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Atto a cui si riferisce:
S.1/00358 premesso che: le coste e i mari della Sicilia sono stati "messi a disposizione" di alcune compagnie petrolifere, con il presunto scopo di creare occupazione in favore degli isolani, già...



Atto Senato

Mozione 1-00358 presentata da GIUSEPPE COMPAGNONE
giovedì 27 novembre 2014, seduta n.361

COMPAGNONE, RUVOLO, SCAVONE, D'ALI', Mario FERRARA, BRUNI, CAMPANELLA, CASALETTO, D'AMBROSIO LETTIERI, D'ANNA, DE PETRIS, DI MAGGIO, LANGELLA, LIUZZI, Eva LONGO, MARINELLO, MILO, NACCARATO, PAGNONCELLI, PERRONE, SCILIPOTI ISGRO', SCOMA, TARQUINIO, ZIZZA - Il Senato,

premesso che:

le coste e i mari della Sicilia sono stati "messi a disposizione" di alcune compagnie petrolifere, con il presunto scopo di creare occupazione in favore degli isolani, già dal lontano 1960;

questo modello di sviluppo si è rivelato nel tempo fallimentare, creando disastri ambientali, disagi sociali e sanitari le cui conseguenze la popolazione siciliana ancora paga;

la Sicilia non ha avuto alcun vantaggio, nemmeno come ente-istituzione, né dalle attività estrattive, né da quelle di raffinazione;

al contrario, in Sicilia sono stati sperimentati altri modelli di sviluppo incentrati sulla valorizzazione delle caratteristiche del territorio, dei suoi beni culturali, e basati principalmente sul turismo (ad esempio Taormina, Agrigento, Cefalù, San Vito lo Capo, Erice, Sciacca, eccetera);

nel corso del 2014 il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha avallato alcuni progetti per la trivellazione nel Mediterraneo mirati alla ricerca di idrocarburi e alla conseguente realizzazione di pozzi esplorativi e pozzi di produzione;

è previsto che alcuni di questi pozzi siano dislocati a sole 6 miglia nautiche dalla costa;

secondo le valutazioni del Ministero dello sviluppo economico ci sarebbero nei nostri fondali marini circa 10 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe (pari alla copertura del fabbisogno nazionale di appena 8 settimane);

ad oggi le aree marine oggetto di richiesta o già interessate dalle attività di ricerca di petrolio si estendono per oltre 30.000 chilometri quadrati;

nel bacino del Mediterraneo, inoltre, si concentra più del 25 per cento di tutto il traffico petrolifero marittimo mondiale, di per sé fonte di un elevato inquinamento da idrocarburi;

il Mediterraneo, mare interno a ricambio secolare delle sue acque superficiali, è ad oggi il mare con la più alta concentrazione di inquinanti di idrocarburi (30 milligrammi per ogni metro cubo di acque contro una media mondiale di 5-6 milligrammi);

circa l'11 per cento della popolazione attiva siciliana lavora nel settore agricolo, il 9 per cento nell'industria, circa il 50 per cento nel terziario, con un costante incremento dell'occupazione nel settore turistico; anche la pesca gioca un ruolo importante in Sicilia, dato che circa il 20 per cento del prodotto ittico in Italia è pescato nelle acque intorno alla Sicilia (tonno, sarde e pesce spada), grazie ad una flotta che è la più importante d'Italia, con un numero di battelli superiore a 3.200 unità;

i fondali del canale di Sicilia sono caratterizzati da formazioni vulcaniche, canyon sottomarini e bassifondi rocciosi unici, conosciuti come "banchi", vero e proprio "hotspot" di biodiversità che rappresentano indirettamente delle aree chiave per la pesca soprattutto per quanto riguarda i fondali fangosi o mobili. Studi scientifici hanno identificato proprio le aree del "banco Avventura " (a sud delle coste occidentali siciliane) e del "banco di Malta" (a sud delle coste orientali siciliane) quali aree di deposizione di uova (spawning) e di accrescimento del "gambero rosa" o "bianco", nasello e triglia di fango. È evidente, quindi che la compromissione o anche la sola interdizione delle aree di pesca provocherebbe un danno irreparabile per l'economia delle migliaia di piccoli e medi pescherecci e dei loro lavoratori;

la tecnica maggiormente impiegata per la ricerca degli idrocarburi è l'"air gun", cioè "bombe d'aria" che emettono vibrazioni a bassissima frequenza, non udibili dall'uomo, ma che provocano sulla popolazione animale marina un'ampia gamma di effetti nocivi, tra cui l'allontanamento dalla sorgente di disturbo violento, l'interruzione dell'attività di alimentazione dei piccoli, la diminuzione di deposizione delle uova, la morìa delle larve; e risulta paradossale che questa tecnica venga impiegata quando le leggi vigenti vietano giustamente l'uso degli esplosivi per la normale attività di pesca;

che il mare che circonda la Sicilia è considerato quale area di speciale importanza per la biodiversità e la presenza di numerose specie, e secondo dati di ISPRA, quando l'air gun viene utilizzato, è trasmessa in mare un'esplosione ogni 9-12 secondi, ininterrotttamente, per intervalli di tempo anche piuttosto lunghi; i livelli di emissione sonora superano i 260 decibel e sono di solito a frequenze basse e bassissime;

le trivellazioni dei fondali del canale di Sicilia hanno una pericolosità devastante anche a causa della presenza di "nodi sismogenetici", cioè aree capaci di generare terremoti con magnitudo superiore a 6;

tra tutti gli aspetti negativi, gli sversamenti e gli incidenti in mare rappresentano i rischi più devastanti. Infatti il probabile rischio di sversamento, da solo, costituisce un evento catastrofico di dimensioni immani e apocalittiche essendo il Mediterraneo, a differenza del golfo del Messico o del mare del Nord, un mare chiuso;

altro fattore certo di inquinamento deriva dai fanghi di perforazione. Questi, infatti, contengono sostanze chimiche corrosive e nocive, sia per l'uomo che per gli animali, non biodegradabili;

nel "decreto sblocca Italia" (decreto-legge n. 133 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 164 del 2014, art. 38) si definiscono le estrazioni di idrocarburi liquidi e gassosi come "attività di pubblica utilità, urgenti e indifferibili" e i Governi regionali non avrebbero più la possibilità di contribuire in maniera determinante al rilascio delle autorizzazioni;

con l'applicazione dell'art. 38 si determina una chiara elusione della normativa europea in materia di tutela ambientale, con specifico riguardo ai tempi di pieno recepimento della direttiva 2013/30/UE. Infatti il 18 luglio 2013 è stata emanata la direttiva sul rafforzamento delle condizioni di sicurezza ambientale delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi, preceduta dalla comunicazione della Commissione UE "Affrontare la sicurezza delle attività petrolifere off shore" del 12 ottobre 2010;

la normativa europea si fonda su alcuni principi generali, tra i quali quello del "chi inquina paga" e quello di "precauzione". Sicché vanno prevenuti gli incidenti legati all'estrazione di idrocarburi in mare che possono avere conseguenze gravi e irreversibili sull'ambiente marino e costiero, con l'obiettivo della tutela e salvaguardia del mare per garantire il raggiungimento al 2020 di un adeguato stato ambientale, come previsto dalla direttiva 2008/56/CE, e di attuare la "strategia marina", ossia di valutare l'impatto cumulativo di tutte le attività per una gestione integrata del sistema marino-costiero, che è parte fondamentale della politica di contenimento delle emissioni nell'ambito degli impegni internazionali già assunti dall'Italia e oggetto della propaganda sulla green economy del Governo;

la direttiva 2013/30/UE impone alle compagnie petrolifere di redigere un'accurata relazione sui grandi rischi e su eventuali incidenti che possono verificarsi;

la direttiva richiede inoltre all'amministrazione, in fase di rilascio delle autorizzazioni, di verificare la sussistenza di tutte le garanzie economiche da parte della società richiedente, per far fronte agli eventuali costi di un incidente durante le attività, e di adottare tutte le misure necessarie per individuare i responsabili del risarcimento in caso di gravi conseguenze ambientali sin dal rilascio del titolo concessorio;

appare significativa la previsione in base alla quale nella valutazione della capacità tecnica e finanziaria, lo Stato membro debba adeguatamente considerare gli effetti che un grave incidente possa determinare sugli ambienti marini e costieri sensibili sotto il profilo ambientale. I titolari delle autorizzazioni sono anche "operatori responsabili" ai sensi della direttiva 2004/35/CE sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale. Tale ultima direttiva è modificata estendendone l'applicabilità anche alle acque marine interessate, come definite dalla direttiva 2008/56/CE;

la direttiva, sotto altro profilo, rafforza il ruolo della partecipazione civica, stabilendo che nel processo di autorizzazione venga tenuto in debito conto il parere dei cittadini, amministrazioni e enti dei territori interessati dalle richieste;

come precisato al sesto considerando, i rischi relativi a gravi incidenti in mare nel settore degli idrocarburi sono certamente attuali ed incombenti;

l'articolo 17 stabilisce poi la verifica indipendente che gli Stati membri devono imporre ad operatori e proprietari delle piattaforme (anche per quelle già attive) attraverso una descrizione dei sistemi di verifica inclusi nell'ambito del sistema di gestione della sicurezza e dell'ambiente;

particolarmente rilevante risulta poi il Capo IV che stabilisce la politica di prevenzione e, all'articolo 19, regola la prevenzione degli incidenti gravi da parte degli operatori e dei proprietari richiedendo loro la predisposizione di un documento che definisca la loro politica aziendale di prevenzione degli incidenti gravi che coinvolga anche (art. 20) le operazioni in mare nel settore degli idrocarburi svolte al di fuori dell'Unione;

nel recepimento della normativa europea gli Stati membri devono poi provvedere alla segnalazione confidenziale dei problemi di sicurezza (art. 22) alla condivisione delle informazioni (art. 23) alla trasparenza delle informazioni destinate al pubblico (art. 24) e presentare una relazione annuale alla Commissione sia sulla sicurezza che sull'impatto ambientale delle operazioni svolte. Il Capo VII contiene, infine, il capitolo dedicato alla preparazione e risposta alla gestione delle emergenze con le prescrizioni relative ai piani interni di risposta alle emergenze (artt 28-30);

gli Stati membri devono inoltre prevedere nella disciplina di recepimento le disposizioni relative alle sanzioni, efficaci, proporzionate e dissuasive, applicabili in caso di violazione delle disposizioni nazionali adottate conformemente alla direttiva, e adottano tutti le misure necessarie per garantirne l'attuazione;

si prevede, infine, una serie di sanzioni che gli Stati membri devono individuare (art. 34) in caso di violazione delle disposizioni nazionali adottate conformemente alla direttiva e adottino tutte le misure necessarie per garantirne l'attuazione entro il 19 luglio 2015;

la direttiva 2013/30/UE è stata recepita dal Parlamento italiano attraverso la legge 7 ottobre 2014, n. 154, recante "Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l'attuazione di altri atti dell'Unione europea - Legge di delegazione europea 2013 - secondo semestre";

anche se il recepimento completo della direttiva si avrà solo con l'emanazione del decreto delegato da parte del Governo, che dovrà essere emanato sino al termine del 19 luglio 2015, le sue previsioni sono da ritenere già acquisite nell'ordinamento nazionale, ivi compresa, quindi, la suddivisione in 3 distinte valutazioni ed autorizzazioni delle fasi di prospezione, ricerca e coltivazione dei giacimenti di idrocarburi;

in palese contrasto con quanto sopra risulta essere il recente art. 38 del decreto-legge "sblocca Italia", che ha definito, indistintamente, che tutte le "attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili. I relativi titoli abilitativi comprendono pertanto la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dell'opera e l'apposizione del vincolo preordinato all'esproprio dei beni";

inoltre, al comma 5 precisa che "Le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi di cui alla legge 9 gennaio 1991, n. 9, sono svolte a seguito del rilascio di un titolo concessorio unico sulla base di un programma generale di lavori articolato in una prima fase di ricerca, per la durata di sei anni, prorogabile due volte per un periodo di tre anni nel caso sia necessario completare le opere di ricerca, a seguito della quale, in caso di rinvenimento di un giacimento riconosciuto tecnicamente ed economicamente coltivabile da parte del Ministero dello sviluppo economico, seguono la fase di coltivazione, per la durata di trenta anni, da prorogare per una o più volte per un periodo di dieci anni ove siano stati adempiuti gli obblighi derivanti dal decreto di concessione e il giacimento risulti ancora coltivabile, e quella di ripristino finale";

considerato che:

l'eventuale applicazione della procedura di cui all'art. 38 configurerebbe una clamorosa elusione della normativa comunitaria, già recepita nell'ordinamento nazionale, in alcuni casi differendone l'entrata in vigore, con i relativi vincoli e garanzie, fino a ben 52 anni;

ai possibili, conseguenti danni ambientali si aggiungerebbe una palese disparità di trattamento tra diverse richieste a causa dell'ordine temporale di presentazione (a seconda, cioè, che precedano o conseguano l'emanazione dei decreti attuativi della direttiva);

ritenuto che:

il Governo deve fugare ogni possibile dubbio in ordine a sospetti di strumentalità dei contenuti dell'art. 38 del decreto-legge n. 133 del 2014, correlati al differimento sino all'ultimo giorno utile dell'emanazione del decreto di definitivo recepimento della direttiva 2013/30/UE;

l'elusione della suddetta direttiva potrebbe comportare nei confronti dell'Italia l'attivazione di una procedura di infrazione comunitaria,

impegna il Governo:

1) a sospendere tutte le procedure di autorizzazione in corso riguardanti le attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi;

2) ad emanare immediatamente le norme attuative della direttiva 2013/30/UE;

3) ad esercitare i poteri derivanti da trattati internazionali con i Paesi rivieraschi (ad esempio la legge n. 347 del 1978 di ratifica del trattato Italia-Tunisia del 20 agosto 1971, che all'art. 4 concerne la delimitazione della piattaforma continentale tra i due Paesi;

4) a promuovere un'adeguata iniziativa per l'estensione dell'applicazione delle disposizioni della direttiva 2013/30/UE a tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, allo scopo di rafforzare la sicurezza e la protezione dell'inestimabile patrimonio naturale e vitale, unico al mondo che lo stesso mare Mediterraneo costituisce.

(1-00358)