• Testo INTERPELLANZA

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Atto a cui si riferisce:
C.2/00037 il 24 aprile 2013 a Dhaka, in Bangladesh, nella zona denominata Savar a circa 30 chilometri dal centro della capitale, è crollato il Rana Plaza, un edificio di nove piani che ospitava cinque...



Atto Camera

Interpellanza 2-00037presentato daBELLANOVA Teresatesto diMercoledì 8 maggio 2013, seduta n. 14

La sottoscritta chiede di interpellare il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, il Ministro degli affari esteri, il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
il 24 aprile 2013 a Dhaka, in Bangladesh, nella zona denominata Savar a circa 30 chilometri dal centro della capitale, è crollato il Rana Plaza, un edificio di nove piani che ospitava cinque aziende di abbigliamento (New Weave Bottoms, New Weave Style, Phantom Apparels, Phantom Tac Bangladesh Ltd ed Ethertex Textiles), in cui lavoravano circa tremila persone, quasi tutte donne;
a seguito di questo crollo, più di 700 persone sono morte e circa 2500 sono rimaste ferite (come riportato da AsiaNews.it del 6 maggio 2013) alcune delle quali molto gravemente. Probabilmente non si potranno conoscere mai i numeri esatti delle vittime;
il giorno precedente alla tragedia, numerosi lavoratori erano scappati dall'edificio, perché si erano d'improvviso aperte delle crepe sui muri. La polizia aveva anche fatto evacuare i locali, ma i datori di lavoro avevano detto che il palazzo era in sicurezza e avevano minacciato di licenziamento coloro che dicevano di avere paura a rientrare, costringendoli quindi a rientrare;
nove persone, tra cui tre proprietari delle fabbriche e due ingegneri che avevano seguito i lavori per l'ampliamento dello stabile, sono state in seguito arrestate;
nell'anello che circonda Dhaka, per un raggio di oltre 50 chilometri, negli ultimi decenni si sono moltiplicate le fabbriche tessili, le stime, come riporta Human rights watch si aggirano intorno a 100.000, e con esse è cresciuta esponenzialmente la popolazione immigrata proveniente dalle zone rurali;
le stime sull'occupazione del settore tessile in Bangladesh si aggirano intorno ai 3 milioni di addetti, in massima parte donne;
l'industria dell'abbigliamento in Bangladesh ha un giro d'affari di 20 miliardi di dollari all'anno, costituendo circa l'80 per cento delle esportazioni del Paese;
molte di queste fabbriche, così come anche quelle del Rana Plaza, rappresentano l'ultimo anello di una catena di subappalto che trova l'origine degli ordinativi e la destinazione finale dei prodotti in grandi marchi della moda, attraverso rapporti di natura contrattuale con fornitori e subfornitori;
il 60 per cento delle merci prodotte nelle fabbriche del Rana Plaza era destinato all'Europa;
negli ultimi anni, contestualmente a questa enorme espansione della produzione tessile in Bangladesh, si sono verificate gravi tragedie, tutte dovute a comportamenti gravemente omissivi da parte delle imprese e delle autorità preposte ai controlli delle normative nazionali e internazionali in materia di salute e sicurezza del lavoro. Alcune tra queste, tutte nella stessa area: 75 lavoratrici morte a Savar nel crollo di una fabbrica ad aprile 2005; 18 operaie uccise in un altro crollo a febbraio 2006; 25 a giugno 2010; 112 bruciate in un incendio nella fabbrica Tazreen Fashions Limited le cui uscite erano bloccate a novembre 2012. Ad oggi nessun imprenditore è stato condannato o perseguito ai sensi di legge;
il Bangladesh è noto come uno dei Paesi al mondo con le peggiori forme di sfruttamento anche minorile, i salari più bassi (tra 30 e 60 euro al mese), scarsissimo rispetto delle norme di tutela del lavoro, bassa percentuale di sindacalizzazione e inosservanza degli standard minimi; sono solo 18, tra ispettori e loro assistenti, gli addetti a verificare l'applicazione della legge sul lavoro, il Bangladesh Labour Act del 2006;
diverse testate di stampa hanno riportato che marchi italiani come Benetton (fonte Huffington Post del 2 maggio 2013), Itd Srl, o la Pellegrini Aec Srl e la De Blasio Spa erano tra i clienti delle fabbriche crollate. Un'altra ditta, la Essenza spa, che produce il marchio Yes-Zee, ha confermato di essersi rifornita al Rana Plaza;
il gruppo Benetton ha ammesso che uno dei suoi fornitori ha occasionalmente dato in subfornitura alcuni ordini a società che lavoravano nel Rana Plaza (fonti ArticoloTre 30 aprile 2013 e il Manifesto 4 maggio 2013); i resti trovati tra le macerie del Rana Plaza dimostrano che Benetton ha continuato a produrre vestiti nella fabbrica di Dhaka fino al momento del disastro. Dei nuovi documenti ottenuti dall'inglese IBTimes mostrano senza possibilità di equivoco che il 23 marzo 2013, a solo un mese dalla tragedia, nel Rana Plaza si producevano vestiti per Benetton (fonte http://www.ibtimes.co.uk/articles/464338/20130503/benetton-rana-plaza-bangladeshdocuments.htm);
attualmente solo due delle aziende straniere «la canadese Loblaw e la britannica Primark hanno ammesso di essere acquirenti abituali e hanno anche annunciato risarcimenti alle famiglie delle vittime» (fonte Il Fatto Quotidiano 2 maggio 2013);
una missione di alto livello dell'Organizzazione internazionale del lavoro si è recata in Bangladesh dove ha convenuto con Governo e parti sociali un piano nazionale di azione articolato con iniziative a breve e medio termine, quali la riforma della legge sul lavoro da proporre al Parlamento entro giugno 2013, con miglioramenti sull'esercizio dei diritti fondamentali di associazione sindacale, contrattazione e tutela della salute e della sicurezza; verifica delle condizioni di sicurezza di tutti i siti produttivi di abbigliamento destinato all’export; programmi di formazione e reimpiego per i lavoratori colpiti dalle tragedie come alla Tazreen o al Rana Plaza; l'assunzione di 200 nuovi ispettori; l'attuazione del Piano nazionale tripartito di azione sulla sicurezza e la prevenzione degli incendi nelle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh e dei meccanismi di verifica e monitoraggio sul piano di azione;
l'Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia tripartita delle Nazioni Unite, competente in materia di lavoro, ha espressamente impegnato il Governo del Bangladesh a chiedere che le imprese coinvolte nei disastri degli ultimi sei mesi rispondano delle loro omissioni e negligenze ed ha richiamato i marchi e i committenti internazionali ad assumersi la propria responsabilità per il miglioramento delle condizioni di lavoro, della salute e della sicurezza;
l'organizzazione International labour rights Forum e la campagna «Abiti puliti» in Italia hanno sollecitato tutte le imprese operanti nel paese asiatico a sottoscrivere il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, l'accordo che le impegna a garantire standard minimi di salute e sicurezza degli edifici e degli impianti industriali. Le imprese italiane non risultano tra le firmatarie di tale documento;
sarebbe opportuno adottare iniziative al fine di acquisire da parte di tutte le aziende italiane clienti delle fabbriche del Rana Plaza un documentato chiarimento sui loro rapporti produttivi e commerciali e chiedere loro l'assunzione di responsabilità verso i familiari delle vittime ed i superstiti, che includa dei risarcimenti in forma pecuniaria –:
se non ritengano di dover assumere iniziative nelle competenti sedi internazionali per assicurare il rispetto dei diritti dei lavoratori nei Paesi di nuova industrializzazione, in particolare quelli in cui operano le imprese italiane, facendo sì che le stesse aziende italiane subappaltanti lavoro nelle fabbriche di abbigliamento, in Bangladesh come in altre realtà, siano tenute a verificare il rispetto degli standard internazionali del lavoro, a partire dalle convenzioni fondamentali.
(2-00037) «Bellanova».