• Testo MOZIONE

link alla fonte scarica il documento in PDF

Atto a cui si riferisce:
C.1/00089 premesso che: la legge 22 maggio 1978, n. 194, ha introdotto nel nostro ordinamento la possibilità per le donne di ricorrere, con tempi e modalità determinate, alla interruzione...



Atto Camera

Mozione 1-00089presentato daMELONI Giorgiatesto diMartedì 11 giugno 2013, seduta n. 31

La Camera,
premesso che:
la legge 22 maggio 1978, n. 194, ha introdotto nel nostro ordinamento la possibilità per le donne di ricorrere, con tempi e modalità determinate, alla interruzione volontaria di gravidanza, affiancando tuttavia il diritto alla procreazione cosciente e responsabile al valore sociale della maternità e la tutela della vita umana fin dal suo inizio, nella prospettiva, anzitutto, di fornire le più ampie forme di assistenza in quel particolare contesto nel quale viene a trovarsi la donna dinanzi all'ipotesi di una interruzione della propria gravidanza;
l'approvazione di questa legge era stata preceduta da due importanti avvenimenti in materia di sostegno alle donne in gravidanza, quali, in primo luogo l'approvazione della legge 29 luglio 1975, n. 405, e, in secondo luogo, la sentenza n. 27 del 1975 della Corte costituzionale;
con la prima erano stati disciplinati i consultori familiari, ed erano state espressamente indicate, tra le loro finalità, quella di fornire assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità e alla paternità responsabile, la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile, nel rispetto delle convinzioni etiche e dell'integrità fisica degli utenti, la tutela della salute della donna e del nascituro, la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere ovvero a prevenire la gravidanza, consigliando i metodi e i farmaci adatti a ciascun caso;
con la legge n. 405 quindi, il consultorio viene a costituire un autentico snodo non solo medico, ma anche sociale, diffuso sul territorio, all'interno del quale le donne potranno trovare un punto di riferimento gratuito e aperto a tutti per ogni questione attinente (anche, ma non solo) alla propria vita procreativa;
nello stesso anno, la pronuncia della Corte costituzionale, intervenuta sul tema quando era ancora vigente la legislazione che sanzionava penalmente l'interruzione volontaria della gravidanza, ancorò il diritto della donna in gravidanza e il diritto alla vita del concepito nel sistema costituzionale, individuando principi poi recepiti nella legge n. 194 e consolidatisi nella giurisprudenza successiva, comprendendoli entrambi, in linea generale, nella tutela costituzionale della protezione della maternità di cui all'articolo 31;
sotto il profilo costituzionale, la tutela del concepito e quella della madre trovano poi, altresì, separato e ulteriore fondamento in ulteriori disposizioni, quali l'autonoma tutela del concepito, riconducibile all'articolo 2 della Carta, laddove riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, la tutela della madre, nell'ambito dell'articolo 32 a protezione della salute;
secondo la citata sentenza della Corte, il legislatore avrebbe avuto l'obbligo di predisporre le cautele necessarie per impedire che l'aborto fosse procurato senza seri accertamenti sulla realtà e gravità del danno o pericolo che sarebbero potuti derivare alla madre dal proseguimento della gestazione, stabilendo che la liceità dell'aborto dovesse essere «ancorata ad una previa valutazione della sussistenza delle condizioni atte a giustificarla»;
la legge n. 194 recita nel suo primo articolo: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite»;
l'articolo 2 della legge riprende, invece, il tema dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza, informandola sui diritti garantitegli dalla legge e sui servizi di cui può usufruire, sui diritti delle gestanti in materia laborale;
inoltre, i consultori dovrebbero assolvere alla funzione di «contribuire a far superare le cause che possono portare all'interruzione della gravidanza», anche attraverso la formulazione di proposte agli enti locali per il sostegno alle maternità contrassegnate da particolari problematiche;
l'esperienza applicativa della legge n. 194 del 1978, ha posto in evidenza come, dopo un iniziale aumento per la completa emersione dell'aborto dalla clandestinità, la cui entità prima della legalizzazione era stimata tra i 220 e i 500 mila aborti l'anno, si sia potuta osservare una costante diminuzione dell'interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese;
dal 1983 i tassi di abortività sono diminuiti in tutti i gruppi di età, più marcatamente in quelli centrali, mentre, per quanto riguarda le minorenni, il tasso di abortività nel 2010 è risultato pari a 4,5 per 1.000 (4,4 per 1.000 nel 2009), con valori più elevati nell'Italia settentrionale e centrale, ma, come già negli anni precedenti, si conferma il minore ricorso all'aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri paesi dell'Europa occidentale;
in generale, nel corso degli anni le più rapide riduzioni del ricorso all'aborto sono state osservate tra le donne più istruite, tra le occupate e tra le coniugate, per le quali, anche grazie a una maggiore competenza di partenza, sono risultati più efficaci i programmi e le attività di promozione della procreazione responsabile, principalmente svolti dai consultori familiari;
il tasso di abortività (numero delle interruzioni volontarie di gravidanza per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), l'indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza nel 2011 è risultato pari a 7,8 per 1.000, con un decremento del 5,3 per cento rispetto al 2010 (8,3 per 1.000) e un decremento del 54,7 per cento rispetto al 1982 (17,2 per 1.000), e il valore italiano è tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati;
a fronte della continua riduzione del ricorso all'aborto tra le donne italiane, riduzione più lenta nelle condizioni di maggiore svantaggio sociale, l'aumento degli aborti effettuati da donne straniere, dovuto al costante incremento della loro presenza nel Paese, rappresenta una criticità importante;
questi dati, tuttavia, devono essere inquadrati nell'ambito della generale e progressiva riduzione del numero delle gravidanze e delle nascite in Italia dagli anni ottanta ad oggi, e allora si evince come in proporzione alle gravidanze avviate quelle oggetto di interruzione volontaria di gravidanza non rappresentano affatto un trend in diminuzione;
permangono, infatti, delle forti criticità nell'applicazione della legge 194 del 1978 sia sotto il profilo della prevenzione e della comunicazione, proprio tra i più giovani, tra le donne straniere, nelle fasce sociali più deboli e disagiate, sia sotto il profilo delle possibili alternative per le donne che pensano di ricorrere all'aborto, laddove, invece, il legislatore voleva esaltare proprio questo ruolo dissuasivo rispetto al non portare a termine la propria gravidanza;
sotto il profilo dell'assistenza e del sostegno alle donne in gravidanza, solo per citare un esempio, appare ancora sottodimensionato l'importantissimo ruolo svolto dai centri di aiuto alla vita, istituiti dalla stessa legge, che ogni anno accolgono migliaia di donne in difficoltà, quasi la metà delle quali sono incinta, e che ancora non hanno raggiunto la necessaria diffusione sul territorio nazionale;
sono gravissime le notizie riportate in questi giorni dagli organi di stampa circa il diffuso ritorno a pratiche di aborto clandestino da parte di donne che non otterrebbero adeguata assistenza nelle strutture pubbliche;
gli aborti illegali calcolati dal Ministero della sanità nel 2008 sarebbero stati ventimila, e il fenomeno sarebbe in costante crescita;
gli aborti clandestini sarebbero praticati in strutture cliniche illegali, con farmaci di contrabbando, e mettono seriamente in pericolo la salute, se non la stessa vita, delle donne che li praticano, per non parlare del fatto che in quelle sedi neanche la pur minima esigenza di tutela della vita del nascituro gode di alcuna considerazione,

impegna il Governo

a verificare che, nel rispetto della libertà degli obiettori di coscienza, le strutture pubbliche sanitarie continuino a garantire l'applicazione della legge 194 del 1978, preservando le donne che scelgono di interrompere la propria gravidanza da pratiche illegali e pericolose per la propria salute e la propria vita, prevedendo al contempo che anche la somministrazione della pillola RU 486 avvenga nel pieno rispetto dei pareri espressi dal Consiglio superiore di sanità;
a potenziare, attraverso l'opera dei consultori, l'attività per la prevenzione dell'aborto, mediante adeguate campagne di informazione e sensibilizzazione, in particolare tra i più giovani e nelle fasce sociali più disagiate, non ultimo attraverso l'educazione sessuale;
a sostenere, a livello normativo e finanziario, tutte quelle iniziative che offrano a queste madri un'alternativa all'aborto, attraverso la creazione di ulteriori centri di aiuto che possano accoglierle e sostenerle nella loro maternità, attraverso forme di sostegno economico erogato direttamente alle madri, attraverso la creazione di politiche abitative che favoriscano questa categoria ed individuando ogni altra iniziativa utile a sostenere questi nuovi genitori;
a verificare la possibilità di adottare adeguate politiche a sostegno della natalità e della famiglia, quali l'introduzione del quoziente familiare, l'applicazione dell'aliquota agevolata dell'IVA sui prodotti per l'infanzia, la previsione della possibilità di astenersi dal lavoro per periodi determinati per entrambi i genitori, il potenziamento dell'offerta pubblico-privata degli asili nido, anche applicando il modello delle Tagesmutter;
a rimuovere le cause economiche e sociali, che portano a rinunciare alla maternità, attraverso forme di sostegno, una corretta applicazione della legislazione vigente, ed attraverso il rilancio dell'occupazione femminile, garantendo il part-time e diffondendo il telelavoro.
(1-00089)
(Testo modificato nel corso della seduta) «Giorgia Meloni».
(Mozione non iscritta all'ordine del giorno e vertente su materia analoga).