• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

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Atto a cui si riferisce:
S.4/08084 LO MORO, GUERRA, DE PETRIS, RICCHIUTI, BAROZZINO, BATTISTA, BOCCHINO, CAMPANELLA, CASSON, CERVELLINI, CORSINI, DIRINDIN, FORNARO, GATTI, GOTOR, GRANAIOLA, MIGLIAVACCA, PEGORER, PETRAGLIA,...



Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-08084 presentata da DORIS LO MORO
giovedì 21 settembre 2017, seduta n.881

LO MORO, GUERRA, DE PETRIS, RICCHIUTI, BAROZZINO, BATTISTA, BOCCHINO, CAMPANELLA, CASSON, CERVELLINI, CORSINI, DIRINDIN, FORNARO, GATTI, GOTOR, GRANAIOLA, MIGLIAVACCA, PEGORER, PETRAGLIA, SONEGO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'interno e della giustizia - Premesso che:

da tempo è emerso un fenomeno, assai rilevante anche per i risvolti giudiziari, di cui sono state e continuano ad essere protagoniste donne che si ribellano al contesto mafioso in cui sono inserite (per nascita o per matrimonio) e si allontanano anche fisicamente dalle famiglie di appartenenza. Si tratta per lo più di giovani donne, spesso con figli piccoli, che con la loro scelta hanno messo e mettono in grave rischio la loro stessa vita;

sono numerosi i casi di donne in fuga da un destino di criminalità e di sangue che non ritengono più accettabile per sé e per i propri figli. Molti dei loro nomi sono diventati dei simboli della battaglia contro la criminalità organizzata. È così, per esempio, con riferimento alla Sicilia, per la giovanissima Rita Atria, morta suicida dopo la strage di via d'Amelio e rinnegata dalla stessa madre, e per Carmela Ioculano, moglie di un boss, che, dopo aver ella stessa compiuto i delitti commissionati dal clan, ha trovato la forza di collaborare nelle parole delle sue figlie bambine che non volevano appartenere ad una famiglia di mafia. È così anche per le calabresi Lea Garofalo, Giuseppina Pesce, Tina Buccafusca e Concetta Cacciolla che con le loro scelte coraggiose, pagate a caro prezzo, hanno acceso la speranza di poter, dall'interno, fare breccia sull'omertà delle famiglie 'ndranghetiste;

nella maggior parte dei casi, si tratta di donne che iniziano un percorso di collaborazione con lo Stato, riferendo o rendendo testimonianza su fatti delittuosi in cui sono state coinvolte o di cui comunque sono venute a conoscenza. Per questi casi sono applicabili le norme sui collaboratori di giustizia o quelle sui testimoni di giustizia che andrebbero meglio calibrate, tenendo conto del fatto che per lo più si tratta di donne con figli in giovane età e che la tutela coinvolge pertanto non singole individualità, ma nuclei familiari;

cominciano però ad emergere casi di donne in fuga per le quali, a legislazione vigente, non risulta applicabile alcuna tutela, trattandosi di soggetti non qualificabili come collaboratori o testimoni di giustizia. Per questi casi non sono previsti né la possibilità di un cambio di identità né altre tutele particolari, tanto che, per quanto è dato sapere, di loro si occupano non le istituzioni pubbliche, ma solo associazioni come "Libera" o la Caritas;

tale stato di cose non garantisce risposte adeguate che richiedono interventi pubblici sia sotto il profilo della tutela che sotto il profilo dell'assistenza. Gli interventi di quest'ultimo tipo, tra l'altro, non possono essere lasciati per competenza agli enti territoriali, per la circostanza evidente che si tratta di persone che lasciano il contesto di appartenenza per lo più senza una destinazione precisa e duratura sul piano temporale;

è evidente l'importanza non solo simbolica delle scelte compiute da queste donne coraggiose che sfidano contesti familiari criminali, minandone la compattezza, e pagano il prezzo di vivere e far vivere ai loro figli una vita da fantasmi. È anche evidente che le scelte da loro effettuate dovrebbero essere sostenute e aiutate anche per l'effetto destabilizzante che hanno su famiglie che si reggono sulla coesione interna e sull'omertà;

recentemente, soggetti qualificati, per ruolo ed esperienza, come il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Cafiero De Raho, hanno invocato un intervento pubblico in materia. E in effetti, già a legislazione vigente, c'è spazio per un intervento dello Stato capace di affrontare il tema e di contribuire alla costruzione di un progetto che dia delle risposte, anche sperimentali, ponendo le basi eventualmente per mirati interventi legislativi,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza del fenomeno in crescita di donne in fuga da contesti di criminalità organizzata che si trovano senza alcuna assistenza o tutela, non potendo essere qualificate come collaboratrici o testimoni di giustizia;

se siano state già poste in essere azioni positive per affrontare il problema e sostenere le scelte coraggiose di donne che, con il loro comportamento, mettono a serio rischio la solidità e la coesione delle famiglie mafiose e danno così un contributo importante al contrasto della criminalità organizzata;

in caso contrario, se non si ravvisi l'urgenza di valutare quali azioni porre in essere e di avviare progetti, anche sperimentali, che aiutino da subito queste donne.

(4-08084)