• Testo RISOLUZIONE IN COMMISSIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.7/01297    premesso che:     le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), interferenti endocrine e cancerogene in classe IARC 2B (potenzialmente cancerogene), hanno contaminato un'area di...



Atto Camera

Risoluzione in commissione 7-01297presentato daZOLEZZI Albertotesto diMartedì 27 giugno 2017, seduta n. 821

   Le Commissioni VIII e XII,
   premesso che:
    le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), interferenti endocrine e cancerogene in classe IARC 2B (potenzialmente cancerogene), hanno contaminato un'area di quasi 150 mila chilometri quadrati in Veneto, più di 300 mila persone sono esposte agli agenti chimici e almeno tre province sono colpite, Vicenza, Verona e Padova. Secondo gli investigatori della procura di Vicenza da tempo erano disponibili le prove del grave inquinamento dei terreni e delle acque intorno a Trissino (Vicenza), ma sono state tenute riservate per anni dall'azienda che produce le Pfas composti impiegati per rendere impermeabili i fondi delle pentole e i tessuti e a scopo militare. Trent'anni di ritardi e di silenzi. Trent'anni di studi tenuti in un cassetto, mentre la contaminazione da Pfas si propagava nella falda acquifera del Veneto fino a raggiungere l'estensione mostruosa di oggi. La contaminazione è poi emersa nel 2013 in seguito a uno studio del Cnr (intrapreso a partire dal 2006) sui bacini fluviali, innescando l'emergenza sanitaria e ambientale in Veneto, dove le sostanze sono arrivate a interessare l'acqua potabile. In realtà anche in Lombardia (torrente Lura nel nord di Milano e altri corsi d'acqua) erano state trovate concentrazioni di Pfas superiori a 1.000 ng/litro;
    una relazione dei carabinieri del Noe di Treviso, resa nota in data 14 giugno 2017 dal Tgr Veneto, e inviata al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, all'Istituto superiore di sanità e agli enti locali, punta il dito contro la Miteni, la fabbrica chimica incastonata tra le risorgive della Valle del Chiampo che produce Pfas da quasi mezzo secolo. Secondo il Noe in almeno cinque occasioni, «negli anni 1990, 1996, 2004, 2008 e 2009» la Miteni ha dato incarico a società di consulenza ambientale di verificare lo stato di inquinamento del suo sito industriale: ma l'azienda, pur avendo «l'obbligo giuridico di comunicare agli enti competenti le risultanze emerse – continuano i carabinieri – sino ad oggi non ha mai trasmesso le citate indagini». Fin dal 1990 quindi, secondo la documentazione esaminata dagli investigatori, i consulenti dell'azienda avevano rilevato la contaminazione dei terreni e delle falde da benzotrifluoruri e, in seguito, da perfluoroottanoato di ammonio (Pfoa, un composto della famiglia Pfas), ma «la condotta omissiva del gestore ha comportato che l'inquinamento da Pfas – prosegue il Noe – si propagasse nella falda a chilometri di distanza, provocando il deterioramento dell'ambiente, dell'ecosistema, nonché probabili ricadute sulla salute della popolazione residente che, per anni, potrebbe aver assunto inconsapevolmente acqua contaminata». Nemmeno dopo l'avvio della bonifica del sito nel 2013, nel corso delle conferenze dei servizi, le informazioni contenute negli studi sarebbero state comunicate agli enti, impedendo così di «comprendere ed affrontare efficacemente la problematica». Accuse pesanti, condensate in un passaggio chiave: per quasi trent'anni, in questo modo, la sorgente dell'inquinamento «non è mai stata rimossa e ha continuato a contaminare il terreno e la falda sino ad oggi»;
    finora la Miteni, la cui proprietà è passata più volte di mano negli ultimi anni (dalla Marzotto all'Enichem, dalla Mistubishi alla Icig), ha sempre rigettato le contestazioni avanzando distinguo rispetto alle gestioni passate: «L'attuale gestione – fa sapere l'azienda chimica vicentina – non ha evidenza di alcuna rilevazione effettuata sui terreni prima di quella del 2013. Quelle relazioni che citano i carabinieri noi non le abbiamo mai viste. Quando nel 2013 abbiamo effettuato la caratterizzazione dell'area abbiamo prontamente e volontariamente informato le autorità della presenza di sostanze nell'acqua di falda. L'operato dell'attuale gestione e proprietà è stato sempre improntato al rispetto della legge e alla massima trasparenza». Ma per gli investigatori del Noe la gravità e l'estensione dell'inquinamento, che «potrebbe comportare gravi rischi per la salute umana», rende ormai necessario l'intervento diretto degli organismi nazionali. Se la Miteni avesse comunicato per tempo l'inquinamento chimico di cui era a conoscenza, concludono i Noe, «la ditta avrebbe dovuto sostenere una ingente spesa per la rimozione e lo smaltimento del terreno contaminato, oltre alla necessità di smantellare parte dell'impianto produttivo»;
    secondo la relazione sull'inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in alcune aree della regione Veneto della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati approvata dalla suddetta Commissione nella seduta dell'8 febbraio 2017, oltre il 97 per cento dei Pfas presenti nell'ambiente veneto è dovuto agli scarichi della Miteni. Si legge in tale relazione che l'origine della contaminazione è stata individuata da Cnr-Irsa, comunicata al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e, successivamente, anche dall'Arpa, negli scarichi dell'azienda chimica Miteni spa, posta nel comune di Trissino, la quale si è attivata con la realizzazione, in fasi successive nel tempo, nell'area sud dello stabilimento e nell'area all'interno dello stabilimento, di venti pozzi barriera, per una portata complessiva di progetto di circa 360 mc/h, in continuo emungimento, e trattamento solo di una parte delle acque con carboni attivi (circa 120 mc/h);
    per quanto riguarda gli scarichi nel collettore consortile A.Ri.C.A., che trasferisce nel canale Fratta-Gorzone, all'altezza di Cologna Veneta (Verona), i reflui depurati di cinque depuratori (Trissino, Arzignano, Montecchio, Montebello Vicentino e Lonigo, per un totale circa 2.300.000 abitanti equivalenti), l'Arpa, già nel 2013, aveva appurato:
     1) che l'incidenza della contaminazione esistente nel corso d'acqua anzidetto era dovuta alla rilevante presenza di sostanze perfluoro-alchiliche nello scarico industriale della ditta Miteni spa, allacciata all'impianto di depurazione di Trissino, che contribuisce per il 96,989 per cento all'apporto totale di Pfas scaricati nel Fratta-Gorzone;
     2) che l'inquinamento delle acque era determinato dal fatto che gli impianti di depurazione in questione non sono sufficientemente in grado di abbattere questo tipo di sostanze, non essendo dotati di tecnologia adeguata, mentre la diminuzione della concentrazione allo scarico è dovuta esclusivamente all'effetto diluizione;
    l'Arpa ha imposto alla società Miteni una serie di prescrizioni, volte a ridurre la presenza nel collettore A.Ri.C.A. delle sostanze perfluoroalchiliche, mediante una corretta e costante gestione dei sistemi di filtrazione;
    gli interventi hanno prodotto qualche miglioramento, considerato che vi è un trend in diminuzione di tali sostanze sia in concentrazione, sia in flusso di massa;
    peraltro, la presenza dei composti a 8 atomi di carbonio (Pfoa e Pfos) è andata scemando nel tempo ed è stata sostituita dalla presenza di composti a 4 atomi (Pfba e Pfbs), come emerge dalla relazione Arpa del mese di marzo 2015 e dalla successiva relazione di aggiornamento del 19 giugno 2016, riguardante l'intero periodo di osservazione, a partire dal 25 giugno 2013 al 4 giugno 2016;
    comunque, la diminuzione di Pfoa e Pfos non è dovuta solo all'efficacia dei sistemi di trattamento, dal momento che – come si è osservato – gli stessi non sono adeguati ad abbattere in modo completo tutti i Pfas presenti nei vari flussi, ma è stata principalmente determinata dal fatto che la Miteni non impiega più il Pfoa e il Pfos nei propri processi produttivi, avendoli sostituiti con il Pfba e con il Pfbs a catena corta;
    tuttavia, quand'anche la Miteni completasse l'attività di barrieramento, attualmente in essere, al fine di renderla efficace, mediante la realizzazione di ulteriori pozzi per l'emungimento delle acque a valle dello stabilimento industriale e il trattamento delle acque emunte con carboni attivi e riuscisse a trattenere le acque inquinate, i problemi non sarebbero risolti, posto che – come si è rilevato – l'azienda Miteni è insediata in area di ricarica di falda, in presenza di un acquifero indifferenziato, sicché è altamente probabile che questa contaminazione, non ancora definita nella sua complessità, contribuisca all'inquinamento della falda acquifera a valle, tanto più che la presenza pluridecennale sul sito di queste tipologie di produzioni fa presagire una contaminazione di natura storica;
    infine, le verifiche effettuate dall'Arpa Veneto sulle acque utilizzate per il raffreddamento degli impianti della Miteni – che vengono tuttora scaricate direttamente nel torrente Poscola senza essere convogliate nello scarico aziendale, collettato al depuratore di Trissino – hanno riscontrato, nel corso delle analisi eseguite nel 2014, ancora alcuni valori fuori dai limiti fissati dalla regione nell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata con decreto del 30 luglio 2014, n. 59, che, però, andranno ancora riverificati con i successivi controlli;
    la situazione sulle acque di scarico nel torrente Poscola, dunque, appare migliorata, se si considera che i Pfas totali, riscontrati dall'Arpa Veneto, a seguito dei campionamenti effettuati l'anno precedente, in data 4 luglio 2013, nelle acque di scarico della Miteni nel pozzo A (che comunica direttamente con il torrente Poscola) erano di 28.320 ng/l, mentre i Pfoa erano di 16.067 ng/l e i Pfos di 3.460 ng/l e che il complesso di tali sostanze, dai controlli recenti, risulta diminuito. In ogni caso, si è comunque in presenza di concentrazioni di Pfas ancora notevolmente elevate;
    invero, sulla base degli accertamenti effettuati dall'Arpa, che hanno posto in evidenza il dato per cui il 97 per cento dell'apporto di Pfas scaricati nel Fratta-Gorzone proviene dagli scarichi della Miteni nella fognatura e quindi nel depuratore di Trissino (senza considerare gli altri scarichi inquinati da Pfas che la Miteni scarica nel torrente Poscola) – allo stato – risulta sufficientemente acclarato che proprio da questo sito, giunge la quasi totalità dell'inquinamento dei Pfas nell'area del vicentino. Pertanto appare necessario e urgente intervenire direttamente all'origine del problema, in via preventiva, depurando tutti gli scarichi della società e, dunque, non solo quelli che recapitano in corso d'acqua superficiale (torrente Poscola), già regolati nell'autorizzazione AIA (Pfos 30 ng/l, Pfoa 500 ng/l, altri Pfas 500 ng/l), ma anche quelli che recapitano in fognatura e poi confluiscono al depuratore consortile di Trissino, gestito da Alto Vicentino Servizi Spa. In particolare, dovrebbero essere installati idonei impianti di trattamento che abbattano efficacemente tutti i Pfas, non solo, quelli a 8 atomi di carbonio, ma anche quelli a 4 atomi di carbonio;
    dai fatti sopra esposti risulta:
     1) che le acque che la Miteni scarica nel depuratore consortile e anche nel torrente Poscola contengono sostanze perfluoroalchiliche, con concentrazioni rilevanti di Pfoa e di Pfos;
     2) che tali sostanze appartengono alla classe dei composti organici alogenati, con la conseguenza che rientrano nell'elenco delle sostanze pericolose di cui al n. 15 (composti organici alogenati) della tabella 5 dell'allegato 5, parte terza, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;
     3) che, per quanto sopra osservato sulla particolare natura dei terreni, le acque contaminate percolano nell'acqua di falda idropotabile;
     4) che il principale veicolo dei Pfas è l'acqua, sia per uso potabile che per uso agricolo e zootecnico;
     5) che la popolazione esposta assorbe le sostanze perfluoroalchiliche, che si accumulano nel sangue in concentrazioni molto più alte rispetto alla popolazione non esposta;
    così descritta la situazione in fatto, secondo i presentatori del presente atto, i responsabili della contaminazione sopra descritta potrebbero essere accusati di aver commesso il reato di cui all'articolo 439 del codice penale (avvelenamento di acque destinate all'alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo). In realtà, alla luce della giurisprudenza sopra citata, l'avvelenamento delle acque di cui all'articolo 439 del codice penale sussiste quando le stesse sono potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute, e non solo inquinate. Afferma ancora la giurisprudenza che non deve trattarsi necessariamente di potenzialità letale, essendo sufficiente che il composto inquinante abbia la potenzialità di nuocere alla salute;
    in conclusione, nella consulenza tecnica allegata alla relazione della commissione d'inchiesta, il professor Farinola sottolinea che la persistenza ambientale e la tendenza ad accumularsi nell'organismo per esposizioni prolungate, in combinazione con la sospetta associazione con l'insorgenza di alcune patologie, rappresentano i maggiori fattori di preoccupazione riguardo la presenza di queste sostanze nelle acque potabili e negli alimenti, anche in basse concentrazioni. Come si è ampiamente sopra illustrato, si tratta di conclusioni suffragate:
     1) da uno studio epidemiologico sull'uomo, denominato Progetto Salute C8 in Ohio, effettuato nel 2006, su campioni di sangue di circa 69.000 soggetti residenti nei pressi dell'industria DuPont's in West Virginia, che ha accertato la probabile associazione tra l'esposizione a Pfoa ed effetti sanitari nella comunità, per quanto riguarda le seguenti patologie: ipercolesterolemia, colite ulcerosa, malattie tiroidee, tumori del testicolo e del rene, ipertensione indotta dalla gravidanza e precalmpsia;
     2) da uno studio congiunto tra l'Istituto superiore di sanità e il Policlinico Umberto I di Roma, eseguito negli anni 2008-2009, su 38 donne in gravidanza che vivono a Roma, che ha misurato le concentrazioni di inquinanti persistenti nel sangue delle donne (la misura è stata fatta nel siero del sangue) e le concentrazioni ritrovate nel siero del sangue dei neonati, accertandone il passaggio da madre a figlio;
     3) da uno studio condotto dall'Enea che, con riferimento al periodo 1980-2011, ha accertato nei comuni contaminati da Pfas, appartenenti alle province di Vicenza, Padova, Verona e Rovigo, per entrambi i sessi eccessi statisticamente significativi per la mortalità generale (9 per cento e un 10 per cento in più, rispettivamente, negli uomini e nelle donne), per le malattie cerebrovascolari (22 e 18 per cento in più, rispettivamente, negli uomini e nelle donne) e per l'infarto miocardico acuto (11 e 14 per cento in più, rispettivamente, per uomini e donne) arrivando a stimare 1.260 decessi aggiuntivi nella zona rossa dei Pfas;
     4) da uno «Studio sugli esiti materni e neonatali in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)», a cura del Registro Nascita – Coordinamento malattie rare regione Veneto29, che ha preso in considerazione il periodo compreso tra il 2003 e il 2015. Dallo Studio delle popolazioni dei 21 comuni più esposti ai Pfas delle province interessate (Vicenza, Verona e Padova), facenti parte della cosiddetta «area rossa», popolazioni meno esposte o non esposte degli altri comuni della regione Veneto, emerge, in percentuali significative, l'incremento della preeclampsia, del diabete gestazionale, dei nati con peso molto basso alla nascita, dei nati SGA e di alcune malformazioni maggiori, tra cui anomalie del sistema nervoso, del sistema circolatorio e cromosomiche. Va osservato che le malformazioni sono eventi rari che necessitano di un arco temporale di valutazione più esteso per giungere a più sicure affermazioni ma che gli effetti sulla gravidanza riguardano l'effetto dell'esposizione avvenuta in un breve e recente arco temporale. Durante il periodo indagato sono avvenuti in Veneto 556.314 parti di donne residenti, 15.365 dei quali hanno riguardato madri residenti nei comuni dell'area rossa. I nati nella stessa area ammontano a 15.582, essendo alcuni parti di tipo gemellare. L'estensione del campione è davvero ragguardevole;
    con riferimento agli esiti in gravidanza: il decorso della gravidanza viene riferito dalle donne come fisiologico da oltre l'80 per cento (83,2 per cento in area rossa versus 81,6 per cento in Veneto). Indagando, attraverso le schede dimissioni ospedaliera (SDO), la presenza di specifiche patologie emerge invece che le madri dell'area rossa hanno un rischio più elevato di preclampsia (4,46 per cento versus 3,6 per cento) e di diabete gestazionale (5,35 per cento versus 3,13 per cento), maggiore del Veneto nell'insieme, ma anche di tutte le altre aree se considerate separatamente, confermando quanto emerge dalla letteratura al riguardo. In particolare, si evidenzia una quota progressivamente minore di donne affette da diabete allontanandosi dall'area rossa;
    dal 2003 al 2013, nell'area rossa, la prevalenza di SGA (bimbi piccoli per età gestazionale) è più elevata (3,6 per cento e 3,5 per cento) rispetto a tutte le altre aree indagate e quindi del Veneto (3,0 per cento e 2,9 per cento), avvalorando anche per tale esito quanto emerge dalla letteratura. Solo nell'ultimo biennio (dopo l'utilizzo dei filtri per gli acquedotti) nell'area rossa la prevalenza di SGA subisce un decremento raggiungendo valori sovrapponibili alla media del Veneto (3,1 per cento). Analizzando i bassissimi pesi (<1.000 grammi), spicca la crescita in area rossa registrata nel periodo 2014-2015 (5,4 per cento versus 3,1 per cento);
     5) da uno studio di contaminazione di interesse, anche se di dimensioni più limitate, è quello citato dal direttore generale della direzione prevenzione sanitaria presso il Ministero della salute, Raniero Guerra, nel corso dell'audizione in commissione d'inchiesta del 6 luglio 2016. Lo studio compiuto a Tarragona, (Spagna) dimostrò un accumulo di Pfas a catena corta in fegato, polmoni, ossa, rene e cervello in materiale autoptico derivato da una settantina di cadaveri. I Pfas a catena corta (PFBA e PFBS per esempio) sono ancora prodotti a Trissino, mentre i Pfas a catena lunga non sono più prodotti in tale sede dal 2011 ma utilizzati in svariate manifatture in Veneto, Lombardia e Toscana perlomeno. Questi dati mettono in dubbio la sicurezza dei nuovi Pfas a catena corta che dovrebbero non essere bioaccumulabili a lungo termine secondo i dati aziendali;
     6) esaminando il caso della regione del Sauerland in Germania, la prima scoperta fu fatta nel 2006 da D. Skutlarek e altri autori, D. Skutlarek, M. Exner, H. Farber 2006 – « Perfluorinated surfactants in surface and drinking waters» Environ. Sci. Pollut Res. Int. 13, 299-307 – che riportavano livelli di insieme di 7 PFC (composti perfluoroalchilici) nell'acqua potabile tra 26 e 598 ng/l. Il composto più abbondante osservato era il Pfoa, i cui valori nell'acqua potabile oscillavano tra 22 e 519 ng/l. In sei città di quest'area furono trovate concentrazioni sopra i 100 ng/l. La proporzione di Pfoa sul totale delle sostanze perfluorurate (PFC) rilevate era 50-80 per cento. La fonte di immissione si rivelò costituita da rifiuti industriali con elevata concentrazione di PFC, che erano stati immessi nel suolo da una compagnia di smaltimento rifiuti e disseminati da agricoltori nella regione agricola del Sauerland. Questi dati devono a parere dei presentatori del presente atto far riflettere in merito ai rischi per il territorio della provincia di Mantova caratterizzati da abbondanti spandimenti di fanghi, digestati e percolati provenienti dalle aree contaminate del Veneto, da captazione di acqua da pozzi, dati che riprenderemo puntualmente;
    i Pfc immessi nel suolo erano poi stati dilavati dall'area altamente contaminata in piccoli ruscelli e acque di superficie (fiumi Ruhr, Mohne), dai quali l'acqua potabile veniva prelevata per l'approvvigionamento di molti milioni di residenti nel distretto della Ruhr. Un controllo effettuato tra il mese di luglio del 2006 e il mese di agosto del 2007 mostrò che la somma di Pfos e Pfoa nell'acqua potabile da 17 impianti di fornitura di acqua potabile lungo il fiume Ruhr era al di sotto di 300 ng/l e che i livelli medi erano tra 50 e 100 ng/l. Nel punto più contaminato di Mohnebogen, il trattamento con carbone attivo si dimostrava efficace nel rimuovere oltre il 50 per cento del Pfoa dall'acqua potabile. La concentrazione iniziale di Pfoa maggiore di 500 ng/l, osservata nel maggio 2006, declinava rapidamente a valori molto al di sotto di 100 ng/l, dopo l'uso di filtri a carbone. Questa concentrazione fu dunque stabilita come uno standard di qualità a lungo termine derivante da valori precauzionali per la salute. Un dato interessante riguardo il caso in Germania è costituito dalle concentrazioni di Pfoa misurate nel plasma sanguigno dei cittadini di Arnsberg, la cui sorgente di acqua potabile nel 2006 era il fiume Mohne contaminato. Tali concentrazioni risultavano da 4.5 a 8.3 volte superiore, rispetto a quello di popolazioni di riferimento nelle città vicine (Siegen, Brilon). Uno studio di follow-up ha dimostrato che l'eliminazione dei Pfc dal corpo umano avviene lentamente (10 per cento all'anno per gli uomini, 17 per cento per le donne e 20 per cento per i bambini). In queste zone, dopo la contaminazione, le concentrazioni di Pfoa e Pfos nell'acqua potabile erano di 640 ng/l, mentre la commissione per l'acqua potabile in Germania aveva derivato una concentrazione critica di 300 ng/l, quale soglia massima per lunghe esposizioni. E rilevante il fatto che le concentrazioni dei Pfas nelle acque di superficie erano pressoché simili a quelle rilevate nelle acque potabili, a causa della enorme idrosolubilità di questi composti. Questi dati fanno riflettere sul fatto che la contaminazione di suoli e falde in breve tempo arriva nei rubinetti dei cittadini;
    in tale quadro, altamente problematico sugli effetti tossici dei Pfas sulla salute umana, si inserisce una relazione del 23 novembre 2016 del professor Giovanni Costa dell'Università di Milano sul monitoraggio annuale effettuato – verosimilmente per conto della società Miteni – sui lavoratori della stessa società, a partire dall'anno 2000 fino all'anno 2016, nonché un estratto delle relazioni sull'attività di sorveglianza svolta dallo stesso professor Costa sui lavoratori della Miteni nell'ultimo quinquennio (2010-2015), con le relative conclusioni per ciascuna annualità74, ma i cui dati di riferimento, cioè gli esami emato-chimici e urinari, sono stati coperti da omissis. Non è stata eseguita in ogni caso alcuna verifica dell'effettivo stato di salute dei lavoratori, dopo anni di assorbimento di sostanze perfluoroalchiliche, che come si è visto sono potenzialmente pericolose specie per lunghe esposizioni, nonché di lentissima espulsione dall'organismo umano;
    tutto ciò precisato a proposito del probabile avvelenamento delle acque e delle sostanze alimentari, determinato dalle sostanze perfluoroalchiliche, deve essere tenuto ben presente che proseguendo, com’è pacifico, l'inquinamento ambientale, a dispetto dei pozzi e dei piezometri installati dalla Miteni, non v’è dubbio che, a partire dal 29 maggio 2015, con l'entrata in vigore della legge n. 68 del 2015, potrebbe essere configurabile, secondo i presentatori del presente atto, il reato di omessa bonifica di cui all'articolo 452-terdecies del codice penale;
    a ciò deve essere aggiunto l'ulteriore fatto che gli scarichi della Miteni, sia quelli che passano attraverso il depuratore consortile di Trissino e poi recapitano nel corso d'acqua Fratta-Gorzone, sia quelli che recapitano direttamente nel torrente Poscola, hanno deteriorato le acque superficiali, facendo superare il limite dello standard di qualità di 0,65 ng/l. Si tratta quindi di una chiara causa-effetto di danno ambientale, per altro misurabile, poiché vi è un limite di riferimento di legge (previsto nel decreto legislativo 13 ottobre 2015, n. 172) e, pertanto, appare configurabile secondo i presentatori del presente atto, nella sua attualità, anche il reato di inquinamento ambientale di cui all'articolo 452-bis del codice penale;
    infine, deve essere posto in evidenza che la Miteni ha anche superato i limiti allo scarico nel torrente Poscola, imposti con l'autorizzazione integrata ambientale rilasciata dalla regione il 30 luglio 2014, in quanto gli accertamenti eseguiti da Arpa hanno appurato il superamento dei valori limiti del Pfoa allo scarico in data 30 ottobre 2014, nonché in data 11 dicembre 2014;
    l'Arpa dovrà effettuare nuove verifiche su tali scarichi anche nel 2016 e, nel caso in cui tali superamenti venissero oggi confermati dall'Arpa, si configurerebbe la violazione della norma contenuta nell'articolo 29-quattordecies, commi 3 e 4, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e successive modifiche interveniate (reato contravvenzionale). Sul punto va ricordato che le prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale sul rispetto dei limiti allo scarico da parte della Miteni sono operative a partire dal 30 luglio 2015, cioè a decorrere da un anno dalla data del decreto di autorizzazione AIA, emesso in data 30 luglio 2014;
    emerge evidente la grande confusione che regna nella gestione delle sostanze perfluoroalchiliche da parte della regione e del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, gestione che ha minato l'efficacia dei risultati;
    invero, i limiti dei vari Pfas fissati nelle varie matrici ambientali sono incompleti e si riferiscono a sostanze diverse da matrice a matrice. La breve sintesi che segue chiarisce la situazione:
     scarichi della Miteni in corso d'acqua superficiale: fissati dalla Regione con l'autorizzazione AIA, su tutte le sostanze perfluoroalchiliche (Pfos 30 ng/l, Pfoa 500 ng/l e altri Pfas 500 ng/l). Si tratta di limiti uguali a quelli fissati per le acque potabili;
     Csc nelle acque di falda: fissati dalla regione Veneto solo per il Pfoa (500 ng/l);
     standard di qualità delle acque superficiali: fissati con il decreto legislativo 13 ottobre 2015, n. 172, per il Pfos (0,65 ng/l) e per altre 5 sostanze, con i limiti indicati nella tabella riportata nel capitolo 2 della presente relazione;
     scarichi della Miteni in fognatura: stabiliti da Alto Vicentino Servizi Spa, gestore del depuratore di Trissino, che li ha fissati solo per un numero limitato di Pfas e, per di più, con valori altissimi, del tutto privi di efficacia;
     scarichi del depuratore di Trissino nel collettore A.Ri.C.A.: stabiliti da A.Ri.C.A., gestore dei collettore, che li ha fissati con valori ancora molto alti, dapprima in 15.000 ng/l, per la somma Pfoa + Pfos, e poi differenziati come segue PFPeA: 3.500 ng/l, PFHxA 3.500 ng/l, Pfoa: 1.500 ng/l e Pfos: 300 ng/l, anch'essi privi di qualsiasi efficacia;
    i limiti dello scarico Miteni in fognatura, recapitante nel depuratore Alto Vicentino Servizi Spa, sono rispettati, così come sono rispettati i limiti dello scarico Alto Vicentino Servizi Spa nel collettore A.Ri.C.A;
    tuttavia, tali limiti vengono rispettati dalla Miteni solo in ragione del fatto che, per gli stessi, è stata fissata una soglia elevata, molto al di sopra degli standard di qualità dei corsi d'acqua superficiali;
    sono altresì rispettati i limiti di versamento nel torrente Poscola delle acque utilizzate dalla Miteni per la lavorazione e per il successivo raffreddamento degli impianti, considerato che tali acque dopo il prelievo dalla falda vengono trattate con i carboni attivi;
    viceversa, non sono rispettati i limiti della CSC della falda acquifera sotterranea, fissati dalla regione Veneto solo per il Pfoa, posto che i valori riscontrati sono pari a circa sei volte il valore massimo di 500 ng/l, fissato dalla regione, mentre valori molto elevati presentano i Pfos e la somma dei Pfas, per molte migliaia di nanogrammi per litro, come illustrato nello schema contenuto nella «Tabella 3 – Risultati analitici piezometro MW18», riportato nel capitolo numero 6 della relazione sopra citata. Naturalmente, il grave inquinamento della falda determina anche l'inquinamento delle acque superficiali e anche dello stesso torrente Poscola, a causa del prelievo delle acque di falda per l'utilizzo come acque di processo e di raffreddamento, poi scaricate nel torrente, cui consegue in modo quasi circolare il successivo ritorno in falda di tali acque, da cui viene prelevata anche l'acqua potabile, anch'essa naturalmente gravemente inquinata;
    sul punto, è sufficiente un semplice raffronto tra i valori-limite sopra riportati per le acque potabili, prima, del loro trattamento con i carboni attivi, e quelli proposti in ambito US-EPA (400 ng/l per Pfoa e 200 ng/l per Pfos) o tedeschi (100 ng/l, per la somma dei perfluorurati per una esposizione decennale), per rendersi conto della gravità dell'inquinamento tuttora in essere nell'area compresa nelle province di Vicenza, Verona e Padova;
    infine, la regione Veneto, in data 19 dicembre 2016, ha inviato due relazioni, accompagnate dai relativi allegati di riferimento;
    la prima relazione riguarda la «contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (PFASs) nelle acque ad uso umano» (documento di sintesi aggiornato al 31 agosto 2016). In tale documento di sintesi vengono riportati gli esiti dell'aggiornamento relativo alle concentrazioni delle sostanze perfluoroalchiliche nelle acque destinate al consumo umano, sia della rete acquedottistica, sia della rete dei pozzi privati, anche con riferimento alle acque di pozzo privato per abbeverata;
    i risultati delle elaborazioni statistiche sulle analisi effettuate, nel periodo da luglio 2013 a giugno 2016, pongono in evidenza che, per quanto riguarda i pozzi pubblici, la presenza delle sostanze Pfoa e Pfos risulta essere ampiamente contenuta entro i livelli dei limiti di performance fissati dall'Istituto superiore di sanità, mentre per gli altri Pfas, pur essendo i valori di concentrazione rilevati entro i limiti di performance, gli stessi si avvicinano ai livelli limite fissati dall'Istituto superiore di sanità;
    viceversa, per quanto riguarda i prelievi effettuati nei pozzi privati – sempre nel periodo compreso tra il mese di luglio 2013 e il mese di giugno 2016 – eseguiti su 1.064 pozzi per un totale di 1.228 campionamenti, le elaborazioni analitiche pongono in evidenza il superamento dei livelli limite di performance fissati dall'Istituto superiore di sanità nel 17 per cento dei campioni per il Pfoa, nel 9 per cento dei campioni per il Pfos e nel 23 per cento dei campioni per gli altri Pfas;
    in conclusione, sul punto, le analisi eseguite costituiscono la conferma che il fenomeno di inquinamento delle acque potabili da Pfas, è ancora in atto e che le misure poste in essere per il suo contenimento non sono completamente efficaci;
    l'aggiornamento a dicembre 2015 del monitoraggio delle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) nelle acque superficiali del Veneto (periodo di riferimento luglio 2013-dicembre 2015) conferma che la fonte dell'inquinamento parte dall'area occupata dalla società Miteni e che il barrieramento in atto dentro e fuori lo stabilimento industriale è tuttora insufficiente a bloccare la diffusione delle sostanze perfluoroalchiliche nei bacini idrografici direttamente collegati alla, fonte della contaminazione;
    infine – come si è visto – la regione Veneto ha promosso una vasta azione sanitaria, per verificare la presenza e gli eventuali effetti su persone e alimenti dei Pfas, mediante l'approvazione di due importanti piani di intervento, un «piano di sorveglianza sulla popolazione esposta alle sostanze perfluoroalchiliche» e un «piano di campionamento per il monitoraggio degli alimenti in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in alcuni ambiti della regione dei Veneto». I due piani di intervento prevedono lo screening sanitario su una popolazione di 85.000 persone residenti nella, cosiddetta «area rossa», quale individuata per gli elevati livelli di contaminazione delle acque superficiali e sotterranee ed estesa in ventuno comuni, compresi nelle province di Vicenza, Verona e Padova, nonché il monitoraggio degli alimenti, allo scopo di verificare il livello di contaminazione da Pfas nelle principali produzioni agro-zootecniche dell'area, a rischio e individuare i livelli di sicurezza, di tali contaminanti negli alimenti. I risultati ottenuti dovranno essere correlati ai dati sui consumi alimentari della popolazione della zona a rischio, al fine di stimare l'esposizione per via alimentare, ivi compresa la fonte idrica;
    il direttore della sanità veneta Mantoan risulta essersi sottoposto a plasmaferesi dopo aver riscontrato elevati valori ematici di Pfas nel suo sangue, non sono noti gli esiti di tale trattamento;
    nel percolato di molte discariche del Veneto sono presenti sostanze perfluoroalchiliche in concentrazioni rilevanti, mediamente nella misura di circa 30 mila ng/l. Si tratta di un dato che emerge dalle note dell'ARPA di Verona del mese di ottobre 2016;
    dalle note l'ARPA risulta altresì che il percolato così inquinato non viene trattato solo presso impianti insistenti nella regione Veneto, ma viene esportato presso impianti di altre regioni;
    il documento della Commissione europea del titolo « Occurrence and levels of selected compounds in European Sewage Sludge Samples» del 2012 del titolo precisa che il processo di biodegradazione degli inquinanti organici inizia negli impianti di depurazione (waste water treatment plants – WWTPs), che fungono da fonti puntuali di Pfass sia per gli ecosistemi acquatici, che per l'ambiente terrestre attraverso l'applicazione dei fanghi di depurazione nel suolo e in agricoltura. L'applicazione di fanghi di depurazione come fertilizzante per agricoltura è ampiamente utilizzato in diversi Paesi. L'applicazione di fanghi di depurazione per il suolo può, quindi, essere una potenziale via per i Pfass per entrare nell'ambiente terrestre. Recenti studi hanno dimostrato che l'applicazione di Pfass biosolidi contaminati (fanghi di depurazione) può avere effetti importanti sugli ambienti locali. Sono conosciuti globalmente i gravi inquinamenti in Alabama (USA) con alti livelli di Pfass in campioni di terreno (Pfoa fino a 320 ng/g; Pfos fino a 410 ng/g da Pfass), ma forse il più noto degli inquinamenti da Pfass è avvenuto in Germania (caso Sauerland): nello studio di Robert Loos, del Joint Research Centre, del 21 ottobre 2013, realizzato in collaborazione con l'Ispra, dal titolo « Perfluorinated Chemicals, especially Perfluorinated Alkyl Sulfonates and Carboxylats: European Distribution and legislation» furono pubblicati i risultati degli studi sulle acque superficiali lungo il fiume Mohne contaminate da PFC, la cui causa principale di inquinamento era rinvenibile nell'uso abnorme di inquinati ammendanti sui terreni agricoli. L'ammendante venne distribuito su più di 1.300 terreni agricoli tra il 2000 e il 2006, con la massima concentrazione di Pfoa e Pfos, che si aggiravano tra i 2,4 e 33 mg/Kg; le matrici ambientali principalmente colpite furono la contaminazione di acqua potabile, mentre i campioni di suolo contenevano più Pfos che Pfoa. Un biomonitoraggio umano ha rivelato 4-8 volte l'aumento delle concentrazioni ematiche di Pfoa nei residenti esposti ad acqua potabile contaminata rispetto alla popolazione di riferimento;
    in pratica, anche i fanghi di depurazione civile prodotti in queste aree risentono della contaminazione, addirittura concentrando tali sostanze che verranno riversate nuovamente sui suoli con lo spandimento. In Italia non risulta alcun monitoraggio della presenza dei Pfas nei fanghi di depurazione neppure nelle regioni più impattate (Veneto, Lombardia, Toscana) e prosegue un fiorente «turismo dei fanghi» con oltre 100.000 tonnellate di fango tal quale che viaggiano ogni anno dal Veneto alla Lombardia per non parlare di percolati di discariche giunti per esempio a Castiglione delle Stiviere (Mantova) dalla discarica di San Martino Buonalbergo (Verona) e trattati senza alcun filtro per i Pfas, scaricati in corpo idrico superficiale; è in discussione in commissione ambiente alla Camera la risoluzione Zolezzi 7-00925 che intende impegnare il Governo anche su tale argomento,

impegnano il Governo:

   a predisporre iniziative normative per la dichiarazione dello «stato di emergenza» nell'area sopra indicata, prevedendo in tale contesto un'azione coordinata con gli enti locali volta alla immediata chiusura della Miteni di Trissino (Vicenza) e alla successiva bonifica;
   ad assumere iniziative per vietare la produzione di Pfas a lunga e corta catena su tutto il territorio nazionale e a monitorare con grande attenzione il rispetto dei limiti per gli stabilimenti che eseguono manifattura su composti che li contengano;
   ad assumere le iniziative di competenza per applicare il principio del «chi inquina paga» e per rivalersi al più presto sulla Miteni e su altri eventuali inquinatori per il danno ambientale;
   a promuovere uno studio epidemiologico e di sorveglianza sanitaria sui lavoratori della Miteni degli ultimi 20 anni;
   ad assumere ogni iniziativa di competenza per il ricollocamento di tutti i lavoratori della Miteni;
   ad assumere iniziative di competenza per garantire un approvvigionamento idrico sicuro in tutte le aree colpite e per finanziare nuovi allacciamenti idrici nei territori più colpiti;
   ad assumere iniziative per uniformare i limiti dei Pfas a quelli più stringenti esistenti a livello internazionale;
   ad assumere iniziative per avviare una procedura per avere prodotti con marchio « Pfas free»;
   ad assumere iniziative per finanziare la ricerca per trovare metodi alternativi ai filtri a carbone per il filtraggio delle acqua e la bonifica dei terreni;
   a verificare la presenza di inquinanti nei prodotti destinati all'alimentazione umana (come uova, pesce, carne e altro) e ad assicurare la rimozione degli stessi dal mercato;
   ad assumere iniziative per finanziare la ricerca per trovare sistemi per depurare il sangue dai Pfas, valutando fra l'altro l'efficacia della plasmaferesi;
   ad assumere iniziative, per quanto di competenza, per promuovere monitoraggi sui fanghi di depurazione e sui percolati dell'area inquinata trattandoli come rifiuti speciali pericolosi e bloccando il «turismo dei rifiuti» che sta portando sui suoli di altre regioni tali gravi inquinanti senza alcuna cautela;
   a promuovere, per quanto di competenza, monitoraggi dei Pfas in tutte le regioni italiane potenzialmente colpite dall'inquinamento e a pubblicare i risultati in tempi brevi.
(7-01297) «Zolezzi, Nesci, Benedetti, Businarolo, Busto, Daga, De Rosa, Fantinati, Micillo, Spessotto, Terzoni, Vignaroli».