• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
S.6/00256 premesso che: dopo Brexit il panorama europeo è caratterizzato dalla prevalenza di due diversi "modelli di sviluppo": da un lato la Francia, le cui orme sono seguite dalla Spagna e dal...



Atto Senato

Risoluzione in Assemblea 6-00256 presentata da LUCIO BARANI
mercoledì 4 ottobre 2017, seduta n.889

Il Senato,
premesso che:
dopo Brexit il panorama europeo è caratterizzato dalla prevalenza di due diversi "modelli di sviluppo": da un lato la Francia, le cui orme sono seguite dalla Spagna e dal Portogallo, e la Germania che, a sua volta, può contare sul sostegno di altri piccoli Paesi: l'Olanda, il Lussemburgo, la Finlandia e via dicendo. Da un lato quindi il "colbertismo"; dall'altro il "capitalismo renano". Lo Stato centrale che svolge un ruolo di regolatore; le banche che controllano l'intera galassia industriale. Con la sola Deutsche Bank che partecipa al capitale di oltre il 70 per cento delle grandi e medie imprese tedesche;
che non si tratti solo di una diversa filosofia è dimostrato dalle differenze sostanziali che si riscontrano nella concreta gestione della politica economica;
la Francia non osserva le regole di Maastricht fin dal 2008, con il suo deficit di bilancio, sempre superiore al 3 per cento. Presenta, tuttavia, un tasso di crescita del PIL pari se non superiore a quello tedesco. Ha visto crescere enormemente il rapporto debito-Pil, violando, in tal modo, la cosiddetta "regola del debito" (impegno ad una riduzione pari al 5 per cento annuo). Presenta infine un deficit strutturale delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, conseguenza della bassa produttività derivante dall'eccessiva rigidità del mercato del lavoro nonostante un tasso di disoccupazione che oscilla intorno al 10 per cento. Un "esercito di riserva" che non è riuscito ad abbattere le barriere di ingresso che impediscono o ritardano il necessario ricambio;
la Germania è l'unico grande Paese europeo che ha rispettato (quasi ) tutte le regole del fiscal compact. Presenta un attivo di bilancio consistente anche se non è riuscita - avendo dovuto sostenere il sistema bancario - a contenere il debito pubblico, secondo quelle regole. Quest'ultimo, infatti, invece di diminuire secondo la progressione auspicata è aumentato: seppure leggermente. Al pari della Francia è completamente uscita dalla crisi del 2007. Ha un mercato del lavoro estremamente flessibile, grazie alle riforme introdotte da Gerhard Schröder, ma pensate da Peter Harz: non a caso responsabile delle risorse umane del gruppo Volkswagen. Presenta un surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, che contraddice le regole europee. Superiore a quello cinese - oltre 8 punti di PIL - è all'origine di numerose contestazioni a livello internazionale, soprattutto da parte dell'amministrazione americana. Da solo rappresenta circa l'80 per cento del surplus dell'intera Eurozona, contribuendo in modo determinante all'eccessiva valutazione dell'euro nei confronti delle altre valute: in primis il dollaro;
il riflesso istituzione di questo diverso modo d'intendere lo sviluppo economico è evidente. In Francia l'Eliseo è il principale propulsore della vita non solo economica del Paese. Il Primo ministro risponde del suo operato al Presidente della Repubblica, salvo il caso di coabitazione - ossia di non uniformità delle maggioranze politiche - nel qual caso la dialettica parlamentare diventa più complessa. In Germania, invece, il potere della Bundesbank è straripante. Al punto da assumere la veste di un competitore politico nelle decisioni più importanti che riguardano l'evoluzione economica del Paese e gli stessi rapporti internazionali. È la Bundesbank che si oppone al completamento dell'Unione bancaria, che vorrebbe l'istituzione di un Fondo monetario europeo per rendere ancora stringente la disciplina finanziaria in tutta l'Eurozona;
mentre la Francia ha fatto di tutto per garantire un livello di benessere adeguato ai suoi abitanti, non esitando di incorrere nelle numerose "procedure d'infrazione", che, tuttavia, sono rimaste senza conseguenze ai fini del rinnovo dei titoli del debito sovrano. Come mostra l'andamento degli spread: media degli scostamenti degli OAT francesi a 10 anni rispetto al Bund tedesco pari ad appena 50 punti base, nel 2017. In Germania si è vissuti nella ristrettezza, nonostante l'abbondanza - anzi la grande abbondanza - di risorse finanziarie. Dovute sia all'attivo della bilancia dei pagamenti che ai trasferimenti di capitale a favore del bund, considerato un baluardo contro eventuali crisi sistemiche dell'Eurozona. In compenso sono aumentate le contraddizioni sociali: salari troppo bassi, forti squilibri territoriali specie nell'ex DDR, aumento della povertà, sofferenza dei pensionati. Una miscela che ha decretato la vittoria di Afd alle ultime elezioni. Il terzo incomodo che ha fatto franare uno dei più solidi equilibri politici dell'intera Europa;
l'Italia si trova nel mezzo di questa morsa. Deve scegliere, in altre parole, se seguire le orme della Francia o continuare nelle politiche di austerità che hanno il marchio tedesco. Come è avvenuto dal Governo Monti in poi. La sua economia, infatti, è sospesa in un limbo. Il suo tasso di crescita, nonostante i risultati più positivi di questi ultimi anni che sono incontestabili, è del tutto insufficiente. Secondo i calcoli del centro studi di Confindustria la sua perdita di benessere rispetto alla media dell'Eurozona - espressa dal diverso andamento del PIL - è stata pari al 24,4 per cento dall'inizio del 2000. Le distanze con i francesi o gli stessi tedeschi sono aumentate di un quarto. E cresceranno ancora, se non vi sarà una svolta, seppure con un ritmo che si spera decrescente. Presenta al tempo stesso un mercato del lavoro ancora troppo rigido, visti i livelli di disoccupazione seppure in lentissima diminuzione, ma vanta un attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, pari al 2,4 per cento in media. Come mostrano le previsioni dello stesso DEF. Surplus strutturale che si pensa possa durare fino al 2020;
l'Italia, in altre parole, è un po' tedesca e un po' francese. Ha forti attivi valutari, ma non un sistema bancario in grado di gestirli, come avviene in Germania. Al contrario quello italiano, nonostante i miglioramenti intervenuti, è ancora oberato dalla zavorra degli NPL (non performing loans). La Banca d'Italia non è certo la Bundesbank. Come è dimostrato dal fatto che il Parlamento italiano, dopo un lungo e forse colpevole silenzio, è stato costretto a varare una commissione d'inchiesta nel tentativo di far luce su fatti che la "Vigilanza" non è riuscita ad intercettare e correggere prima che si arrivasse ad esiti drammatici. Rispetto alla Commissione ha negoziato faticosamente maggiori margini di flessibilità nella gestione del bilancio. Ma, a differenza della Francia, non ha avuto il coraggio di criticare apertamente il fiscal compact e comportarsi di conseguenza. Non ha usato, in altre parole, il possibile maggior deficit per politiche di sviluppo, da destinare esclusivamente al rilancio degli investimenti pubblici e privati (sono in media di 4 o 5 punti di PIL inferiori a quelli francesi, secondo lo stesso DEF) e alla riduzione del peso della pressione fiscale;
si è preferito inseguire la congiuntura non solo economica, ma politica, con piccoli interventi per tamponare le ferite più sanguinolenti, anche a costo di creare nuove segmentazioni della società italiana che sarà quanto mai difficile rimuovere quando si tratterà di pensare veramente ad una politica di sviluppo. Queste incertezze programmatiche, che si spera la prossima legislatura possa superare avendo a disposizione un arco temporale quinquennale, hanno pesato. Pesano alimentando fenomeni di ribellismo, dall'incerto profilo programmatico; pesano sugli squilibri sociali del Paese, che sono aumentati. Pesano anche sulla dinamica del debito pubblico, che non si riesce a contenere e non ci si riuscirà fin quando il tasso di crescita dell'economia reale sarà quello che abbiamo sperimentato in media in questi ultimi dieci anni e fin quando l'inflazione italiana sarà sistematicamente più bassa di quella della media europea;
i due fenomeni sono tra loro collegati. Il target di una crescita dei prezzi del 2 per cento non rappresenta solo un obiettivo della politica monetaria della BCE, su cui Mario Draghi continua ad insistere, anche per rintuzzare le pretese della Bundesbank. Essa rappresenta il segnale più forte di una ripresa che tende a consolidarsi e divenire strutturale. Un'altra differenza significativa con il resto dell'Eurozona. L'inflazione italiana dal 2010 in poi è stata meno della metà di quella europea. Ne hanno indubbiamente beneficiato i percettori del reddito fisso - quindi buona parte della popolazione italiana - e gli esportatori; ma il costo complessivo è stato ingente, scaricandosi su quelle forze (soprattutto i giovani e le donne) che sono state escluse dal mercato del lavoro. Un'inflazione troppo bassa, rispetto agli standard internazionali, altro non è che il rovescio della medaglia della deflazione. Non è un caso se lo scarto maggiore si è verificato proprio negli anni in cui Mario Monti ha guidato il Paese. E non è ancora un caso se proprio in quegli anni si sia verificato il massimo incremento del rapporto debito-PIL: oltre 10 punti di PIL nel 2009 e quasi 7 nel 2012;
purtroppo l'aritmetica del debito è stringente. Ha sostenuto il Governatore della Banca d'Italia nella sua ultima relazione - diagnosi del tutto condivisibile - "Dal 2008 l'incremento del rapporto tra debito e PIL è stato essenzialmente determinato dalla dinamica sfavorevole di quest'ultimo. Se il prodotto fosse cresciuto in termini reali al tasso medio, pur contenuto, degli anni compresi tra l'avvio dell'Unione economica e monetaria e l'inizio della crisi finanziaria e se l'aumento del deflatore fosse stato in linea con l'obiettivo di inflazione della BCE, per il solo effetto di un denominatore più elevato il rapporto tra debito e prodotto sarebbe oggi analogo a quello del 2007." Quasi 30 punti di PIL in meno: il costo dell'incerta collocazione italiana nel quadro delle politiche possibili a livello europeo;
tutto ciò premesso e considerata realisticamente l'attuale fase politica, ad un passo dalle prossime elezioni nonché un certo miglioramento oggettivo dell'evoluzione congiunturale,
impegna il Governo:
a non gettare alle ortiche le proposte avanzate in termini di maggior deficit per costruire fin da ora una diversa prospettiva europea in cui si giunga realmente ad una "valutazione dell'esperienza maturata in sede di attuazione" del fiscal compact, come prevede l'articolo 16 del trattato istitutivo. Chiedendo alla Commissione europea uno specifico report sui risultati conseguiti da ciascun Paese facente parte dell'Eurozona. I risultati conseguiti, i limiti riscontrati, i prezzi pagati in termini di crescita e di sviluppo equilibrato e solidale. Onde acquisire i parametri indispensabili per decidere sul suo eventuale e definitivo inserimento nell'ordinamento comunitario;
facendo presente quale sarà il tributo che l'Italia, anche per il 2018, è chiamata a pagare. Se l'asticella del deficit di bilancio potesse essere fissata al 2,9 per cento del PIL - rispettando le regole di Maastricht, ma non il fiscal compact - l'Italia avrebbe a disposizione altri 23 miliardi da poter destinare - vincolo assoluto - alla crescita degli investimenti pubblici e privati ed alla riduzione del carico fiscale. Una cifra che, stante l'attuale surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, è invece inutilmente congelata, alimentando l'ulteriore artificiale compressione del suo apparato produttivo. In ossequio ad una nuova ortodossia economica, che ha sempre più scarse relazioni con l'andamento del mondo reale.
(6-00256)
BARANI, MAZZONI, AMORUSO, COMPAGNONE, D'ANNA, FALANGA, GAMBARO, IURLARO, LANGELLA, Eva LONGO, MILO, PAGNONCELLI, SCAVONE, VERDINI.