediante misure di «valorizzazione delle società partecipate dallo Stato attraverso un piano di dismissioni»;
entro la fine dell'anno 2013 il Ministro dell'economia e delle finanze avrebbe provveduto ad individuare le partecipazioni oggetto delle operazioni di dismissione, che saranno realizzate secondo la normativa vigente di cui alla legge 474 del 1994;
nella seduta del Consiglio dei ministri del 21 novembre 2013, l'ex Ministro dell'economia e finanze pro tempore Saccomanni ha presentato al Consiglio dei ministri piano di dismissioni contenente una lista di società a partecipazione diretta ed indiretta;
come previsto dalla disciplina di cui al decreto legislativo 30 dicembre 2003, n. 396, contenente il testo unico delle disposizioni legislative in materia di debito pubblico, ai sensi dell'articolo 4 i proventi relativi alla vendita di partecipazioni dello Stato sono destinati al fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato, di cui all'articolo 44, al fine di abbattere il debito pubblico;
la dismissione delle partecipazioni statali oggetto del progetto di privatizzazione, avviato nel 2013, dovrebbe generare maggiori entrate per 12 miliardi di euro. Fra le società da dismettere ci sono anche aziende in attivo, che conseguono utili e rappresentano per lo Stato una fonte di guadagno per i dividendi percepiti sulle azioni, quali Eni, Poste, STM;
da un esame degli effetti finanziari conseguiti dalle dismissioni di partecipazioni avvenuti nel periodo 1994-2005, si evince che le entrate conseguite e confluite nel fondo ammortamento titoli di Stato, sono state pari a circa 111,2 miliardi di euro, con una media dunque di 11 miliardi annui; a fronte di tale abbattimento del debito, nello stesso arco temporale il debito pubblico è aumentato di 375 miliardi;
il processo di privatizzazioni è stato ripreso dal Governo Monti nell'anno 2012, in cui sono state dismesse le partecipazioni nelle società SACE, Fintecna, e Simest, per il tramite dell'intervento della Cassa depositi e prestiti s.p.a. per un importo pari a 8,8 miliardi di euro, di cui solo 6,4 miliardi destinati all'abbattimento del debito, mentre la restante parte, in deroga al decreto legislativo 396 del 2003, è stata destinata al pagamento dei debiti pregressi della pubblica amministrazione;
attualmente all'esame delle Commissioni parlamentari per il parere sono stati presentati gli schemi di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri recante determinazione dei criteri di privatizzazione e delle modalità di alienazione della partecipazione detenuta dal Ministero dell'economia e delle finanze nel capitale di Poste Italiane Spa e di Enav;
i suddetti schemi di decreto non contengono ad avviso dei firmatari del presente atto informazioni dettagliate, che consentano alle Commissioni parlamentari di merito di poter valutare la convenienza o meno delle dismissioni;
l'ammontare del debito pubblico oscilla intorno ai 2.090,00 miliardi di euro; dunque è opinabile confrontare il lieve miglioramento della situazione patrimoniale dello Stato, se si riducesse il debito per un ridotto importo di 12 miliardi di debito, con gli effetti finanziari negativi sulle partite correnti correlati alla perdita degli incassi dei dividendi delle partecipazioni dismesse;
l'opportunità politica di ricorrere allo strumento delle dismissioni di società in equilibrio finanziario e redditizie per abbattere il debito sussisterebbe, se si garantisse almeno il conseguimento di effetti positivi sulle partite correnti dei bilanci del triennio in corso pari ad una riduzione di interessi non inferiore al presunto ammontare dei mancati incassi dei dividendi attesi dalle azioni da dismettere;
le suesposte considerazioni inducono a riconsiderare le scelte di politica economica del Governo per ridurre il debito, in quanto, se si parte dall'assunto che il debito dello Stato deve essere visto non solo come partita debitoria, ma anche come investimenti finalizzati al raggiungimento di obiettivi economici e sociali, nel momento in cui, per la riduzione di un debito ammontante ad oltre 2.000 miliardi di euro, si sceglie di sacrificare le partecipazioni azionarie redditizie, la cui vendita assicurerebbe entrate stimate in circa 12 miliardi e, considerato che la media di spesa per interessi annui sul debito si aggira a circa 80 miliardi, si comprende che la suddetta scelta non rappresenta una soluzione né risulta conveniente;
peraltro, nel contesto economico attuale, che vede il prodotto interno lordo in crescita negativa da cinque anni e una ripresa economica incerta, lenta e difficile, rinunciare agli investimenti remunerativi nelle società partecipate per fronteggiare la spesa per interessi, ovviamente improduttiva, impoverisce il Paese;
al contrario, bisogna concentrare le scarse risorse finanziarie per il rilancio economico della nostra economia, che necessita nell'immediato di interventi statali di supporto del settore economico e produttivo, e di interventi per sostenere la domanda di beni e servizi, da realizzare mediante un processo di attribuzione di maggior potere di acquisto di salari e stipendi;
alla luce delle precedenti considerazioni, il rispetto della normativa di cui al decreto legislativo n. 396 del 2003, che obbliga la destinazione delle dismissioni al fondo ammortamento titoli di Stato, rappresenta un limite all'adozione di politiche economiche, finalizzate a dismettere le partecipazioni statali per destinare risorse ad investimenti ovvero a riforme strutturali, in grado di stimolare la crescita del prodotto interno lordo e di conseguenza ridurre il rapporto debito/prodotto interno lordo, mediante l'accrescimento consequenziale del denominatore;
sarebbe opportuno vagliare i maggiori benefìci impiegando i proventi delle dismissioni nel rilancio dell'economia del Paese, rispetto alla riduzione del debito nella misura di un limitato 0,6 per cento, che non arresterebbe il probabile continuo aumento del debito, come già avvenuto nel decennio 1994-2005;
per quanto sopra si ritiene opportuna un'analisi economico-finanziaria, che metta a confronto gli effetti nel medio periodo sui saldi di finanza pubblica derivanti dalla destinazione delle scarse risorse realizzabili con le suddette dismissioni da attuare, nonché delle eventuali dismissioni che si dovessero programmare di partecipazioni di società operanti in settori strategici, con i risultati in termini di maggiore crescita conseguibili, se le risorse fossero destinate ad una riqualificazione degli investimenti,

impegna il Governo:

ad assumere iniziative per modificare la disciplina di cui al decreto legislativo 30 dicembre 2003, n. 396, al fine di prevedere:
a) un ampliamento delle modalità di utilizzo dei proventi destinati al fondo ammortamento titoli di Stato, disponendo che i medesimi possano in parte anche essere reinvestiti in opere strutturali strategiche, idonee a promuovere il rilancio economico, determinando quindi un fattore di crescita del prodotto interno lordo, con conseguente riduzione del rapporto debito/prodotto interno lordo, nel rispetto degli obblighi derivanti dal fiscal compact, considerato che una tale scelta di politica economica di riconversione degli asset patrimoniali statali per interventi strutturali consentirebbe di operare scelte di politica economica, a parità di risorse impiegate, per dare impulso all'economia senza nuova emissione di debito, evitando nel contempo di sacrificare le attività patrimoniali per una effimera riduzione del debito pubblico;
b) l'introduzione di una norma che, per procedere alle dismissioni di partecipazioni, vincoli il Governo ad acquisire preventivamente una relazione tecnica di organi competenti alla valutazione ed al controllo dei conti pubblici, quali l'istituendo ufficio parlamentare di bilancio ovvero l'ISTAT, che accertino gli effetti finanziari conseguenti alle dismissioni di partecipazioni, al fine di assicurare che le dismissioni programmate abbiano effetti migliorativi negli anni del quadriennio di riferimento del documento di economia e finanze, non solo sulla situazione patrimoniale dello Stato, come minore debito pubblico, ma anche sul conto economico a medio termine incidendo sul miglioramento dell'indebitamento netto, ovvero aumentando l'accrescimento netto, in seguito al raggiungimento del pareggio di bilancio, mediante la prevalenza della riduzione della spesa corrente per interessi passivi rispetto alla riduzione delle entrate correnti annuali correlate alla riscossione dei dividendi delle partecipazioni da dismettere;
c) l'introduzione di una norma che preveda che i provvedimenti di dismissione contengano relazioni tecniche differenziate in relazione alle finalità, che si intendono perseguire ossia o processi di liberalizzazione di settore ovvero riequilibrio dei saldi di finanza pubblica, mediante l'abbattimento del debito.
(7-00302) «Currò».