• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

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Atto a cui si riferisce:
S.3/03613 CIOFFI, CAPPELLETTI, DONNO, SANTANGELO, MORONESE, MORRA, CASTALDI, BERTOROTTA, PETROCELLI, GAETTI, GIROTTO, CATALFO - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e...



Atto Senato

Interrogazione a risposta orale 3-03613 presentata da ANDREA CIOFFI
giovedì 23 marzo 2017, seduta n.791

CIOFFI, CAPPELLETTI, DONNO, SANTANGELO, MORONESE, MORRA, CASTALDI, BERTOROTTA, PETROCELLI, GAETTI, GIROTTO, CATALFO - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico - Premesso che la direttiva 2003/87/CE (direttiva EU ETS, emission trading scheme) prevede che dal 1° gennaio 2005 gli impianti dell'Unione europea che producono un volume elevato di emissioni non possano funzionare senza un'autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni con quote (European Union allowances, EUA, e EU aviation allowances, EUAA, equivalenti a una tonnellata di anidride carbonica) che possono essere comprate e vendute. Il quantitativo totale delle quote in circolazione nel sistema è definito a livello comunitario in funzione degli obiettivi dell'Unione europea al 2020 (un calo del 20 per cento delle emissioni rispetto ai livelli del 1990). Il sistema ha funzionato in modo che gli impianti possano acquistare le quote nell'ambito di aste pubbliche europee o riceverne a titolo gratuito. In alternativa, possono comprarle sul mercato;

considerato che:

le associazioni ambientaliste e delle energie rinnovabili europee ritengono che questo sistema abbia sostanzialmente fallito nei suoi intenti: ridurre le emissioni e migliorare le prestazioni tecnologiche dei grandi impianti;

a sostegno di questa tesi, i dati di un report del Parlamento europeo (febbraio 2017), che si accinge a rimodulare questo settore (per il periodo 2021-2030), mostra che il sistema ETS ha contribuito in maniera poco incisiva a una riduzione reale dell'intensità delle emissioni e sugli investimenti in innovazione tecnologica, e che addirittura alcune industrie abbiano ottenuto un profitto legato alla distribuzione di un numero eccessivo di diritti di emissione. Un surplus pari a oltre 2 miliardi di "allowance", che è l'unità di misura dei cosiddetti diritti di emissione;

considerato inoltre che:

in un recente articolo di febbraio 2017, pubblicato sulla rivista mensile "Altreconomia" n. 190, viene riportata una situazione definita addirittura paradossale: i dati dell'articolo, che si basano su uno studio di un centro di ricerca olandese (CE di Delft), affermano che per alcuni settori il numero di "diritti di emissioni" distribuiti gratuitamente sulla base della legislazione vigente è superiore al volume complessivo delle emissioni reali degli stessi settori, e che ciò garantisce alle imprese un beneficio, potendo rivendere sul mercato le free allowance (diritti di emissione gratuiti) ottenuti senza alcun esborso di denaro;

i dati mostrerebbero che nel periodo tra il 2008 e il 2015 il surplus a livello europeo avrebbe garantito all'industria ad alta intensità di emissioni extra profitti per 7,5 miliardi di euro, concentrati per il 57,16 per cento in tre settori: il cemento (2,73 miliardi di euro), la siderurgia (784 milioni di euro), il petrolchimico (774 milioni di euro);

il suddetto articolo arriva a parlare di carbon welfare, ove le industrie maggiormente inquinanti, in particolare quella cementiera, tra le più colpite dalla crisi economica del 2009, hanno potuto beneficiare di diritti di emissione maggiori della produzione stessa, mettendo questo "patrimonio" a sostegno di una redditività decrescente;

i dati italiani, raccolti da Altreconomia a partire da un accesso ai database Eurostat, mostrerebbero per il solo settore del cemento in Italia un surplus di 50.000 tonnellate di anidride carbonica equivalente;

l'impatto di questo surplus sarebbe rilevabile direttamente dai bilanci 2015 di Italcementi spa (facente parte dal 2016 del gruppo tedesco HeidelbergCement) che rappresenta da sola il 23,5 per cento della produzione nazionale di cemento: la redditività dell'attività aziendale, misurata dal margine operativo lordo, pari a 40,8 milioni di euro, dipende quasi esclusivamente dalla vendita delle free allowance in eccesso, per un incasso complessivo di 40 milioni di euro;

per quanto riguarda Buzzi Unicem, società quotata in borsa che copre il 17,1 per cento della produzione italiana di cemento (nel 2015) ed è attiva anche in altri 5 Paesi sottoposti all'EU ETS (Germania, Lussemburgo, Polonia, Repubblica ceca, Olanda), i dati raccolti da Altreconomia mostrerebbero un surplus pari a circa 12 milioni di "diritti di emissione", legato in larga misura a una riduzione della produzione: da una cessione parziale, di queste free allowance, l'azienda ha ricavato 83,8 milioni di euro tra il 2008 e il 2015, pari al 17 per cento della redditività aziendale,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti illustrati;

se il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, responsabile della tenuta dei registri delle emissioni, da cui dipende anche l'allocazione delle free allowance, non intenda avviare con urgenza un'analisi per capire quali aziende, e in che misura, abbiano beneficiato di un surplus di diritti di emissione gratuiti;

se non ritenga opportuno "ritirare" i diritti di emissioni gratuiti in eccesso, onde impedire che questi diventino di fatto dei sussidi a un'industria altamente inquinante, com'è quella del cemento;

se non ritengano questo sistema distorsivo dei principi per cui la citata direttiva è stata emessa nel 2003, e pertanto non ritengano opportuno introdurre nel nostro Paese una carbon tax, al fine di accelerare la transizione energetica, e quali iniziative intendano intraprendere a livello europeo al riguardo.

(3-03613)