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Atto a cui si riferisce:
S.22 Modifica alla tabella A allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, per la riduzione dell'aliquota dell'imposta sul valore aggiunto relativa ai prodotti di prima necessità per l'infanzia


Senato della RepubblicaXVII LEGISLATURA
N. 22
DISEGNO DI LEGGE
d'iniziativa dei senatori ZELLER, BERGER e FRAVEZZI

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 15 MARZO 2013

Modifica alla tabella A allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n.633, per la riduzione dell'aliquota dell'imposta sul valore aggiunto relativa ai prodotti di prima necessità per l'infanzia

Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge prende spunto da alcuni dati allarmanti. La popolazione italiana ha una natalità tra le più basse del mondo, da ormai quasi una generazione. Come conseguenza, l'Italia va accumulando un imponente «debito» demografico, un debito facilmente misurabile e comparabile. Mentre la Francia nel 2011 ha registrato un nuovo incremento della popolazione, con un numero di nascite pari a 827.000 unità, in Italia il dato si attesta intorno ad una cifra notevolmente più bassa, pari a 560.000 unità.

Non solo. Secondo i dati pubblicati dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) nell'Annuario statistico 2012, in Italia si è registrato nel 2011 un ulteriore incremento del grado di invecchiamento della popolazione; l'indice di vecchiaia, ossia il rapporto tra la popolazione di 65 anni di età e oltre e quella fino a 14 anni di età, si stima infatti essere pari al 147,8 per cento, con un costante aumento rispetto agli anni precedenti. Le conseguenze sulla struttura sociale, sui meccanismi di solidarietà intergenerazionale, sul sistema del welfare sono notevoli e si accentueranno nei prossimi decenni. Con queste tendenze come potranno sopravvivere l'economia e la società italiana? Le ragioni della denatalità sono di varia natura. Non avere figli può essere una libera scelta della coppia oppure essere una conseguenza della diminuzione della fecondità. In più, si è affermata la tendenza a rinviare il momento procreativo, il che riduce inevitabilmente il numero dei figli. Ma la denatalità in molti casi può anche essere frutto di povertà, soprattutto per quanto riguarda la decisione di avere un secondo o un terzo figlio. Stando ai dati, il calo complessivo della natalità è dovuto infatti proprio alla fortissima riduzione dei figli successivi al primo.

L'Italia, rapportata agli altri Paesi, resta a livello internazionale uno dei Paesi meno prolifici; si pensi che secondo i dati del 2005, che riportavano un confronto all'interno dell'Unione europea con quindici Paesi membri, nessuna nazione presentava un valore più basso del tasso di fecondità italiano. Nell'Unione europea con ventisette Paesi membri, solo alcune nazioni dell'Est europeo (Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria) presentavano un valore medio dei figli inferiore all'1,32 italiano che solo nel 2007 è leggermente salito, attestandosi la stima del numero dei figli per donna a 1,35. Si trattava del risultato di un trend positivo iniziato nel 1995, anno in cui l'Italia toccò il suo minimo storico con un valore del tasso di fecondità totale di 1,19 figli per donna. Sebbene l'andamento più recente del numero medio di figli (tasso di fecondità totale) sembri essere in linea con la tendenza alla ripresa della fecondità che ha caratterizzato l'Italia negli ultimi anni (l'incremento più marcato si è riscontrato tra il 2007 e il 2008, dove l'indicatore è passato da 1,37 a 1,42 figli in media per donna), la stima al 2009 vede l'indicatore attestarsi su 1,41 e la stima relativa al 2012 su 1,42. Per il terzo anno consecutivo, non si riscontrano variazioni di rilievo della fecondità nazionale. Il tradizionale differenziale nel tasso di fecondità totale -- che fino agli anni Ottanta vedeva le regioni del Mezzogiorno fungere da sostegno alla fecondità con valori superiori alla media nazionale -- oggi mette in luce una realtà in cui sono le regioni del Nord quelle in cui si fanno in media più figli. Rispetto al 1995, il tasso di fecondità totale è aumentato nelle regioni del Nord del 40 per cento circa, mentre nel Mezzogiorno si è ridotto del 4 per cento circa nello stesso intervallo temporale. Se nel periodo gennaio-agosto 2007 confortava la tendenza positiva registrata nel 2006, con un incremento di 4.698 unità rispetto allo stesso periodo del 2006 (369.411 iscrizioni totali all'anagrafe), il bilancio demografico dell'ISTAT per quanto riguarda il 2011 indica una tendenza chiara: dati alla mano, nel 2011 ci sono stati 15.000 iscritti in meno all'anagrafe rispetto al 2010, nel cui corso sono nati complessivamente 561.944 bambini (6.913 in meno, pari all'1,2 per cento, rispetto all'anno precedente). Una tendenza, quella della diminuzione delle nascite, che è continua dal 2008.

L'Italia, nel contesto europeo, si colloca infatti tra i Paesi a bassa fecondità, risultando in graduatoria al 20º posto rispetto ai 27 Paesi dell'Unione europea. L'Irlanda assume una posizione di eccezione, visto che è l'unico paese che presenta valori pari alla soglia che garantirebbe il ricambio generazionale. Nella parte alta della graduatoria del tasso di fecondità totale si trovano, inoltre, la Francia e i paesi scandinavi, noti nel panorama europeo per le politiche a sostegno della maternità e della famiglia grazie ad un articolato sistema di prestazioni familiari che vanno da quelle generali di mantenimento a quelle di accoglienza legate alla prima infanzia.

Sulla base dei dati forniti dalla Banca d'Italia nel settembre 2012, il boom all'indebitamento delle famiglie italiane non si è ancora ufficialmente arrestato. Il grado di sostenibilità del debito non è variato tra il 2008 e il 2010, anche se taluni indicatori sono peggiorati rispetto agli anni precedenti la crisi. Per alcuni gruppi di famiglie il rapporto tra il debito per finalità di consumo rispetto al reddito è aumentato: si tratta di nuclei con un capofamiglia anziano e di quelli che faticano molto a raggiungere la fine del mese, specie se con un solo reddito a disposizione. Tra il 2008 e il 2010, la quota di famiglie che registrano una forte riduzione del reddito disponibile non si è sostanzialmente modificata. Il boom all'indebitamento dei cittadini si è registrato in particolare negli ultimi anni: gli effetti della situazione generale si fanno sentire sui consumi delle famiglie, che continuano a contrarsi, riflettendo il prolungato calo del reddito disponibile – che nella media dei primi tre trimestri del 2012 si è ridotto del 4,3 per cento -- e la forte incertezza. Il protrarsi della debolezza del potere d'acquisto ha determinato una flessione dei consumi e la spesa delle famiglie ha segnato un nuovo calo, il sesto consecutivo, nel terzo trimestre del 2012 (-1 per cento). Di fronte ad un aumento generalizzato del livello dei prezzi e delle tariffe, le famiglie sono ricorse sempre più al credito al consumo per riuscire ad arrivare a fine mese, anche per quanto riguarda gli acquisti di media entità.

Alla luce di quanto riportato e al fine di porre in essere politiche concrete di sostegno in questa delicata fase di crisi dell'economia italiana, occorre mettere in campo tutte quelle misure utili a ridare potere d'acquisto ai redditi delle famiglie e a sanare la disastrosa situazione che ha portato ad un forte ricorso all'indebitamento.

È dovere, quindi, della politica e del legislatore predisporre misure idonee per alleviare, specie per le famiglie al di sotto della soglia di povertà e con una sola fonte di reddito, il costo di omogeneizzati, pannolini, prodotti per l'igiene e quant'altro necessita alla vita dei bambini. Tali spese, com'è noto, incidono in misura rilevante (20 per cento circa) sul bilancio di una famiglia monoreddito.

Con il presente disegno di legge, si propone di ridurre l'imposta sul valore aggiunto su tali prodotti al 4 per cento, in modo da incidere al ribasso sui costi che le famiglie devono sostenere per i figli fino al secondo anno d'età.

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

1. Alla tabella A, parte II, allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, e successive modificazioni, è aggiunto, in fine, il seguente numero:

«41-quinquies) pannolini, omogeneizzati, latte in polvere, prodotti per l'igiene, creme contro gli arrossamenti e le irritazioni della pelle, destinati all'infanzia».

Art. 2.

1. All'onere derivante dall'attuazione della presente legge, valutato in 8 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2013, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2013-2015, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2013, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al medesimo Ministero.

2. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

Art. 3.

1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.