• Testo MOZIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.1/01658    premesso che:     è comunemente noto che la maggiore componente del debito, pari circa all'84 per cento, è costituita dai titoli obbligazionari, che includono titoli...



Atto Camera

Mozione 1-01658presentato daSIMONETTI Robertotesto diMartedì 4 luglio 2017, seduta n. 826

   La Camera,
   premesso che:
    è comunemente noto che la maggiore componente del debito, pari circa all'84 per cento, è costituita dai titoli obbligazionari, che includono titoli di Stato, ossia tutti i titoli obbligazionari emessi dal Ministero dell'economia e delle finanze, sia sul mercato interno (BOT, CTZ, CCT, CCTeu, BTP, BTP€I e BTP Italia), sia sul mercato estero (programmi Global, MTN e Carta commerciale);
    l'Italia accede ai mercati esteri con differenti modalità: attraverso il programma «Global bond», la modalità di finanziamento più importante, con il quale sono emessi titoli diretti ad investitori di ogni parte del mondo anche se il mercato di riferimento principale è quello degli Stati Uniti che consente di soddisfare la gran parte della propria provvista sui mercati internazionali; attraverso il programma di prestiti a medio termine, «Medium Term Note Program», attivato sin dal 15 luglio 1998, rivolto principalmente ad investitori europei ed asiatici; nonché attraverso il programma di carta commerciale, cui costantemente ha fatto ricorso il Dipartimento del tesoro negli ultimi anni che, grazie alle sue caratteristiche di estrema flessibilità, permette al nostro Paese di finanziarsi emettendo titoli a sconto, di durata inferiore all'anno;
    sul sito del Ministero dell'economia e delle finanze si legge che gli strumenti derivati, nonostante siano utilizzati per attività speculative – e questo uso è stato tra le cause della crisi, prima finanziaria e poi economica, cominciata nel 2007 – «possono però essere utilizzati come strumenti di protezione da rischi finanziari. Questo è l'uso che ne fa il Dipartimento del tesoro, che utilizza i contratti derivati per mettere il servizio di gestione del debito al riparo da eventi sfavorevoli sui mercati finanziari (per esempio, un'impennata dei tassi d'interesse) e sui mercati valutari (per esempio, una dinamica sfavorevole nei rapporti con altre valute di emissione di titoli di debito)»; in questa ottica, servirebbero a diversificare la base degli investitori internazionali per contenere il costo complessivo della provvista ed il rischio connesso al rifinanziamento del debito;
    in sede di audizione presso la Camera, nel febbraio 2015, il Dipartimento del tesoro ha spiegato che si sottoscrivono contratti derivati per assicurarsi una copertura che «minimizzi l'impatto di eventi sfavorevoli»: quest'ultima, però, presenta dei costi, come in tutte le assicurazioni, qualora non si verifichi l'evento sfavorevole. Sempre sul sito è riportato che «il valore di mercato di un contratto derivato non è, quindi, una perdita, ma una fotografia, date le condizioni di mercato del momento in cui la foto è scattata. Il costo effettivamente sostenuto anno per anno è registrato come costo di gestione del debito, al pari degli interessi pagati sui titoli di Stato»;
    sicuramente l'atteggiamento del Governo risulta altalenante: da un lato, si ammette che i derivati siano stati la causa della pesantissima crisi finanziaria, generata dal crollo dei mutui sub-prime nell'estate del 2008 – che portò al fallimento a catena di alcune banche d'affari, tra cui la celeberrima Lehman Brothers – e che poi si è riversata sull'economia reale del mondo intero ed in particolare, in Europa, del nostro Paese, con ripercussioni gravissime sui livelli occupazionali, sull'attività delle imprese e sullo stato di salute dei bilanci pubblici; dall'altro, però, si difendono i derivati, sostenendo che «una corretta valutazione nella gestione dei derivati può essere effettuata soltanto mettendo il costo sostenuto per i contratti in relazione con il costo sostenuto per gli interessi sul debito sottostante» e che «poiché il costo dei derivati tipicamente sottoscritti dal Tesoro cresce quando scendono i tassi di interesse, e diminuisce quando gli stessi crescono, il risultato conseguito grazie ai derivati è di contenere il costo della gestione del debito in un perimetro ragionevolmente pianificabile»;
    è opportuno, quindi, ricordare che la «bolla» finanziaria che ha poi portato alla conseguente crisi è stato il risultato di una ripetuta e globale pratica di speculazione finanziaria ad elevata rischiosità dovuta ad un utilizzo spropositato di alte leve finanziarie associate alla compravendita di titoli «tossici», al fine di moltiplicare i profitti di investitori desiderosi di accumulare immensi guadagni a fronte dell'investimento di un capitale di base minimo. Tra gli strumenti finanziari maggiormente usati si ritrovano proprio i derivati associati a leve finanziarie elevate, oggetto di contrattazione in molti mercati, soprattutto in mercati al di fuori dei centri borsistici ufficiali, ossia in mercati non regolamentati, i cosiddetti OTC;
    la tanto decantata autoregolamentazione del mercato si è rivelata fallimentare e rischiosa, in quanto il sistema finanziario, sottratto ad ogni tipo di controllo istituzionale, ha lasciato il passo a prassi speculative rischiosissime, in cui gli operatori si sono sottratti da qualsiasi responsabilità di ordine debitorio ed etico;
    nel caso di fallimento di uno solo di questi soggetti, l'elevata interconnessione del sistema bancario in questo gioco di speculazione espone al rischio di default dell'intero sistema finanziario e bancario di un Paese, con ripercussioni anche internazionali, e la conseguente necessità di intervento degli Stati con giganteschi piani di salvataggio e ricapitalizzazione, così come è avvenuto anche nel nostro Paese;
    i derivati causano inoltre altri effetti negativi sul debito pubblico: secondo quanto dichiarato dallo stesso Ministro dell'economia e delle finanze presso la Camera dei deputati nel febbraio 2017, in sede di risposta ad un atto di sindacato ispettivo, il Tesoro ha sborsato 5,2 miliardi di euro per contratti derivati in essere con le banche internazionali, ammettendo che le perdite e i debiti prodotti da tali strumenti finanziari erano in continuo peggioramento (alla fine del 2016 il flusso negativo era pari a 37,8 miliardi di euro a fronte di 36,6 miliardi alla fine del 2015). Inoltre, nello stesso anno, 3,2 miliardi di euro di aumento del debito è imputabile alla maturazione delle swaption, ossia dei contratti di opzione su un interest rate swap. Si rammenta che lo swap, appartenendo alla categoria degli strumenti derivati, consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti e si presenta come un contratto nominato (ma atipico in quanto privo di disciplina legislativa), a termine, consensuale, oneroso e aleatorio. Quest'ultimo, pur essendo annoverato come uno dei più moderni strumenti di copertura dei rischi, è comunque irrazionalmente costoso;
    lo scorso anno, infatti, quando le banche hanno deciso di esercitare le proprie opzioni – perché gli swap erano loro convenienti – il Tesoro ha dovuto pagare nel tempo un flusso netto d'interessi pari a 3,2 miliardi di euro;
    tenuto conto che il valore di mercato dei derivati corrisponde al flusso netto dei pagamenti attesi in futuro, è presumibile che le perdite potenziali sui derivati, di cui, come detto, 5,2 miliardi di euro sono stati già pagati nel 2016, possano ulteriormente peggiorare. Infatti, il Ministro dell'economia e delle finanze, nella stessa sede della Camera, ha reso noto che le ristrutturazioni di nuovi swaption avrebbero comportato un incremento del debito superiore a quello registrato;
    in particolare, inchieste di autorevoli organi di stampa hanno rivelato che i contratti con clausola di riservatezza influenzerebbero in maniera corposa l'andamento negativo del debito pubblico; stando alle stesse inchieste, simili contratti, accordati con la Morgan Stanley, sono costati al bilancio del nostro Paese ben 3,1 miliardi nel 2012. Sulla vicenda si è anche espressa la Corte dei Conti che ha quantificato in 4,1 miliardi di euro i danni erariali che potrebbero essere chiesti all'istituto americano e ad alcuni dirigenti del Tesoro;
    ancor più esosi risultano i costi complessivi di tali strumenti: da un report pubblicato dal Tesoro nel 2015, su 2.199 miliardi di debito pubblico, 160 miliardi erano riconducibili ai derivati, per cui si presume, che dal 2012 al 2016 lo Stato italiano abbia sostenuto costi per 16,9 miliardi di euro (con una perdita potenziale di 40 miliardi) solo per questi contratti;
    nonostante il tentativo di rendere più trasparente l'operato del Governo in questo ambito, attraverso l'inserimento nella seconda sezione del documento di economia e finanza (Def), di informazioni di dettaglio sui risultati e sulle previsioni dei conti dei principali settori di spesa, almeno per il triennio successivo, con particolare riferimento a quelli relativi all’«ammontare della spesa per interessi del bilancio dello Stato correlata a strumenti finanziari derivati», sarebbe ancora necessario intervenire al fine di aumentare la responsabilità degli agenti contabili che si occupano di tali investimenti e di individuare con precisione i centri di responsabilità amministrativa a cui imputare eventuali gestioni poco oculate,

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative in tema di trasparenza al fine di rendere noto l'ammontare degli stock in essere relativi ai contratti derivati stipulati dal Ministero dell'economia e delle finanze, da un lato, informando trimestralmente le Camere sui contratti che contengono clausole di riservatezza, compresi i relativi costi sostenuti dal bilancio dello Stato e l'incidenza di questi sul debito e, dall'altro, a fini conoscitivi generali dei cittadini, pubblicando semestralmente sul sito istituzionale del Ministero medesimo i dati relativi ai contratti derivati senza clausola di riservatezza, corredati, ugualmente, dai relativi costi sostenuti e dai dati sull'incidenza di questi sul debito;
2) ad adottare, tenuto conto che i derivati sono strumenti costosi e aleatori connessi al rischio di rifinanziamento del debito, maggiori misure di trasparenza in sede di scelta degli istituti con cui contrattare i derivati, anche sulla base di indirizzi espressi dalle commissioni parlamentari competenti, al fine di stabilire con certezza quale sia l'agenzia che offre le condizioni economiche più convenienti ed abbattere, nella maggior misura possibile, il costo delle commissioni.
(1-01658) «Simonetti, Fedriga, Allasia, Attaguile, Borghesi, Bossi, Busin, Caparini, Castiello, Giancarlo Giorgetti, Grimoldi, Guidesi, Invernizzi, Molteni, Pagano, Picchi, Gianluca Pini, Rondini, Saltamartini».