• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
S.6/00265 premesso che: nel 2017 il numero degli sbarchi è notevolmente diminuito, rispetto all'anno precedente. Secondo i dati del Ministero dell'interno desunti dal "Cruscotto statistico...



Atto Senato

Risoluzione in Assemblea 6-00265 presentata da LUCIO BARANI
mercoledì 18 ottobre 2017, seduta n.902

Il Senato,
premesso che:
nel 2017 il numero degli sbarchi è notevolmente diminuito, rispetto all'anno precedente. Secondo i dati del Ministero dell'interno desunti dal "Cruscotto statistico giornaliero" si è passati da oltre 145.000 unità (gennaio - 17 ottobre 2016) a poco più di 110.000, con una riduzione pari al 24,25 per cento, fenomeno che ha interessato sia gli uomini e le donne di maggiore età, sia i minori non accompagnati. Nello stesso periodo, questi ultimi sono, infatti, diminuiti da quasi 26.000 unità a poco più di 14.000, con una contrazione di oltre il 46 per cento;
risultati ancora più significativi si hanno se si considera la cadenza temporale degli sbarchi. Nei primi sei mesi del 2016 erano sbarcati in Italia circa 70.000 migranti, che nello stesso periodo dell'anno successivo avevano raggiunto quota 83.000, con un incremento superiore al 20 per cento. A partire dal mese di luglio, invece, il flusso si è quasi arrestato. Gli sbarchi sono infatti scesi (luglio - ottobre) da oltre 60.000 a poco più di 20.000, con una riduzione di quasi il 70 per cento;
l'inversione di tendenza dimostra i successi dell'azione politica italiana. Essa coincide, infatti, con le iniziative assunte in tema di controllo dei salvataggi in mare, grazie alle nuove regole di ingaggio alle quali sono state sottoposte tutte le organizzazioni che operano nel Mediterraneo per fini umanitari. Decisivi sono stati gli accordi con le autorità libiche per responsabilizzarle nell'azione di pattugliamento onde evitare che barconi fatiscenti potessero prendere il largo, oltre le loro acque territoriali. Ugualmente importanti sono stati gli accordi con le tribù locali per giungere al controllo della frontiera sud della Libia: la porta attraverso la quale transita la grande flusso migratorio proveniente dall'area subsahariana e dal Centro Africa. Non si dimentichi che la maggioranza dei migranti proviene dalla Nigeria (16 per cento), dalla Guinea (9 per cento) dalla Costa d'Avorio e dal Bangladesh (8 per cento), dal Mali (5 per cento) e dal Senegal (5 per cento), dal Marocco e dalla Gambia (5 per cento). Migranti soprattutto economici, visto che in quei Paesi non esistono condizioni di guerra o di guerriglia come invece si verifica in altri Paesi, come l'Eritrea o il Sudan (5 per cento);
resta, naturalmente, il problema delle drammatiche condizioni in cui vivono i migranti nei centri di accoglienza della Libia o degli altri Paesi del Maghreb: problema reale che non può tuttavia gravare solo sull'Italia o legittimare - come pure è stato sostenuto - una revisione della politica fin qui seguita, consentendo a tutti il libero ingresso nel nostro Paese. Al contrario: il problema deve essere affrontato in sede ONU con politiche incentivanti che accelerino - come si dimostrerà al punto seguente - l'avvio di processi di sviluppo nel segno dell'equità e dell'inclusione sociale, al fine di garantire una vita più dignitosa a milioni di persone. Ne deriva che condizione essenziale per la concessione di aiuti e finanziamenti internazionali - il tanto vagheggiato "Piano Marshall" - dovrà essere una forte spinta volta a favorire il loro sviluppo democratico, senza il quale le stesse maggiori risorse finanziarie elargite contribuirebbero a rafforzare una struttura di potere, che si risolve contro l'interesse dell'intera popolazione. Occorre, in altre parole, far ricorso a tutti gli strumenti della diplomazia, affinché si ponga fine agli atti di rapina da parte di un ristrettissimo ceto dirigente, nei confronti del proprio popolo. In questo l'Europa può fare molto: esercitando un'azione di denuncia sulle cause effettive che sono all'origine della fuga di migliaia di essere umani che rischiano la vita per abbandonare il loro Paese d'origine, perché oppressi dagli atti predatori delle proprie classi dirigenti;
i Paesi di provenienza dei migranti economici, secondo le statistiche del Fondo monetario, presentano dal 2002 (anno della nascita dell'euro) un tasso di crescita che è decisamente superiore a quello italiano ed a quello dell'Eurozona. La sola Nigeria, che è in testa alla classifica, ha fatto registrare, negli ultimi 15 anni, un tasso di crescita cumulato che è pari a 2,3 volte quello dell'Eurozona e 2,7 volte quello italiano. La Guinea, che invece ne tocca il fondo, ha fatto registrare, nello stesso periodo, un tasso di crescita complessivo che supera di quasi il 50 per cento quello dell'Eurozona e di oltre il 75 per cento quello italiano. Dati che dovrebbero far riflettere chi predica forme di accoglienza "senza se e senza ma". Sebbene il loro livello di reddito pro-capite sia ancora insufficiente, non siamo di fronte ad un improvviso ed imprevedibile disastro umanitario generalizzato. Lo sviluppo dei processi di globalizzazione, al contrario, sta affrancando i vecchi territori che una volta facevano parte del cosiddetto "Terzo mondo". Pur creando "nuove povertà" che sono, tuttavia, il controcanto di immense ricchezze accumulate da un ristretto gruppo sociale. Si dice che nell'aeroporto di Mogadiscio vi siano più jet privati di quelli presenti negli hangar di Nizza. Le condizioni della maggior parte della popolazione, a causa di questi enormi squilibri nella distribuzione del reddito, sono drammatiche. Ma la lotta per l'emancipazione dei popoli richiede una grande battaglia politica in loco, che la fuga organizzata, specie dei giovani, ritarda, aumentando le sofferenze di chi rimane. Da qui la necessità di contribuire, con tutti i mezzi a disposizione, a cambiare quegli assetti di potere che sono all'origine di tante sofferenze;
al grande sforzo italiano, tuttavia, non ha corrisposto un'altrettanta generosità da parte europea. Di fronte ad un flusso di 110.115 migranti sono stati ricollocati o sono in procinto di esserlo (sempre secondo i dati del Ministero dell'interno) appena 13.622 persone, che rappresentano solo il 12,3 per cento dell'intera platea. Il rimanente 87 per cento è stato distribuito tra le varie regioni italiane in modo tutt'altro che uniforme. Si va da un 14 per cento della Lombardia all'1 per cento della Basilicata. Queste cifre, tuttavia, non devono trarre in inganno. Sebbene l'economia italiana sia in leggera ripresa, le condizioni sociali del Paese, a causa di un tasso di disoccupazione a due cifre e della forte crescita dei fenomeni di povertà assoluta e relativa, non solo tali da consentire un assorbimento fisiologico di queste nuove forze lavoro. Per altro più presunte che reali. Questa evidente contraddizione rischia di generare forme di lotte tra poveri, di alimentare la paura ed il disagio: fenomeni di cui l'Europa deve tener conto, onde evitare il successo dei movimenti populisti. Né può bastare il semplice riconoscimento di una maggiore e limitata flessibilità di bilancio, destinata, per altro, a gravare sui contribuenti italiani. Quando occorrono ben altre risorse per far fronte a fenomeni di quella portata;
è bene non dimenticare che, per tasso di crescita, l'Italia si trova da tempo agli ultimi posti della classifica europea, solo leggermente meglio della Grecia. Negli ultimi 15 anni, secondo i calcoli del Centro studi di Confindustria, il divario, in termini di benessere complessivo, rispetto alla media dell'Eurozona è stato pari al 24,4 per cento. Il problema è se si può chiedere ad un Paese che vive in queste condizioni uno sforzo tale da garantire al resto dell'Europa quella tranquillità che gli italiani non riescono ad avere;
tutto ciò premesso impegna il Governo:
a rappresentare al Consiglio europeo l'entità degli sforzi fatti per garantire alla frontiera sud dell'intera Europa una maggiore stabilità. Sforzi che hanno consentito di ridurre il numero degli sbarchi in attesa di poterne regolarizzare il flusso secondo procedure che abbiano un respiro europeo: nel presupposto che il loro necessario contingentamento non può essere lasciato solo ai Paesi di frontiera;
a prendere in considerazione la reale situazione economica e sociale dei Paesi di provenienza al fine di accelerare un loro sviluppo democratico quale principale garanzia per il rispetto dei diritti inalienabile delle persone e sviluppare tutte le iniziative, sul piano internazionale, per costringere le relative classi dirigenti a porre fine agli enormi arricchimenti personali ed operare a favore dei propri popoli; evitando, al tempo stesso, di ridurre il problema storico dell'emancipazione dei popoli ad un semplice fatto umanitario di cui l'Occidente dovrebbe farsi carico con la sola politica delle "frontiere aperte";
a richiedere, nel frattempo, una maggiore partecipazione dei singoli Paesi europei nella ricollocazione dei migranti o nell'opera di rimpatrio dei non aventi diritto, nonché nel finanziamento degli oneri straordinari che derivano dal loro sostentamento e che non possono consistere nel solo riconoscimento di maggiori margini di flessibilità di bilancio.
(6-00265)
BARANI, MAZZONI, AMORUSO, COMPAGNONE, D'ANNA, FALANGA, GAMBARO, IURLARO, LANGELLA, Eva LONGO, MILO, PAGNONCELLI, SCAVONE, VERDINI.