• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00087 esaminata la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2014 (DOC. LVII, n. 2-bis) ed i relativi allegati; premesso che: la nota di aggiornamento del DEF prende...



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00087presentato daSCOTTO Arturotesto diMartedì 14 ottobre 2014, seduta n. 309

La Camera,
esaminata la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2014 (DOC. LVII, n. 2-bis) ed i relativi allegati;
premesso che:
la nota di aggiornamento del DEF prende atto dell'errata valutazione del Governo rispetto ai dati macroeconomici di previsione di crescita del PIL atteso per il 2014 dallo 0,8 per cento, previsto nel DEF di aprile di quest'anno, al –0,3 per cento per le mancate e totalmente insufficienti misure a sostegno del lavoro e dello sviluppo;
ad aggravare ulteriormente la giustificazioni del Governo per l'errata previsione di meno di cinque mesi or sono vi è la dichiarazione che le condizioni di criticità economica protrarranno i loro nefasti effetti fino a tutto il 2016 con conseguenze disastrose sulla situazione generale del Paese, sulle condizioni sociali, occupazionali e di sviluppo economico;
la reazione del Governo è stata di innalzare una «cortina fumogena» spostando il dibattito sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, più in generale, sulla «riforma» del mercato del lavoro, facendo scivolare sullo sfondo il tema che oggi è al primo posto nell'agenda del Paese: il peggioramento del quadro macroeconomico nazionale e la sua relazione con i vincoli imposti dal patto di bilancio europeo;
le uniche novità contenute nell'aggiornamento del DEF sono il congelamento, di fatto, del fiscal compact, con l'ulteriore rinvio del pareggio di bilancio al 2017 e l'indicazione di un obiettivo per il deficit attorno al 3 per cento sia per il 2014 che per il 2015 (2,9 per cento). La volontà espressa di perseguire una politica di bilancio meno restrittiva risulta di per sé un elemento positivo, ma ciò che preoccupa fortemente è l'assoluta mancanza di una definizione strategica organica e coerente di rilancio dell'economia italiana, dalle politiche industriali, alle politiche del lavoro, al sostegno alla domanda;
l'Europa ha risposto alla crescente instabilità dei mercati finanziari imboccando la strada dell'austerità. Non può comunque sfuggire il fallimento dell'approccio degli ultimi anni che a partire dalla primavera 2010 ha visto il varo di programmi di riequilibrio dei conti pubblici pesantissimi, simultanei e concentrati in un lasso di tempo relativamente breve. Il riequilibrio dei conti pubblici è avvenuto al prezzo di pesanti ricadute economiche e sociali (catastrofiche, nel caso greco). La finanza speculativa e i settori più ricchi della popolazione ne sono usciti rafforzati a spese dei ceti popolari;
il 2014 non è stato l'anno della ripresa, come le previsioni stimavano, ma il terzo di recessione per l'economia italiana. Con questo prolungamento, l'esperienza della crisi per il nostro Paese si conferma peggiore di quella degli anni trenta. Un confronto storico sfavorevole che è condiviso con molte altre economie europee. Oggi come allora, la recessione ha una sola causa: la caduta della domanda aggregata. Su questa avrebbero dovuto intervenire le misure per la ripresa a livello europeo. Al contrario, la politica economica adottata ha sospinto i Paesi in una pericolosa trappola di stagnazione e deflazione. Occorre che si cambi lo schema in modo radicale, con l'impostazione di politiche monetarie e fiscali espansive coordinate tra le economie europee;
ma le politiche dei singoli Paesi dell'Unione europea, vincolati dai parametri statistici e dalle procedure del Fiscal Compact, appaiono come ingessate;
la nota di aggiornamento sembra certificare il fallimento delle politiche governative riportando i dati in termini cumulati da cui risulta come la caduta del PIL in Italia sia superiore rispetto a quella verificatasi durante la grande depressione del ’29. La soluzione quindi, anche a detta del Ministro dell'economia, non può essere che quella, per evitare l'avvitamento in una pericolosa spirale di stagnazione e deflazione, di imboccare decisamente la strada della ripresa per scongiurare il rischio sempre più reale di un allentamento nella tenuta del tessuto sociale e produttivo;
le misure fin qui adottate dal 2011 ad oggi dai diversi Governi, viceversa, hanno peggiorato notevolmente le finanze pubbliche del nostro Paese, portando la nostra economia alla recessione, deprimendo i consumi delle famiglie e aumentando notevolmente la disoccupazione, in particolare quella dei giovani. Politiche analoghe sono state imposte in quasi tutti i Paesi dell'Unione europea;
le conseguenze di questa politica sono sotto gli occhi di tutti: oggi, quasi 27 milioni di persone sono disoccupate nell'Unione Europea. La disoccupazione nell'eurozona è salita dal 7,8 per cento del 2008 al 12,1 per cento del novembre 2013. In Grecia, dal 7,7 per cento al 24,4 per cento e in Spagna dal 11,3 per cento al 26,7 per cento nello stesso periodo. In Europa, i disoccupati con meno di 25 anni sono 4,5 milioni. Nella sola Italia, la disoccupazione giovanile, secondo i recenti dati Istat ha toccato il 44,2 per cento;
in Italia nonostante si siano già succeduti tre differenti governi la linea seguita è sempre la stessa: quella impostaci dalla BCE. L'attuale Governo sta per altro cercando di accelerare l'attuazione delle indicazioni contenute nella lettera dell'agosto 2011 della stessa BCE, per il momento solo parzialmente realizzate. Anche se i dati confermano il non funzionamento di quelle politiche imposte dall'Unione europea la nota di aggiornamento del DEF, persegue testardamente nell'applicazione di quelle stesse indicazioni;
l'unica variabile, come si è detto, è costituita dal tentativo di allentare la morsa e di rinviare il pareggio di bilancio in termini strutturali al 2017, dopo un primo rinvio – peraltro non ancora avvallato dall'Unione europea – al 2016. Mossa non particolarmente «coraggiosa» in quanto sia la nostra Costituzione, che consente deroghe temporali in presenza del «verificarsi di eventi eccezionali», che le regole dell'Unione europea contemplano la possibilità di deviazioni temporanee in presenza di riforme capaci di migliorare strutturalmente la competitività del Paese e qualora si verifichi la circostanza di un severo peggioramento dell'economia (articolo 5 del Council regulation 1466/97 del 7 luglio 1997 e articoli 3 e 6 della legge n. 243 del 2012);
lo slittamento al 2017 del pareggio di bilancio non rappresenta una vera sfida alla Commissione europea come lo è la decisione francese di mantenere il deficit sopra il 4 per cento per i prossimi anni;
la Francia ha infatti dichiarato che non rientrerà nei limiti del deficit del 3 per cento fino al 2017, l'Italia è vicina a sforarlo anche se continua ad affermare che lo rispetterà. La Banca centrale europea è da tempo ben sotto all'obiettivo dell'inflazione al 2 per cento a cui è vincolata dal suo mandato. La Germania è in surplus commerciale eccessivo. Tutte le parti coinvolte sono in evidente difetto rispetto alle regole che si sono collettivamente e consensualmente date;
tra accuse reciproche in un gioco in cui l'attribuzione della responsabilità della crisi è sempre e regolarmente dell’«altro», si è finiti sull'orlo di un suicidio collettivo. La Bce bacchetta i governi del Sud e del Nord: i primi per le mancate riforme, i secondi, in particolare la Germania, perché non si fanno motore di una ripresa della domanda attraverso un'espansione di bilancio. I governi francese e italiano si lamentano di un rallentamento inaspettato (inaspettato ?) dell'economia;
i tedeschi accusano i Paesi che non hanno seguito la via del rigore e delle riforme di non rispettare i patti. Ma, per una ragione o per l'altra, tutti, alla fine, hanno infranto qualche regola;
un sistema in cui nessuno riesce a rispettare le regole va ripensato. Le misure da attuare subito per rilanciare la domanda, al livello dell'Unione, sono chiare e se non ci fossero vincoli politici e gli interessi dei centri finanziari da salvaguardare, si andrebbe dritti per quella strada. C’è un largo consenso tra gli studiosi sul fatto che quando un'economia è in pericolo di deflazione e appesantita dal debito bisogna attuare politiche di bilancio espansive (attraverso un taglio delle tasse o tramite un aumento della spesa) finanziate dalla Banca centrale;
il Trattato di funzionamento dell'Unione europea (TFUE) all'articolo 126 definisce eccessivo il disavanzo pubblico se il rapporto tra indebitamento e PIL supera il 3 per cento (oltre che se il rapporto debito/PIL supera il 60 per cento). Se tale limite viene superato la sanzione più significativa che l'Unione europea potrebbe comminare al nostro Paese è quella di imporci un deposito infruttifero presso la BCE costituito in due parti. Una fissa dello 0,2 per cento del PIL, e una variabile, pari allo 0,1 per cento del PIL per ogni punto (o frazione di punto) di sfondamento del 3 per cento. Se il deficit è pari al 4 per cento l'Italia dovrà pagare meno di 5 miliardi, rispetto ai 45 miliardi che il 4 per cento di deficit nel triennio 2015-2017 ci renderebbe disponibili;
i mercati non sembrano reagire negativamente alla decisione francese; all'indomani delle dichiarazioni del Ministro delle finanze i titoli di Stato sono stati piazzati con gli stessi tassi di interesse richiesti nelle aste dei giorni precedenti. Probabilmente l'enorme liquidità fornita dalla manovre della FED e della stessa BCE conosce qualche difficoltà a trovare impieghi più remunerativi;
il rispetto rigoroso delle regole e del sottostare ai parametri imposti dai trattati deve essere un comportamento seguito da tutti i partners europei, non sono ammesse eccezioni se non unanimemente concordate. Stando a questo principio elementare non si comprende come la Germania possa derogare ampiamente dal rispetto del parametro del surplus commerciale mentre da «bravo scolaretto» il Governo italiano sottolinea in ogni occasione il rispetto del limite del 3 per cento nel rapporto debito/Pil da parte dell'Italia;
per avviare a soluzione una crisi economico finanziaria dai disastrosi effetti sociali che dura ormai da più di otto anni, un periodo talmente lungo che il sistema capitalistico non ha mai affrontato prima, è necessario adottare misure shock sul piano economico che mal si conciliano con un misero allentamento della stretta di bilancio e il solo slittamento al 2017 del pareggio di bilancio. Ben altre sarebbero le soluzioni che però trovano ostacoli insormontabili nelle troppo rigide ormai regole europee non più al passo con la situazione profondamente cambiata e che richiederebbe una forte e reale flessibilità temporanea concordata, almeno sul rispetto del rapporto deficit/Pil, per un reale rilancio economico e produttivo salvaguardando nel contempo l'occupazione e i diritti fondamentali del lavoro;
le proposte delineate nella nota di aggiornamento al DEF non vanno in questa direzione con la necessaria decisione accentuando invece misure che tendono alla demolizione del welfare, a partire dalla delega alla Controriforma del mercato del lavoro;
rispetto al deficit tendenziale al 2,2 per cento, la «forzatura» della Nota che colloca il rapporto deficit/Pil al 2,9 per cento, nel 2015, libera 0,7 per cento punti di Pil, corrispondenti a circa 11 miliardi che saranno sostanzialmente spesi in deficit. Va osservato comunque che l'Italia ha «usufruito» di un inaspettato vantaggio nel settembre scorso con l'introduzione a livello europeo di nuove norme di revisione del PIL secondo i criteri SEC 2010 (inclusione della ricchezza prodotta dalle attività criminali) portando a quella data il rapporto deficit/Pil addirittura al 2,7 per cento;
si tratterebbe di risorse importanti quelle rinvenienti dall'allentamento della stretta fiscale, che già nel 2014 avrebbero potuto permettere una ben più incisiva azione di rilancio da parte del Governo e ancor più permetterebbero di farlo nel 2015. Eppure, rischiano di essere solo indicatori dell'ennesimo fallimento della politica italiana. Perché le potenziali risorse 2014 sono state assorbite dalla recessione, dal mancato rispetto degli obiettivi inizialmente previsti di risparmio pubblico e da interventi mal progettati e peggio realizzati (ad esempio, è notorio che un bonus fiscale qual è quello degli 80 euro, per avere un qualche effetto deve essere chiaramente percepito come permanente, non come una tantum, e che la sua copertura non può derivare da tagli alla spesa pubblica, tagli che hanno effetti recessivi, ma da una vera ridistribuzione del carico fiscale). Nella Nota di aggiornamento si parla di rendere definitivi gli 80 euro, ma non di ampliarne la platea, neanche a pensionati e autonomi, e nemmeno con una redistribuzione del carico fiscale. Si parla di 5 miliardi per la riduzione dell'Irap o dei contributi a carico delle imprese, tra i 4 e i 5 miliardi per le misure inderogabili che riguardano gli ammortizzatori sociali per 1,5 miliardi, fondi sociali, le missioni internazionali e detrazioni per ristrutturazioni, 1 miliardo per la scuola, 1 per i comuni e regioni, mentre già si prevedono almeno 3 miliardi per evitare che scattino clausole di salvaguardia per risparmi mancati, come ad esempio il taglio lineare delle agevolazioni fiscali, le cosiddette tax expenditures;
il Governo Renzi, per rassicurare Bruxelles – come peraltro è stato per gli altri governi che l'hanno preceduto – prevede nella Legge di stabilità 2015-2017 un'apposita maxi-clausola di salvaguardia automatica con la quale il Governo si impegna ad assicurare il raggiungimento del saldo strutturale di bilancio in pareggio dal 2017 aumentando le aliquote Iva e le imposte indirette per un ammontare di 12,4 miliardi nel 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e 21,4 miliardi nel 2018. La clausola se esercitata avrebbe però un effetto recessivo pari allo 0,7 per cento del PIL nel triennio 2016-2018 dovuta ad una contrazione complessiva di consumi ed investimenti per 1,3 punti del PIL;
la linea seguita fin qui dal Governo Renzi e dalla quale sembra non derogare è costituita da una serie di annunci, il raggiungimento di obiettivi parlamentari parziali e dallo spostamento nel tempo dei provvedimenti ritenendo sufficienti il raggiungimento di obiettivi simbolici per ottenere più flessibilità dall'Europa. Un esempio tra tutti è la «creatività» legata all'impatto della riforma del mercato del lavoro sulla crescita che nel DEF viene stimata tra più 0,1 e 0,3 per cento del PIL;
il quadro programmatico predisposto dal Governo, quindi, da perseguire con gli interventi e le politiche che saranno iscritti nella Legge di stabilità per il 2015 segue il seguente schema: uscita dalla recessione e crescita del PIL pari a +0,6 per cento sul 2014; rapporto deficit/PIL in calo a 2,9 per cento (-0,1 punti percentuali rispetto al 2014); disoccupazione in calo al 12,5 per cento, ma sempre sopra il 12 per cento fino a fine 2016; rapporto tra debito pubblico e PIL previsto al 131,6 per cento per il 2014 e al 133,4 per cento per il 2015;
il pericolo corso dall'Italia se avesse già dovuto raggiungere il pareggio di bilancio, come sconsideratamente si è voluto scrivere in Costituzione sotto ricatto della Troika, e che avrebbe portato il Paese ad avvicinarsi tendenzialmente e inesorabilmente al fallimento, viene chiaramente evidenziato nella Nota di aggiornamento al Def nella parte in cui si sottolinea che se non fosse stato ritardato il percorso per giungere al pareggio di bilancio sarebbe stata necessaria una manovra pari allo 0,9 per cento del PIL (del valore di circa 14-15 miliardi), che se attuata solo con tagli di spesa avrebbe generato una minor crescita dello 0,3 per cento nel 2015 e dello 0,1 per cento nel 2016 con effetti negativi sugli investimenti (0,5 punti nel 2015) e sui consumi (0,1 nel 2015). Sempre nella Nota si sottolinea che se l'ammontare dei tagli per il 2015 fosse stato pari a 2,2 punti di PIL, ovvero l'entità della manovra necessaria per rispettare anche la regola del debito, l'impatto negativo sulla crescita sarebbe stato di 0,8 punti;
l'unico dato relativamente positivo previsto dalla Nota di aggiornamento del Def è quello determinato dalla certificazione che nel 2014 la minor spesa per interessi, grazie all'effetto spread, sarà di 5,9 miliardi rispetto al previsto, e il risparmio sugli interessi sul debito ha compensato una parte degli effetti della minore crescita economica. Nel 2015 le uscite per interessi dovrebbero ridursi ulteriormente per circa 2,5 miliardi sul 2014;
nel DEF 2014 e nella Nota di aggiornamento si prosegue comunque nella politica dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni, che si pongono in controtendenza con l'allentamento dei vincoli di bilancio, che di per sé produrrebbero effetti positivi sull'economia se non venissero vanificati da scelte contraddittorie;
sul fronte delle privatizzazioni quest'anno l'obiettivo dello 0,7 per cento del PIL, confermato per i prossimi due anni, non sarà centrato, in quanto si stima una decrescita allo 0,4 per cento;
sul fronte dei tagli nel periodo 2014-2018 si prevede: una riduzione delle spese per il personale del 12 per cento; una riduzione delle spese per pensioni del 3 per cento; una riduzione degli investimenti pubblici, che creano moltiplicatori importanti, del 12 per cento; infine una costante riduzione della spesa primaria, il cosiddetto «Piano Cottarelli» così ripartita: 6-7 miliardi nel 2014; 16 miliardi nel 2015, anche se si potrebbe ipotizzare una riduzione inferiore del livello tra gli 8 e 9 miliardi in virtù dello slittamento del pareggio del bilancio al 2017; 32 miliardi nel 2016; inoltre sono previsti 3 miliardi di tagli alla sanità, 1,8 miliardi al trasporto pubblico locale e così via;
nella nota di aggiornamento al DEF manca totalmente una politica della domanda e degli investimenti pubblici, e di conseguenza, anche una politica per il lavoro. Nel 2014 si prevede una contrazione del 2 per cento della spesa per gli investimenti; nel 2015 è atteso un aumento del 1,5 per cento, «da promuovere in maniera coordinata con l'Unione europea». Tale frase sibillina potrebbe far riferimento o al Piano Juncker, oppure alla richiesta di esenzione dei co-finanziamenti nazionali dei Fondi europei dai saldi di finanza pubblica. Non si tratta quindi di una precisa e certa indicazione ma di veri e propri desiderata che dovranno passare attraverso autorizzazioni europee;
nel DEF e confermato nella Nota di aggiornamento, il ruolo dello Stato sembra deliberatamente ridimensionato in quanto si prevedono minori investimenti pubblici, riduzione della spesa sociale, contenimento del lavoro pubblico, enfasi del mercato, privatizzazioni. Si tratta di una filosofia di stampo liberista antitetica a quello di cui ci sarebbe bisogno: maggiore intervento e regia pubblica, maggiori investimenti pubblici, una spesa pubblica intelligente e innovativa;
non è inoltre presente alcun piano di investimenti pubblici, che in 20 anni sono passati dal 3 per cento al 1,5 per cento del PIL: la nota di aggiornamento al DEF 2014 non dà alcun segno di inversione di tendenza non ravvisandosi nessun accenno ad una benché minima e attendibile politica industriale, di cui il Paese avrebbe drammaticamente bisogno;
il DEF aggiornato delinea una Legge di stabilità in sostanziale continuità con quelle passate e nella quale non si prevede:
alcuna misura di redistribuzione del carico fiscale, prevedendo invece che la riduzione del costo del lavoro, consistente nel bonus di 80 euro e tagli all'Irap e ai contributi a carico delle imprese, che sarà coperta quasi esclusivamente con i tagli alla spesa con effetti depressivi sul PIL;
alcuna riduzione del carico fiscale complessivo, prevedendo invece che la pressione fiscale passi dal 43,3 per cento del 2014 al 43,6 per cento del 2016 per poi ridursi al 43,3 per cento nel 2017 e al 43,2 per cento nel 2018;
che vengano neanche minimamente avviate politiche per la riconversione ecologica dell'economia e per un nuovo modello di sviluppo più sostenibile;
che una serie di cosiddette «partite di giro» tra redditi da lavoro, come la riduzione delle agevolazioni fiscali per sostenere le spese di circa 2 miliardi, previste nel Jobs Act, per l'assegno «universale» di disoccupazione, o tra la finanza degli Enti locali che potranno beneficiare dell'allentamento di un miliardo del Patto di stabilità interno nella misura in cui cederanno per un miliardo le municipalizzate;
si prevede inoltre: che dai tagli di competenza dei dicasteri dovrebbero arrivare non più di 3 miliardi (di cui solo 300 milioni dalla Difesa), con un contributo della sanità tra i 700 milioni e il miliardo, soprattutto sul versante dei beni e servizi; un nuovo giro di vite sulle forniture che dovrebbe garantire complessivamente altri 2-2,5 miliardi. Nel mirino dei tagli sembrano anche contemplate l'INPS e l'Inail, dai quali potrebbero arrivare 300-500 milioni, oltre la conferma del blocco dei salari dei dipendenti pubblici che produrrà risparmi per 2,5 miliardi;
il DEF rimane quindi dentro la cornice dell'austerità caratterizzata in modo significativo dalla flessibilità mercato del lavoro, dalle privatizzazioni e dai tagli;
vi è da osservare poi l'aspetto «creativo» del DEF legato all'impatto della riforma del mercato del lavoro sulla crescita: tra più 0,1 e 0,3 per cento del PIL. Se consideriamo il livello attuale di disoccupazione che è pari a circa 6 milioni di lavoratori e quella plausibilmente ipotizzabile per il 2015, probabilmente non inferiore al 14 per cento, immaginare una crescita dello 0,6 per cento del PIL nel 2015 rappresenta «un puro atto di fede». Forte si affaccia il sospetto che la crescita «programmata» del PIL allo 0,6 per cento per il 2015 sia più che altro funzionale a costruire un certo quadro di finanza pubblica più che una previsione con una qualche base scientifica;
il Governo nella Nota ribadisce che punterà tutto sulle riforme strutturali: dal lavoro, alla Pubblica Amministrazione, passando per quelle costituzionali e istituzionali. Un pacchetto di interventi che garantiranno, a suo dire, una crescita del PIL di 3,4 punti nel 2020 e di 8,1 punti nel lungo periodo La sola riforma del lavoro dovrebbe produrre un ritocco verso l'alto dello 0,1 per cento già nel 2015 così come quella della Pubblica Amministrazione. Quanto all'andamento del PIL, la crescita è stimata in un +1 per cento nel 2016 e nell'1,3 per cento nel 2017. Per il 2015 la nuova previsione dello 0,6 per cento (l'OCSE prevede + 0,1 per cento) potrebbe essere però ulteriormente rivista al ribasso;
osservato inoltre che:
il quadro tendenziale a «legislazione vigente» cui si fa riferimento prevalente nel DEF dà conto della situazione e dell'evoluzione della finanza pubblica in base alle norme già approvate e agli stanziamenti definiti in modo permanente nel bilancio pubblico, Questo è generalmente basso perché non è il quadro tendenziale a «politiche invariate» che dà invece conto del fatto che vi sono spese non finanziate permanentemente nel bilancio pubblico, bensì rifinanziate di anno in anno o triennio in triennio, così come vi sono interventi portati avanti negli ultimi anni che Governo e Ministeri intenderebbero riproporre. Ciò vuol dire che gran parte dei fondi sociali non sono finanziati in modo definitivo, bensì annualmente, dunque non entrerebbero nella legislazione vigente ma nelle politiche invariate; così come i fondi per i rinnovi contrattuali nel pubblico impiego. È quindi lecito ritenere che così valga anche per le detrazioni per lavori di ristrutturazione, così come per gran parte dei fondi per gli ammortizzatori sociali;
considerato che:
la politica macro-economica rimane la variabile decisiva per avviare la ripresa, che deve basarsi soprattutto su una forte ripresa della domanda aggregata e su di un piano ragionato e massiccio di investimenti pubblici. Soltanto così si possono determinare effetti positivi sulla quantità e qualità dell'occupazione. Insistere per la preliminare attuazione di riforme strutturali vuol dire ingigantire gli ostacoli alle riforme e aggravare le condizioni dell'economia. Ostacoli a questa impostazione sono le regole europee invecchiate e non più rispondenti all'eccezionalità della crisi attuale, come il Fiscal Compact, e quelle che hanno strutturato sin dall'inizio la filosofia di funzionamento dell'Unione: il Patto di stabilità e crescita e, soprattutto, il divieto per la Banca centrale di finanziare direttamente i debiti pubblici. Basterebbe trarre insegnamento dagli errori compiuti nell'uscire dalla crisi degli anni trenta per far divenire l'esito disgregante di quell'esperienza un monito che chiami a iniziative ben più radicali e consistenti di quelle che sono attualmente in discussione nelle riunioni europee;
nel Def presentato ad aprile erano contenuti errori econometrici, anche nella nota di aggiornamento il quadro macroeconomico è sottovalutato, costi e voci di spesa sono sottostimati o non compaiano, le coperture sono incerte e ottimistiche, basandosi con un eccesso di fiducia sulle risposte dell'Europa alle richieste di ammorbidimento delle rigide regole comunitarie di bilancio;
i dati dimostrano che la deregolazione del mercato del lavoro non crea solo precarietà e perdita di diritti, ma anche perdita di produttività e quindi perdita di capacità di crescita; questa svalutazione del lavoro che andrà aggravandosi quando si dispiegheranno gli effetti nefasti della controriforma del Jobs Act presuppone imprese di basso valore, che invece di innovare scaricano tutti i costi della competizione internazionale sul costo del lavoro; così facendo ci si rassegna al declino industriale del nostro Paese;
secondo i dati del Def di aprile, la produttività del lavoro avrebbe conosciuto un salto dal 2014 in poi (+1 per cento del Pil nel 2014 e poi ogni anno in media + 0,8 per cento del Pil). Si confermano ulteriormente gli errori di valutazione del Governo di cinque mesi or sono, che non spiegava l'origine di tale crescita impetuosa della produttività, mentre era chiaramente prevedibile la sua decrescita solo osservando i dati sulla dinamica della produttività pari a «zero» dal 2000 al 2013 e non essendo in presenza di un salto qualitativo nelle tecnologie produttive nel nostro Paese, tale da poter pensare di provocare questi incrementi;
altre perplessità derivavano, già ad aprile, dal previsto boom degli investimenti; intanto l'attuale produzione industriale registra un -25 per cento rispetto al 2007, non a caso, perché senza domanda si assiste ad un crollo degli investimenti (infatti: 2008: -3,7 per cento, 2009: -11,7 per cento, 2010: + 0,6 per cento, 2011: -2,2 per cento, 2012: -8,0 per cento, 2013: -4,7 per cento); il Def di aprile prevedeva nel 2014 un incremento degli investimenti del 2 per cento, e nel periodo 2014-2018 del + 16,12 per cento circa (investimenti durante il «boom» 2003-2007: + 7,2 per cento). Un altro errore clamoroso di valutazione operato dal Governo, tanto più stridente ora che assistiamo anche per la Germania ad un vero e proprio crollo della produzione industriale considerando il dato di agosto che ha registrato un calo annualizzato pari al 2,8 per cento, dato sensibilmente peggiore del 2,7 per cento del mese precedente e del -0,5 per cento stimato degli analisti;
anche con la nota di aggiornamento al Def 2014 il Governo ha confermato la politica di totale disimpegno nei confronti di un'area del Paese, il Mezzogiorno, che con la sua produzione contribuisce ad un quarto del PIL nazionale, dimostrando in tal modo di sottovalutare la dimensione nazionale e le ricadute della questione meridionale e l'impossibilità per una nazione di mantenere la propria unità e coesione se parti di essa procedono a velocità diverse, accentuando fra loro il disequilibrio;
il documento è infatti privo di misure programmatiche di sviluppo orientate verso quei territori che registrano una dinamica di crescita complessivamente ancora debole rispetto a quella delle altre aree del Paese, e risulta essere totalmente manchevole rispetto alle aspettative di quei territori, non fornendo alcuna indicazione strutturale e non individuando alcuna forma aggiuntiva di finanziamento per sostenere l'attuazione di un improcrastinabile piano straordinario per il Mezzogiorno che sia orientato, in primis, all'adeguamento e allo sviluppo della sua rete infrastrutturale, presupposto determinante per sfruttarne le potenzialità di piattaforma logistica e di crocevia naturale degli scambi internazionali lungo le direttrici Nord-Sud e Est-Ovest e per agevolare i flussi turistici, facendo in tal modo candidare l'intera area, fisicamente e storicamente proiettata nel Mediterraneo, a zona di libero scambio;
anche le molto ottimistiche previsioni del Def sull'aumento dei consumi delle famiglie nel periodo 2014-2018, dell'ordine del 5,6 per cento, rappresentano un clamoroso errore di valutazione del Governo su di un periodo di soli 5 mesi, nel quale non ha minimamente tenuto conto dell'impatto sulla crescita delle manovre restrittive indicate come i tagli alla spesa per il personale, alle pensioni e agli investimenti pubblici;
gli effetti sociali ed economici delle politiche di austerità stanno compromettendo anche gli obiettivi di consolidamento fiscale, a partire dalla riduzione del debito che continua, infatti, ad aumentare;
particolarmente grave sembra la quasi totale assenza di interventi organici e risolutivi nel decisivo settore della scuola e della formazione. Considerando inoltre che nel 2013 i tagli al comparto istruzione hanno comportato una riduzione degli stipendi e la riduzione del numero dei dipendenti nella PA. Il settore che più ha contribuito alla causa dell'austerità programmata è stato appunto la scuola dove i contratti di lavoro non vengono rinnovati dal 2010. Il blocco è stato prolungato da Letta e Saccomanni fino al 2015, poi confermato da Renzi e Padoan. Sulla base di questa programmazione, i fondi per la scuola sono destinati a scendere dello 0,7 per cento, verranno stabilizzati nel triennio successivo, per iniziare a crescere di un microscopico 0,3 per cento a partire dal 2018. Considerata l'incertezza che regna sovrana sulla spesa pubblica, non è detto che queste previsioni verranno rispettate. In realtà, quello preventivato non è un «aumento» della spesa per il personale, bensì solo l'effetto dell'attribuzione dell'indennità di vacanza contrattuale per il triennio successivo 2018-2020. A oggi, questa indennità resta ancora bloccata e non verrà restituita. La scuola si conferma uno dei settori più colpiti del pubblico, insieme alla sanità. La spesa per il funzionamento ordinario di scuole, università o enti di ricerca è passata da 1,11 miliardi del 2011 a 0,95 del 2013 e non è destinata a crescere nonostante i vari annunci di Renzi sull'edilizia scolastica;
il cosiddetto decreto «Sblocca Italia» varato dal Governo Renzi, il 13 settembre scorso, condanna il Belpaese all'arretratezza di un'economia basata sul consumo intensivo di risorse non rinnovabili e concentrata in poche mani. Si arriva al paradosso – sostiene l'appello ai parlamentari dei comitati e delle organizzazioni ambientaliste – che le produzioni agricole di qualità, il nostro paesaggio e i tanti impianti e lavorazioni che non provocano inquinamento, compresi quelli per la produzione energetica da fonti rinnovabili quando realizzati in maniera responsabile e senza ulteriore consumo di territorio, non sono attività strategiche a norma di legge. Lo sono, invece, i pozzi e l'economia del petrolio che, oltre a costituire fonti di profitto per poche multinazionali, sono causa dei cambiamenti climatici e di un pesante inquinamento;
mentre il mondo intero sta cercando di affrancarsi da produzioni inquinanti, il Governo Renzi per i prossimi decenni intende avviare la nostra terra su un binario morto dell'economia. Eppure l'industria petrolifera non ha portato alcun vantaggio ai cittadini ma ha costituito solo un aggravamento delle condizioni sociali ed ambientali rispetto ad altre iniziative legate ad un'economia diffusa e meno invasiva;
le grandi opere con il loro insano e corrotto «ciclo del cemento» continuano ad essere il mantra per questo tipo di «sviluppo» mentre interi territori aspettano da anni il risanamento ambientale. Chi ha inquinato deve pagare. Servono però bonifiche reali, non affidate agli stessi inquinatori e realizzate con metodi ancora più inquinanti. L'esatto opposto delle recenti norme con cui si cerca di mettere la polvere tossica sotto al tappeto;
questo provvedimento si configura come un primo passaggio propedeutico alla piena realizzazione del piano complessivo di privatizzazione e finanziarizzazione dell'acqua e dei beni comuni che il Governo sembra voler definire compiutamente con la legge di stabilità;
all'interno della Nota non vi è nessun accenno ad una politica energetica e ambientale che garantisca il forte impegno dell'Italia per un'economia e una società low carbon, tale da garantire un'azione efficace di contrasto dei cambiamenti climatici attraverso obiettivi di riduzione dei gas-serra e di spinta verso una economia a impatto sostenibile che incentivino in maniera decisa lo sviluppo delle fonti rinnovabili e gli interventi di efficienza energetica a livello nazionale. Il Governo continua a mostrarsi sordo agli avvertimenti lanciati dal recente rapporto IPCC in Europa, secondo il quale la regione mediterranea è quella che risentirà più di tutte dei cambiamenti climatici a causa dei notevoli impatti attesi sul turismo, sull'agricoltura, sulle attività forestali, sulle infrastrutture, sull'energia e sulla disponibilità di acqua che costituirà il fattore limitante per la produzione agricola. Sono in aumento i rischi di inondazioni, di erosione costiera e di danni alle infrastrutture già con l'attuale livello di climate change (+0,61 oC rispetto al periodo preindustriale) mentre le misure di mitigazione possono ridurre il rischio entro limiti accettabili;
nella Nota di aggiornamento c’è solo un vago riferimento, en passant, alla strategia di Europa 2020 e solo in riferimento all'utilizzo dei Fondi europei per il ciclo 2014-2020. La strategia Europa 2020 che mira a una crescita che sia: intelligente, grazie a investimenti più efficaci nell'istruzione, la ricerca e l'innovazione; sostenibile, grazie alla decisa scelta a favore di un'economia a basse emissioni di CO2; e solidale, ossia focalizzata sulla creazione di posti di lavoro e la riduzione della povertà, e che s'impernia su cinque ambiziosi obiettivi riguardanti l'occupazione, l'innovazione, l'istruzione, la riduzione della povertà e i cambiamenti climatici/l'energia, non costituisce per il Governo Renzi l'asse fondamentale della propria politica economico-sociale che invece fa riferimento alla nota lettera della BCE del 5 agosto 2011;
in sintesi, dalla Nota di aggiornamento del DEF 2014 non emerge nessuna idea su come tirare fuori il Paese da questa situazione caratterizzata dalla recessione, dalla deflazione e dalla disoccupazione di massa, tant’è che in buona sostanza si delinea una legge di stabilità 2015-2017 di galleggiamento;
considerato inoltre che:
dalla crisi si esce solo con la fine delle politiche di austerità, con politiche espansive ed un nuovo intervento dello Stato e, nell'immediato, in particolare, si dovrebbe operare uno scorporo di alcune tipologie di spese e di investimenti dal calcolo dei saldi validi al fine del rispetto del Patto di stabilità e crescita. Tale scorporo, più volte proposto da autorità politiche ed esperti economici in Italia e in Europa, permetterebbe una ripresa della domanda pubblica che è necessaria – in assenza di un'adeguata dinamica della domanda per consumi, investimenti ed export – per condurre l'economia fuori dall'attuale depressione. Gli investimenti nei suddetti settori sono rilevanti in primo luogo per gli effetti aggregati sull'economia, che vedrebbe un aumento del Pil e quindi un miglioramento degli indicatori di sostenibilità del debito. In secondo luogo, l'investimento in tali settori condurrebbe l'Italia ad avvicinarsi in misura significativa agli obiettivi di Europa 2020 in una varietà di campi sociali e ambientali,

impegna il Governo

in considerazione del persistere, anzi dell'aggravarsi degli effetti del ciclo economico negativo che si protrae ormai da troppi anni, senza che si intravveda una soluzione nel breve periodo, a predisporre una manovra per triennio 2015-2017 – seguendo l'esempio francese – che preveda un congruo indebitamento a sostegno di una seria e condivisa programmazione di politiche di sviluppo sostenibile e per il lavoro, attraverso il superamento di un punto percentuale del limite del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil;
a destinare le risorse che ne risulterebbero, pari a circa 45 miliardi nel triennio considerato, insieme ad altre risorse nazionali, ad un Piano nazionale per il lavoro che preveda misure per creare da subito centinaia di migliaia di posti di lavoro. Lo Stato deve diventare datore di lavoro di ultima istanza attraverso la messa in opera di un Programma Nazionale sperimentale triennale di interventi pubblici, un Green New Deal italiano. L'asse di un Piano per il lavoro, deve consistere innanzitutto nella messa in sicurezza del nostro territorio e degli edifici scolastici, la cura e la valorizzazione del paesaggio e dei beni culturali, il rilancio di un'agricoltura multifunzionale, la riqualificazione delle città, l'efficienza energetica degli immobili, l'innovazione tecnologica, la riforma e il rinnovamento della PA e del welfare, l'innovazione e la sostenibilità delle reti (trasporti, energia, digitalizzazione del Paese,...);
a mettere in essere interventi e riforme finalizzate ad accrescere il tasso di competitività del nostro tessuto imprenditoriale, presupposti questi per salvaguardare e rilanciare l'occupazione, interventi capaci di innalzare il contenuto tecnologico e di conoscenza del sistema imprenditoriale italiano, in grado di generare valore aggiunto ed occupazione;
prevedere, nell'ambito della politica industriale nazionale, modalità per un intervento pubblico al fine di salvaguardare gli asset strategici, stimolare le innovazioni e la ricerca, facilitare la riconversione ecologica dell'apparato produttivo, garantire i livelli occupazionali, traendo ispirazione dal meglio dell'esperienza storica dell'IRI;
a sostenere negli organismi europei la posizione del Governo francese per il superamento temporaneo del tetto dell'indebitamento del 3 per cento, e cogliere l'occasione per una verifica ed una profonda riforma del Fiscal compact, del Six pact e delle altre disposizioni fiscali contenute nei Trattati europei;
ad impegnarsi in Europa per ottenere la moratoria, per almeno un quinquennio, sull'applicazione delle misure obbligatorie di abbassamento del debito prevista dal fiscal compact nonché la modifica delle modalità di calcolo dei saldi corretti per il ciclo che penalizzano soprattutto Paesi come il nostro in prolungata recessione;
a proporre una Conferenza sul debito che ricalchi quanto deciso nel 1953 sulla Germania, cui vennero condonati i debiti di guerra, prevedendo la rinegoziazione del debito che eccede il 60 per cento del Pil;
a propone un Piano Europeo per l'Occupazione (un green new deal continentale) il quale stanzi almeno 300 miliardi di euro con risorse pubbliche nuove ed aggiuntive rispetto a quelle già previste per dare occupazione a 5-6 milioni di disoccupati o inoccupati (di cui un milione in Italia): tanti quanti sono quelli che hanno perso il lavoro dall'inizio della crisi, dando priorità a interventi che rispettano il diritto ad un ambiente sano e integro, al contrario di quanto fanno molte grandi opere che devastano il territorio e che creano poca occupazione, agevolando la transizione verso consumi drasticamente ridotti di combustibili fossili, la creazione di una agricoltura biologica e multifunzionale, il riassetto idrogeologico dei territori, la valorizzazione non speculativa del patrimonio artistico, il potenziamento dell'istruzione e della ricerca, la messa in sicurezza degli edifici scolastici, la riqualificazione delle città, l'efficienza energetica degli immobili, l'innovazione tecnologica, la riforma e il rinnovamento della PA e del welfare, l'innovazione e la sostenibilità delle reti (trasporti, energia, digitalizzazione del Paese, eccetera);
a scorporare nel bilancio delle Pubbliche amministrazioni gli investimenti pubblici in opere di piccole e medie dimensioni, a grande assorbimento di lavoro, relativi ai settori sottoelencati dal computo dell'indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni rilevante per i vincoli dei Trattati europei:
a) pubblica istruzione, università, ricerca;
b) messa in sicurezza degli edifici scolastici;
c) riqualificazione delle periferie attraverso piani di recupero;
d) interventi di salvaguardia dell'assetto idrogeologico dei territori;
e) recupero, salvaguardia e sviluppo del patrimonio artistico e ambientale;
f) interventi di risanamento delle reti di distribuzione delle acque potabili;
g) potenziamento del trasporto pubblico locale con particolare riguardo al pendolarismo regionale e al trasporto su ferro;
h) interventi di risparmio energetico attraverso l'utilizzo delle energie rinnovabili;
a verificare in parallelo la possibilità che tali investimenti – da realizzarsi anche negli altri paesi dell'Eurozona – siano finanziati a livello europeo per consentire all'insieme dell'Unione di uscire dal ristagno economico proponendo:
a) la concessione di crediti da parte della Bce al tasso d'interesse più basso, riservata a istituzioni finanziarie pubbliche – in Italia la Cassa Depositi e Prestiti – impegnate a realizzare il programma di investimenti pubblici necessario all'uscita dalla crisi;
b) l'emissione di titoli garantiti dall'Eurozona finalizzati alla realizzazione di tali investimenti (eurobond);
c) l'emissione di liquidità in modalità non convenzionali da parte della Bce a copertura di tale programma d'investimenti;
a prevedere adeguamenti pensionistici, a partire dalle fasce più deboli, al fine di un aiuto e un sostegno concreti per fronteggiare i continui aumenti delle tariffe e dell'imposizione fiscale diretta e indiretta;
ad escludere categoricamente qualsiasi intervento sulle pensioni tanto meno su quelle impropriamente definite «d'oro» relative a redditi che non superano i duemila e cinquecento euro netti mensili;
a modificare la controriforma delle pensioni Fornero e risolvere il problema per tutti i cosiddetti «esodati», ad iniziare dai 4.000 dipendenti scolastici («quota 96») che da oltre due anni chiedono di poter accedere al trattamento pensionistico sia di vecchiaia che di anzianità, in merito ai quali la Risoluzione 8-00042 approvata dalle Commissioni V e XI della Camera impegnava il Governo a reperire, nell'ambito del DEF 2014, le risorse necessarie e tutt'ora disattesa;
a sostenere con determinazione la politica dell'Unione europea perché si impegni entro l'inizio del 2015 a realizzare una riduzione dei gas serra al di sotto del 40 per cento rispetto ai limiti del 1990, nell'ambito dei negoziati internazionali per un nuovo accordo mondiale sul clima, che si concluderanno a Parigi alla fine del 2015;
a prevedere una efficace strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici attraverso la immediata elaborazione di piani di mitigazione che siano adeguati alle ultime conoscenze in materia di emissioni di gas serra e di mezzi per contenere l'incremento della temperatura media del pianeta contenute nell'ultimo rapporto IPPC sui cambiamenti climatici;
a garantire che il piano energetico nazionale preveda la centralità delle fonti energetiche rinnovabili e che le linee guida e le incentivazioni in esso contenute siano coerenti e conformi con le reali esigenze del Paese, attraverso la necessaria modifica della Strategia Energetica Nazionale (SEN) per adeguarla agli obiettivi definiti, anche a livello europeo, nonché al sostegno, con mezzi idonei ed efficaci, dell'innovazione tecnologica nel campo della produzione di energia da fonti rinnovabili; aumentando contestualmente gli sforzi per una maggior efficienza energetica da parte del comparto privato, del comparto pubblico e del comparto industriale;
ad intervenire comunque, in considerazione della pesante crisi in cui è immerso il nostro Paese, oltre al Piano per il lavoro di cui sopra, con le seguenti misure nazionali per uscire dalla recessione e promuovere un modello di politica economica che faccia leva prioritariamente sullo sviluppo della domanda interna e rilanci l'occupazione:
1) il pieno utilizzo delle somme relative al Quadro di Coesione e Sviluppo 2014-2020 pari circa 84 miliardi;
2) la redistribuzione del peso fiscale dai redditi bassi alle rendite ed ai patrimoni che avrebbe un benefico effetto espansivo;
3) l'utilizzo dei fondi della CDP che potrebbero finanziare un programma di «piccole opere» di investimenti degli enti locali, restando fuori dal bilancio consolidato delle pubbliche amministrazioni valido per il calcolo dell'indebitamento netto;
4) la revisione del Patto di stabilità interno per consentire gli investimenti degli enti territoriali;
5) interventi sulle emergenze sociali quali la proroga delle CIG e delle mobilità in deroga, il rinnovo dei contratti per i precari della PA impiegati in servizi;
6) la definizione di interventi prioritari di politica industriale, concernenti l'innovazione e la ricerca;
7) ad approvare un ambizioso piano per la messa in sicurezza del territorio italiano, in termini di sicurezza geologica, idrogeologica ed agro alimentare, in grado di tutelare il territorio ed i suoi abitanti e sviluppare un comparto industriale con potenzialità di volano per l'economia nazionale e elevata qualificazione degli operatori anche per i mercati esteri;
8) la previsione di un reddito minimo garantito per i soggetti disoccupati, precariamente occupati o in cerca di prima occupazione;
9) ridurre le spese con le seguenti misure:
a) revisione delle priorità della legge obiettivo (ossia le grandi opere pubbliche): investire le limitate risorse pubbliche disponibili in opere infrastrutturali che siano realizzabili in tempi certi e con modalità sostenibili, sia in termini di vincoli di bilancio, che, soprattutto, dal punto di vista ambientale e sociale, procedendo innanzitutto a riequilibrare le risorse di provenienza pubblica tra quelle destinate alla costruzione di grandi opere e quelle devolute ad un programma di opere pubbliche di piccole e medie dimensioni, con particolare riferimento ad interventi di manutenzione in ambito stradale e ferroviario;
b) riduzione delle spese militari a partire delle spese per sistemi d'arma (Fregate FREMM e F35); fine della missione militare in Afghanistan;
c) chiusura dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE);
d) uso di software open source per le pubbliche amministrazioni;
e) riduzione dei costi della politica riducendo i livelli di governo, le auto blu, riducendo il numero dei membri dei CdA delle società partecipate e contenendo la proliferazione dei servizi «esternalizzati», riducendo drasticamente le consulenze, provvedendo altresì alla revisione dei compensi per i manager ed i rappresentanti politici, eccetera;
a ripensare la «questione meridionale» ricollocandola fattivamente al centro dell'agenda politica come parte di un progetto organico, sistematico e generale per lo sviluppo e la crescita dell'intero sistema paese, anche recuperando, se non si vuole correre il rischio di una desertificazione industriale, quella logica industriale che ha ispirato le politiche di intervento straordinario per il Mezzogiorno del dopoguerra;
a ridefinire una strategia che migliori l'efficienza delle misure di sviluppo per il Mezzogiorno ponendo maggiore attenzione che nel passato alla qualità delle politiche ordinarie come fattore di sviluppo: sanità e assistenza, istruzione e formazione, giustizia e sicurezza;
a sviluppare il sistema delle telecomunicazioni ed a provvedere all'ottimizzazione delle linee ferroviarie del Sud, in particolare di quelle capaci di ottimizzare il trasporto pubblico locale, anche al fine di trasferire il trasporto di merci e passeggeri dalla gomma al ferro;
ad intensificare gli investimenti nel settore della sostenibilità ambientale nel Mezzogiorno, anche attraverso il ricorso alle energie alternative, alla difesa del suolo ed il recupero dei centri storici delle città, fronteggiando al tempo stesso l'emergenza rifiuti e l'emergenza idrica;
ad introdurre nel nostro sistema tributario, valutati i profili di compatibilità con la disciplina dell'Unione europea, la fiscalità di vantaggio a regime per promuovere l'aggregazione tra le imprese operanti nel Mezzogiorno, al fine di favorire lo sviluppo del tessuto produttivo meridionale puntando sul rafforzamento dei legami di rete e cooperazione;
ad incentivare nel Mezzogiorno, anche introducendo nel sistema tributario a regime forme di fiscalità di vantaggio, la creazione di distretti industriali, sistemi produttivi locali e reti di piccole e medie imprese per migliorare le produttività, il tasso di innovazione e il livello di apertura internazionale delle imprese che, singolarmente, non possiedono le capacità di rischio e di investimento necessarie;
a prevedere un piano per un impegno straordinario per sconfiggere la criminalità organizzata e tutti quei fenomeni di illegalità, dal lavoro sommerso alla microcriminalità, che determinano un ambiente sfavorevole agli investimenti ed allo sviluppo;
sul terreno fiscale:
a) a rafforzare le misure di contrasto all'evasione; a prevedere misure, anche sperimentali, di contrasto di interessi al fine di far emergere lavoro nero ed evasione fiscale e contributiva,
b) a prevedere una redistribuzione del carico fiscale dai redditi da lavoro, dal costo del lavoro per le imprese e dalla prima casa alle rendite ed ai patrimoni mediante le seguenti misure:
la riforma del catasto e il superamento dell'arretratezza del sistema di attribuzione delle rendite catastali;
l'aumento della progressività dell'imposta sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) prevedendo un'ulteriore aliquota per i redditi complessivi lordi che superano i 90 mila euro annui;
l'incremento delle detrazioni per lavoro dipendente e carichi familiari e degli assegni familiari;
l'alleggerimento graduale a favore delle piccole e medie imprese del carico fiscale sui fattori di produzione;
ad attuare, infine, nel corso della legislatura, le seguenti indispensabili riforme:
a) promuovere e sostenere una rapida approvazione di una legge efficace per contrastare i conflitti di interessi;
b) ripristinare e rafforzare il controllo di legalità in tutto il ciclo economico pubblico e privato in cui tracciabilità e prescrizione sulla regolarità dei procedimenti siano assunti come punti di forza nella lotta alle mafie; limitare le condotte penalmente rilevanti ai fatti realmente gravi e punire con adeguate sanzioni amministrative le condotte illecite che non creano danni o allarme sociale; procedere ad interventi incisivi sulla struttura e i tempi del processo civile, rinforzando inoltre gli strumenti di mediazione non obbligatoria e di risoluzione stragiudiziale delle controversie;
c) promuovere una legge sulla rappresentanza sindacale; abolire l'articolo 8 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138; ritirare le disposizioni sui contratti a tempo determinato e sull'apprendistato di cui al decreto legge n. 34 del 2014, ripristinare la legge n. 188 del 2007, di contrasto al fenomeno delle dimissioni in bianco;
d) innalzamento dell'obbligo scolastico a 18 anni, contrasto alla dispersione scolastica specie nel Mezzogiorno; politica del diritto allo studio; incrementare, nell'ambito del piano nazionale della ricerca, l'indicazione di misure volte al raggiungimento degli obiettivi europei relativamente alla percentuale di PIL, che dovrebbe raggiungere il 3 per cento entro il 2020, da investire nella ricerca e nello sviluppo;
e) ripublicizzazione del servizio idrico, riorganizzazione dei servizi pubblici locali per bacini di utenza;
f) rafforzare il Fondo centrale di garanzia per consentire maggiori finanziamenti alle PMI; stabilire limiti alla distribuzione dei dividendi e dei bonus a manager ed amministratori; introdurre il divieto delle vendite allo scoperto, regolamentare l'utilizzo dei derivati; adottare ogni iniziativa utile alla netta separazione tra le banche d'affari e le banche commerciali;
g) sviluppo di un vero programma di edilizia abitativa che ponga al centro l'offerta di alloggi di edilizia residenziale da destinare alle categorie sociali svantaggiate nell'accesso al libero mercato degli alloggi in locazione; provvedere a un congruo rifinanziamento della legge n. 431 del 1998 per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione per le fasce sociali più disagiate;
h) rifinanziamento del Fondo rotativo per il finanziamento delle misure finalizzate all'attuazione del Protocollo di Kyoto;
i) a garantire nella Legge di stabilità 2015 l'impegno minimo di aumento dei fondi alla cooperazione allo sviluppo nell'ordine del 10 per cento annuale come previsto dal DEF 2013 e confermato dal DEF 2014, per proseguire nel riallineamento dell'Italia alla media dei Paesi Ocse;
j) rifinanziamento su base triennale del Fondo per la non autosufficienza, incrementando le risorse ad esso assegnate, attualmente del tutto inadeguate, ed incrementare le risorse assegnate al Fondo per le politiche sociali, e più in generale, reintegrare i tagli alle risorse per le politiche socio-assistenziali e di sostegno alla famiglia;
k) incrementare le somme a disposizione del «Fondo per le vittime dell'amianto» previsto dalla Legge finanziaria 2008 (Legge 24 dicembre 2007, n. 244, articolo 1, commi 241-246);
l) rimettere al centro la cultura, la bellezza e i beni culturali e paesaggistici per favorire la crescita sociale ed economica del Paese. Gli interventi devono riguardare politiche efficaci ed efficienti di tutela, promozione, fruizione e gestione sostenibile del patrimonio culturale italiano; ma anche l'investimento nella produzione culturale e creativa attraverso una progettazione strategica che coinvolga Stato, enti locali, operatori del settore e imprese;
m) affrontare in modo deciso l'intera materia relativa all'attuazione dell'Agenda digitale, intervenendo con un'iniziativa normativa ad hoc, così da dare finalmente esecuzione ad una serie di procedure di rilevanza essenziale per lo sviluppo e la competitività del nostro Paese, nonché a definire stabilmente la governance relativa all'attuazione dell'Agenda digitale italiana, rendendo pienamente operativi i vertici degli organismi ad essa preposti;
n) adottare immediati strumenti di contrasto alle delocalizzazioni delle attività produttive ed alla risoluzione delle crisi industriali attraverso l'istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri di una cabina di regia nazionale sulla crisi d'impresa che preveda la partecipazione del Governo, di tutte le forze sociali e politiche, nonché degli altri soggetti coinvolti (principalmente il sistema delle banche e l'amministrazione fiscale) che abbiano il compito di individuare strumenti e soluzioni adeguate alla drammaticità della situazione economica che affligge le imprese italiane.
(6-00087) «Scotto, Marcon, Melilla, Airaudo, Franco Bordo, Costantino, Duranti, Daniele Farina, Ferrara, Giancarlo Giordano, Fratoianni, Kronbichler, Matarrelli, Nicchi, Paglia, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piras, Placido, Quaranta, Ricciatti, Sannicandro, Zaratti, Zaccagnini».