• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00306    in sede di esame del Documento di economia e finanza 2017,    premesso che:     l'Italia è ancora il Paese che cresce più lentamente in Europa, nonostante a...



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00306presentato daFEDRIGA Massimilianotesto diMercoledì 26 aprile 2017, seduta n. 784

   La Camera,
   in sede di esame del Documento di economia e finanza 2017,
   premesso che:
    l'Italia è ancora il Paese che cresce più lentamente in Europa, nonostante a livello europeo ed internazionale si sia registrato un miglioramento e la crescita europea abbia accelerato: secondo i dati dell'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, aggiornati a marzo 2017, l'Italia è il Paese che cresce più lentamente anche tra tutti i maggiori paesi dell'OCSE, seppur quest'ultima abbia rialzato di 0,1 punti la stima del Pil italiano nel 2017, la cui crescita dovrebbe restare stabile all'1 per cento annuo, come nel 2016 e nel 2018;
    anche in questo Documento di economia e finanza, la revisione della spesa pubblica viene presentata come uno degli strumenti fondamentali di risanamento dello stato di salute dei conti pubblici. Nonostante i risparmi conseguiti ammontino a circa 3,6 miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015, 25 miliardi nel 2016, il debito pubblico, per contro, è continuato a salire, da 2,137 miliardi di euro nel 2014 a 2.217 nel 2016, passando dal 131,8 per cento al 132,6 per cento in rapporto al PIL. Il Governo stima che il rapporto debito/PIL si attesterà, nel 2017, al 132,5 per cento, soltanto uno 0,1 per cento in meno rispetto al 2016;
    si tenga costantemente presente, a latere, che il 19 dicembre scorso, il Governo in carica si è presentato alle Camere ottenendo dalla maggioranza l'autorizzazione a contrarre un debito di 20 miliardi di euro nel 2017 per intervenire sul sistema bancario e, nello specifico, a procedere con una ricapitalizzazione da 8,8 miliardi di risorse pubbliche della banca Monte dei Paschi di Siena;
    si ricorda che il precedente Governo, di cui l'attuale rappresenta essenzialmente la prosecuzione, ha continuamente posticipato il raggiungimento dell'obiettivo del pareggio di bilancio, spostato di anno in anno. Nel febbraio 2014, infatti, il pareggio di bilancio era previsto per il 2014, ma subito, nell'aprile dello stesso anno, l'esecutivo allora in carica chiese il posticipo al 2016; nello stesso anno, a causa di una revisione al ribasso delle stime sull'andamento dell'economia italiana per l'anno in corso e per il 2015, il Governo fu costretto a chiedere di rinviare il conseguimento dell'obiettivo del pareggio di bilancio al 2017, e, di nuovo, di posticiparlo, con il DEF 2016, al 2019;
    a causa di questi continui scostamenti dall'obiettivo di medio termine al cui raggiungimento l'Italia è tenuta in base ai parametri fissati dalla nuova governance europea dopo Maastricht, la Commissione europea ha ritenuto troppo «significativa» questa deviazione, bocciando la manovra italiana per il 2017. Si ricorda che la stessa Commissione, a novembre, aveva già avvertito il Governo italiano in occasione della presentazione del Documento programmatico di bilancio 2017 e, in merito a ciò, la Lega Nord aveva chiesto al Ministro dell'economia e delle finanze se esistesse un piano di bilancio alternativo. Il Ministro, all'epoca, replicò negativamente motivando la sua risposta sulla netta convinzione che la nuova legge di bilancio 2017 avrebbe passato indenne la verifica della Commissione. Il 17 gennaio scorso, invece, la Commissione ha richiesto espressamente al Governo italiano di indicare «puntuali» misure correttive del disavanzo strutturale di bilancio previsto per il 2017, congiuntamente all'aggiornamento della dinamica del debito, onde evitare di incorrere in una procedura di disavanzo eccessivo a causa del mancato rispetto del debito per il 2015. Secondo le previsioni europee dell'autunno dello scorso anno, infatti, il deficit italiano, nel 2017, senza alcuna manovra correttiva, si sarebbe attestato intorno al 2,4 per cento, ossia due decimali in più rispetto a quanto concordato a Bratislava e due decimali sopra il livello massimo previsto per evitare la procedura di infrazione;
    in un primo momento, la reazione dell'attuale Governo, è stata esclusivamente quella di giustificare il discostamento dei conti pubblici dal Patto di stabilità e crescita, imputando il deficit eccessivo a fattori come la bassa inflazione e le spese per far fronte all'accoglienza dei migranti e per i terremoti che dal 24 agosto hanno colpito le regioni del centro Italia. In un secondo momento, però, l'esecutivo si è dovuto impegnare ad adottare un intervento correttivo di circa 3,4 miliardi, pari allo 0,2 per cento del Pil, modulati per circa un quarto sul versante delle uscite (0,85 miliardi) e per tre quarti sul lato delle entrate di bilancio (2,55 miliardi);
    nonostante i risparmi di spesa previsti, alla luce del mancato raggiungimento degli obiettivi e del continuo aumento del debito pubblico, è evidente quindi che gli stessi non siano sufficienti e, tantomeno adeguati, perché ad essi non è stata ancora accompagnata una vera implementazione del federalismo fiscale come già previsto – ma mai attuato – nella legge n. 42 del 2009 di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione. Allo stesso modo, non si comprende come la riforma del bilancio dello Stato e la ridefinizione delle regole dell'equilibrio di bilancio di regioni ed enti locali possano portare a veri risparmi, senza il passaggio dalla spesa storica (che finanzia servizi e sprechi) al costo standard (che finanzia invece i servizi). Quest'ultimo, infatti, si presenta come l'unico efficace metodo per orientare la politica delle amministrazioni verso una nuova logica meritocratica che eviti le note inefficienze del passato, attivando il circuito della responsabilità e favorendo la trasparenza delle decisioni di spesa e la loro imputabilità, al fine di garantire un elevatissimo grado di solidarietà e di gestione responsabile del pubblico denaro;
    la mancata implementazione dei costi e fabbisogni standard, inoltre, ha avuto – ed avrà in futuro – delle gravi ripercussioni in uno dei settori più delicati ed importanti della spesa pubblica, quello sanitario, in cui i tagli lineari e indiscriminati si ripercuotono pesantemente sui cittadini, e soprattutto sui cittadini meno abbienti che, nel corso degli ultimi tempi, rinunciano sempre più spesso alle cure a causa dell'aumento esponenziale del loro costo (ovviamente inversamente proporzionale all'entità dei tagli);
    da anni si discute sulle capacità di risparmio nel settore sanitario confondendo tra il concetto di taglio con quello di spending review; la revisione della spesa consiste nell'applicare i costi standard immediatamente, in tutto il Paese, tagliando dove si spreca, imponendo le best practies a tutte le regioni ed evitando che i tagli lineari incidano a detrimento della buona sanità regionale;
    nonostante l'entrata in vigore di sedici provvedimenti normativi di attuazione della delega contenuta nella legge n. 124 del 2015. Statisticamente la nostra Pubblica Amministrazione resta ancora la peggior pagatrice d'Europa e l'annunciata semplificazione non sembra essere arrivata: «Sul fronte della qualità la nostra Pubblica amministrazione arranca nei bassifondi della classifica europea. Si colloca infatti al 17o posto su 23 Paesi analizzati. Solo Grecia, Croazia, Turchia e alcuni paesi dell'ex blocco sovietico presentano un indice di qualità inferiore al nostro. Tra le migliori 30 regioni europee, purtroppo, non è presente nessuna amministrazione pubblica del nostro Paese. La prima, ovvero la Provincia autonoma di Trento, si colloca al 36o posto della classifica generale». Restano infatti delle diseguaglianze enormi tra le varie aree del Paese e sarebbe dunque necessario intervenire al fine di omogeneizzare la qualità e il servizio reso ai cittadini dall'amministrazione pubblica, inserendo come parametro, ai fini della redistribuzione delle risorse dallo Stato centrale, anche quello relativo all'indice di produttività del pubblico impiego, accanto a quello della spesa standard;
    nel Programma nazionale di riforma di questo Documento di economia e finanza, il Governo propone, da un lato, il completamento della riforma del catasto prevista con la delega fiscale di cui alla legge n. 23 del 2014 e, dall'altro, quello del riordino delle tax expenditures, previsto dal decreto legislativo n. 160/2015. Riguardo alla prima riforma, ad oggi, è stato approvato soltanto il decreto legislativo riguardante le commissioni censuarie, rispetto all'immenso riassetto che si dovrebbe porre in essere e che dovrebbe determinare la nuova base imponibile entro dicembre 2019. L'esecutivo ha assicurato che ci sarà invarianza di gettito e punta al superamento di alcune storture, come la presenza di molti immobili sopravvalutati o sottovalutati in base al loro valore di mercato reale. Allo stesso tempo, le nuove regole, secondo l'esecutivo, porteranno ad un miglioramento nella lotta all'evasione fiscale e renderanno il Paese più attrattivo per gli investimenti immobiliari, ma, come avvertono da tempo le associazioni di categoria, in oltre la metà dei comuni italiani non si raggiunge il numero minimo di compravendite che servirebbe ad offrire una base statistica solida, per cui i valori del nuovo sistema catastale potrebbero essere calcolati su aree più vaste del previsto, con evidente pericolo di non rispettare l'invarianza di gettito e di conseguente iniquità nei confronti dei contribuenti residenti nelle diverse aree del Paese;
    in merito alla pressione fiscale, è altresì importante evitare di far scattare le clausole di salvaguardia. Il Governo, in questo DEF, manifesta la volontà di disattivare le clausole di salvaguardia previste dalle leggi di stabilità 2014 e 2015 del precedente Governo, sostituendole con misure riguardanti sia la spesa che le entrate, tramite maggiori risparmi – di almeno un miliardo all'anno – e tramite il rafforzamento della lotta all'evasione. Il valore delle clausole di salvaguardia è però pari a 19,6 miliardi per il 2018 e a 23,3 miliardi a partire dal 2019 e seppur il DEF evidenzi che nel corso dell'attività di recupero dell'evasione abbia fatto registrare incassi per un ammontare pari a 19 miliardi (+28 per cento rispetto al 2015), per un totale di oltre 48 miliardi nel triennio 2014-2016, gli incassi del 2016 includono gli effetti della voluntary disclosure (4,1 miliardi) e quelli del 2017 includeranno anche i 4,6 miliardi attesi dalla definizione agevolata delle cartelle. Essendo queste delle misure una tantum, non si comprende dove il Governo voglia reperire le risorse per la sterilizzazione completa delle clausole di salvaguardia e si teme una ennesima inversione di rotta verso l'aumento delle accise e dell'IVA che, oltre a causare un forte arresto della già debolissima ripresa, rafforzerebbe anche il primato italiano per la più alta pressione fiscale presente in Europa. Non è inusuale, infatti, che il Governo sia spesso altalenante sulle misure da assumere in materia fiscale;
    a ciò si aggiunga anche che il Governo deve costantemente reperire sempre maggiori risorse per l'emergenza migranti, per cui il nostro Paese è già stato obbligato a chiedere tutta la flessibilità concessa dall'ordinamento europeo relativamente agli eventi eccezionali, accanto alla richiesta di flessibilità per le calamità sismiche: già nel 2015 e nel 2016, per le spese relative all'afflusso di migranti (complessivamente 0,07 per cento del PIL), è stato riconosciuto provvisoriamente lo 0,14 per cento del PIL ed un ulteriore 0,18 per cento è stato invece considerato ammissibile per la salvaguardia antisismica, per un totale di 0,32 per cento del PIL nel 2017, da portare a riduzione della correzione di 0,6 per cento richiesta in base alle condizioni congiunturali. Mentre, però, per quanto riguarda il sisma, l'evento è effettivamente di natura imprevedibile e non controllabile, e il Governo impegnerà un miliardo all'anno, secondo quanto riportato nello stesso DEF 2017, l'emergenza del flusso migratorio sarebbe, invece, determinata soprattutto dalle politiche adottate dall'attuale Governo e da quello precedente in tema di immigrazione, che anziché adottare misure ed iniziative immediate che bloccassero tali flussi, hanno incentivato le partenze dai paesi di origine e transito degli immigrati con il miraggio di una accoglienza indiscriminata;
    le spese complessive per la gestione dei flussi migratori in Italia hanno registrato un vertiginoso aumento, passando, al netto dei contributi dell'Unione europea, da 829 milioni di euro nel 2012 ad un importo stimato per l'anno 2017 di circa 4,6 miliardi, di cui circa ben il 68 per cento destinato alle attività di accoglienza;
    invece, il contributo da parte dell'Unione europea alle spese sostenute dall'Italia per l'emergenza migratoria è rimasto sostanzialmente invariato negli anni, essendo di circa 90 milioni nel 2012 e ancora di 91 nel 2017 e rappresentando, dunque, una quota irrisoria rispetto alle risorse impiegate;
    benché i contributi europei siano rimasti più o meno costanti negli ultimi anni, è altresì innegabile che il massiccio afflusso di immigrati sulle coste italiane sia conseguenza anche delle diverse missioni navali che operano nel Mediterraneo centrale, tra cui la stessa operazione Sophia della missione navale EuNavFor Med, le flotte delle operazioni Triton (Unione europea-Frontex) e Mare Sicuro, che di fatto si limitano a raccogliere in mare immigrati non regolari per portarli in Italia, favorendo e incoraggiando i flussi migratori illegali, a dispetto della propria missione di contrasto all'immigrazione clandestina;
    secondo i dati forniti periodicamente dal Ministero dell'interno – Dipartimento per le Libertà Civili e l'immigrazione, il numero delle presenze registrate all'interno del sistema di accoglienza è passato da 22.118 nel 2013, a 103.792 nel 2015 fino ad arrivare a 176.554 nel 2016, con un incremento del +73,77 per cento rispetto al 2015 e che solo nei primi tre mesi del 2017, gli immigrati giunti illegalmente via mare in Italia sono stati 24.280, con un incremento del +29,31 per cento rispetto allo stesso periodo di riferimento nel 2016;
    indubbiamente a fronte delle spese a carico dell'Italia, non più sostenibili per la perdurante crisi economica che investe la stessa, occorre, dunque, procedere ad immediate misure per fermare l'eccezionale flusso migratorio verso le nostre coste;
    sebbene secondo le ultime rilevazioni dell'Istat sarebbero ben 7 milioni e 209 mila le persone che in Italia vivono in condizioni di « grave deprivazione materiale» e il tasso di disoccupazione sia aumentato rispetto allo scorso anno arrivando all'11,9 per cento a gennaio 2017, le risorse stanziate dal Governo per interventi di contrasto alla povertà ammontano invece solo a circa 1 miliardo di euro per l'anno corrente;
    l'Istat, si ricorda, ha quantificato in 4,4 milioni le persone che vivono in una situazione di povertà assoluta, il che significa che il Governo, stanziando «solo» un miliardo, ha destinato circa 250 euro annui per povero, ovvero appena 70 centesimi al giorno per il singolo indigente, cifra ben al di sotto della spesa giornaliera sostenuta per ciascun immigrato accolto sul nostro territorio (pari a 35 euro);
    una attenzione maggiore del Governo verso gli immigrati rispetto ai propri cittadini è confermata anche dalla recente sottoscrizione da parte del Ministero dell'interno di un protocollo di intesa con Confindustria per attuare tirocini e percorsi di formazione, della durata di sei mesi e del valore di 500 euro al mese, per i destinatari del sistema di accoglienza nazionale;
    di contro, il Governo ha riportato nel sommerso i nostri giovani ed i nostri anziani con l'abrogazione tout court dei voucher;
    il Governo continua ad enfatizzare nel DEF, con riguardo al mercato del lavoro, i risultati del jobs act e gli incentivi finanziari per l'occupazione, in termini di sgravi contributivi per ogni soggetto assunto con contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, ignorando la «bolla» occupazionale che la riforma jobs act ha creato;
    gli ultimi dati Istat su occupati e disoccupati, infatti, registrano che a febbraio 2017 la stima degli occupati è stabile rispetto a gennaio, il tasso di occupazione è fermo al 57,5 per cento, è in crescita la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,4 per cento, pari a 51 mila unità, nell'ultimo mese) e che è salito solo il numero dei lavoratori a tempo determinato, mentre calano i lavoratori a tempo indeterminato;
    tali dati sono l'ulteriore conferma che la riforma jobs act, ad oramai due anni dalla sua data di entrata in vigore, non ha innescato alcuna crescita dell'occupazione, al contrario, essendo le assunzioni correlate agli incentivi, ridotti questi ultimi, sono diminuite anche le prime;
    il problema principale permane sull'elevato costo del lavoro, abbattuto solo parzialmente e temporaneamente dagli effetti del jobs act, e sul gravoso cuneo fiscale peraltro riconosciuto nello stesso DEF tra i più elevati d'Europa (... nel 2015 in Italia i cunei fiscali sui singoli lavoratori che percepiscono un salario basso o medio, rispettivamente al 41 per cento e al 48 per cento...);
    sempre il DEF, richiamando il Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti, menziona che il «cuneo fiscale, riferito alla situazione media di un dipendente dell'industria, colloca al livello più alto la differenza tra il costo del lavoro a carico dell'imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore; il 49 per cento prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore) eccede di ben 10 punti l'onere che si registra mediamente nel resto d'Europa»;
    l'Ocse, nel rapporto annuale sul peso fiscale dei salari (taxing wage 2016), colloca l'Italia al quinto posto tra i Paesi Ocse per il più alto livello di imposte sul lavoro, con una media del cuneo fiscale per lavoratore del 47,8 per cento rispetto ad una media dei paesi Ocse del 36 per cento;
    detassazione e decontribuzione strutturali e non temporanee rappresentano, pertanto, misure non più procrastinabili per creare nuova occupazione e, di conseguenza, dare maggiore competitività alle nostre imprese;
    contemporaneamente, per arginare il fenomeno della fuga dei giovani all'estero, rappresentato non soltanto da chi è in cerca di occupazione bensì anche da chi è in cerca di retribuzioni migliori e maggiore riconoscimento, è doveroso agire anche sulla meritocrazia, per la quale l'Italia si pone in fondo alla classifica con appena 23,3 punti (meno della metà della Finlandia, con 67,7 punti e dieci punti più in basso rispetto alla Spagna, con il 34,9, ed alla Polonia, con 38,8 punti);
    accanto alla fuga di cervelli, si registra, nel nostro Paese, un ulteriore grave fenomeno demografico: il calo delle nascite. La responsabilità, anche in questo caso, può essere imputata all'inadeguatezza delle politiche sociali messe in atto perché quando si affronta il problema di misure di sostegno economico alle famiglie con interventi mirati, si agisce in modo assistenzialistico e non con una politica programmata di contrasto alla denatalità. Queste misure di sostegno economico per le famiglie sono viziate, quasi sempre, da un approccio errato al problema estendendo la misura oltre che a tutti i cittadini italiani comunitari anche a tutti cittadini extracomunitari;
    ogni efficace politica di sostegno alla famiglia non può tuttavia prescindere da strumenti fiscali mirati e graduati. In Italia il sistema fiscale sembra ancora ritenere che la capacità contributiva delle famiglie non sia influenzata dalla presenza di figli e dall'eventuale scelta di uno dei due coniugi di dedicare parte del proprio tempo a curare, crescere ed educare i figli, mentre di norma in Europa a parità di reddito la differenza tra chi ha e chi non ha figli a carico è consistente;
    si ritiene necessario un intervento che nel breve periodo possa offrire una risposta rapida alle richieste di posti nelle strutture socio-educative e per far questo è importante agire con formule nuove cercando di coniugare l'iniziativa pubblica a quella privata applicando sistemi di collegamento rapidi tra le istituzioni nel rispetto del principio di sussidiarietà verticale e orizzontale;
    è importante lavorare al fine di realizzare l'ambizioso obiettivo volto ad introdurre un sistema territoriale gratuito di servizi socio-educativi per la prima infanzia. Tutto ciò è realizzabile concependo e istituzionalizzando l'idea di un sistema articolato dei servizi socio-educativi per la prima infanzia. Sistema cui concorrono il pubblico, il privato, il privato sociale e i datori di lavoro, creando sul territorio un'offerta flessibile e differenziata di qualità;
    dunque, nel contesto riassunto nell'attuale DEF, assume poca credibilità l'affermazione del Governo riguardante la volontà di continuare ad «operare misure espansive» e di ridurre la pressione fiscale, congiuntamente alla prosecuzione delle riforme in tutti gli ambiti che influenzano il livello di benessere della popolazione e il clima di investimento del Paese. Prova ne sono la manovra per il 2017 che, varata senza adeguato reperimento delle necessarie risorse finanziarie, ha portato al rischio di procedura per disavanzi eccessivi e la pressione fiscale a cui sono sottoposti i nostri contribuenti e le nostre imprese che risulta costantemente fra le più alte in Europa (riguardo all'IRPEF, un contribuente italiano paga infatti quasi 1000 euro in più rispetto alla media europea e per le imprese vantiamo il triste primato di tassazione più alta in assoluto nell'eurozona con un differenziale di oltre 21 punti percentuali e un total tax rate pari al 64,8 per cento). Ugualmente, per quanto concerne invece gli investimenti, sia pubblici che privati, il nostro Paese risulta essere uno tra i meno competitivi e attrattivi d'Europa;
    in particolare, su questo fronte, la situazione è preoccupante: secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Banca d'Italia il totale dei prestiti al settore privato è passato dai 1.409 miliardi di febbraio 2016 ai 1.405 miliardi di febbraio 2017, con un calo complessivo di quasi 4 miliardi (-0,26 per cento) e una diminuzione di 12 miliardi per i prestiti concessi dagli istituti di credito alle aziende. Ciò si è verificato anche a causa dell'aumento delle rate non rimborsate da parte delle imprese – le sofferenze lorde sono infatti cresciute di 7 miliardi – che scontano ancora gli effetti della pesante crisi economica del 2008;
    è evidente come il comparto imprenditoriale non sia stato adeguatamente sostenuto in passato e si continua anche oggi a non creare le condizioni per far ripartire gli investimenti. Oltre alla giustizia civile lenta e in molte aree del Paese anche poco efficiente, all'eccesso di burocrazia che ha raggiunto livelli difficilmente riscontrabili altrove e il pesantissimo deficit logistico-infrastrutturale, si è introdotto anche lo strumento dello split-payment. Quest'ultimo, presentato come un valido mezzo di lotta all'evasione fiscale, è in realtà uno strumento che sottrae un'enorme quantità di liquidità alle imprese che lavorano con la Pubblica amministrazione che, come già detto, si presenta come la peggior pagatrice d'Europa;
    dunque, mentre l'esecutivo presenta lo split payment come misura finalizzata alla compliance fiscale, quando in realtà si tratta di un mezzo per trattenere alla fonte le risorse, le aziende italiane ancora scontano la grave crisi di liquidità degli anni appena passati, senza che nel cronoprogramma del Governo si rilevino misure atte ad influenzare positivamente il potenziale di crescita e di sviluppo delle imprese italiane;
    alla mancanza di una visione strategica che individui nel sistema produttivo del nostro Paese l'elemento trainante dell'economia italiana, si aggiunge l'impatto che la regolazione europea relativa ai servizi del mercato interno ha prodotto in alcuni settori strategici per l'economia italiana, con particolare riferimento alle concessioni per il commercio sulle aree pubbliche;
    lo sviluppo del settore dei servizi deve essere perseguito in maniera equilibrata e sostenibile e, comunque, in modo tale da non pregiudicare la crescita e i livelli occupazionali esistenti nei paesi membri dell'Unione europea;
    alla luce dello stato profondamente critico in cui attualmente si trova il settore del commercio ambulante sulle aree pubbliche, si rende necessario un intervento volto ad introdurre una deroga ai principi stabiliti dalla direttiva 2006/123/CE, facendo prevalere l'interesse nazionale che necessariamente coincide con la salvaguardia di questo specifico comparto;
    con riguardo agli investimenti pubblici, si confermano anche per il 2017 grosse criticità nello sviluppo delle reti del trasporto pubblico locale, nonostante questo rappresenti un servizio fondamentale dal punto di vista economico e sociale per la collettività, dovute principalmente al perpetrarsi di una carenza di programmazione nel settore svincolata da politiche accentratrici. Non sembra riscontrarsi, nel documento in esame, un'inversione di tendenza e un piano strategico volto a garantire finalmente che il servizio venga svolto su tutto il territorio nazionale nel rispetto di più alti criteri di qualità, soprattutto nei settori a maggiore richiesta, e a prezzi sostenibili per i cittadini;
    il Programma di stabilità del DEF in oggetto – con riferimento ai dati dell'economia italiana nel 2016 – indica un ragguardevole calo del valore aggiunto dell'agricoltura (-0,7 per cento), questo a dimostrazione delle politiche fallimentari e fortemente insufficienti del Governo in tema di agricoltura. Il comparto primario è ancora pesantemente gravato dall'aumento dei costi di produzione e dalla scarsa remunerazione per gli agricoltori, nonché dalla concorrenza sleale di Paesi europei ed extra-europei in settori che rivestono un ruolo centrale nell'agricoltura italiana quali il lattiero-caseario e cerealicolo;
    la stessa sezione, con riferimento al sisma che ha colpito le regioni dell'Italia centrale, ricorda che, con i tre decreti-legge ad hoc, ai soggetti residenti nei comuni interessati dal sisma titolari di reddito d'impresa e di reddito di lavoro autonomo, nonché esercenti attività agricole, è stata da ultimo riconosciuta una serie di esenzioni e di agevolazioni a livello creditizio e fiscale;
    il cronoprogramma per le riforme ricorda che è stato emanato il decreto interministeriale 9 dicembre 2016 concernente l'indicazione in etichetta dell'origine della materia prima per il latte e i prodotti lattiero caseari. L'indicazione di origine è un argomento cardine per il settore agroalimentare per garantire ai consumatori una informazione chiara e completa sulla provenienza e l'origine della materia prima. Anche una consultazione pubblica effettuata dal Mipaaf ha evidenziato che per più del 90 per cento dei consumatori è fondamentale che in etichetta sia indicata chiaramente la provenienza per non essere indotti in errore in merito alla vera origine dell'ingrediente primario dei prodotti agroalimentari,

impegna il Governo:

1) con riguardo alla revisione della spesa pubblica e della spending review:
   a) a dare piena esecuzione alla riforma del federalismo fiscale di cui alla legge n. 42 del 2009, di attuazione del vigente articolo 119 della Costituzione, con cui si prevedono non soltanto l'equilibrio dei bilanci degli enti locali e territoriali, nel rispetto dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea, ma anche l'autonomia di entrata e di spesa, e di tenere sempre in dovuto conto, nella predisposizione delle normative che riguardano il tema della fiscalità territoriale, soprattutto in merito alla redistribuzione delle risorse, delle disposizioni della legge n. 42 del 2009;
   b) ad adottare una revisione della spesa pubblica sul modello del federalismo fiscale e ad istituire forme premiali crescenti per le regioni che si avvicinano gradualmente ai costi standard, al fine di creare un meccanismo di efficientamento del complessivo sistema di gestione della spesa pubblica in cui le regioni e gli enti locali virtuosi rappresentino un traino e un esempio per le restanti amministrazioni, anche attraverso la previsione legislativa dell'obbligo di importazione dei modelli virtuosi nelle regioni più indebitate e con i costi più alti, in particolar modo nel settore della sanità pubblica, affinché il costo ragionevole dei servizi e degli strumenti sanitari, a parità di disponibilità finanziarie, possa diventare il riferimento nazionale nell'ambito delle politiche sanitarie ed il presupposto fondamentale per garantire il pieno diritto alla salute;
   c) ad individuare, attraverso una revisione della spesa pubblica sul modello del federalismo fiscale, più efficaci misure di spending review suscettibili di creare effettivi risparmi di spesa tali da escludere con certezza l'applicazione delle clausole di salvaguardia sulle accise e l'imposta sul valore aggiunto;

2) nell'ambito della riforma della tax expenditures, a prevedere, accanto al riordino delle spese fiscali, una revisione definitiva, concreta ed efficiente dell'intero sistema fiscale contributivo, in direzione di una vera semplificazione che attiri gli investimenti e non vessi i contribuenti (sia cittadini che le imprese) e di una efficace lotta all'evasione fiscale, data per lo più dall'enorme carico fiscale imposto nel nostro Paese, che introduca un criterio proporzionale di imposizione fiscale con l'applicazione di un'aliquota fissa al 15 per cento e una deduzione fissa pari a 3.000 euro per ciascun contribuente o carico familiare, in modo da rispettare i principi costituzionalmente previsti della progressività dell'imposta e dell'uguaglianza sostanziale tra i cittadini, tenuto conto della loro condizione economica e sociale;

3) sul lato dell'efficientamento dei servizi della Pubblica Amministrazione:
   a) a prevedere una disciplina più stringente in termini di ritardi amministrativi che, spesso, soprattutto in merito agli investimenti pubblici per la realizzazione di infrastrutture, sono riconducibili all'inadempienza dell'amministratore, al fine di evitare la perenzione delle somme, la perdita dei requisiti per l'accesso ai finanziamenti europei o lo spropositato livello di contenzioso e sperpero di risorse pubbliche per la realizzazione di opere non più adeguate temporalmente al momento del loro completamento;
   b) assunto che le misure assunte finora non sono ancora sufficienti, a prevedere una maggiore semplificazione delle procedure e degli iter, nonché della relazione cittadino/Pubblica amministrazione, stabilendo, eventualmente, forme premiali di diversa natura a quelle amministrazioni con più alto indice di produttività e in ordine con i pagamenti;

4) sul versante degli investimenti pubblici:
   a) ad accelerare la definizione delle procedure necessarie a rendere spendibili le risorse del Fondo Sviluppo e Coesione individuate e messe a disposizione nei «patti per lo sviluppo» già siglati, sia per il livello regionale che locale, oltreché adottare tutti gli atti necessari per il pieno utilizzo di tutte le risorse per gli investimenti finanziati con questa importante leva di sviluppo e coesione territoriale;
   b) ad implementare e potenziare – proiettandolo anche sul bilancio pluriennale per gli esercizi 2018/2019 – il meccanismo individuato nel decreto-legge «Disposizioni urgenti in materia finanziaria e per il contenimento della spesa pubblica, iniziative a favore degli enti territoriali e delle popolazioni colpite da eventi sismici e misure per il rilancio economico e sociale» che utilizza il ruolo delle regioni come soggetti che costituiscono il volano degli investimenti sul territorio permettendo una programmazione pluriennale con risorse certe e qualificando altresì la spesa pubblica;
   c) ad emanare il decreto ministeriale sulla compartecipazione regionale all'IVA applicativo del decreto legislativo n. 68 del 2011 atteso che la norma è dell'anno 2011 (articolo 9, comma 2), così da permettere alle regioni un ruolo attivo nella lotta all'evasione fiscale sull'IVA in collaborazione con le altre istituzioni così come già accade per l'IRAP e per l'addizionale regionale all'IRPEF ai sensi del medesimo decreto legislativo n. 68 del 2011;
   d) a permettere l'utilizzo, per gli enti locali, dell'avanzo di bilancio per investimenti finalizzati al territorio e al miglioramento dei servizi pubblici per i cittadini;

5) ad adottare gli opportuni provvedimenti affinché le regioni virtuose destinatarie del «turismo sanitario» possano recuperare entro tempi celeri i crediti vantati, trattandosi di cifre considerevoli che le regioni medesime potrebbero utilizzare a compensazione dei tagli subìti per garantire la qualità dei servizi erogati e le fasce di popolazione esentate dal pagamento del ticket sui farmaci;

6) nell'ambito dell'emanazione dei provvedimenti attuativi della riforma del catasto, a mantenere l'invarianza di gettito e, dunque, evitare l'aumento dell'imposizione fiscale sulle rendite catastali;

7) con riguardo all'emergenza dei flussi migratori:
   a) ad attivarsi nelle più opportune sedi dell'Unione europea, in difetto di incisive politiche volte a presidiare in modo efficace le frontiere esterne e a fermare il continuo flusso degli arrivi sulle coste italiane, affinché venga aumentata la quota di partecipazione della stessa alle spese per far fronte all'emergenza migratoria in atto rispetto alle risorse stanziate dall'Italia;
   b) ad assumere le più idonee iniziative affinché venga attuata, anche in ambito comunitario, una tempestiva politica di contenimento dei flussi migratori e di contrasto all'immigrazione clandestina, in particolare mediante l'effettivo presidio e controllo delle frontiere marittime, terrestri e aeree, anche con azioni di respingimento, e mediante la destinazione di adeguate risorse, anziché per l'accoglienza, per assicurare invece, anche in un'ottica dissuasiva, l'immediato allontanamento e rimpatrio di tutti gli stranieri irregolari presenti in Italia;
   c) ad impiegare le risorse nazionali destinate al settore immigrazione e accoglienza per programmi ed interventi finalizzati al sostegno economico e reingresso nel mercato del lavoro a favore dei cittadini che si trovano in stato di disoccupazione e grave difficoltà economica a seguito del perdurare della crisi del mercato del lavoro interno;

8) sul lato delle politiche del lavoro:
   a) ad agire in maniera strutturale e permanente sulla riduzione del costo del lavoro, attraverso l'introduzione di una flate rate volta ad uniformare e standardizzare alla media europea il costo del lavoro italiano, e di una tax rate omnicomprensiva che semplifichi in termini burocratici e fiscali il costo medesimo, perseguendo la duplice finalità di aumentare l'occupazione e rendere maggiormente competitivo il nostro sistema produttivo;
   b) a consolidare la decontribuzione sulle assunzioni a tempo indeterminato prevedendo l'applicazione di un'aliquota percentuale crescente nei primi dieci anni di rapporto di lavoro a tempo indeterminato sino ad un tetto massimo corrispondente alla media europea;
   c) ad intervenire sulle retribuzioni salariali agendo sul tasso di meritocrazia e rivedendo i meccanismi di aumento automatici per anzianità, anche valutando di rendere strutturale la detassazione dei premi e del salario di produttività;

9) con riguardo alle politiche sociali della famiglia:
   a) a porre in essere maggiori misure fiscali ad incentivare la natalità attraverso strumenti di sostegno economici strutturali e non una tantum;
   b) a riconoscere quale priorità inderogabile nell'attuazione delle linee politico programmatiche la realizzazione di interventi in materia di servizi socio-educativi per l'infanzia finalizzati ad efficientare il funzionamento del servizio territoriale, la sua diversificazione, flessibilità e capillarizzazione sul territorio secondo un sistema articolato. Sistema cui concorrono il pubblico, il privato, il privato sociale e i datori di lavoro secondo i seguenti principi:
    1) gratuità dei servizi e delle prestazioni;
    2) requisito prioritario della residenza continuativa della famiglia nel territorio in cui sono richiesti i servizi e le prestazioni;
    3) partecipazione attiva della rete parentale alla definizione degli obiettivi educativi e delle scelte organizzative, nonché alla verifica della loro rispondenza ai bisogni quotidiani delle famiglie e della qualità dei servizi resi;
   c) a promuovere l'incremento delle risorse destinate al Fondo Nazionale delle politiche sociali verificandone, inoltre l'equa ripartizione garantendo che in tutte le città italiane vi sia la medesima accessibilità ai servizi;
   d) ad introdurre un sistema fiscale basato sul quoziente familiare, lo splitting o il fattore famiglia;
   e) a promuovere una politica finalizzata a contrastare la crisi demografica introducendo, nei futuri provvedimenti a sostegno della famiglia e della natalità, un criterio volto ad individuare i beneficiari tra i cittadini italiani comunitari e i cittadini extracomunitari che abbiano dimostrato, realmente, di volersi integrare, avendo acquisito secondo i parametri di valutazione fissati dall'accordo di integrazione di cui all'articolo 4-bis del decreto legislativo n. 286 del 1998 testo unico sull'immigrazione, un punteggio pari ad almeno 30 punti;

10) a prendere immediati provvedimenti, anche attraverso l'utilizzo dello strumento della decretazione di urgenza, a tutela del settore del commercio sulle aree pubbliche, varando norme di carattere speciale, in deroga ai principi generali che derivano dall'applicazione della normativa europea;

11) nell'ambito delle politiche a sostegno del trasporto pubblico locale previste dal programma governativo di medio periodo, a promuovere un'intesa in sede di conferenza unificata, fatte salve le competenze delle regioni, nelle more dell'attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, avente ad oggetto una strategia comune di interventi e di investimenti nel settore del trasporto pubblico locale, individuando piani di efficientamento e razionalizzazione delle reti con il duplice obiettivo di innalzare i livelli di sicurezza e di qualità a beneficio dei passeggeri, e, contemporaneamente, contenere la spesa attraverso l'individuazione dei costi standard a livello nazionale;

12) in tema di interventi infrastrutturali prioritari:
   a) ad inserire nella programmazione gli interventi già definiti e cofinanziati da parte delle regioni e degli enti locali;
   b) tra gli interventi considerati prioritari ad assegnare precedenza assoluta alla realizzazione dei collegamenti con gli Stati esteri confinanti, per i quali risultano contratti già in essere e per i quali sono già state ultimate le tratte estere;
   c) a provvedere allo stanziamento, in tempi brevi, delle risorse necessarie per le impellenti attività di monitoraggio e manutenzione della rete stradale e autostradale ormai a rischio in vari punti, come testimoniano i ripetuti crolli di cavalcavia, e a procedere agli interventi di messa in sicurezza antisismica già programmati come quelli relativi ai viadotti delle autostrade A24 e A25, previsti già nella legge di stabilità 2012, ma mai realizzati;
   d) a provvedere allo stanziamento delle risorse necessarie per avviare la redazione di carte di microzonazione sismica che coprano tutte le aree a più elevata pericolosità sismica del Paese;
   e) in considerazione dei tagli di risorse finanziarie già disposti negli ultimi anni per le province e i comuni, a prevedere meccanismi efficaci e sistematici per finanziare la progettazione esecutiva degli interventi infrastrutturali da parte degli enti locali, allo scopo di poter conformarsi a quanto disposto dalla recente riforma del Codice dei contratti pubblici sulla predisposizione dei progetti da porre a base delle gare di appalto;
   f) a provvedere allo stanziamento di maggiori risorse per la riqualificazione urbana e per la sicurezza delle periferie delle città;

13) in tema di agricoltura:
   a) a considerare di mettere in atto misure aggiuntive, rispetto a quelle già adottate nei tre decreti-legge approvati, in favore degli agricoltori e degli allevatori colpiti dal sisma del 2016 e 2017 anche attraverso l'incremento del Fondo di solidarietà nazionale al fine di finanziare gli interventi a titolo compensativo di cui al decreto legislativo n. 102 del 2004;
   b) ad adottare ulteriori atti normativi, oltre a quello emanato per il settore lattiero-caseario, per rendere obbligatoria l'indicazione in etichetta dell'origine delle materie prime utilizzate, a partire dal grano e dal riso, al fine di garantire ai consumatori una informazione esaustiva e completa sulla tracciabilità del prodotto, quale strumento fondamentale per la tutela e la valorizzazione del Made in Italy.
(6-00306) «Fedriga, Guidesi, Simonetti, Allasia, Attaguile, Borghesi, Bossi, Busin, Caparini, Castiello, Giancarlo Giorgetti, Grimoldi, Invernizzi, Molteni, Pagano, Picchi, Gianluca Pini, Rondini, Saltamartini».