• C. 4768-A-quinquies EPUB MARCON Giulio, Relatore di minoranza

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Atto a cui si riferisce:
C.4768 [Legge di bilancio 2018] Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020


Frontespizio Relazione
Testo senza riferimenti normativi
XVII LEGISLATURA
 

CAMERA DEI DEPUTATI


   N. 4768-A-quinquies


DISEGNO DI LEGGE
APPROVATO DAL SENATO DELLA REPUBBLICA
il 30 novembre 2017 (v. stampato Senato n. 2960)
presentato dal ministro dell'economia e delle finanze
(PADOAN)
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020
Trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica
il 1° dicembre 2017
(Relatore di minoranza: MARCON)


      

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Onorevoli Colleghi! –

Premessa: una manovra che mantiene un impianto recessivo.

      Il Bilancio 2018 configura una manovra finanziaria al ribasso che fa meno di quel che si potrebbe e passa la palla al Governo che verrà.
      Un disegno di legge di bilancio che, pur rallentando il raggiungimento del pareggio di bilancio e riconoscendo che questo vincolo imposto dall'Europa implica tagli alla spesa pubblica e aumenti delle entrate insostenibili sul piano economico e sociale, accetta comunque le regole dell'austerità.
      Il Governo si impegna infatti a ridurre il deficit nel 2018 dello 0,3 per cento del PIL portandolo a un'incidenza dell'1,6 per cento. Ciò mentre la stima del debito pubblico pesa ancora per il 131,6 per cento nel 2017 e per il 130 per cento nel 2018 (nel 2007 era pari al 99,8 per cento del PIL).
      Il Governo vanta la ripresa della crescita economica ( 1,5 per cento nel 2017 e 1,1 per cento la stima per il 2018), ma l'Italia è il Paese che cresce di meno in Europa (la stima della media UE 27 è rispettivamente 2,4 per cento e 2,2 per cento) e il tasso di disoccupazione italiano è ancora all'11,3 per cento nel 2017 e al 10,9 per cento per il 2018 (stima UE).
      L'incerta ripresa dell'Italia risente dei limiti delle politiche economiche adottate in questi anni che hanno preferito sostenere l'offerta (imprese) rispetto alla domanda interna (consumi delle famiglie, spesa pubblica e investimenti). Se non c'è chi consuma (privati e amministrazioni pubbliche) e il poco innovativo sistema produttivo italiano stenta a esportare, è difficile che la produzione aumenti e dunque che cresca l'occupazione. È un circolo vizioso che il Governo avrebbe potuto rompere, ma non l'ha fatto.
      Il tanto declamato Fondo Investimenti istituito con la legge di bilancio 2017 ha una dotazione di 47,55 miliardi su 15 anni. 1,9 miliardi sono stati stanziati l'anno scorso per il 2017, 3,15 miliardi per il 2018 e 3 miliardi l'anno per gli anni successivi. Ricordo che il decreto salva-banche adottato a fine 2016 ha generato impegni sino a 20 miliardi di euro e che la spesa militare prevista per il solo 2018 ammonta a 25 miliardi.
      I tre quarti delle risorse mobilitate dalla manovra di quest'anno (15,7 miliardi di euro) sono di nuovo impegnati per impedire l'aumento dell'IVA. Il resto privilegia il dissennato rilancio degli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato (che riducono il costo del lavoro, ma non aumentano i salari), gli stanziamenti aggiuntivi per il ReI (sul 2018 pochi, 300 milioni) e le agevolazioni fiscali per le imprese (proroga iper e super-ammortamento). Le coperture (incerte) sono affidate all'indebitamento, a maggiori entrate fiscali, alla riduzione della spesa pubblica e alle privatizzazioni.
      Nel complesso la manovra 2018 mantiene un impianto recessivo che non è in grado di rimettere in moto l'economia del Paese.

Come far mandare giù il Fiscal compact.

      Come era previsto al momento in cui l'accordo fu stipulato, nel 2012, dopo cinque anni – cioè ora – si doveva decidere se inserire il Fiscal compact nei Trattati. Questo avrebbe richiesto un'approvazione all'unanimità di tutti i Paesi membri, ed evidentemente non si è voluto correre il rischio. Così si è deciso di emanarlo con una direttiva europea. Qual è la differenza? Bisogna vedere che tipo di direttiva sarà: di norma queste decisioni devono essere recepite nella legislazione dei vari Stati, e in Italia ciò avviene tramite una legge ordinaria; ma c'è anche un tipo di direttiva self-executing, ossia che non ha bisogno della procedura di recepimento ed è immediatamente efficace.


      Come osserva giustamente Carlo Clericetti, i governi e le tecnocrazie europee procedono evitando in tutti i modi possibili di consultare i cittadini, perché sanno che nemmeno con le loro massicce dosi di propaganda riuscirebbero ad ottenere maggioranze che approvino i loro disegni. La democrazia scivola sempre più verso l'oligarchia, e aumenta il rischio che l'opposizione a queste politiche sfoci in un sempre maggiore consenso a partiti populisti che, se riuscissero a conquistare il potere, svelerebbero la loro natura ancora più antidemocratica.
      Un gruppo di intellettuali ha lanciato un appello invitando alla discussione e formulando alcune proposte:

          non si consideri la spesa per investimenti ai fini del calcolo del deficit, innanzitutto;

          poi che si riveda la procedura di calcolo del PIL potenziale, inadeguata e inattendibile;

          che si prenda atto che il 60 per cento del rapporto debito/PIL era il dato medio quando questo parametro fu stabilito, ma oggi la media è al 90 per cento (sempre meno che in Usa e Giappone), e sarebbe irragionevole mantenere fermo quell'obiettivo;

          infine, che l'obiettivo della massima occupazione sia inserito nello statuto della Bce alla pari con quello della stabilità dei prezzi, com'è per l'americana Fed.

      Concordo poi con Clericetti che a queste proposte aggiungeva un accenno al futuro Fondo salva-Stati che dovrebbe trasformarsi in Fondo monetario europeo. Uno strumento del genere può funzionare se deve occuparsi di piccoli Stati, ma se la speculazione a un certo momento attaccasse l'Italia o la Francia una sola istituzione sarebbe in grado di contrastarla, ossia la Bce, che dovrebbe poter intervenire in modo illimitato anche in aiuto di un singolo paese, senza che questo comporti condizioni-capestro.
      Queste sarebbero misure utili a far sì che la nostra situazione non si aggravi ulteriormente, come purtroppo certamente avverrà, visti gli orientamenti del nostro Governo. Come linea generale, non dovremmo assolutamente fare altri passi che ci vincolino ancor di più a questa Europa, dalla quale dovremmo invece cercare di acquisire tutti i possibili gradi di libertà. Chi ha pensato che l'Italia fosse incapace di governarsi, e fosse dunque opportuno vincolarci in modo da farci governare dagli altri (il famoso «vincolo esterno»), non ha capito un aspetto fondamentale: gli «altri» non ti governano facendo i tuoi interessi, ma i propri. Per chi ci sta legando sempre più a questa Europa della «democrazia quando si può» non andrà comunque male, le élites restano sempre a galla.

Fuori dal tunnel?

      La cornice macroeconomica nazionale nel quale il Governo inserisce la manovra di bilancio per il 2018 rimane inalterata rispetto al DEF. In particolare è confermata la crescita del PIL per il 2018 all'1,5 per cento rispetto al quadro tendenziale indicato all'1,2 per cento. La revisione al rialzo della crescita non corrisponde ad un aumento della produttività, dei salari, del mercato interno, ed è dovuta sostanzialmente al quantitative easing messo in campo dalla BCE.
      La maggiore crescita di 0,3 punti percentuali è, sostanzialmente, imputabile alla parziale sterilizzazione delle clausole di salvaguardia – mancato aumento di IVA e accise – per quasi 15 miliardi per il 2018 e poco più di 6 miliardi di euro per il 2019. Rispetto al 2019 è opportuno sottolineare che la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia è parziale. Infatti, la Relazione Tecnica (RT) di accompagnamento alla legge di bilancio per il 2018 cifra le così dette clausole in poco meno di 19 miliardi di euro per il 2019. La differenza – 12 miliardi di euro – è ciò che rimane delle clausole di salvaguardia da «sterilizzare» con la legge di bilancio per il 2019.
      L'indebitamento netto della Pubblica Amministrazione per il 2018 è pari all'1,6 per cento del PIL, ovvero più 0,6 punti percentuali di PIL rispetto al quadro tendenziale.

Questo incremento dell'indebitamento netto permette, in parte, di sterilizzare l'aumento di IVA e accise, e fa il paio con la riduzione del saldo primario che passa dal 2,6 per cento tendenziale al 2 per cento del PIL del quadro programmatico, unitamente ad una corrispondente crescita dell'indebitamento strutturale che passa da meno 0,4 punti di PIL a meno 1 punto di PIL.
      C'è un aspetto economico e finanziario che la legge di bilancio per il 2018 solleva: se la politica sarà costretta a congelare le clausole anche per il 2019, più o meno 12 miliardi, il bilancio pubblico dovrà trovare modi alternativi per risolvere il nodo delle clausole e prefigurare un minimo di politica economica, a meno di non voler ricorrere ogni anno a deficit aggiuntivi, Fiscal Compact permettendo.
      Un quadro macro-economico sul quale il Governo ha esercitato una lettura davvero eccessivamente autocelebrativa. A fronte di quella autocelebrazione, è evidente che poi non vengono aggrediti i nodi fondamentali che, invece, sarebbero dovuti essere affrontati dagli interventi di finanza pubblica.
      Vorrei riportare al riguardo alcune osservazioni dell'ex-responsabile del prestigioso Ufficio studi della Banca d'Italia, Pierluigi Ciocca: «Questi sono i dati di una ripresa ciclica non consolidata nelle componenti della domanda, e mediocre, sia in assoluto sia nel confronto internazionale. Soprattutto, mediocre rispetto a un crollo che dai picchi ciclici trimestrali di dieci anni fa che si commisura negli scarti negativi seguenti: -6,8 per cento il PIL; -4,2 per cento i consumi privati; -27 per cento gli investimenti; -21,4 per cento la produzione industriale; -2 per cento l'occupazione; 7,1 per cento le esportazioni (ma al di sotto del commercio mondiale). Ancor meno può usarsi la parola “crescita”. Farlo è puro analfabetismo economico. Si ha crescita quando la progressione del prodotto, oltre a essere tendenziale (non ciclica), più che da un maggiore impiego del lavoro e delle altre risorse già disponibili ma sotto-utilizzate, scaturisce principalmente da intensificata accumulazione di capitale (al netto del deterioramento fisico e della obsolescenza tecnica dello stock), unita a ricerca, innovazione, progresso tecnico.
      Non è purtroppo questo il caso dell'economia italiana oggi, nonostante la ripresina. La produttività langue su bassi livelli. Lo stock netto di capitale flette. Il prodotto orario del lavoro è diminuito sia nel 2015 sia nel 2016».
      Si è insistito molto, in queste settimane, sulla ripresa, sulle performance del PIL, ebbene, vorrei ricordare il quadro dell'eurozona, perché quando un Governo si autocelebra in riferimento al dato del PIL, dovrebbe ricordare anche il contesto. Nel primo anno di Governo Renzi, l'economia, come dice il Presidente del Consiglio e l'ex Presidente del Consiglio, è ripartita: 0,2 per cento del PIL nel primo anno di Governo Renzi; peccato che nel resto dell'eurozona quella performance è stata di 1,2 per cento del PIL; nell'ultimo anno, alle spalle del Governo Gentiloni, quindi diciamo metà 2016, metà 2017, è vero, l'Italia ha fatto 1,5 per cento di PIL, l'eurozona in media ha fatto il 2,3 per cento.
      È vero i recenti dati macroeconomici segnalano comunque una ripresa dell'economia italiana. Mettendo a confronto Pil, occupazione, ore lavorate, salari, produttività e contratti di lavoro, si possono però individuare alcune fragilità strutturali che consigliano grande cautela nel valutare l'attuale fase di ripresa. In particolare, tali fragilità pongano in modo durevole l'economia italiana su una traiettoria di «poor o precarious-job growth» piuttosto che di «jobless growth».
      Con la variazione positiva del PIL nel III e nel IV trimestre del 2014 l'Italia è, tecnicamente, uscita dalla recessione. Negli ultimi 12 mesi, la crescita ha superato abbondantemente la soglia dell'1 per cento e si prevede che nell'anno in corso superi l'1,5 per cento. Gli occupati hanno raggiunto, nel II trimestre 2017, i 23 milioni, un livello analogo a quello del 2008 e prossimo al massimo storico dal 1992.
      Questi dati macroeconomici, tuttavia, possono celare criticità strutturali in grado di minare le prospettive future della nostra economia. Eccone alcune:

          la riduzione di quasi il 25 per cento della capacità produttiva tra il 2008 ed il 2013;

          i livelli di salari, produttività del lavoro, investimenti in capitale fisico ed in R&S che sono significativamente inferiori alla media europea;

          inoltre, mentre PIL e occupazione crescono, le ore lavorate arrancano, restando lontane dai livelli pre-crisi e ciò fa pensare che manchi la capacità di sfruttare appieno la capacità produttiva e che vi sia la tendenza, con l'esaurirsi degli incentivi all'occupazione stabile nel biennio 2015-2016, a creare occupazione di scarsa qualità, come sembrano, peraltro, confermare la stagnazione dei salari – in contrasto con quanto avviene in media nell'Eurozona – e la recente espansione del lavoro temporaneo a discapito di quello permanente.

Rapporto Bes: Italia sempre più povera e diseguale.

      Nel 2016 è «uscita definitivamente dalla crisi», e se è vero che è aumentato il reddito medio delle famiglie, dall'altro lato «si sono ampliate le disuguaglianze». È un rapporto in chiaroscuro quello dell'ISTAT sul Bes (il benessere equo e sostenibile), con note positive accanto a un focus sulla povertà in preoccupante crescita.
      Continua dunque ad aumentare «la ricchezza» delle famiglie ( 1,6 per cento su base annua), con il reddito medio disponibile pro capite che risulta «pari a 18.191 euro». Di pari passo, come detto, «è aumentata la disuguaglianza». Ecco che «nel 2016 l'incidenza della povertà assoluta, più che raddoppiata durante la crisi, si è mantenuta su valori elevati (7,9 per cento) ed è ulteriormente aumentata tra i minori (12,5 per cento, corrispondente a 1 milione 292mila) mentre gli anziani si confermano il gruppo meno fragile (3,8 per cento)».
      Nel 2016 la speranza di vita alla nascita in Italia, pari a 82,8 anni, recupera completamente la flessione del 2015 (registrata in concomitanza del picco di mortalità che ha interessato molti paesi europei) e aumenta di oltre un anno dal 2010 ( 1,3 per gli uomini, 0,7 per le donne). L'Italia è tra i paesi più longevi in Europa, preceduta solo dalla Spagna.
      E se l'aspettativa di vita cresce, dall'altro lato i giovani tendono ad andare via: secondo l'ISTAT «nel 2016 circa 16 mila laureati italiani tra i 25 e i 39 anni hanno lasciato il Paese e poco più di 5 mila sono rientrati, confermando il trend negativo del tasso di migrazione dei giovani laureati».
      L'Italia continua a essere uno dei paesi UE28 con il minor consumo di risorse materiali pro capite (7 tonnellate contro 13 della media UE). Il conferimento di rifiuti in discarica è in leggera diminuzione (il 24,7 per cento dei rifiuti urbani raccolti, –1,8 per cento rispetto al 2015), mentre aumenta l'incidenza della raccolta differenziata (52,5 per cento, 5 per cento rispetto al 2015) e, a un ritmo più lento, la depurazione delle acque reflue (59,6 per cento nel 2015, era al 57,6 per cento nel 2012 ).
      Il Rapporto conferma che in Italia ci siamo ormai assestati su un livello di abusivismo edilizio di assoluta gravità perché ogni 100 edifici realizzati con le necessarie autorizzazioni, ne vengono tirati su 20 in totale spregio delle leggi. Prima della crisi il rapporto era 9 a 100.

Utilizzo delle mini-flessibilità per attuare una politica fatta di bonus.

      Discutibile e contraddittoria appare la linea seguita in Europa anche dai Governi di questa legislatura. La presidenza italiana dell'Unione Europea poteva essere l'occasione per porre in discussione formalmente la politica economica seguita, imposta dalla Germania, in quanto errata sul piano teorico e inefficace o controproducente su quello pratico (salvo che per la Germania stessa).
      Gli argomenti non mancavano certo. A questo si è arrivati molto più tardi dopo un periodo che è sembrato di acquiescenza alle posizioni di Schauble. Ci si è arrivati con una linea indebolita dall'obiettivo di ottenere individualmente una maggiore flessibilità di bilancio da utilizzare non già per

maggiore spese per investimenti bensì per finanziare la politica dei bonus, senza rendersi conto che la credibilità di un Paese fortemente indebitato come l'Italia dipendeva (e dipende) dalla capacità di rispettare gli impegni assunti, pur mantenendo i propri punti di vista, cercando eventualmente di farli valere anche con convergenze e alleanze con altri Paesi, con il Parlamento europeo, ecc. Anche questo è stato carente.
      Poco si è puntato sul ridisegno della architettura complessiva. Non si è cercato di porre sul tappeto la questione della ristrutturazione del debito europeo, nonostante che a una proposta italiana (Vincenzo Visco) se ne fosse aggiunta una (pressoché identica) avanzata dai «saggi» consulenti della signora Merkel. Non si è posta sul tappeto neppure la questione della concorrenza fiscale in Europa. Durante la crisi greca, invece di fornire un sostegno al Governo di Tsipras, si preferì defilarsi lasciando la Grecia al suo destino, secondo una deriva nazionalista che è andata inevitabilmente crescendo.
      Il Governo con la presentazione della Nota di aggiornamento del DEF 2017 ha chiesto al Parlamento la deroga dal percorso di avvicinamento verso l’«obiettivo di medio periodo» (il pareggio di bilancio). Non è la prima volta. Anzi si tratta della quinta volta che ciò accade. La cosa ha un che di surreale, avendo il Parlamento tutto nella scorsa legislatura approvato una modifica dell'articolo 81 della nostra Costituzione che costituzionalizzava per l'appunto il pareggio di bilancio. Come Sinistra italiana non solo abbiamo presentato una proposta di modifica di tale norma, ma nel corso dell'iter della riforma costituzionale voluta dal PD e da Renzi, abbiamo presentato un emendamento in tale senso che è stato respinto dalla maggioranza; la stessa maggioranza che poi chiede ogni anno un voto trasversale per derogare dalla norma che essa stessa ha fortemente voluta in Costituzione.
      Non sarà la concezione di alcune mini-flessibilità che determinerà una reale discontinuità con le politiche di «austerità espansiva» perseguite dai Governi anche in questa legislatura. Serve una reale correzione di rotta rispetto alle politiche imposte dalle norme dell'Unione europea.
      Renzi ha proposto di portare il deficit per 5 anni vicino al 3 per cento. Ma poi ha subito precisato che si tratta di un programma per la prossima legislatura dove con ogni probabilità il nostro non potrà essere Presidente del Consiglio. Dunque nient'altro che uno spot. D'altronde quando è stato presidente di turno della UE, Renzi non ha neanche accennato a qualsivoglia modifica dei trattati europei.
      Non condividiamo poi l'utilizzo che il Governo propone per questa maggiore flessibilità di bilancio (la moltiplicazione di inutili bonus). Serve una politica di investimenti pubblici dedicata alla conversione ecologica del nostro sistema produttivo, a rimediare al dissesto idro-geologico del nostro Paese, alla messa in sicurezza anti-sismica, dando lavoro qualificato a centinaia di migliaia di giovani.
      Francia e Germania mascherano i loro interessi nazionali sotto presunti ideali europeisti. L'Italia deve sapere difendere i propri interessi nazionali, pesare in Europa. Il nostro paese deve gettare tutto il suo peso nella riforma del Fiscal Compact che dovrebbe essere inserito entro quest'anno nei Trattati europei. Bisogna avere il coraggio di farlo pena la riduzione del nostro Paese a colonia di altri, come le recenti acquisizioni di nostri asset finanziari e produttivi dimostrano.

Politica dell'offerta o politica della domanda pubblica?

      La strategia seguita dai governi Letta-Renzi-Gentiloni si è ispirata sostanzialmente a una politica dell'offerta: riforme strutturali (in primis quella del mercato del lavoro), riduzione delle imposte, tagli alla spesa pubblica, maggiore libertà all'azione privata e riduzione dei vincoli amministrativi.
      In sostanza, l'approccio mainstream che ha dominato il pensiero economico negli ultimi decenni, ma che, dopo la crisi del 2007-08, appariva non solo carente, ma anche superato sia in concreto, in quanto

del tutto inadatto ad affrontare una situazione di deflazione e stagnazione come quella attuale, sia da un punto di vista teorico. Il risultato inevitabile è stato quello di sprecare ingenti risorse con l'obiettivo di rilanciare il consumo delle famiglie che invece è rimasto stagnante (per esempio la Banca d'Italia ha valutato che l'erogazione degli 80 euro si è tradotta in consumi solo per il 40 per cento), e di aumentare i profitti delle imprese nella speranza che esse avrebbero aumentato gli investimenti, cosa che in carenza di domanda non poteva accadere. Peraltro, anche la riduzione del cuneo fiscale (IRPEF e imposte sulle imprese) tentata dal secondo Governo Prodi nel 2006 non aveva avuto successo: la riduzione delle imposte, invece di tradursi in investimenti, determinò similmente un aumento degli accantonamenti delle imprese (e degli imprenditori).
      Anche l'occupazione è stata massicciamente sussidiata con risultati complessivi che andranno valutati allo scadere degli incentivi previsti, ma probabilmente non esaltanti. Inoltre bisogna chiedersi quanto gli incentivi non abbiano contribuito a rendere conveniente impiegare lavoratori a bassa qualifica piuttosto che investire in nuove tecnologie e quindi contribuito alla riduzione della produttività.
      Un altro approccio era invece possibile, come auspicato da molti e dimostrato dal XV rapporto NENS sugli andamenti e prospettive della finanza pubblica italiana che ha simulato gli effetti di una diversa strategia di politica economica basata sul riassorbimento progressivo delle clausole di salvaguardia oggi previste, su una efficace politica di contrasto all'evasione (come quella più volte proposta da uno degli autori) con il contestuale utilizzo dei proventi per misure di riduzione dell'IRPEF e dei contributi sociali (cuneo) e di sostegno delle situazioni di povertà, e utilizzando tutte le altre risorse disponibili, incluse quelle derivanti dalla flessibilità europea, per spese di investimento ad elevato moltiplicatore.
      Questa è la politica che recentemente è stata proposta dal FMI, dall'OCSE e da autorevoli economisti in tutto il mondo. Pur prendendo con cautela i risultati ottenuti dalla simulazione, le direzioni cui avrebbe portato una strategia alternativa sono inequivocabili e di rilievo: nel periodo 2015-18 il PIL sarebbe cresciuto di (almeno) il 6 per cento invece che del 3,8 per cento implicito nelle manovre governative considerando i risultati acquisiti nel 2015 e quelli previsti nei documenti governativi per i tre anni successivi (e probabilmente sovrastimati); l'indebitamento pubblico per il 2017 si sarebbe collocato sull'1,6 per cento invece del 2,3-2,4 per cento oggi previsto; il debito pubblico sarebbe sceso al 130,2 per cento del PIL, 2,5 punti in meno della stima del Governo. Inoltre ci sarebbero stati effetti positivi sull'occupazione, le aspettative e il clima di fiducia generale nei confronti della nostra economia sia in Italia che all'estero.
      È difficile valutare quale sia la politica industriale del Governo, sempre che ce ne sia una. Con industria 4.0 si è cercato di recuperare il terreno per quanto riguarda la digitalizzazione del Paese, ma il processo deve ancora partire. Analogamente la digitalizzazione della PA stenta a decollare e non si vede un disegno ed una visione unitaria. Sono stati confermati gli sgravi fiscali per ristrutturazioni e interventi energetici e ambientali, ma senza disegnare una strategia complessiva di trasformazione ecologica di settori dell'economia (a differenza di quando fatto in altri Paesi, Germania in testa). Si sono predisposti strumenti per affrontare le crisi industriali utilizzando la Cassa depositi e prestiti, ma non si è saputo affrontare la questione delle infrastrutture da una prospettiva generale.
      In concreto la politica industriale di Renzi si è basata soprattutto e principalmente su un consistente insieme di misure di detassazione e incentivazione fiscale a pioggia, sicuramente molto gradito alle imprese, ma non in grado di indirizzare il Paese verso un nuovo assetto industriale e neppure di recuperare il potenziale industriale perso durante la crisi. L'idea di fondo è sempre la stessa: se lo Stato riduce il suo perimetro (riducendo le tasse, i contributi, ecc.) il mercato, le imprese, troveranno nuova energia e nuove opportunità di crescita a beneficio di tutti. Non si è fatto nessuno sforzo, né si è suscitato nessun dibattito su quali settori potrebbe essere utile sviluppare in Italia con il sostegno pubblico tenendo conto delle esigenze del Paese, delle possibili sinergie con la ricerca e le Università, della possibilità di creare occupazione, né si è avviato un dibattito sulla possibilità di utilizzare in modo diverso e coordinato il residuo sistema delle partecipazioni statali, che continua ad essere visto soprattutto come fonte di reddito per la finanza pubblica, prova ne sia la privatizzazione di Poste che è avvenuta prima di esplorare le sinergie che poteva avere con la digitalizzazione del Paese e con lo sviluppo della logistica di consumo. Non è stata elaborata nessuna strategia valida per il Mezzogiorno, mentre si ripropone drammaticamente la questione del dualismo del Paese. Tardiva è stata la predisposizione di Patti con Regioni e Città, che pur andando nella giusta direzione, appaiono spesso affrettati oltre che imperniati su progetti tirati fuori dai cassetti degli Enti locali, e in ogni caso improntati a una logica frammentaria e priva di visione organica. In tutte le politiche verso cui sono state indirizzate risorse pubbliche o varati mutamenti di assetto è mancata una vera e propria regia di attuazione e coordinamento degli attori, in un attivismo mirato a poter vantare interventi e riforme in vari campi, più che curarne la completezza, la qualità, il raccordo e l'implementazione.

Consistenza della Manovra per il 2018.

      Sebbene il Ministro Padoan e il Presidente del Consiglio Gentiloni avevano declinato una manovra prossima ai 20 miliardi di euro per il 2018, in realtà, dalla Relazione Tecnica (RT) è difficile contabilizzare l'entità della correzione. Sulla base della valutazione dell'economista Roberto Romano, il saldo netto da finanziare è pari a 18,5 miliardi di euro se consideriamo anche il decreto-legge n. 148 del 2017, mentre il Governo lo indica in 15 miliardi; se guardiamo all'indebitamento netto – sempre sulla base di un'autonoma valutazione –, questo è pari a 14 miliardi, mentre il governo lo stima in 11 miliardi. La poca trasparenza del Bilancio dello Stato è discussa anche dal professor Pisauro (Ufficio Parlamentare di Bilancio, 7 novembre 2017) quando sottolinea che la «programmazione di corto respiro» finisce per «inficiare la trasparenza dei conti pubblici» e financo gli obiettivi di riduzione del debito.
      Il nodo della legge di bilancio è sempre lo stesso: la sterilizzazione di 15,7 miliardi delle clausole di salvaguardia, finanziato al 70 per cento da deficit aggiuntivo. Come ricorda Pisauro: «L'evoluzione dei saldi è attribuibile quasi interamente all'andamento dell'avanzo primario che (a sua volta) è fortemente condizionato dalle clausole». In altri termini, la legge di bilancio non è solo di corto respiro, ma il sentiero stretto di Padoan condiziona la politica economica del Paese in misura eccessiva.
      Le misure adottate dal Governo sono sostanzialmente tese a sterilizzare le clausole, il 92 per cento della manovra, con delle implicazioni di politica fiscale ed economica di rilievo. Il Governo naviga un po’ a vista, anticipando o spostando nel tempo misure già contabilizzate con la legge di bilancio del 2017.
      Non solo le misure relative al mondo del lavoro e ai pensionandi slittano nel tempo, nella migliore delle ipotesi, ma il sistema delle imprese registra il differimento di alcuni provvedimenti attesi per il 2018, come l'entrata in vigore dell'imposta sul reddito di impresa (IRI) al 2019 – per un controvalore di circa 1,5 miliardi di euro – e il differimento al 2019 di IRI-IRPEF – per un controvalore di 2,2 miliardi –. Lo slittamento della riduzione del prelievo fiscale per il sistema delle imprese era auspicabile – il sistema delle imprese ha registrato una contrazione della pressione fiscale maggiore rispetto a quella del mondo del lavoro –, ma la politica economica scompare e lascia il posto a una idea di bilancio pubblico molto ragionieristico.
      Le risorse destinate al contratto pubblico, quasi 5 miliardi nel triennio 2018/2020 – 1.650 milioni annuo –, così come la sterilizzazione degli effetti del rinnovo del contratto pubblico relativo agli 80 euro – 210 milioni per il 2018/2020 –, appare più

che altro una misura «obbligata» e non una scelta di politica economica. Infatti, non solo nel medio-lungo periodo la spesa per il personale è in contrazione, ma il turnover rimane sempre al di sotto del minimo necessario.
      In ogni caso con una sua recente lettera che la Commissione europea ha inviato all'Italia, si invita di fatto il Paese a trovare, tra oggi e la prossima primavera, circa 3,5 miliardi aggiuntivi per rispettare gli obiettivi di saldo strutturale.

Le principali misure della legge di bilancio per l'anno 2018.

      Questa manovra di bilancio ha tre pilastri fondamentali:

          la sterilizzazione degli aumenti dell'IVA e delle accise;

          il rafforzamento delle detrazioni per gli investimenti privati;

          la decontribuzione per l'occupazione dei giovani.

      Tre quarti della manovra sono necessari per neutralizzare aumenti di IVA e di accise, decisi in larghissima parte con la legge di bilancio per il 2015, cioè con il primo Governo Renzi, per finanziare misure specialmente di contribuzione e, in parte, di sostegno agli investimenti non coperte all'epoca. Si è trattato cioè di prenotazione di risorse dalle future leggi di bilancio, di cui oggi paghiamo il conto salato e lo pagheranno negli anni a venire i prossimi Governi, perché restano più di 12 miliardi per il 2019 e tra i 19 e i 20 miliardi negli anni successivi.
      Sterilizzare le cosiddette clausole di salvaguardia è un dato, un fatto dovuto, ma non rende la manovra espansiva, diversamente da quanto è stato sostenuto da esponenti della maggioranza. Significa solo evitare che sia molto depressiva. Un risultato anche questo, ma sicuramente molto poco esaltante. Tutto bene se avessimo avuto dalle misure finanziate in disavanzo gli effetti sperati; così non è però stato, né per quanto riguarda gli investimenti né per quanto riguarda il lavoro.
      La manovra del Governo di circa 20 miliardi, sembra guardare soprattutto all'imminente appuntamento elettorale e ai vincoli imposti dall'Europa del Fiscal compact: ripropone incentivi per le assunzioni di giovani a tempo indeterminato (che tanto possono essere licenziati quando serve) che avvantaggiano le imprese, non certo i salari dei lavoratori; sul 2018 aggiunge poche risorse (300 milioni) agli stanziamenti già decisi per il Fondo contro la povertà e crea un nuovo Fondo per le politiche per la famiglia destinandovi 100 milioni di euro, assorbito poi dal così detto «bonus bebè»; proroga le agevolazioni fiscali per le imprese (super e iper ammortamento sull'acquisto di beni, soprattutto tecnologici). La gran parte delle risorse mobilitate incide sugli anni successivi al 2018 lasciando al futuro Governo che verrà la responsabilità di confermarle. Del resto è quanto permette ciò che resta dopo l'impegno di ben 15,7 miliardi di euro per impedire l'aumento dell'IVA il prossimo anno.
      Il Governo, presentando il ddl di bilancio, ha vantato la ripresa della crescita economica ( 1,5 nel 2017 e 1,1 per cento la stima per il 2018), ma l'Italia è il Paese che cresce di meno in Europa (la stima della media UE 27 è rispettivamente 2,4 per cento e 2,2 per cento) e il tasso di disoccupazione italiano è ancora all'11,3 per cento nel 2017 e al 10,9 per cento per il 2018 (stima UE).
      L'incerta ripresa dell'Italia risente dei limiti delle politiche economiche adottate in questi anni che hanno preferito sostenere l'offerta (imprese) rispetto alla domanda interna (consumi delle famiglie, spesa pubblica e investimenti). Se non c'è chi consuma (privati e amministrazioni pubbliche) e il poco innovativo sistema produttivo italiano stenta ad esportare, è difficile che la produzione aumenti e dunque che cresca l'occupazione. È un circolo vizioso che il Governo avrebbe potuto rompere, ma non l'ha fatto.
      Il tanto declamato Fondo Investimenti, istituito con la legge di bilancio 2017, ha una dotazione di 47,55 miliardi su 15 anni. 1,9 miliardi sono stati stanziati l'anno scorso per il 2017, 3,15 miliardi per il 2018 e 3

miliardi l'anno per gli anni successivi. Ricordo che da solo, il decreto salva-banche adottato a fine 2016 ha generato impegni sino a 20 miliardi di euro e che la spesa militare prevista per il solo 2018 ammonta a 25 miliardi.
      Relativamente al capitolo «misure per la crescita», ovvero la «riduzione del prelievo fiscale» – sterilizzazione clausole IVA –, le risorse, come già ricordato, sono legate alla parziale sterilizzazione delle clausole di salvaguardia: 15 miliardi per il 2018 e 6 miliardi per il 2019. Le altre misure dedicate alla crescita sono la proroga del super ammortamento del 250 per cento per i beni strumentali, l'ammortamento del 140 per cento per i software e l'iper ammortamento del 130 per cento per i beni strumentali materiali. Complessivamente sono pari a quasi 900 milioni disponibili per il 2019. A queste risorse si aggiungono i provvedimenti relativi a Industria 4.0: legge Sabatini, credito d'imposta per la formazione industria 4.0 e il potenziamento degli istituti tecnici superiori. Complessivamente 300 milioni per il 2019. Il modello sotteso è noto: riducendo il prelievo fiscale e aumentando le agevolazioni agli investimenti privati dovrebbero ripartire gli investimenti e quindi la crescita del PIL. In altri termini, la crescita degli investimenti privati non proviene dalla necessità di soddisfare la domanda (crescente) di consumo, piuttosto dalla riduzione del prelievo fiscale.
      Altrettanto significativa è la così detta decontribuzione per i giovani a tempo indeterminato, nella misura di 3 mila euro, pari a 381 milioni nel 2018, 1,1 miliardi nel 2019 e 2020, con una stima di nuovi occupati giovani (under 35) pari a 350.000 per il 2018, 290.000 per il 2019 e 300.000 nel 2020, con una proiezione a 900.000 nel 2023. La relazione tecnica non spiega se questi sono lavoratori aggiuntivi o sostitutivi rispetto al trend in essere. Questa assenza analitica pregiudica la veridicità (efficacia) della misura. Infatti, la precedente misura di sostegno all'occupazione a tempo indeterminato, con dei costi non banali per le casse dello Stato, non è riuscita a modificare il corso del mercato del lavoro. Il risultato netto è positivo, ma in misura piuttosto contenuta. Non solo la legge di stabilità per il 2015 ha stanziato 11,8 miliardi per il triennio 2015-2017 (1,886 miliardi di euro per il 2015, 4,885 per il 2016 e 5,030 per il 2017, a cui vanno aggiunti i costi da corrispondere tra il 2018 e il 2019), stimando un aumento di contratti a tempo indeterminato pari a circa un milione, ma la crescita occupazionale non è univoca. In base agli stessi dati dell'ISTAT, si può misurare l'incremento occupazionale netto come la differenza tra la media dello stock di occupati nel 2015 e quella relativa al 2014. In questo caso l'aumento occupazionale a tempo indeterminato è pari a 114.000. Risultati un po’ diversi da quelli veicolati dal Governo.
      Relativamente allo Stato Sociale, le misure sono quelle indicate nella nota di aggiornamento del DEF. Tra queste è giusto ricordare il Fondo per la lotta alla povertà (300 milioni per il 2018, 700 milioni per il 2019 e 900 milioni per il 2020) a cui devono essere aggiunti i milioni per il bonus bebè. Nuovo è il capitolo legato alla promozione del welfare di comunità (100 milioni a partire dal 2019). Si tratta di un credito di imposta per le erogazioni a progetti realizzati dalle fondazioni finalizzate alla riduzione della povertà e della fragilità, ma questo provvedimento assomiglia molto alla privatizzazione (cessione) di attività che di norma dovrebbero essere pubbliche.
      La previdenza, invece, non è interessata da nessun provvedimento se non poche eccezioni all'aumento dell'età pensionabile per alcuni (non tutti) lavori gravosi. Solo l'APE sociale registra delle risorse finanziarie stanziate per il triennio 2018/2020: rispettivamente 80 milioni, 93 milioni e 80 milioni. Per come è impostata la legge di bilancio è difficile prevedere degli interventi di struttura del sistema previdenziale. Infatti, non c'è nemmeno un articolo sul tema.
      Sebbene la Spending Review sia diventata parte integrante della legge di bilancio, 50 milioni di risparmi per il 2018 sono un risultato modesto ma coerente. Dopo molti anni di tagli alla spesa pubblica era ed è difficile trovare delle linee di spesa da razionalizzare. Sarebbe molto più utile governare la formazione della spesa pubblica. Venti e passa miliardi di euro tra gli 80 euro e la decontribuzione per i nuovi assunti potevano trovare una destinazione più efficace.
      In realtà, saranno ancora gli enti locali a subire il razionamento della spesa pubblica. Alle regioni saranno attribuite minori trasferimenti per un importo pari a 2,2 miliardi per il 2018, solo in parte compensato dai 270 milioni a favore delle province e gli 82 milioni delle città metropolitane.
      Relativamente alle nuove entrate può diventare utile se ben attuata la declinazione del contrasto all'evasione. La fatturazione elettronica per la cessione e gli acquisti nei settori degli appalti pubblici e simili, il contrasto alle frodi nel settore del settore degli oli minerali e le relative ricadute sull'IVA, permetteranno di contrarre la formazione di comportamenti elusivi dei doveri fiscali. Si tratta di 2 miliardi, stima della relazione tecnica, che non può essere sottovalutata. Ma si potevano fare di più e meglio.

Del tutto carenti gli investimenti pubblici che dovrebbero rappresentare il cuore di una politica per uno sviluppo sostenibile e per l'occupazione.

      Gli investimenti pubblici sono passati dai 54 miliardi del 2009 ai 36 miliardi del 2016, con un calo del 35 per cento. Sono attualmente poco più del 2 per cento del PIL, poco più di quel che è strettamente necessario per gli ammortamenti delle strutture esistenti. E quindi non abbiamo nemmeno utilizzato lo spazio di flessibilità che avevamo chiesto per gli investimenti, perché nel 2016 essi sono calati del 4,5 per cento, con un crollo presente nell'edilizia sanitaria pari al 18 per cento.
      Noi sappiamo anche dal Fondo monetario internazionale, che gli investimenti pubblici hanno un moltiplicatore superiore al 2; ciò significa un impatto sulla possibile crescita economica molto forte, mentre gli strumenti cui facciamo ricorso a piene mani, cioè i trasferimenti e le detassazioni, hanno un impatto solo dello 0,7-0,8 per cento.

Più spese militari e meno sicurezza.

      Il solo budget del Ministero della difesa passa in un anno da 20,3 miliardi a quasi 21 miliardi ( 3,4 per cento) rafforzando la recente tendenza di crescita ( 8 per cento rispetto al 2015). In particolare, crescono del 10 per cento i fondi ministeriali per l'acquisto (e manutenzione) di nuovi armamenti mentre diminuiscono del 5 per cento i capitoli per la sicurezza interna garantita dall'Arma dei Carabinieri.
      Ma non c'è solo il bilancio della Difesa: le spese militari si compongono anche di spese sostenute da altri ministeri ed enti pubblici: dai 3,5 miliardi ( 5 per cento sul 2017) del Ministero dello sviluppo economico per nuovi armamenti ai circa 1,3 miliardi per le missioni militari all'estero (fondo del Ministero dell'economia e delle finanze); dagli oltre 2 miliardi per personale militare a riposo a carico INPS al mezzo miliardo di spese indirette per basi USA in Italia (più 130 milioni di contributo budget Nato). Sommando tutto, e sottraendo invece la quota dei fondi Difesa destinati alla sicurezza interna, il totale delle spese militari italiane per il 2018 arriva a superare i 25 miliardi di euro: un miliardo in più rispetto al 2017 ( 4 per cento) e circa due miliardi in più rispetto al 2015 ( 9 per cento).
      Altro elemento di riflessione riguarda il programma di acquisizione degli F35. Un programma, originariamente previsto in più di 18 miliardi, che sempre secondo la Corte dei conti, ha visto raddoppiati i costi unitari e ha avuto un impatto occupazionale molto ridotto anche rispetto alle stesse previsioni iniziali (si parla per il momento di circa 1.600 unità impiegate, a fronte di una «forchetta previsionale» annunciata tra 3.586 e 6.395 unità).

Poco spazio agli enti locali.

      Per quanto riguarda gli interventi dedicati agli enti locali, come rilevato dai professori Ambrosanio e Balduzzi, due sono gli aspetti da mettere in evidenza.
      In primo luogo, dal lato della spesa, la legge di bilancio rende più facili gli investimenti,

mettendo a disposizione poche risorse finalizzate allo scopo. Più precisamente, si tratta di incentivi agli investimenti per la messa in sicurezza di edifici e del territorio, per un ammontare di 750 milioni di euro nel triennio 2018-2020, col vincolo però che nessun comune possa ottenere più di 5.225.000 euro complessivi. Altri interventi specifici, per 30 milioni di euro nel triennio, sono previsti per i piccoli comuni, con popolazione inferiore a 5 mila abitanti, per la tutela dell'ambiente e dei beni culturali, l'attenuazione del rischio idrogeologico, la riqualificazione dei centri storici, la messa in sicurezza delle infrastrutture stradali e degli istituti scolastici, la promozione dello sviluppo economico e sociale e l'insediamento di nuove attività produttive.
      L'intervento più generoso, sempre in tema di investimenti, assegna spazi finanziari agli enti locali (nell'ambito dei patti di solidarietà nazionali) fino a complessivi 700 milioni annui – di cui 300 destinati all'edilizia scolastica – per il 2017 e fino al 2023, con un aumento a 900 milioni per il 2018 e il 2019 (sempre con alcuni vincoli sulla destinazione a favore dell'edilizia scolastica e degli impianti sportivi).
      Infine, 30 milioni nel triennio sono destinati a incentivare le fusioni dei piccoli comuni: si tratta di un tema caldo, insieme a quello delle unioni di comuni, ma il legislatore non sembra seguire un percorso coordinato, logico e continuativo, all'interno del ridisegno più ampio delle funzioni degli altri enti territoriali «intermedi», vale a dire province e città metropolitane.
      In secondo luogo, sul fronte delle entrate, persiste il blocco delle aliquote dei tributi locali, fatta eccezione per la TARI, l'imposta di soggiorno – comunque limitata a specifici comuni – e altre imposte minori. La scelta, determinata dal tentativo del governo centrale di controllare in qualche modo il livello della pressione tributaria complessiva, limita fortemente l'autonomia impositiva degli enti locali e, di conseguenza, riduce gli spazi di autonomia nella gestione della loro attività di spesa.
      Due sono anche le principali critiche da fare al riguardo:

          la prima è la mancanza di un sostanzioso incentivo monetario per rilanciare gli investimenti, vero punto di debolezza del sistema economico italiano;

          la seconda è impedire ai comuni di utilizzare la leva fiscale per aumentare le risorse a propria disposizione e quindi offrire maggiori o migliori servizi ai propri cittadini.

      Inoltre, dopo il risultato del referendum costituzionale, è ormai diventato inderogabile ridefinire i ruoli, le competenze e le risorse delle province e il loro rapporto con gli altri livelli di governo.

Le politiche dei Governi Letta-Renzi-Gentiloni che hanno impoverito il lavoro.

      Ci vengono sempre ricordati dalla maggioranza i 900.000 posti di lavoro creati dalle decontribuzioni, non dal Jobs Act, che non c'entra niente, grazie ai quali abbiamo recuperato – ed è vero – il numero dei posti di lavoro persi con la crisi. Sono però lavori a mezzo tempo, ad orario ridotto. Se noi non ragioniamo in termini di teste, di numero di lavoratori, ma di ULA, cioè unità di lavoro a tempo pieno equivalente – quindi calcoliamo due part-time a mezzo tempo come un lavoratore – allora vediamo che il confronto con il 2008 è impietoso e lo dice l'ISTAT: siamo sotto di più di 1 milione di posti di lavoro a tempo pieno equivalente.
      Questo vuol dire che la via seguita per sostenere il lavoro non è stata e non è quella giusta, è stato infatti impoverito il lavoro.
      Non si tratta di 900mila posti di lavoro in più ma si tratta di occupati; gli occupati, secondo la definizione Eurostat, sono tali quando nella settimana della rilevazione lavorano almeno un'ora; un mare di precarietà: a fronte di questo quasi milione in più di occupati, ci sono 1 miliardo e 200 milioni di ore di lavoro in meno, quindi occupazione precaria, occupazione part-time, involontaria, occupazione sfruttata e

sottopagata, come evidenziano anche le cronache degli ultimi giorni.
      E anche la performance del nostro mercato del lavoro, in relazione a quella dell'eurozona, è, come quella del PIL, largamente sotto la media. E allora servirebbe davvero poca autocelebrazione, prendere atto che l'Italia continua – perché non è una novità degli ultimi quattro anni – un trend che va avanti almeno da vent'anni, un ritardo – che si è cronicizzato – delle performance dell'economia italiana rispetto alla media dell'eurozona. La variabile sulla quale intervenire – l'abbiamo detto tante volte – è quella degli investimenti pubblici, perché ci sono centinaia di migliaia di micro, piccole imprese italiane, che vivono di domanda interna, che non ce la fanno se non riparte la domanda pubblica, se non ripartono gli investimenti pubblici utili, in piccole opere. E invece gli investimenti pubblici, anche in questa manovra, rimangono al palo.
      Inoltre, un'analisi accurata delle recenti riforme del mercato del lavoro italiano – le misure di contenimento dell'impatto della recessione sull'occupazione e sul reddito delle famiglie, le modifiche di aspetti della regolamentazione del lavoro, quali il controllo a distanza e l'attribuzione delle mansioni, l'introduzione temporanea di incentivi all'occupazione permanente ed il ridisegno sostanziale della disciplina sui licenziamenti – deve tener conto non solo degli effetti di breve periodo ma anche di quelli più strutturali, di medio-lungo periodo.
      Nel breve periodo, gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato (e le trasformazioni di rapporti di lavoro a termine in contratti a tempo indeterminato) hanno generato un forte aumento dell'occupazione stabile. Con incentivi al lavoro permanente e contratto a tutele crescenti.
      Al contempo, però, l'eliminazione della tutela reale – il diritto al reintegro per il lavoratore oggetto di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo oggettivo – ha minato l'effettiva solidità dell'occupazione permanente trainata dagli incentivi.
      Con la proposta di legge n. 4610, a prima firma Airaudo, il nostro Gruppo parlamentare ha provato a far reintrodurre la tutela reale in caso di licenziamenti illegittimi, rifacendosi al contenuto della proposta di legge di iniziativa popolare, presentata da un milione e centomila cittadini, su iniziativa della CGIL (A.C. 4064). Ma la maggioranza ha voluto bloccare la discussione e, quindi il voto, su quella proposta di legge, votando per far tornare il testo dall'Aula in Commissione, con l'argomentazione che la legge di bilancio avrebbe contenuto una disposizione per rendere più onerose le indennità dovute in caso di licenziamenti illegittimi in luogo della reintegra. Nessuna indennità, peraltro, miserrima, sarebbe in grado di compensare un licenziamento illegittimo, ma la legge di bilancio non contiene neppure quanto strumentalmente annunciato per mettere a tacere chi si oppone alla svalutazione totale del lavoro. Di più, deputati della maggioranza hanno anche fatto la finzione di presentare un emendamento per aumentare tali indennità, ma non ci credevano neppure loro, perché poi non lo hanno segnalato per la votazione, autoaffondandosi, mentre un emendamento di identico tenore, approvato in Commissione lavoro, è stato poi bocciato in Commissione bilancio. Una grande finzione e uno schiaffo alla dignità dei lavoratori da parte della maggioranza.
      Vi è, dunque, il rischio che la ripresa dell'occupazione stabile abbia carattere non strutturale ma episodico, limitato al solo biennio di disponibilità degli incentivi, come lascia pensare il fatto che i contratti a tempo determinato, in perfetta sintonia con la riduzione dimensionale e poi con l'abolizione degli incentivi, hanno ripreso a crescere, con tassi più sostenuti rispetto a quelli a tempo indeterminato. A ciò si aggiunge la crescente incidenza del part-time involontario e la distribuzione per età della nuova occupazione che sembra concentrarsi nelle coorti d'età più anziane mentre persistono elevati tassi di disoccupazione tra i più giovani.
      Nel decreto-legge fiscale collegato alla manovra per il 2018 si è inserita una norma vergognosa, lo dico, guardate, non uso in modo disinvolto questo aggettivo, però, sulla vicenda degli esodati si compie un atto davvero grave. A quel danno – inferto non dalla Ministra Fornero, perché è facile personalizzare, ma dal Governo di allora, – si è cercato di porre rimedio sin dall'avvio della prima legge di stabilità della legislatura istituendo un fondo dedicato agli esodati, dove confluivano i risparmi delle varie salvaguardie che si sono succedute nel corso degli anni.
      Quel fondo serviva a utilizzare i risparmi che si venivano a determinare nelle varie salvaguardie per poter estendere le salvaguardie. Ebbene, con decreto-legge n. 148 del 2017 si compie uno scippo immorale nei confronti di quelle persone, si utilizzano circa 800 milioni, che sono stati risparmiati sulle salvaguardie e che sarebbero dovuti essere utilizzati per ulteriori salvaguardie. E invece quegli 800 milioni si utilizzano per altri scopi, non si fa nulla per migliaia di esodati che rimarranno dal 1° gennaio senza lavoro e senza reddito, non si fa nulla per migliaia di donne per le quali si sarebbe potuta estendere «Opzione donna» e si sarebbe potuto consentire – con un sacrificio individuale, perché quella soluzione implica un taglio della pensione – su base volontaria di andare in pensione.
      E nelle misure pensionistiche, che sono state incluse con un emendamento nel disegno di legge di bilancio in discussione al Senato, il capitolo non viene affrontato, come tanti altri, ma qua c'è un danno in più, c'è un grave fatto politico, perché, ripeto, avevamo preso l'impegno di utilizzare quelle risorse per estendere le salvaguardie e questo credo sia un fatto grave che mina ancora di più la credibilità delle istituzioni rappresentative.

Disattesi gli impegni sulle pensioni.

      Il Governo ha disatteso gli impegni che aveva preso con i sindacati un anno fa sulla previdenza.
      Si è intervenuti in relazione ad alcune categorie specifiche, al fine di non aumentare di cinque mesi, nel 2019, l'età di pensionamento, di vecchiaia e anzianità. Per queste categorie non si conteranno i cinque mesi di aumento per l'aspettativa di vita nel 2019. Questo significa che nel 2021 per queste categorie si ricomincerà a contare di nuovo l'aspettativa di vita.
      Le modifiche apportate alla legge di bilancio sono insufficienti sia dal punto di vista delle misure presentate sia da quello dei lavoratori coinvolti. L'esenzione dall'aumento dell'età pensionabile coprirà solo 4.305 persone, il 2,18 per cento delle uscite per pensionamento anticipato e di vecchiaia, e anche quanto previsto per la previdenza complementare avrà un impatto irrisorio.
      Solo due delle sette misure previste nel pacchetto dell'Esecutivo, l'esenzione dall'innalzamento dell'età pensionabile e la previdenza integrativa nel pubblico impiego, hanno un'incidenza dal punto di vista dell'impegno economico.
      Per quanto riguarda la prima, la platea interessata dall'esonero – secondo i calcoli della CGIL – risulterà esigua: per via dei criteri proposti e per il fatto che molti lavoratori accederanno prima alla pensione anticipata, solo in 4.305 (3.639 lavoratori nel settore privato e 666 nel settore pubblico) saranno esclusi dall'aumento di 5 mesi legato alle aspettative di vita, ossia il 2,18 per cento delle uscite per pensionamento anticipato e di vecchiaia in un anno. Il costo di tale novità impatterà sul sistema previdenziale solo a partire dal 2019, e nel triennio sarà pari a euro 46.066.611.
      Le misure inerenti la previdenza complementare, ossia l'equiparazione fiscale per i dipendenti pubblici e il silenzio/assenso per le nuove e future assunzioni nel pubblico impiego, nel triennio incideranno per 11.500.722 euro a causa delle minori entrate Irpef per lo Stato, e per 4.272.840 euro per la percentuale a carico del datore di lavoro pubblico a causa dell'aumento stimato delle adesioni (1,4 per cento annuo). Costo, quest'ultimo, peraltro già contrattualizzato e quindi non aggiuntivo rispetto alla proposta.
      Il totale dei costi del pacchetto ammonta quindi a 61.840.173 euro così distribuiti: 4.539.174 euro nel 2018, 26.193.862 euro nel 2019 e 31.107.137 nel 2020.
      Per quanto concerne l'Ape sociale e «precoci» rileviamo, secondo i dati diffusi dall'Inps la settimana scorsa, che sono state

accolte 24.524 domande di Ape sociale e «precoci» sulle oltre 66.000 presentate entro il 15 luglio 2017. Di queste 15.493 domande di certificazione per l'Ape, pari al 39 per cento del totale, 9.031 domande di certificazione relative al beneficio «precoci», pari al 34 per cento del totale.
      Le domande presentate nella seconda tranche, entro il 30 novembre, sono state invece 8.523 di Ape sociale e 8.394 di «precoci», per un totale complessivo di 16.917. Stimando che di queste ultime ne possa essere accolto il 40 per cento, potremmo avere ulteriori 3.409 domande di Ape sociale e 3.357 di «precoci», e un numero totale di accolte pari a 31.290 domande, 18.902 di Ape e 12.388 di «precoci».
      Quindi, anche alla luce degli indirizzi interpretativi del Ministero, il numero di domande accolte sarebbe molto inferiore a quello preventivato: 31.290 domande anziché 60.000 ipotizzate, pari al 52,15 per cento del totale previsto.
      Con il disegno di legge di bilancio si prova a risistemare alcuni requisiti e a riscriverli in modo tale da rendere possibile l'accesso.
      Poi c'è la chicca. Sei mesi di contributi in più per le donne, per ogni figlio fino a un massimo di due anni, ma solo nel caso di donne che abbiano i requisiti per aderire all'APE social, e non come regola generale del sistema previdenziale.
      Le donne di questo Paese non vedono riconosciuti dal punto di vista previdenziale né il loro lavoro di cura né il loro lavoro riproduttivo. Fare un intervento di questo tipo, così parziale e limitato, è molto preoccupante. Le donne di questo Paese insistono da anni; penso a tutta la sperimentazione finora realizzata, ad esempio l'opzione donna, che è stata bloccata.
      Condivido, dunque, a pieno le richieste delle forze sindacali: bloccare l'innalzamento illimitato dei requisiti per andare in pensione, garantire un lavoro dignitoso e un futuro previdenziale ai giovani (una pensione di garanzia), superare la disparità di genere e riconoscere il lavoro di cura, garantire una maggiore libertà di scelta ai lavoratori su quando andare in pensione. E ancora, favorire l'accesso alla previdenza integrativa e garantire un'effettiva rivalutazione delle pensioni.

Una manovra infarcita di bonus.

      I bonus sono degli spot, da tanti punti di vista: negli effetti, sono frammentati nella platea, sono temporanei, non intervengono strutturalmente sui problemi. Faccio l'esempio del bonus bebè. Il problema del bonus bebè non è il fatto di avere o non avere 40 o 80 euro al mese, che pure è una cosa che può fare anche piacere. Se noi abbiamo una donna che per maternità si dimette (l'anno scorso le dimissioni volontarie sono state determinate per il 75 per cento proprio dalla maternità) e vuole rientrare sul posto di lavoro, ma invece di trent'anni ne ha trentuno, si troverà ad essere in concorrenza con i maschi più giovani di lei che avranno la decontribuzione. Questo è contro la maternità.
      Se non si fanno gli asili e non si approvano gli emendamenti di altri, che sostenevano i servizi per l'infanzia, questo è contro la maternità. Se una lavoratrice all'Ikea prova a implorare che vengano adattati i tempi di lavoro perché è sola e ha due figli, di cui uno disabile, e viene licenziata questo è contro la maternità: altro che bonus bebè.
      Avete tradotto in spot anche il superticket, che è la nostra proposta da tempo. Questa cifra, che avete introdotto, sarà data alle Regioni perché ne facciano qualcosa di non ancora ben definito. Non avete capito che qui il problema non è dare un po’ di soldi (che è sempre utile) ai più poveri; i più poveri già accedono al servizio sanitario. Il problema è che quel servizio sanitario deve essere universale; e se noi continuiamo, attraverso il superticket, a sbattere fuori dal servizio sanitario non i poveri, ma i ceti medi, quel servizio lì, che rimane solo per i poveri, si dequalifica. Ci saranno le liste d'attesa, perché non ci sarà l'intera popolazione italiana a difenderlo.
      Solo di bonus abbiamo calcolato in questi anni un ammontare di 62 miliardi di euro. Questo è il grande punto di diversità e su questo è il nostro dissenso, per cui riteniamo questa impostazione assolutamente sbagliata e questa manovra – che ne

è ancora figlia, ne rappresenta una specie di Bignami – strutturalmente sbagliata. È evidente a tutti che quello che è mancato in questi anni non è stata solo la capacità di fare le scelte. Quando parlo di questa massa di 62 miliardi di euro, significa che invece di disperdere queste risorse attraverso i mille rivoli dei bonus e degli incentivi a pioggia, sarebbe stato necessario e poteva essere molto più produttivo concentrare invece questi 62 miliardi di euro in piani di investimento che sono il vero punto di grave carenza di tutti questi anni.
      Anche all'inizio, ancor prima di vedere una piccola ripresa economica, anche in quei margini ristretti di flessibilità, era assolutamente necessario concentrarsi, per consolidare una possibilità di uscita dalla crisi, su un piano serio e adeguato – perché è il vero punto su cui è possibile operare, a nostro avviso – di investimenti pubblici; che potesse davvero permettere in qualche modo di favorire l'occupazione e di sostenere importanti piccole e medie opere, investendo sul territorio, nelle ristrutturazioni edilizie, nella cura contro il dissesto idrogeologico, nei trasporti pubblici; un piano di investimenti che, come si fa nei Paesi seri, potesse davvero permettere di darsi una scrollata e uscire dalla crisi. Questo è quello che è successo negli Stati Uniti e in tanti altri Paesi. Qui le scelte sono state diverse.

Un attacco strisciante al diritto alla salute.

      Rispetto al progressivo de-finanziamento del Fondo sanitario nazionale che c'è stato in questi ultimi anni, in questa legge di Bilancio, invece, il Fondo non viene toccato. Questo fatto potrebbe essere visto come una buona notizia, dopo tanti anni di tagli, ma in realtà i tagli vengono messi sul fronte delle spese delle regioni. Inoltre, il previsto aumento di un miliardo sul Fondo sanitario, in realtà, è stato ridotto a 400 milioni di euro. Le regioni dovranno quindi affrontare un aumento delle spese per il pay back farmaceutico.
      Inoltre, nell'ultimo Def e nella sua variazione, si legge che da qui al 2020 si prevede una riduzione della percentuale di Pil destinata al Servizio sanitario nazionale, che scende sotto la soglia del 6,5 per cento. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, sotto questo tetto si mette a rischio la salute pubblica di un paese.
      Il DEF 2017, infatti, prevede che il rapporto tra spesa sanitaria e Pil diminuirà dal 6,7 per cento del 2017 al 6,5 per cento nel 2018, per poi precipitare al 6,4 per cento nel 2019, non garantendo risorse sufficienti per l'applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale dei Lea, mentre il Censis ha rilevato che sono 11 milioni gli italiani che hanno dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie nell'ultimo anno.
      Si lascia intendere che l'eventuale ripresa del Pil non avrà ricadute positive sul finanziamento pubblico del Servizio sanitario nazionale. La Corte dei conti quantifica che nel periodo 2015-2018 l'attuazione degli obiettivi di finanza pubblica ha determinato una riduzione cumulativa del finanziamento del SSN di 10,51 miliardi di euro, rispetto ai livelli programmati. La stessa Ragioneria Generale dello Stato attesta che dal 2010 al 2016 la spesa sanitaria è diminuita mediamente dello 0,1 per cento annuo mentre cresce la popolazione anziana.
      Tutto ciò è il frutto di una strategia programmata che ha come obiettivo la mortificazione della sanità pubblica. Non è un caso che si registri un aumento costante della spesa privata, che in Italia è organizzata solo in forme sostitutive. Ormai il 10 per cento della spesa sanitaria esce direttamente dalle tasche dei cittadini. Questa operazione va di pari passo con la progressiva delegittimazione dei ruoli, sia economica sia professionale, degli operatori.
      Dall'altro lato, in diversi contratti nazionali si rafforzano le coperture del welfare integrativo: un benefit, indubbiamente, per i lavoratori, ma bisogna evitare a tutti i costi che le politiche di incentivazione anche fiscale della sanità privata vadano a detrimento del servizio universale, diritto costituzionale e garanzia per i più poveri, per i disoccupati o per gli stessi working poors.
      Il governo tende a finanziare le mutue sostitutive del SSN tramite il cosiddetto

«welfare aziendale» depotenziando l'art. 32 della Costituzione in materia di diritto alla salute.
      Il de-finanziamento del Servizio sanitario nazionale (Ssn) è stato particolarmente selettivo e ha penalizzato principalmente il personale, attraverso il blocco del turnover e dei contratti dei dipendenti, la dilatazione del lavoro precario e l'esternalizzazione dei servizi. Di tutto ciò hanno sofferto – e soffrono sempre di più – la qualità e la pronta disponibilità dei servizi per i cittadini, ai quali oltretutto è richiesto il pagamento di un'odiosa e spesso salata tassa di accesso ai servizi, quale è diventata ormai il «ticket».
      Con due ordini di conseguenze:

          la rinuncia a curarsi per milioni di cittadini a causa delle troppo lunghe liste di attesa, dei costi eccessivi, della distanza dal luogo di cura. Una rinuncia che ha colpito maggiormente (ma non solo) i gruppi più poveri della popolazione e le regioni meridionali;

          il ricorso sempre più frequente dei pazienti al settore privato in diretta (e facile) competizione col settore pubblico sia sui tempi di attesa che sulle tariffe delle prestazioni.

      Il 49esimo rapporto del Censis documenta il declino del SSN e quasi una famiglia su due (il 41,7 per cento) rinuncia alle cure per motivi economici. Questo non solo contraddice l'Articolo 32 della Costituzione, ma di fatto si traduce in un costo aggiuntivo che non viene mai calcolato: la mancata o inadeguata cura di una patologia può comportare esiti e complicanze con riduzione delle capacità lavorative e conseguenti costi sociali per tutti. Questo mancato calcolo significa non avere lungimiranza e denota una visione miope della Salute Pubblica.
      La regionalizzazione e l'aziendalizzazione spinte si sono dimostrate fallimentari, creando poltronifici e aumento dei costi e di burocrazia fino ad arrivare, in alcuni casi, alla creazione di una vera e propria riserva di sacche di elettorato di scambio, come si evince dai vari scandali che periodicamente emergono. L'aumento dei costi è oltremodo documentato dai deficit di bilancio di molte Regioni e dal persistere di Piani di Rientro che risultano inefficaci e che stanno portando le Regioni stesse a piani di accorpamento delle varie ASL, per ridurre i costi di gestione.
      I Piani di Rientro hanno portato negli ultimi 9 anni ad un depauperamento del personale sanitario, a causa del blocco del turn-over, e di conseguenza ad una riduzione dei Servizi. Dal febbraio 2007, infatti, è stato istituito il blocco del turn-over, con deroga alle assunzioni del 10 per cento. Ciò ha significato che su 100 unità lavorative andate in quiescenza, ne sono state assunte 10, con inevitabile riduzione dei Servizi Territoriali e Ospedalieri, con aumento delle Liste d'attesa e ricorso sempre più frequente, da parte dei cittadini, verso la sanità privata. O meglio, ricorso da parte di quei cittadini che hanno sufficiente disponibilità economica.
      Per tutti questi motivi e per garantire davvero i LEA (Livelli essenziali di assistenza) uniformemente sul territorio nazionale, riteniamo che le risorse da investire devono essere adeguate e non scendere sotto la media OCSE sul Prodotto interno lordo.
      L'incidenza della spesa sanitaria pubblica e privata sul Pil si attesta in Italia sul 9,2 per cento, quindi inferiore rispetto alla Francia (11,6 per cento) e alla Germania (11,3 per cento). Noi abbiamo 3,5/1000 posti letto in ospedale, rispetto a 8,2/1000 della Germania ed a 6,4/1000 della Francia. Abbiamo 6,4 infermieri ogni 1000 abitanti (la media OCSE è 8,8/1000), solo per fare alcuni esempi.

Attacco allo sport dilettantistico.

      Per quanto riguarda lo sport è stata introdotta una deroga persino al lavoro intermittente. Non basta avere 18.000 tipologie di contratto, no; quelle che ci sono, nel caso dello sport, devono avere delle deroghe per rendere ancora più facile e meno tutelato il loro utilizzo. Già la manovra, peraltro, per le società sportive è for profit: prevede non solo delle agevolazioni fiscali immotivate, visto che sono società

che fanno profitti, ma prevede anche che, fino a 10.000 euro, possano assumere senza che ci siano imposte e, soprattutto, senza che ci siano contributi.
      Una proposta sbagliata e pericolosa, che mette a rischio l'esistenza di migliaia di società dilettantistiche che sullo sport hanno basato la loro attività. Si tratta di un favore fatto alla Anif di Confindustria: chi fa già mercato sullo sport avrà lo sconto Ires sui guadagni al 50 per cento, lo sconto Iva del 50 per cento e non pagherà contributi ai collaboratori. È una norma scorretta, scaltra per il fisco e killer per gli enti di promozione.

La povertà.

      L'Italia è il Paese che ha più poveri in Europa. Sono loro quelli ad avere maggiori difficoltà a far fronte a spese impreviste, a garantire che la propria casa sia sempre adeguatamente riscaldata, a far sì di avere almeno due paia di scarpe (estive e invernali), o ancora evitare di finire in arretrato con l'affitto o sostituire abiti lisi con capi più nuovi. Tutti indici di quelle che vengono definite «privazioni sociali e materiali», ma che al netto di espressioni politicamente corrette rilevano il grado di povertà delle famiglie. A livello europeo e nazionale il fenomeno si sta riducendo, ma nell'Unione europea ci sono ancora 78,5 milioni di persone che vivono stentatamente, e più di dieci milioni di loro sono italiani.
      I dati Eurostat diffusi il 12 dicembre scorso e relativi al 2016 indicano il tasso di privazioni sociali e sociali. Cifre percentuali che lette così come presentate vedrebbero l'Italia undicesima in questa graduatoria. Romania (49,7 per cento) e Bulgaria (47,9 per cento) sono gli Stati membri in condizioni più problematiche, dove praticamente una persona su due ha difficoltà economiche. Ma in termini assoluti, il 17,2 per cento italiano indica più di 10,4 milioni di persone (10.457.600) alle prese coi sintomi di povertà. Letti in quest'altro modo i numeri mostrano un'altra Europa, con l'Italia, sempre pronta a rivendicare la sua grandezze economica, a fare più fatica di tutti. Gli italiani soffrono anche più dei romeni (9,8 milioni) che pure in termini percentuali si trovano davanti a tutti quanto a privazioni. Salta all'occhio, in questa classifica, anche il dato francese. I cittadini d'oltralpe sono i terzi più in difficoltà a livello di Unione europea (8,4 milioni, dietro Italia e Romania).
      Secondo l'ISTAT in Italia i «poveri assoluti» sarebbero 4.742.000, una vera e propria emergenza sociale. Il governo sostiene di aver potenziato, con il Bilancio 2018, le misure per la lotta alla povertà, ma la platea dei beneficiari del Rei, il reddito di inclusione, è prevista solo per le famiglie numerose. Per i nuclei con 5 o più componenti, gli unici per i quali è previsto un beneficio potenziale sopra il massimale, la misura aumenta il contributo massimo dagli attuali 485,41 euro mensili fino a circa 534 euro, circa il 10 per cento in più. La platea di beneficiari per questa tipologia passa da 100,1 mila a 106 mila, mentre nel complesso i beneficiari potenziali del Rei si attestano a 499,8 mila. Siamo dunque a un quinto degli interessati.

Scuola, università, ricerca, cultura.

      La proposta di bilancio per il 2018 presenta limiti e criticità a partire dalla mancanza di un piano di investimento straordinario nel settore dell'Istruzione che allinei gli investimenti pubblici dell'Italia alla media dei Paesi Ocse e crei le condizioni per un rinnovo del Ccnl, per docenti, educatori e personale Ata, di livello europeo. Infatti, attualmente l'Italia spende in istruzione soltanto il 7,1 per cento della propria spesa pubblica mentre a livello Ocse la spesa media è del 9,9 per cento.
      Ad integrazione delle (scarse) risorse già stanziate con apposite disposizioni normative negli anni precedenti per i rinnovi contrattuali relativi al triennio 2016-2018, con la legge di bilancio in discussione vengono stanziati ulteriori 1.650 mln di euro. Queste risorse determinano aumenti retributivi per il 2016, il 2017 e il 2018 rispettivamente dello 0,36 per cento, dell'1,09 per cento e del 3,48 per cento del complessivo monte salari utile ai fini contrattuali.


      Senonché questi incrementi sono lungi dal colmare le consistenti perdite del potere d'acquisto degli stipendi sia in termini relativi che reali subite dai lavoratori della scuola per effetto del blocco della contrattazione che si è protratto dal 2009 a tutt'oggi.
      In termini relativi la perdita degli stipendi è stata determinata dall'aumento del tasso dell'inflazione (Ipca) che, per il periodo 2009-2015, è stato complessivamente pari al 9,2 per cento. Va evidenziato che in detto periodo gli stipendi hanno potuto beneficiare del solo incremento per l'Indennità di vacanza contrattuale (IVC), la cui misura però, già molto poco consistente, è stata bloccata ai valori del 2010.
      Gli stipendi del personale della scuola hanno inoltre subito un taglio in termini reali in conseguenza di provvedimenti normativi per il contenimento della spesa pubblica che hanno comportato il dimezzamento del salario accessorio e la riduzione della progressione di carriera (con l'abolizione della posizione stipendiale 3-8 e l'invalidità dell'anno 2013 ai fini della maturazione del successivo gradone stipendiale). Tutto ciò ha determinato un «taglio» reale della retribuzione media del personale della scuola che, secondo i dati ufficiali del Conto Annuale, è passata da 30.219 euro del 2009 a 28.087 euro del 2015, con una perdita netta del 7 per cento per il periodo considerato a cui si aggiunge il congelamento dell'anno 2013 che pesa sulle spalle di tutti «vecchi» e «nuovi» assunti.
      I collaboratori scolastici appena assunti arrivano a malapena a percepire 1.000 euro al mese di stipendio, mentre un docente nelle stesse condizioni non supera i 1.200 euro.
      Una legge di bilancio è un programma politico e si giudica anche dalle cose che mancano. In questo progetto di bilancio manca un piano di investimenti finanziario: 17 miliardi di euro sarebbero quelli necessari per dare alla scuola italiana un orizzonte europeo, per dare alla scuola italiana una prospettiva di livello europeo e restituire al personale della scuola quella dignità sociale che gli ultimi 20 anni hanno fatto svanire attraverso la denigrazione del dipendente pubblico, il taglio di ben 11 miliardi alla conoscenza di cui ben 8 alla sola scuola.
      Questo bilancio, per quanto concerne l'università e la ricerca, è in piena continuità con quanto è successo in occasione delle precedenti leggi di stabilità e con l'azione del Governo in tali campi. C'è la più totale mancanza di una strategia a lungo termine e di una visione di insieme, che il Governo dovrebbe dare al Paese, proprio nei settori che sono alla base del rilancio economico e occupazionale di un Paese occidentale. Abbiamo osservato la totale mancanza di una politica della ricerca.
      Già con la Finanziaria del 2009 iniziarono le sforbiciate consistenti ai bilanci degli atenei. Tra gli anni accademici 2008-2009 e 2009-2010 il valore della tassa universitaria media subì un incremento senza precedenti. In un decennio (dal 2005-2006 al 2015-2016) la pressione fiscale universitaria è cresciuta del 61 per cento. La contribuzione studentesca è la voce che, nei fatti, ha sopperito alla carenza di risorse conseguente ai tagli al finanziamento statale per l'università.
      Ci sono nelle università italiane in questo momento 13.350 assegnisti di ricerca. Ricordo che l'assegno di ricerca è un contratto assolutamente debole, con bassissime tutele lavorative e senza alcuno sbocco professionale certo. A questi si aggiungono 3.687 ricercatori di tipo «A», una forma contrattuale leggermente migliore degli assegni di ricerca, ma ancora una volta senza alcuno sbocco o prospettiva. La somma è di 17.037 precari a pieno titolo nelle università italiane nel 2017, ma è un numero in costante aumento.
      A fronte di questo esercito di precari senza alcun futuro, abbiamo appena 2.295 ricercatori di tipo «B», la cosiddetta tenure track, quelli che effettivamente hanno una possibilità, una volta ottenuta l'abilitazione scientifica nazionale, di essere immessi nei ruoli di professore associato e ordinario. Pensate: sono solo 2.295.
      Nei prossimi due anni, signora Presidente, 4.590 assegni di ricerca toccheranno il tetto massimo dei sei anni previsto dalla legge n. 240 del 2010, peraltro emendata due anni fa, nel 2016, in occasione del decreto «mille proroghe». La durata originaria era di quattro anni ma, essendoci resi conto che la durata di quattro anni era troppo breve, perché il sistema di reclutamento della legge Gelmini era già fallito e non si riusciva a immettere in ruolo quella massa di assegni di ricerca, un esercito di precari senza nome e senza volto, si decise di allungare tale durata fino a sei anni.
      Ebbene oggi, dopo due anni, siamo di nuovo nella stessa situazione. Ancora una volta questi contratti stanno andando in scadenza e non c'è alcuna opportunità per quelle persone.
      Nel periodo 2010-2016 solo il 7,3 per cento degli assegnisti ha avuto attualmente un posto da ricercatore a tempo determinato (RTD), sia RTD-a che RTD-b. Dalla riforma Gelmini, dal 2010 al 2017, le università hanno assunto solo 2.295 persone come RTD-b a fronte di 14.492 pensionamenti: 12.000 posti evaporati nelle nostre università. Si può parlare a tutto titolo, senza timore di essere smentiti, di un vero e proprio attacco alle nostre università; uno smantellamento delle nostre università, un depauperamento, uno svuotamento, perché questo dicono i numeri tratti dal database del MIUR, e non i nostri.
      Nei prossimi tre anni il 20 per cento dei professori ordinari andrà in pensione, il 10 per cento di tutti i professori, sia ordinari che associati: 5.000 posti evaporeranno ancora una volta nei prossimi anni e si sommano ai 12.500 che abbiamo già perso. Si tratta di un autentico svuotamento delle nostre università.
      I precari sono 8.800 soltanto negli enti pubblici di ricerca vigilati dal MIUR e in totale arrivano a circa 10.000, contando tutti gli altri enti di ricerca.
      C'è poi il capitolo dell'abilitazione scientifica nazionale, signora Presidente: 12.600 abilitati a professore ordinario, 24.500 abilitati a professore associato, per un totale di 36.000. E pensate che tra questi, in sette anni, da quando è nata l'abilitazione scientifica nazionale, ci sono state soltanto 4.000 immissioni in ruolo, meno del 10 per cento. Pur con le tante critiche su com'è andata l'abilitazione scientifica nazionale, in particolare per quanto riguarda gli indicatori bibliometrici, si tratta di persone super-qualificate e selezionate, passate comunque attraverso una commissione, alle quali non si dà alcuno sbocco.
      Si sono stanziati 50 milioni per gli enti pubblici di ricerca, con l'obbligo degli stessi enti di ricavarne un altro 50 per cento in più, e quindi fino all'ipotetica cifra di 75 milioni. Con questa cifra si potranno assumere 1.666 ricercatori, e non 2.175 come recita un comunicato del MIUR.
      Per quanto concerne gli scatti universitari. Osservo innanzitutto che i professori universitari hanno patito più di ogni altra categoria del blocco stipendiali decisi dal 2010 per fare cassa sul pubblico impiego; non stati recuperati gli scatti e ancora una volta l'articolo 55, in maniera del tutto insufficiente, prevede il ritorno alle biennalità ma solo a partire dal 2020.

Rassegna di alcune delle insufficienti modifiche apportate dalla Commissione Bilancio.

      Si allarga (di poco) la platea dell'Ape social. Saranno 15 le categorie di lavori gravosi che potranno accedere all'anticipo pensionistico a carico dello stato. Le 11 che già beneficiavano del trattamento di favore ai sensi della legge di bilancio 2017 (operai dell'industria estrattiva e dell'edilizia; conduttori di gru e macchinari per la perforazione nelle costruzioni; conciatori di pelli; conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante; conduttori di mezzi pesanti e camion; professioni sanitarie infermieristiche con lavoro organizzato in turni; addetti all'assistenza di persone in condizioni di non autosufficienza; insegnanti della scuola dell'infanzia; facchini; personale non qualificato addetto a servizi di pulizia; operatori ecologici) a cui vanno ad aggiungersi le altre 4 categorie (braccianti agricoli, pescatori, marittimi e lavoratori del settore siderurgico) per le quali al Senato era stato già previsto lo stop all'adeguamento dell'età pensionabile. Per accedere all'Ape social i lavoratori, al momento del pensionamento, dovranno aver accumulato non più sei anni

in via continuativa, come precedentemente previsto nel testo del DdL di bilancio approvato dal Senato, ma sette anni negli ultimi dieci o sei anni negli ultimi sette.
      Per le donne viene ampliata da sei mesi a un anno per ogni figlio, nel limite massimo di due anni, la riduzione dei requisiti contributivi per accedere all'anticipo pensionistico. Gli stessi requisiti per beneficiare dell'Ape varranno per i lavoratori cd «precoci» che potranno accedere al pensionamento anticipato.
      Ci sono poi i contrattisti a termine, i quali potranno accedere all'Ape sociale se restano senza contratto avendo realizzato almeno 18 mesi di contratti negli ultimi 36.
      Viene esteso il raggio d'azione dell'Ape sociale ai parenti e agli «affini» di secondo grado conviventi che prestano assistenza a una persona con handicap grave qualora i suoi genitori o il coniuge abbiano compiuto 70 oppure siano anch'essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti.
      La modifica proposta da un emendamento del Governo recepisce l'accordo raggiunto tra esecutivo e sindacati (Cisl e Uil) e, come certificato dalla relazione tecnica allegata, non comporta maggiori oneri per la finanza pubblica «rispetto ai limiti di spesa già scontati a legislazione vigente». In particolare, la relazione all'emendamento stima, rispettivamente in 22.000 (a fronte di 25.900 potenziali) e 16.400 (a fronte di 19.320 potenziali) le domande accolte di Ape social e prepensionamento per i lavoratori «precoci» nel 2017.
      Nel 2018 le domande di Ape social accolte dovrebbero essere 16.000, mentre quelle di prepensionamento per i precoci 15.000.
      Non si devono reperire risorse aggiuntive. La dote arriva esclusivamente dai risparmi certificati sull'utilizzo dei fondi che erano stati previsti per quest'anno. Il minor uso di Ape sociale e anticipo precoci ha «liberato» risorse per 228 milioni di euro, che si aggiungono ai 79,7 già impegnati dal Senato per la prima versione dell'Ape allargata.
      I dati del monitoraggio su Ape sociale e precoci 2017 usciti dalla Conferenza dei servizi (Inps, Mef, Lavoro) indicano che le domande che dovrebbero essere accolte anche alla fine delle ultime verifiche in corso saranno 38.400 rispetto alle 54.500 inizialmente programmate. In particolare, saranno accolte 22.000 richieste di Ape e 16.400 domande relative ai precoci.
      Con queste poche e carenti disposizioni si chiude il discorso sulle pensioni venendo meno agli impegni presi.

Aree terremotate.

      All'unanimità la Commissione Bilancio ha votato la destinazione di 80 milioni risparmiati dalla Camera nell'esercizio 2017, alle popolazioni terremotate per la ricostruzione. I risparmi della Camera derivano dalla minore spesa per il personale dipendente, per i parlamentari, per i servizi generali.

Ambiente

      È stato approvato il Piano per interventi di potenziamento ed adeguamento delle infrastrutture idriche, anche in relazione alla grave siccità che ha colpito il territorio italiano, inclusa la previsione (oggetto di un nostro emendamento) che lo stesso piano intervenga anche in azioni per il contrasto alla dispersione delle risorse idriche.

Doppio bonus e prescrizione delle bollette.

      La detrazione per gli interventi combinati di qualificazione energetica e antisismici potrà andare dall'80 per cento all'85 per cento.
      La detrazione per le caldaie torna al 65 per cento ma solo per le caldaie di classe A con termovalvole.
      Arriva anche lo stop ai maxi-conguagli collegati al pagamento di acqua, luce e gas, con una prescrizione di due anni per le bollette e non più di 5 anni.

Scuola, università, ricerca e cultura.

      Le graduatorie del concorso indetto con la legge della «buona scuola» per l'assunzione di personale docente varranno per

un altro anno per i docenti giudicati «idonei».
      Possibilità per gli atenei «virtuosi» (spese per il personale < 80 per cento) di assumere professori provenienti da atenei in difficoltà economica (spese per il personale > 80 per cento).
      L'attuale possibilità degli Enti di ricerca, di bandire procedure concorsuali riservate, in misura non superiore al 50 per cento dei posti disponibili, al personale non dirigenziale in possesso dei requisiti potrà essere applicata, nel triennio 2018-2020, anche ai titolari di assegni di ricerca che a tal fine dovranno possedere i seguenti requisiti: risultare titolare di un contratto di lavoro flessibile presso l'amministrazione che bandisce il concorso; aver maturato, alla data del 31 dicembre 2017, almeno tre anni di contratto, anche non continuativi, negli ultimi otto anni, presso l'amministrazione che bandisce il concorso.
      Per quanto concerne la stabilizzazione del personale degli istituti di Alta formazione artistica e musicale ci si è limitati ad una proroga a tutto l'anno accademico corrente (2017-2018) della trasformazione delle graduatorie nazionali in graduatorie nazionali a esaurimento, utili per l'attribuzione degli incarichi di insegnamento con contratto a tempo indeterminato e determinato.
      Alcune misure riguardano gli enti territoriali. Si riaprono le assunzioni per le Province e le Città metropolitane delle Regioni a Statuto ordinario. Ai nuovi ingressi si potranno dedicare tutti i risparmi da cessazioni negli enti che riservano agli stipendi fino al 20 per cento delle spese correnti, mentre negli altri casi il turn over sarà al 25 per cento. Il Fondo per lo sviluppo strutturale, economico e sociale dei piccoli comuni è incrementato di 10 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2018, crescendo da 15 a 25 milioni.
      Significativa invece la riforma del pre-dissesto per gli enti locali (cosiddetta «Salva Napoli»). Si allunga da 10 a 20 anni il tempo in cui potranno riportare i conti al sicuro (lo stesso varrà per le Regioni). Il calendario massimo sarà riservato alle amministrazioni più in crisi, quelle in cui le passività superano il totale delle spese correnti impegnate nell'ultimo rendiconto. Quando questo rapporto è fra il 60 e il 100 per cento, il percorso si deve chiudere entro 15 anni. Mentre resta decennale quando l'indicatore viaggia nella forbice 20-60 per cento e scende a 4 anni per gli altri casi. Gli enti in pre-dissesto potranno anche rateizzare in 10 anni il proprio debito con Fisco e Inps.
      Si incentiva le privatizzazioni dei Comuni con la possibilità di utilizzare gli introiti da dismissioni di immobili o azioni per abbattere il debito e per questa via ricavare nuovi spazi di spesa corrente. Inoltre, viene stabilito che anche per gli anni dal 2018 al 2020 (prima tale facoltà si fermava al 2017), le risorse derivanti da operazioni di rinegoziazione di mutui nonché dal riacquisto dei titoli obbligazionari emessi possono essere utilizzate dagli enti territoriali senza vincoli di destinazione.
      Per le Regioni arriva una riduzione dei tagli (200 milioni), ma non ci sono gli aiuti per finanziare il rinnovo dei contratti, né per i dipendenti regionali né per quelli della sanità i cui oneri (circa 900 milioni) pesano sul Fondo nazionale, annullando quasi interamente l'aumento nominale di un miliardo già deciso con la legge di bilancio dell'anno scorso.
      Sono stati stanziati 75 milioni di euro per le Regioni per le loro funzioni relative all'assistenza per l'autonomia e la comunicazione personale degli alunni con disabilità fisiche o sensoriali, passate dalle Province alle Regioni con la soppressione delle stesse.
      Per le tasse sulla casa si deroga al blocco degli aumenti consentendo agli enti locali di disporre aumenti nel limite massimo complessivo dell'un per mille.
      Sulla Tari si proroga di un anno la possibilità di commisurare la tassa rifiuti sul criterio medio ordinario e non sull'effettiva quantità di rifiuti prodotti.

Web tax.

      Passa dal 6 per cento al 3 per cento il prelievo sulla singola transazione e viene rafforzato il concetto di stabile organizzazione.

Confermata l'entrata in vigore nel 2019. Il gettito attesto è di 190 milioni dal 2019 rispetto ai 114 del Senato. L'emendamento non prevede l'applicazione all’e-commerce.
      La web tax sarà prelevata mediante l'applicazione di una ritenuta. Saranno esentati i soggetti che non superano il numero annuo di 3.000 transazioni digitali. Non sarà possibile recuperare il credito d'imposta per le imprese che rischiano di subire una doppia imposizione.
      Alcune limitate misure di contrasto all'evasione. La fattura elettronica è in arrivo dal 1° gennaio 2019 anche per le transazioni con i consumatori finali privi di partita Iva sarà rilasciata direttamente dall'Agenzia delle entrate. La stessa Agenzia fornirà a chi emette la fattura sia la versione digitale che quella analogica.
      Sui giochi arriva un osservatorio antiriciclaggio con il registro dei distributori e degli esercenti. Ma si proroga fino al 31 dicembre 2018 la possibilità di rilasciare nulla osta per nuove slot-machine. Precedentemente la data era fissata al 31 dicembre 2017.
      Per il contrasto all'evasione dell'Iva sui carburanti, quattro le novità in merito:

          un nuovo piano di controlli straordinario da parte della GdF che avrà accesso anche all'anagrafe dei conti;

          i titolari di partita Iva dovranno obbligatoriamente documentare con la fattura elettronica (per i carburanti sarà operativa dal 1° luglio 2018) l'acquisto di benzina su strada;

          le stesse partite Iva per dedurre il costo del carburante e recuperare l'imposta sul valore aggiunto, dovranno tracciare ogni pagamento con carte di credito, di debito, o da altro mezzo di pagamento tracciabile indicato dall'Agenzie delle entrate;

          i benzinai si vedranno riconoscere un credito d'imposta del 50 per cento del totale delle commissioni addebitate per le transazioni effettuate dal 1° luglio 2018.

      In ogni caso, è stata introdotta una clausola di salvaguardia. Che prevede un taglio di spese nel caso in cui il gettito risulti inferiore a quello atteso. Se viceversa le risorse recuperate supereranno le previsioni la parte eccedente andrà ad alimentare il Fondo per la riduzione della pressione fiscale.
      Per tutti questi motivi rigettiamo undefined questa manovra, perché è insostenibile dal punto di vista sociale e ambientale.

Le nostre proposte.

      La nostra è una visione radicalmente diversa. Gli investimenti pubblici trascinano quelli privati; si pensi agli investimenti in infrastrutture, ricerca e sviluppo, nei servizi, nella protezione del territorio. La mancata messa in sicurezza del territorio non solo ha l'effetto di far perdere uno sviluppo significativo anche dal punto di vista della sua connotazione a favore dell'ambiente, ma ricordo che espone a frane, valanghe e alluvioni che offendono la vita, la salute, la fiducia nel futuro, mettendo a rischio la coesione sociale dei territori e della cittadinanza. Per questo abbiamo avanzato proposte significative di rilancio degli investimenti pubblici, con un piano ambientale ad amplissimo raggio attraverso la riscrittura integrale, ad esempio, dell'ex articolo 95.
      Quanto agli investimenti privati, a nostro avviso, dobbiamo tener presente anche un'altra questione. Noi siamo disponibili a dare agevolazioni, ma esse, non solo per gli investimenti, ma anche per altri campi, devono creare dei doveri nei confronti della collettività. Per questo, ad esempio, abbiamo proposto un emendamento che riguarda le delocalizzazioni, il quale prevede la restituzione delle agevolazioni godute dalle imprese nel caso queste, dopo alcuni anni, trasferiscano la propria sede altrove.
      Abbiamo visto invece degli incentivi, come ad esempio la diminuzione dell'IRES sui profitti delle grandi società, che non ha alcun ritorno, neanche dal punto di vista economico: si limita ad aumentare gli utili delle grandi società, mentre invece alle piccole imprese nella legge di bilancio si fa una brutta sorpresa, cioè si pospone di un anno l'entrata in vigore dell'IRI, con un

costo che si avvicina ai 2 miliardi di euro. È una discriminazione ai danni delle piccole imprese.
      Presentiamo una proposta alternativa: proponiamo un punto di PIL per un piano d'investimenti, un piano per il lavoro. Mi riferisco a investimenti nella sostenibilità ambientale e sociale, con l'obiettivo di rilanciare gli investimenti pubblici per la manutenzione e la messa in sicurezza del territorio, per il trasporto pubblico, per la qualità della vita.
      Un Piano per il lavoro, ossia un Piano triennale straordinario per il lavoro e gli investimenti pubblici nel Paese con la creazione di un fondo ad hoc di circa un punto di PIL l'anno (17 miliardi annui). Il Piano promuove il lavoro di qualità lungo un sentiero di sviluppo sostenibile, sociale e ambientale, con l'obiettivo di rilanciare gli investimenti pubblici per la manutenzione e la messa in sicurezza del territorio, il rischio sismico, il miglioramento delle periferie, la bonifica dei territori, il recupero di strutture pubbliche per un uso abitativo, sociale e/o produttivo, per l'efficienza energetica negli immobili della PA, il potenziamento del trasporto pubblico locale (soprattutto pendolarismo regionale e trasporto su ferro), la costruzione di asili nido, la messa in sicurezza degli edifici scolastici e la diffusione della banda larga e ultra larga nelle scuole, nonché per sostenere l'occupazione femminile, la nascita di start up e l'avvio di attività d'impresa under 35.
      Abbiamo notato, ad esempio, che nell'ultimo anno il 90 per cento delle assunzioni è con contratti a termine. Ancora oggi l'ISTAT ci dice che nell'ultimo mese i contratti a tempo indeterminato sono stati pari a zero e tutto l'aumento è stato rappresentato da contratti a tempo, a termine. Per questo abbiamo chiesto di intervenire su questo fenomeno reintroducendo le causali.
      Quanto al part-time si stima che 2,6 milioni di part-time siano involontari, ma sono spesso anche finti. Abbiamo chiesto più rigore nel controllo sui part-time finti e ci è stato risposto di no.
      Siccome anche noi consideriamo che il tema del lavoro dei giovani sia fondamentale, abbiamo voluto introdurre delle sanzioni per i falsi stage, quelli che non hanno contenuto formativo e che vengono utilizzati in sostituzione di lavoratori in malattia o in maternità e ci è stato risposto di no.
      Anche nel campo degli incentivi al lavoro abbiamo chiesto che, nel momento in cui si danno incentivi, si chieda poi responsabilità, per cui, se si è goduto per tre anni della decontribuzione, non si può il giorno dopo licenziare il lavoratore senza delle penalità: ci è stato risposto di no. Il tema è molto serio perché succedono cose veramente gravi che ci fanno capire la drammaticità della condizione dei lavoratori. Ricordo solo che l'altro giorno, con un SMS dalla FCA, l'ex Fiat di Cassino, sono stati licenziati 530 dipendenti interinali. Con un SMS!
      Per completare il pacchetto Lavoro abbiamo chiesto:

          la reintroduzione dell'articolo 18;

          un Bonus assunzioni condizionato che interviene sull'incentivo all'occupazione giovanile, stabilendo che chi beneficia del bonus contributivo del 50 per cento per 36 mesi non possa licenziare il lavoratore per giustificato motivo oggetti nei 12 mesi successivi alla scadenza, pena la restituzione del beneficio;

          la stabilizzazione dei precari del corpo nazionale dei Vigili del fuoco;

          l'equo compenso per tutti i professionisti nei confronti della PA;

          l'aumento delle risorse del Fondo per l'occupazione.

      Abbiamo anche avanzato una proposta di rigenerazione delle periferie delle città legata ai caratteri ambientali e storico-culturali del territorio, alla sua identità, ai bisogni e alle istanze degli abitanti, con l'obiettivo di affrontare in maniera complessiva i problemi occupazionali, di degrado fisico e socio-economico in relazione alle specificità del contesto:

          in particolar modo promuoviamo un piano per la nuova occupazione e lo sviluppo sostenibile del territorio;

          il recupero, la ristrutturazione edilizia e la ristrutturazione urbanistica di immobili destinati alla residenza;

          la realizzazione, la manutenzione o l'adeguamento delle urbanizzazioni primarie e secondarie;

          l'eliminazione delle barriere architettoniche;

          il miglioramento dei servizi socio-assistenziali;

          il sostegno dell'istruzione e del contrasto all'analfabetismo funzionale e di ritorno;

          la rigenerazione ecologica;

          la conservazione, restauro, recupero e valorizzazione di beni culturali e paesaggistici;

          il recupero e riuso del patrimonio edilizio esistente per favorire l'insediamento di attività turistico-ricettive, culturali, commerciali e artigianali.

      Nel pacchetto ambiente abbiamo proposto:

          un Piano per il territorio di 3 miliardi e mezzo all'anno per 3 anni, per affrontare la grande emergenza del nostro Paese, il dissesto idrogeologico e la necessaria messa in sicurezza del territorio;

          interventi per la messa in sicurezza sismica e le bonifiche;

          un diverso utilizzo delle risorse del Fondo per gli investimenti di cui all'ex-articolo 95: abbiamo posto delle richieste precise che lo vincolino al risanamento e alla manutenzione del territorio, nonché ai servizi pubblici, quote significative per il rischio sismico;

          abbiamo chiesto di aumentare in modo importante le risorse per il Piano INVASI, data la siccità di quest'anno;

          un costo minimo per le emissioni di CO2 e la cosiddetta fiscalità riallocativa, che consentirebbe di muovere miliardi di euro dai sussidi ambientalmente dannosi dell'omonimo catalogo verso investimenti verdi;

          numerose disposizioni anche per favorire la mobilità sostenibile e per potenziare il trasporto pubblico, anche a favore dei pendolari.

      Per le pensioni proponiamo:

          un rinvio a giugno, come chiesto dai sindacati, della delibera sull'aggancio all'aspettativa di vita; di differenziare l'aumento dell'età pensionabile in base alle categorie lavorative;

          di avere delle scadenze annuali e non triennali dell'adeguamento dell'età pensionabile all'aspettativa di vita;

          di abolire la previsione per cui alla diminuzione della speranza di vita non corrisponde un'analoga diminuzione dell'età pensionabile;

          di predisporre una lista di professioni esenti dall'aumento, nella quale includere tutti i lavori gravosi inclusi gli addetti alle catene di montaggio;

          una nona salvaguardia degli esodati, che riguarderebbe circa 6 mila lavoratori;

          la proroga di Opzione donna per il 2018, nonché la soppressione della legge Fornero ad iniziare dalla previsione di una pensione di garanzia per i giovani ed i precari ed il riconoscimento del lavoro di cura delle donne.

      Per il pacchetto casa:

          il rifinanziamento del Fondo affitti e del Fondo morosità involontaria;

          l'obbligatorietà del Fascicolo del fabbricato delle abitazioni;

          un Piano per il riuso di immobili pubblici inutilizzati.

      Abbiamo presentato una serie di proposte molto precise sulla sanità. Noi abbiamo presentato una proposta seria di eliminazione del superticket e una proposta seria sul problema della denatalità, perché siamo intervenuti con proposte adeguate che riguardavano, per esempio, il sostegno

al lavoro delle donne e abbiamo presentato proposte significative per quanto riguarda gli asili nido e la scuola dell'infanzia.
      Perché non basta avere quattro briciole per sostenere i bebè, quando poi non c'è niente per la scuola dell'infanzia, per il lavoro. Il motivo vero per le donne per cui non si fanno figli è che i giovani pensano di poter mettere su famiglia a quarant'anni, perché c'è il problema drammatico del lavoro dei giovani.
      Abbiamo anche proposto l'introduzione di una tassa sulle gassose zuccherate per contrastare l'obesità, soprattutto infantile.

      Nel pacchetto scuola, università e ricerca abbiamo chiesto:

          un piano Pluriennale di assunzioni per la scuola che risolva davvero l'eterna sacca di precariato del mondo scolastico (per docenti, ATA), con proposte simili anche all'interno delle istituzioni AFAM;

          l'adeguamento degli scatti stipendiali dei docenti, avvicinandoci agli stipendi medi dei docenti degli altri Stati Europei;

          le stabilizzazioni per le sezioni primavera;

          l'assunzione di 8800 ulteriori ricercatori per gli enti pubblici di ricerca;

          l'inserimento dell'organico di potenziamento nella scuola dell'infanzia;

          l'aumento del tempo scuola nelle regioni del mezzogiorno per contrastare la dispersione scolastica;

          un Fondo, finanziato dalla tassa sugli zuccheri nelle bevande gassose, che consenta la gratuità delle mense delle scuole che adottano il tempo pieno, per superare la vergognosa situazione dei bambini che rimangono esclusi dal pasto o sono costretti a portarselo da casa;

          l'aumento dei fondi per il diritto allo studio.

Fisco.

      Vogliamo inserire, per esempio, una maggiore progressività delle aliquote IRPEF, perché in questo Paese c'è chi guadagna moltissimo e paga molto poco e c'è chi, invece, guadagna poco e paga moltissimo in termini di tasse.
      Avremmo voluto inserire interventi sulla tassazione sui patrimoni, perché viviamo in un'Italia in cui nemmeno chi è molto ricco paga imposte persino su una casa di lusso, mentre invece viene tartassato sempre chi ha di meno.
      Avremmo voluto, finalmente, vedere, in un Paese che è gravato da grandissime disuguaglianze di ricchezza, un'imposta sui grandi patrimoni: nemmeno questo c'è.
      Avremmo voluto vedere misure contro l'evasione fiscale, che continua ad essere la grande piaga italiana: ci sono solo in minima parte.
      Avremmo voluto vedere interventi veri, per colpire tutti quelli – e ne abbiamo elenchi su elenchi, ormai – che quotidianamente trasportano la loro ricchezza all'estero, la nascondono nei paradisi fiscali e lì rimane senza che più nessuno possa toccarla, a danno di tutti noi e a danno di un welfare sempre più difficile da finanziare, visto che i ricchi non contribuiscono: ma anche di questo non c'è assolutamente traccia.
      Cosa c'è, invece? C'è l'ennesima proroga dell'ennesimo condono fiscale e credo che questo Governo, sotto questo profilo, abbia ormai fatto il record. Peraltro, prorogare i condoni ha sempre un aspetto particolarmente sgradevole, ossia che chi ultimo arriva meglio alloggia e questo, quando si parla di fisco, è intollerabile.
      La maggioranza e il Governo si sono inventati, persino, il fatto che chi abbia nascosto soldi all'estero e abbia vissuto all'estero, se ritorna in Italia, con un 3 per cento sana tutto. Voglio ricordare, appunto, che ad un lavoratore dipendente chiedete non meno del 28 per cento sul proprio reddito, ma per chi ha nascosto soldi all'estero un 3 per cento e passa la paura.
      Avete messo, persino, la proroga a Lottomatica per i «gratta e vinci»: 2,5 miliardi di euro di fatturato interessati, proroga che la UE ha sempre dichiarato illegittima e Lottomatica ha portato la propria sede fiscale all'estero, sempre a proposito di come va con il fisco in Italia e cosa dovrebbe

esserci all'interno di un decreto fiscale.
      Abbiamo poi chiesto una diversa modulazione della Web Tax diversa da quella introdotta che assoggetti i loro redditi ad un'imposta del 3 per cento calcolata sul totale del fatturato comunque realizzato sul territorio nazionale.
      Abbiamo anche chiesto il giubileo dei debiti, per quanto riguarda i debiti in sofferenza (molti dei quali legati alle garanzie degli immobili): una sorta di condono bancario, che consenta ai debitori di far fronte al proprio debito in misura ridotta rispetto a quella proposta dalle agenzie di recupero crediti (pagando quindi il 20 per cento del debito): le banche avrebbero così perdite inferiori e decine di migliaia di famiglie potrebbero tornare ad avere a disposizione casa e reddito.
      Infine, abbiamo proposto un rifinanziamento del fondo politiche sociali per 300 milioni di euro.

Giulio MARCON,
Relatore di minoranza