• Testo RISOLUZIONE IN COMMISSIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.7/01346 (7-01346) «Basilio, Spadoni, Corda, Frusone, Rizzo, Tofalo».



Atto Camera

Risoluzione in commissione 7-01346presentato daBASILIO Tatianatesto diMercoledì 20 settembre 2017, seduta n. 854

   La III e IV Commissione,

   premesso che:

    il 9 luglio 2017 il Primo Ministro della Repubblica dell'Iraq ha annunciato che le truppe irachene hanno liberato definitivamente la città di Mosul, la più grande città dell'Iraq dopo Bagdad, che, per oltre due anni, è stata la capitale politica, militare ed amministrativa del sedicente Stato Islamico (DaeSh);

    l'offensiva contro Daesh è durata otto lunghissimi mesi. Prima la liberazione da parte delle forze irachene della parte orientale della città, poi la lotta per riprendere il controllo della parte vecchia, dove si trovava la moschea di al-Nuri, dove Abu Bakr al Baghdadi annunciò, nel giugno del 2014, la fondazione del Califfato. La moschea è stata distrutta probabilmente dagli stessi miliziani di Daesh, alla fine di giugno 2017, per privare lo Stato iracheno di quello che sarebbe stato il simbolo più rappresentativo della vittoria contro l'Isis;

    l'intera città è un cumulo di macerie, le sue infrastrutture sono distrutte. Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, 800 mila persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case. Molti hanno trovato un rifugio nei campi profughi e nei centri di accoglienza allestiti nel Paese, i più fortunati sono stati ospitati da amici e parenti. Difficilissime sono le condizioni di chi è rimasto bloccato nella parte vecchia, con la riduzione crescente delle scorte di cibo e acqua;

    la situazione adesso è a rischio di vendette e ritorsioni da parte delle milizie settarie e dello stesso esercito iracheno. Si moltiplicano le voci di esecuzioni sommarie e torture contro uomini accusati di aver sostenuto il Califfato. Anche molte donne sono oggetto di vendette, violenze carnali e privazioni di ogni genere. Il rischio è che le vendette rialimentino quella spirale di odio innescata dalla guerra e dall'invasione dell'Iraq da parte degli eserciti occidentali (l'Italia ha partecipato alle relative missioni internazionali);

    nel 2006, per riparare al tragico errore della duplice partecipazione italiana alla guerra contro l'Iraq («Desert Storm» gennaio/febbraio 1991, e l'operazione «Antica Babilonia», 2003-2006) il Governo Prodi, su pressione dell'opinione pubblica italiana ed in seguito a poderose mobilitazioni pacifiste, aveva posto fine alla partecipazione italiana alla missione in Iraq, richiamando in Patria le truppe;

    nell'estate del 2014 il Governo Renzi, secondo i firmatari del presente atto con il pretesto della lotta a Daesh, che proprio la sciagurata politica di guerra occidentale aveva contribuito a formare, approfittando del risentimento della popolazione irachena con l'operazione «Prima Parthica», riportava le truppe italiane in Iraq senza un vero dibattito pubblico e solo con una informativa – a Camere chiuse – alle Commissioni difesa ed esteri (20 agosto 2014) che approvano una risoluzione anche con il sostegno di una parte dell'opposizione di destra;

    il ritorno in Iraq dei militari italiani sviluppa in modo graduale dapprima con l'invio di armi al Governo autonomo kurdo/iracheno via Bagdad, successivamente con la decisione del Governo pro tempore di partecipare indirettamente alle offensive terresti (con l'invio ad Erbil e Bagdad di 280 istruttori, consiglieri militari e forze speciali) e alla campagna di bombardamenti aerei della coalizione (con lo schieramento in Kuwait di aerei da ricognizione e rifornimento in volo e 220 uomini dell'Aeronautica) con semplice comunicazione alle Commissioni parlamentari competenti (16 ottobre e 17 dicembre 2014) sostenendo che già la risoluzione del 20 agosto 2014 autorizzava il Governo a dispiegare il dispositivo militare;

    lo stesso procedimento – informativo alle Commissioni competenti (19 marzo e 29 luglio 2015) senza il voto di una risoluzione – viene seguito anche quando il Governo pro tempore decide una ulteriore escalation dell'intervento con l'invio ad Erbil di otto elicotteri da combattimento e da trasporto per condurre operazioni CSAR (Combact Search and rescue) con un contingente di 130 militari;

    direttamente in televisione, senza alcuna comunicazione formale al Parlamento, viene annunciata la successiva decisione del Governo di incrementare il contingente militare italiano in Iraq con l'invio di 500 soldati a protezione della diga di Mosul (intervista del Presidente del Consiglio pro tempore Matteo Renzi nella trasmissione «Porta a Porta» del 15 dicembre 2015);

    nessuna comunicazione al Parlamento c'è stata nemmeno nel caso della decisione del Governo pro tempore di inviare, nell'estate 2015, un commando di forze speciali (una trentina di incursori del 9° Reggimento Col Moschin inquadrati nella Task Force 44) nella provincia di Al-Anbar, presso l'aeroporto militare di Taqaddum, tra Ramadi e Falluja (nel triangolo sunnita), allo scopo di assistere in prima linea le forze speciali irachene impegnate contro Daesh su questi due fronti (Operazione «centuria»);

    forze speciali a parte, nel corso del 2016 la consistenza del contingente italiano in Iraq raggiunge quota 1400 uomini: 400 militari e istruttori al Kurdistan Training Coordination Center (KTCC) di Erbil, dove sono basati anche i 130 uomini del task group personnel recovery, 500 militari della task force presidium a Mosul, 90 addestratori della task force Carabinieri a Baghdad e 280 uomini dell'Aeronautica task force Air in Kuwait;

    secondo la deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione italiana alle missioni internazionali – approvata dal Parlamento l'8 marzo 2017 – nel 2017 si prevede che il contingente militare sia incrementato fino a 1500 uomini;

    secondo i dati raccolti nell'edizione «Iraq quattordici anni di missioni italiane» da parte dell'osservatorio Mil€x sulle spese militari e da «Un Ponte per..» le missioni militari in Iraq sono costate dal 2003 ad oggi al contribuente 2,6 miliardi di euro (esattamente 2.648.522.662 euro) a fronte di soli 360 milioni di euro per iniziative di cooperazione e assistenza civile (un rapporto di 1 a 7);

    non è dato sapere se a rapporti invertiti, ovvero con 2,6 miliardi di euro usati per interventi civili (ospedali, scuole, infrastrutture), l'Iraq sarebbe così devastato come lo è oggi o se si sarebbero risparmiare vite umane ed immani sofferenze ad almeno una parte della popolazione civile;

    la battaglia per sconfiggere Daesh e sradicarlo dal sentimento della popolazione irachena comincia adesso. Non è una battaglia militare ma si tratta di una battaglia essenzialmente civile. È quella che riguarda la costruzione di un Iraq includente, multiconfessionale e multietnico in grado di ritessere relazioni e ponti che la guerra ha inopinatamente distrutto o stracciato. Come risarcimento al popolo iracheno l'Italia, come tutte le potenze che hanno partecipato in questi 26 anni a quella che appare ai firmatari del presente atto, di fatto, una guerra contro l'Iraq, ha il dovere di cambiare l'approccio che ha fin qui portato alla catastrofe quel popolo,

impegnano il Governo:

   a prevedere con propri atti urgenti ovvero in sede di presentazione della nuova deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell'Italia alle missioni internazionali prevista dall'articolo 2 comma 2, della legge 21 luglio 2016, n. 145 la trasformazione dell'attuale missione militare in Iraq in una nuova missione a carattere civile a sostegno del processo di ricostruzione, riconciliazione e pacificazione della Repubblica dell'Iraq;

   a rafforzare l'intervento umanitario a sostegno della popolazione civile di Mosul e delle altre città e dei villaggi evacuati a causa della guerra, con particolare attenzione ai progetti tesi a garantire ai bambini il diritto all'istruzione e alla salute;

   ad assumere iniziative presso le autorità militari e politiche della regione autonoma del Kurdistan iracheno e della Repubblica dell'Iraq per evitare il consumarsi di vendette e il ricorso alla tortura e alle esecuzioni sommarie tanto più deplorevoli se effettuate da personale addestrato dalle nostre Forze armate italiane;

   ad adoperarsi affinché le organizzazioni umanitarie internazionali assicurino, la protezione nei confronti delle donne di Mosul (spose, sorelle, figlie di miliziani di Daesh), evitando che debbano subire dai «liberatori» le stesse angherie e gli stessi soprusi patiti durante il Califfato.
(7-01346) «Basilio, Spadoni, Corda, Frusone, Rizzo, Tofalo».