• Testo INTERPELLANZA

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Atto a cui si riferisce:
C.2/00536 nel saggio «Stress test», appena pubblicato, e i cui contenuti sono stati anticipati da La Stampa e dal Daily Beast, l'ex Ministro del tesoro degli Stati Uniti, Timothy Geithner, riporta fatti...



Atto Camera

Interpellanza urgente 2-00536presentato daBRUNETTA Renatotesto diMartedì 13 maggio 2014, seduta n. 227

Il sottoscritto chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, per sapere – premesso che:
nel saggio «Stress test», appena pubblicato, e i cui contenuti sono stati anticipati da La Stampa e dal Daily Beast, l'ex Ministro del tesoro degli Stati Uniti, Timothy Geithner, riporta fatti sconcertanti e di straordinaria gravità per il nostro Paese;
Geithner, che ha ricoperto l'incarico di segretario al Tesoro dal 26 gennaio 2009 al 28 febbraio 2013 durante il primo Governo presieduto da Barack Obama, rivela infatti nuove e inquietanti informazioni in merito al complotto organizzato contro Silvio Berlusconi per favorire l'ingresso di Mario Monti a Palazzo Chigi, ovvero di un tecnico scelto ad hoc per agevolare le misure imposte da Bruxelles;
nel ripercorrere la disastrosa situazione finanziaria che spinse a progettare il complotto, l'ex Ministro statunitense racconta di essere stato avvicinato da alcuni funzionari europei (nel testo scrive «officials», parola che indica alte burocrazie o personalità legate ai Governi) nell'autunno del 2011, proponendo un piano per far cadere il Premier italiano Berlusconi. Lui lo rifiutò, come scrive nel libro, puntando sull'asse col presidente della Bce Draghi per salvare l'Unione e l'economia globale;
Geithner scrive: «Ad un certo punto, in quell'autunno, alcuni funzionari europei ci contattarono con una trama per cercare di costringere il premier italiano Berlusconi a cedere il potere; volevano che noi rifiutassimo di sostenere i prestiti dell'Fmi all'Italia, fino a quando non se ne fosse andato»;
il complotto iniziò ad essere tessuto nell'estate del 2010, quando «i mercati stavano scappando dall'Italia e la Spagna, settima e nona economia più grande al mondo». L'ex segretario scrive che aveva consigliato ai colleghi europei di essere prudenti: «Se volevano tenere gli stivali sul collo della Grecia, dovevano anche assicurare i mercati che non avrebbero permesso il default dei Paesi e dell'intero sistema bancario». Ma all'epoca Germania e Francia «rimproveravano ancora al nostro West selvaggio la crisi del 2008», e non accettavano i consigli americani di mobilitare più risorse per prevenire il crollo europeo;
nell'estate del 2011 la situazione era peggiorata, però «la cancelliera Merkel, insisteva sul fatto che il libretto degli assegni della Germania era chiuso», anche perché «non le piaceva come i ricettori dell'assistenza europea – Spagna, Italia e Grecia – stavano facendo marcia indietro sulle riforme promesse». A settembre Geithner fu invitato all'Ecofin in Polonia, e suggerì l'adozione di un piano come il Talf americano, cioè un muro di protezione finanziato dal governo e soprattutto dalla banca centrale, per impedire insieme il default dei Paesi e delle banche. Fu quasi insultato. Gli americani, però, ricevevano spesso richieste per «fare pressioni sulla Merkel affinché fosse meno tirchia, o sugli italiani e spagnoli affinché fossero più responsabili»;
è proprio in questo quadro inquietante di supponenza tedesca e incompetenza europea che arrivano le prime pressioni per cambiare il Governo italiano. Al G20 di Cannes lo stesso governatore della Bce, Mario Draghi, gli promette «l'uso di una forza schiacciante». «Parlammo al presidente Obama di questo invito sorprendente – racconta Geithner – ma per quanto sarebbe stato utile avere una leadership migliore in Europa, non potevamo coinvolgerci in un complotto come quello. “Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani”, io dissi». Nonostante il niet degli Stati Uniti, i «funzionari europei» riescono nell'intento: nel giro di poche settimane si dimette il Premier greco George Papandreou, Berlusconi viene sostituito con Monti («un economista che proiettava competenza tecnocratica») e in Spagna viene eletto Mariano Rajoy. A dicembre la Bce approva il piano per finanziare le banche. Piano che viene accolto con euforia da Bruxelles che si affretta a dichiarare che l'Europa è uscita dal tunnel della crisi. «Io non la pensavo così», sottolinea l'ex segretario del Tesoro. E, infatti, nel giugno del 2012 la minaccia del default tornerà a mettere in ginocchio i mercati del Vecchio Continente;
i fatti riportati costituiscono un'ulteriore conferma del fatto che Silvio Berlusconi sarebbe stato costretto alle dimissioni a seguito di un vero e proprio complotto organizzato a Bruxelles per far cadere un Governo eletto democraticamente e piazzarne uno tecnico e asservito all'Unione europea; la testimonianza di Geithner è solo l'ultima di una lunga serie di dichiarazioni che mostrano esattamente il piano che, nell'autunno del 2011, ha portato alla fine del Governo Berlusconi;
recentemente, Peter Spiegel nel Financial Times scrive che Berlino spingeva per il commissariamento dell'Italia. Obama la prese per un'impuntatura irrazionale, diede ragione alle resistenze italiane e alla fine si optò per un comunicato finale vago. Risultato: gli spread continuarono a salire e Silvio Berlusconi fu costretto alle dimissioni;
qualche mese fa Alan Friedman, in «Ammazziamo il gattopardo» (2014), dichiara: «La torrida estate del 2011 è un momento molto importante e storico per l'Italia (...). La Germania della Merkel non ama il primo ministro in carica, Silvio Berlusconi. Tra giugno e settembre di quella drammatica estate accadono molte cose che finora non sono state rivelate. E questo riguarda soprattutto le conversazioni tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Mario Monti, che precedono di 4-5 mesi la nomina dell'allora presidente della Bocconi a Palazzo Chigi, il 13 novembre 2011 (...). Per gli annali della storia il presidente Napolitano accetta le dimissioni di Berlusconi il 12 novembre e avvia, come si conviene, le consultazioni con i gruppi parlamentari e politici. Poi, 24 ore dopo, Monti viene indicato come Premier al posto di Berlusconi. Ma, stando alle parole di Carlo De Benedetti e Romano Prodi, entrambi amici di Monti, e per ammissione dello stesso ex Premier, le cose sono andate diversamente. E quando Friedman insiste con Monti: «Con rispetto, e per la cronaca, lei non smentisce che, nel giugno-luglio 2011, il Presidente della Repubblica le ha fatto capire o le ha chiesto esplicitamente di essere disponibile se fosse stato necessario ?», «Monti ascolta con la faccia dei momenti solenni, e, con un'espressione contrita, e con la rassegnazione di uno che capisce che è davanti a una domanda che non lascia scampo al non detto, risponde: «Sì, mi ha, mi ha dato segnali in quel senso» Parole che cambiano il segno di quell'estate che per l'Italia si stava facendo sempre più drammatica. E che probabilmente porteranno a riscrivere la storia recente del nostro Paese»;
Josè Luis Rodriguez Zapatero, nel libro «Il dilemma: 600 giorni di vertigini» (2013), scrive: «Ci fu una cena ristretta: solo 4 primi ministri europei con i loro ministri economici, i vertici dell'Unione europea, del Fmi e il presidente degli Stati Uniti, seduti attorno a un tavolo piccolo, rettangolare che ispirava confidenza. Una cena sull'Italia e il futuro dell'euro, quasi due ore nelle quali si mise il Governo italiano sotto un duro martellamento perché accettasse lì, a quello stesso tavolo il salvataggio del Fondo Monetario Internazionale e dell'Ue come già Grecia, Irlanda e Portogallo (...). Berlusconi e Tremonti si difesero con un catenaccio in piena regola. Tremonti ripeteva: «conosco modi migliori per suicidarsi». Berlusconi, più casereccio, evocava la forza dell'economia reale e del risparmio degli italiani. Alla fine si arrivò a un compromesso per il quale Fmi e Unione europea avrebbero costituito un gruppo di supervisione sulle riforme promesse. Il Cavaliere spiegò in pubblico che il ruolo del Fmi era di «certificare» le riforme, però il governo italiano risultò toccato profondamente. Solo pochi giorni dopo quel G20, il 12 novembre, Berlusconi si dimetteva. E Mario Monti era eletto primo ministro. Il lettore potrà trame le sue conclusioni»;
anche l'interpellante ha ricostruito nel libro «Il grande imbroglio» (2012) le vicende del 2011, quando, alla vigilia del G20 di Cannes del 3 e 4 novembre 2011, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si rifiuta di firmare il decreto «Sviluppo» che dava attuazione agli impegni presi dal governo italiano con la Commissione e il Consiglio europeo nella lettera del 26 ottobre 2011, costringendo il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, a recarsi al vertice «a mani vuote»; l'interpellante ricostruisce la vicenda qualche mese dopo con un articolo sul Giornale (6 febbraio 2012) e il giorno dopo il consigliere del Presidente della Repubblica per la stampa e la comunicazione, dottor Pasquale Cascella, con lettera al direttore del Giornale, completa il quadro rivelando che la decisione del Presidente della Repubblica di non firmare il «decreto sviluppo» era stata presa nel corso di un incontro con l'allora Ministro dell'economia e delle finanze, Giulio Tremonti. Scrive Cascella: «Il Capo dello Stato ricevette il Ministro dell'economia (Giulio Tremonti) prima della riunione del Consiglio dei ministri» del 2 novembre 2011;
tutto ciò premesso, pare evidente e quanto mai urgente chiarire quanto avvenuto nel corso del 2011, data la delicatezza della questione, che incide direttamente sulla democrazia (visto che l'obiettivo del complotto richiamato era un Governo democraticamente eletto dai cittadini italiani nella primavera del 2008), nonché sul sistema di sicurezza del nostro Paese –:
se il dipartimento delle informazioni per la sicurezza che risponde al Presidente del Consiglio dei ministri sia a conoscenza dei fatti suddetti, e quali iniziative il Presidente del Consiglio intenda adottare al fine di chiarire le circostanze riportate in premessa, per spiegare innanzitutto chi erano i «funzionari» europei citati da Timothy Geithner, e da quale autorità erano stati inviati per veicolare un messaggio così pericoloso da costituire un vero e proprio attentato alla sicurezza e alla democrazia del nostro Paese, ferma restando la volontà dell'interpellante di richiedere la costituzione di una specifica Commissione di inchiesta parlamentare sul punto.
(2-00536) «Brunetta».