• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

link alla fonte scarica il documento in PDF

Atto a cui si riferisce:
S.4/08253 MINEO - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che: l'articolo 9, comma 1, della Costituzione dichiara solennemente che:...



Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-08253 presentata da CORRADINO MINEO
martedì 17 ottobre 2017, seduta n.899

MINEO - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

l'articolo 9, comma 1, della Costituzione dichiara solennemente che: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica". L'investimento pubblico nello sviluppo della cultura e nella ricerca viene quindi assunto dal costituente come un impegno ineludibile della Repubblica;

nei primi decenni repubblicani il legislatore ordinario non disattende il testo costituzionale e la richiamata prescrizione riceve adeguata attuazione. In particolare, per quanto riguarda la ricerca, il sostegno appare subito robusto. La creazione di enti pubblici di ricerca nazionali, quali il Cnr, l'Infn, l'Enea e il sistema dell'università pubblica, contribuisce a trasformare l'Italia da Paese pressoché rurale in uno dei Paesi più industrializzati e tecnologicamente avanzati del mondo. Questo tipo di intervento viene sostenuto, sia attraverso il sistema politico-istituzionale, che attraverso il sistema produttivo, in special modo pubblico (Eni, Enel, Ferrovie dello Stato). La ricerca diventa una roccaforte della ripresa economica;

la crescita della produttività del lavoro registra però un primo rallentamento già alla fine degli anni '70. La riluttanza al cambiamento del sistema di produzione italiano si manifesta poco per volta, tramite il progressivo disimpegno negli investimenti in ricerca e sviluppo;

nel corso degli anni successivi, la qualità della ricerca pubblica si mantiene in linea con la media europea, malgrado un'insufficiente erogazione di risorse e un numero più basso di ricercatori. L'ingegno italiano resiste, ma il sistema italiano della ricerca si sviluppa in modo disordinato, dal punto di vista sia dei soggetti che vi operano, che delle fonti di finanziamento che lo alimentano. Esibisce una scarsa attitudine all'applicazione dei risultati e alla collaborazione con le imprese. La ricerca privata, dal canto suo, non beneficia di maggiori fondi. Le imprese investono poco e incontrano difficoltà a collegare la propria attività di ricerca con i risultati provenienti dai centri di ricerca pubblica. Diversamente dai competitori europei, esse optano per un mero aggiornamento delle tecniche produttive in luogo di un costante processo di innovazione tecnologica. In buona sostanza, l'investimento delle aziende italiane si rivolge all'acquisto piuttosto che alla produzione di tecnologia, "causando un disavanzo commerciale su un settore strategico" (F. Sinopoli, "Siamo nella società e nell'economia della conoscenza. Ma siamo chi?", in "Italianieuropei", Roma, Italiani Europei - Solaris, 2015);

negli anni '90, le marcate politiche di contenimento della spesa pubblica, la privatizzazione delle strutture societarie di fondamentali enti statali, quali Iri, Eni, Ina ed Enel, unitamente alla progressiva deregolamentazione dei mercati finanziari, finiscono con l'indebolire il già fragile sistema produttivo italiano. A partire dall'1 per cento del 2000, la crescita della produttività dapprima si azzera, per poi registrare addirittura il segno negativo;

negli anni più recenti, nonostante rappresenti un dato oramai inconfutabile che il miglioramento della produttività economica dipenda da essenziali investimenti in ricerca e formazione e che l'innovazione scaturisca, quindi, dall'eccedenza di sapere, l'Italia sceglie di intraprendere un percorso diametralmente opposto. È pur vero, come si è visto, che l'incapacità del nostro sistema produttivo di reagire alla crisi economica del 2007-2008 affonda le sue radici in cause più risalenti e stratificate. La crisi mette a nudo tutti i ritardi accumulati dal sistema economico italiano nei decenni precedenti, aggravandone le conseguenze. Si decide, tuttavia, di picconare la ricerca e di rispondere alla crisi con politiche di breve periodo incentrate su incentivi, sgravi e bonus. Ci si illude che il sistema produttivo possa ammodernarsi in maniera spontanea senza investire capitali pazienti in ricerca e sviluppo;

l'Italia è tuttora sprovvista di una vera strategia nazionale per la ricerca, rischiando di perdere definitivamente i contatti con le tendenze che si affermano a livello mondiale, a cominciare dalle frontiere tecnologiche delle scienze. Dati alla mano, nel nostro Paese, a fronte di una spesa pubblica cresciuta complessivamente del 10,7 per cento tra il 2011 e il 2014, nello stesso periodo, la quota di Pil destinata alla ricerca si arresta impietosamente all'1,27 per cento, di cui circa la metà è rappresentata da risorse messe a disposizione dalle amministrazioni pubbliche (fonte Ocse). Nel 2015 la quota di Pil investita in ricerca si attesta al 1,33 per cento. In entrambi i casi, le percentuali risultano molto lontane dalla media europea, che nel 2015 è del 2,03 per cento (fonte Eurostat), e ancora più distanti dall'impegno assunto con il Trattato di Lisbona, il quale prevede di investire almeno il 3 per cento del Pil in ricerca scientifica. La situazione dei ricercatori è altrettanto critica: nel 2015, in Italia, l'incidenza del numero dei ricercatori ogni mille occupati è di 4,93 contro una media europea di 8,03 (fonte Oecd);

considerato che:

in tale contesto, i colpi inferti nell'ultimo quindicennio agli enti pubblici di ricerca sono risultati spesso durissimi. L'affastellamento normativo, i commissariamenti reiterati, il blocco delle assunzioni, la mancata stabilizzazione dei precari, lo stillicidio delle risorse, la sottoposizione a cervellotici paradigmi ministeriali, l'inadeguatezza delle infrastrutture e la carenza delle strumentazioni digitali costringono gli enti pubblici di ricerca ad operare in una condizione di precarietà permanente. Molti di tali enti sono indeboliti al punto di diventare una sorta di uffici periferici dei ministeri. Sono privati di un chiaro indirizzo politico generale, lesi nell'autonomia scientifica e depauperati da una prolungata mancanza di stabile ricambio generazionale. Qualche segnale favorevole si scorge, allorché Enea bandisce nuovi concorsi. Ma il blocco del turnover,laddove resiste, provoca un innalzamento dell'età media all'interno delle strutture della ricerca. Si tratta di una funesta tendenza, giacché i giovani non sono posti in condizione di dimostrare sul campo le proprie capacità. Sono sottoimpiegati a causa di forme precarie di assunzione e non possono essere chiamati a ricoprire ruoli di responsabilità. In tal modo le istituzioni della ricerca sono obbligate a rinunciare ad una formidabile forza generativa;

gli enti pubblici di ricerca sono in gran parte vigilati dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Altri, invece, rispondono ad un diverso Ministero vigilante. Segnatamente, il secondo tipo di enti svolge ricerca scientifica finalizzata alla realizzazione di predefiniti compiti istituzionali ed al raggiungimento di obiettivi assegnati direttamente dalla normativa vigente, dall'autorità vigilante o sulla base di convenzioni stipulate con il Ministero di riferimento. Tuttavia, data la penuria dei finanziamenti, il bisogno di coprire i costi e il sostegno alla più generale attività di ricerca conduce taluni enti a rivolgersi alla committenza privata. Sono spinti a ricorrere a progetti e commesse esterne per procacciarsi le risorse necessarie e fronteggiare i problemi di bilancio. Così facendo, però, si mortifica la piena autonomia dell'ente nel definire priorità e programmi di ricerca. Per questi motivi, risulta ancor più stringente operare in un ampio regime di fiscalità generale, se si considera, oltretutto, la duplice natura di istituti di ricerca quali Inapp e Ispra, che rendono servizi alla collettività, rispettivamente in tema di politiche del lavoro e in campo ambientale;

il decreto legislativo 25 novembre 2016, n. 218, esprime una rinnovata attenzione al tema della ricerca pubblica. Si colgono nell'impianto del testo interventi positivi. L'istituzione della Consulta dei presidenti, del Comitato di esperti e del Consiglio nazionale dei ricercatori e tecnologi (art. 8) segnalano l'intento di coordinare più efficacemente l'eterogeneo panorama della comunità scientifica. La Consulta dei presidenti risponde, in particolare, alla volontà di armonizzare le attività dei singoli enti con il programma nazionale della ricerca. Stanti, però, le attuali modalità di nomina governativa dei presidenti degli enti, si corre il rischio a parere dell'interrogante di non raggiungere lo scopo prefissato. Per altro verso, a dispetto del rinnovato quadro normativo, non si può che annotare la latitanza della Presidenza del Consiglio dei ministri. Quest'ultima dovrebbe rappresentare la cabina di regia a cui spetta l'onere di indirizzare le scelte politico-programmatiche, che concernono l'attività degli enti. L'attribuzione allo Stato inteso come ordinamento del compito di promuovere la ricerca legittima la ripartizione della funzione su di una pluralità di soggetti. Tuttavia, "l'unicità dello scopo legittima anche la possibilità di una riconduzione all'unità dell'azione dei vari soggetti pubblici attraverso procedimenti di coordinamento e di indirizzo, sia settoriali, che generali" (F. Merusi, "Art. 9", in G. Branca (a cura di), "Commentario della Costituzione", Bologna, Zanichelli, 1975). L'assenza di un reale raccordo rischia pertanto di rendere vani i buoni propositi del decreto;

l'art. 2, comma 1, del già citato decreto legislativo 25 novembre 2016, n. 218, stabilisce che gli enti pubblici di ricerca nei propri statuti e regolamenti recepiscano la raccomandazione della Commissione europea dell'11 marzo 2005 riguardante la Carta europea dei ricercatori e il Codice di condotta per l'assunzione dei ricercatori (2005/251/CE). Ebbene, la Carta europea dei ricercatori afferma nitidamente i principi di stabilità e continuità dell'impiego, di finanziamenti e salari giusti. In tal senso, l'art. 20 del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75, fornisce gli strumenti normativi per superare il precariato nelle pubbliche amministrazioni. La meta prefissata dal legislatore è di giungere alla piena stabilizzazione dei precari e arrestare il ricorso ai contratti a tempo determinato. Senonché, il vincolo all'uso esclusivo di finanziamenti ordinari fa sì che negli enti pubblici di ricerca non si prevedano che poche centinaia di assunzioni di personale precario. Secondo l'Unione sindacale di base (USB) i precari, tra tempo determinato, contratti collettivi di collaborazione ed assegni di ricerca, che soddisfano i requisiti per accedere alla stabilizzazione ammonterebbero a circa 10.000,

si chiede di sapere:

se non sia urgente prevedere con la legge di bilancio per il 2018 lo stanziamento di 300 milioni di euro per provvedere alla stabilizzazione di circa 10.000 precari degli enti pubblici di ricerca, dando concreta attuazione alle procedure previste dal decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75;

se non sia doveroso ancorare la gran parte del finanziamento degli enti pubblici di ricerca alla fiscalità generale, al fine di tutelarne la piena autonomia scientifica, la terzietà e la rispondenza ad esigenze normativamente definite. Le ricerche sostenute dallo Stato sono quelle che si collocano nelle fasce a maggiore rischio di insuccesso, ma che, allo stesso tempo, determinano i più rilevanti progressi tecnologici;

se il Governo intenda assumersi la responsabilità di avviare una seria riflessione per ridefinire l'assetto dell'intero sistema della ricerca pubblica, il quale, ad oggi, risulta disorganico e frammentario, in forza dei molteplici soggetti, che operano in assenza di una strategia unitaria, sovrapponendo, non di rado, azioni e relazioni;

se, per raggiungere obiettivi strategici di lungo periodo, non sia necessario modificare la specializzazione produttiva del sistema economico italiano, investendo considerevolmente e prioritariamente in ricerca e sviluppo, come base per una nuova politica industriale, che consenta quel salto tecnologico indispensabile per competere in campo internazionale.

(4-08253)