• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

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Atto a cui si riferisce:
S.4/00463 MOLINARI, ENDRIZZI, MORRA, VACCIANO, BULGARELLI, LEZZI, BOTTICI, BERTOROTTA - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che: i dati contenuti nella relazione del Ministero...



Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-00463 presentata da FRANCESCO MOLINARI
martedì 2 luglio 2013, seduta n.054

MOLINARI, ENDRIZZI, MORRA, VACCIANO, BULGARELLI, LEZZI, BOTTICI, BERTOROTTA - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

i dati contenuti nella relazione del Ministero dell'economia e delle finanze sul debito pubblico, inviata alla Corte dei conti all'inizio del 2013, metterebbero in evidenza l'esistenza di una potenziale perdita nei conti pubblici di almeno 8 miliardi di euro, pari ad oltre il 25 per cento degli strumenti di copertura di tassi e di cambio del debito che sono stati ristrutturati dal Ministero nel solo 2012. Si tratterebbe di derivati accesi negli anni '90, anche per consentire anticipazioni di cassa che permisero al Governo italiano di farsi trovare pronto all'entrata in vigore della moneta unica europea;

la lettura critica della magistratura contabile dei dati relativi alla "gestione delle passività e del rischio di tasso e di cambio" avrebbe addirittura condotto la Corte dei conti stessa ad inviare la Guardia di finanza presso la sede del Ministero con un mandato di esibizione di documenti in cerca delle confirmation letter, ovvero i contratti di stipula di quei derivati, che risalgono in buona parte agli anni '90;

da quanto si apprende da un articolo di "la Repubblica" del 26 giugno 2013 la relazione alla Corte dei conti spiega che le ristrutturazioni di contratti derivati sono circa una dozzina, tutte intercorse tra maggio e dicembre del 2012. Lo spirito con il quale si è ritenuto opportuno riscrivere quei contratti si collega all'esigenza delle banche specialiste in titoli di Stato (le tre principali banche italiane, le principali banche europee e le maggiori banche d'affari anglosassoni) di ridurre il rischio Italia, che altrimenti non avrebbe potuto sostenere in asta alle nuove emissioni del Ministero. Pertanto, come si evince dalla relazione, "Nel corso del primo semestre 2012 è stata portata avanti la strategia di ristrutturazione e semplificazione del portafoglio derivati, analogamente a quanto fatto nei semestri precedenti", poiché "Uno degli effetti della crisi, che ha investito sempre più anche i debiti sovrani, è stata la diffusione tra le controparti bancarie di modelli di analisi e valutazione che esprimono il rischio di default di una controparte priva di garanzia (...) ciò si traduce, per la Repubblica, in un maggior costo nell'esecuzione di una nuova operazione o di ristrutturazione di una esistente". "Rispetto alla struttura del portafoglio derivati dello stato, caratterizzato da scadenze lunghe e privo di collateralizzazione, quanto descritto ha prodotto l'affermarsi di una forte correlazione inversa (...) tra andamento del tratto a lunga della curva swap, valore di mercato del portafoglio e livello dei Cds italiani, con potenziali effetti negativi anche sul mercato primario e secondario dei titoli di Stato";

dai rilievi sembrerebbe emergere che la crisi ha portato le banche a presentare il conto dei vecchi derivati al Ministero, in forma di ristrutturazioni che farebbero emergere una perdita potenziale di 8 miliardi a danno della finanza pubblica;

la maggior parte delle operazioni ristrutturate riguarda interest rate swap, ovvero si tratta di derivati base, per trasformare oneri sul debito di tipo variabile in fissi, e per assicurare le casse pubbliche dal rischio di rialzo dei tassi. Si tratterebbe di una pratica normale e diffusa tra gli emittenti, tuttavia, tutti gli swap descritti sembrerebbero rinegoziati a un prezzo "off market", cioè non con una forte perdita iniziale per l'erario. Ciò deriva dal fatto che i contratti originari, poi revisionati, erano in relatà prestiti mascherati, che l'Italia è oggi costretta a rimborsare a caro prezzo;

come ha avuto modo di sottolineare spesso la Corte dei conti, uno dei momenti di maggior criticità nell'utilizzo di strumenti finanziari è senza dubbio costituito dalla fase di rinegoziazione, sia per quanto concerne l'accentuazione del rischio nel contratto rimodulato sia per quanto attiene all'applicazione delle cosiddette commissioni implicite da parte degli intermediari negoziatori;

valutato che, per quanto risulta agli interroganti:

gli strumenti derivati stipulati dalla Repubblica italiana «a copertura del debito» hanno un valore nozionale complessivo pari a circa 160 miliardi di euro a fronte di titoli in circolazione, al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi. Il portafoglio degli swap del Ministero, dunque, ammonta a poco meno del 10 per cento dei titoli di Stato in essere. L'Istat ha certificato che nel 2011 queste operazioni hanno aumentato gli interessi sul debito pubblico di circa 2 miliardi di euro;

il valore nozionale (cioè il valore della posizione di debito sottostante al derivato) pari a 160 miliardi è suddiviso in circa 100 miliardi di interest rate swap, 36 miliardi di cross currency swap (sulle valute), 20 swaption e 3,5 miliardi di swap ex Infrastrutture SpA. Nel dettaglio, i 36 miliardi di swap sulle divise corrispondono «alla quasi totalità» dei bond emessi dal Ministero dell'economia nel corso degli anni in valuta estera (in passato gli Italy bond sono stati denominati spesso in dollari Usa, franchi svizzeri, sterline e yen);

i derivati hanno un peso molto influente nel sistema economico mondiale: recenti dati dimostrano che la cifra lorda di tutti i derivati in circolazione nel mondo è di 637.000 miliardi di dollari, 9 volte il Pil dell'intero pianeta. E nel 2007, alla vigilia della crisi finanziaria, il valore dei derivati sui mercati era di 596 miliardi di dollari, rispetto ai 106.000 miliardi del 2002;

stando a quanto pare emergere nell'ultima relazione semestrale inviata dal Ministero dell'economia alla Corte dei conti, una parte del portafoglio derivati (31 miliardi circa di valore nozionale su un totale di 160) sarebbe stata rimodulata, per soddisfare in parte esigenze di portafoglio delle banche controparti. Il mark-to-market dei derivati del Ministero, che sono stati fatti come protezione contro le oscillazioni dei tassi d'interesse e di cambio, riflette il valore di mercato delle posizioni in base ai tassi odierni proiettati sul futuro: nel caso di mark-to-market negativo, se il derivato venisse chiuso oggi, la controparte banca riceverebbe dal Ministero il pagamento dei flussi futuri in base ai tassi attuali;

nel 1995 l'Italia aveva un budget deficit pari al 7,7 per cento, nel 1998 questo era sceso al 2,7 per cento, la discesa più rapida di tutte le altre economie dell'area euro a 11 Paesi. Questa discesa repentina però non appariva legata né ad un aumento massiccio delle entrate, né ad un taglio netto delle uscite. Potrebbero quindi essere stati usati contratti derivati sul debito sovrano con banche straniere per avere un anticipo in denaro e quindi migliorare i conti nel breve periodo;

considerato altresì che in un articolo apparso il 4 febbraio 2012 su un blog de "Linkiesta" dal titolo: "Professor Monti, ci dica la verità sui derivati che abbiamo in pancia", si evidenzia che: «Secondo le stime più accurate, il Tesoro italiano ha in portafoglio circa 30 miliardi di euro in derivati. Questo fatto pone forti dubbi riguardo alla sostenibilità del debito - e infatti tutti i governi che si sono succeduti dal 1996 hanno accuratamente evitato di chiarire di quanto l'Italia sia effettivamente esposta, e se ci sia il rischio di dover pagare, nel futuro prossimo, gli investitori che decidano di liberarsene, spinti dal nuovo impianto regolatorio e dalla crisi dei debiti europei. Morgan Stanley ha recentemente ridotto la sua esposizione verso l'Italia per circa 3,4 miliardi di euro: una spesa imprevista per lo Stato che potrebbe aggirarsi attorno ai 2 miliardi. Ma nessuno ne parla. Interessantissimo articolo oggi su ifre.com, che getta luce su un importante aspetto della composizione del debito pubblico del nostro Paese - e quindi sulla sua sostenibilità. Si tratta di capire, infatti, quanti derivati possiede il Tesoro italiano nel suo portafoglio. Come riportato quasi un anno fa da Wall Street Italia, il New York Times ha sostenuto che, a partire dal 1996, l'Italia avrebbe "truccato" i propri conti utilizzando derivati grazie all'aiuto di JP Morgan. Su questo argomento tutti i governi succedutisi nel tempo hanno mantenuto uno scrupoloso silenzio (troppo scrupoloso?), anche quando, il 19 Dicembre del 2009, il Fatto Quotidiano aveva segnalato uno strano fenomeno: i tassi di interesse scendevano, ma lo Stato continuava a pagare sempre lo stesso tasso sullo stock di debito. Qualche mese fa, un articolo di Linkiesta ha articolato meglio la questione, citando i dati Eurostat, che rivelano che il Tesoro italiano ha utilizzato massicciamente i derivati, in particolare dal 1998 al 2008, utilizzando cross-currency swap e interest rate swap, ma anche cartolarizzazioni. Si tratta di strumenti largamente utilizzati da vari enti pubblici, come spiegato sempre da Linkiesta in un articolo successivo. Ciò che sappiamo dai dati Eurostat è che l'Italia ha guadagnato su questi strumenti almeno fino al 2006, anno in cui la tendenza ha iniziato ad invertirsi e le perdite hanno iniziato a materializzarsi. Per gli anni successivi non esistono dati accertati, a causa dell'assenza di informazioni provenienti da fonti ufficiali. Quanto è grande questo fenomeno oggi? E sta continuando? Quanti derivati ha in pancia il governo italiano? Queste non sono domande di poco conto. La maggior parte delle stime sostiene che i derivati del Tesoro abbiano un valore di circa 30 miliardi di euro, e molti banchieri sostengono che l'Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti derivati. Il che non sarebbe un problema in sé, se non fosse che l'opacità informativa rischia di alimentare dubbi circa la sostenibilità di questo stock di contratti, in particolare in un momento in cui nessun Paese è bersagliato come l'Italia, con 29 miliardi di dollari di scommesse contrarie su oltre 7500 contratti di CDS, come riportato da Linkiesta già nell'Aprile scorso. La questione, insomma, è tutt'altro che irrilevante: l'articolo di IFRE prende l'esempio di Morgan Stanley, che ha recentemente ridotto la sua esposizione in swap verso l'Italia di circa 3,4 miliardi di dollari. Se questo interest rate swap fosse stato ristrutturato e assegnato a un'altra banca, allora l'Italia non sarebbe stata particolarmente toccata dalla vicenda. Ma se lo swap fosse stato chiuso - e molti ritengono sia andata così - allora l'Italia avrebbe dovuto pagare almeno 2 miliardi di euro. La European Bank Authority riporta che l'Italia è esposta per 5,1 miliardi di euro in swap verso le banche europee, e questo non include quelle statunitensi, quelle svizzere né quelle inglesi. Cosa succederebbe se gli investitori decidessero di chiudere queste posizioni, che sono peraltro più costose con il nuovo regime regolatorio? Semplice, l'Italia si troverebbe d'improvviso a dover pagare svariati miliardi di euro. Un'eventualità assolutamente infelice per i prospetti finanziari del nostro Paese e per gli investitori in titoli di stato, per lo più piccoli risparmiatori che hanno diritto di conoscere la reale esposizione italiana a questo rischio. Quindi (...) finiamola con l'opacità»,

si chiede di sapere:

quale sia l'esatto ammontare dei contratti derivati sottoscritti dal Ministero dell'economia e delle finanze e quali condizioni di rischio abbiano creato per il debito pubblico;

a quale perdita prospettica possano dare luogo in caso di chiusura o di ristrutturazione;

quali sono i promotori finanziari e le banche, nazionali ed internazionali, coinvolte nelle operazioni relative ai contratti derivati;

se corrisponda al vero che l'Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti derivati e quali siano le ragioni di un'opacità informativa che rischia di alimentare dubbi circa la sostenibilità di questo stock di contratti;

se possano essere suffragate le ipotesi già formulate dal "Der Spiegel" nel 2012 secondo cui Helmut Kohl sarebbe stato avvisato da esperti che l'Italia aveva usato contratti derivati per raggiungere i criteri imposti dalla creazione della moneta unica;

quali misure si intendano adottare, anche a livello normativo, per aumentale al massimo la trasparenza in relazione agli strumenti finanziari derivati presenti nel portafoglio del Ministero.

(4-00463)