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Atto a cui si riferisce:
C.1/00713 premesso che: la presenza di combattenti stranieri (foreign terrorism fighters – FTF), spesso definiti come «volontari stranieri», si è palesata tragicamente soprattutto tra...



Atto Camera

Mozione 1-00713presentato daSPADONI Maria Ederatesto diGiovedì 15 gennaio 2015, seduta n. 363

La Camera,
premesso che:
la presenza di combattenti stranieri (foreign terrorism fighters – FTF), spesso definiti come «volontari stranieri», si è palesata tragicamente soprattutto tra le file dei miliziani ribelli che si oppongono alle truppe governative siriane, ed è divenuta un elemento caratterizzante della guerra civile in Siria consentendo in tal modo che questo Paese diventasse la prima meta per i combattenti jihadisti e il più importante campo di battaglia del mondo per il jihad, nonché il più importante punto di aggregazione e addestramento per i fondamentalisti islamici di altre nazioni; la meta privilegiata dei volontari stranieri sono infatti le formazioni più estreme del fondamentalismo islamico; si stima che le due formazioni jihadiste più importanti, il Fronte al-Nusra e lo Stato Islamico (IS o DAESH), accolgano tra le loro fila almeno 9.000 combattenti non siriani, ovvero circa il 20 per cento del totale mentre altre stime vedono la percentuale salire notevolmente tra i miliziani dell'IS, con il 40 per cento di non siriani tra gli effettivi;
si tratta senza dubbio di una galassia sempre più vasta di combattenti (si va dai mercenari, passando per i neonazisti, fino ad associazioni di motociclisti olandesi) che arrivano dall'estero e combattono sui diversi fronti di una guerra che da mesi sta insanguinando la Siria e l'Iraq. Analogo fenomeno si sta registrando per la guerra civile in corso in Ucraina, con persone che si uniscono o alle bande paramilitari legate all'estrema destra di Kiev o con quelle dei combattenti filorussi;
in molti Paesi non viene considerato un reato andare a combattere e arruolarsi in formazioni militari e paramilitari e questo facilita il reclutamento e la partenza di questi «volontari». Diverso il discorso del reclutamento a fini terroristici che è punito in quasi tutti i Paesi con la detenzione;
secondo il New York Times sarebbero oltre 12 mila gli FTF arruolati all'ombra della bandiera nera del Califfato. Di questi, buona parte vengono dall'Europa. Giovanissimi, più occidentali che medio orientali, molti nati nei Paesi dell'Unione europea in quanto figli di immigrati storici integrati in Europa da decenni. Nella maggior parte dei casi non parlano nemmeno l'arabo;
le stime sul numero dei combattenti stranieri in Iraq e in Siria sono ovviamente approssimative. Anche quelle ufficiali fornite dai Governi, che tracciano i movimenti verso l'estero dei propri cittadini o residenti, risentono di questa approssimazione;
secondo altre fonti, gli FTF sarebbero addirittura 20 mila, provenienti da 81 paesi diversi. Di questi, tremila verrebbero da Paesi occidentali, in testa Francia e Russia, mentre per l'Italia si parla invece di oltre 50 uomini;
comunque il contingente di combattenti stranieri operanti in Siria – in una prima fase addirittura sollecitata anche dai Governi occidentali in funzione anti-Assad con la costituzione dell'Associazione Paesi Amici della Siria – in questi ultimi tre anni è sicuramente uno dei più ampi mai registrati nella storia dal dopoguerra ad oggi;
a differenza di altri conflitti, in cui si sono registrati afflussi di militanti jihadisti stranieri, come Afghanistan, Bosnia e Somalia, il ritmo di crescita della presenza dei volontari stranieri in Siria risulta essere molto più alta poiché si stima che dalla Tunisia si siano recati in Siria circa tremila combattenti, dall'Arabia Saudita circa 2.500, dalla Giordania circa duemila, dal Marocco circa 1.500. Inoltre 800 dal Libano, circa 500/1000 dalla Libia, circa 400 dalla Turchia, circa 360 dall'Egitto. Complessivamente questi Paesi alimenterebbero almeno per l'80 per cento l'afflusso di FTF in Siria;
la via del reclutamento (secondo alcune stime, anche di mille stranieri al mese) passa soprattutto attraverso il web e a un processo capillare gestito da rappresentanti dell'Islam radicale, di indottrinamento, selezione, fidelizzazione e invio nel Califfato, non più attraverso la frequentazione di moschee radicali (già sotto sorveglianza), ma anche nelle carceri, nelle palestre o alle manifestazioni; inoltre tali rappresentanti godono di una rete di supporto logistica e hanno accesso alle armi provenienti dal mercato nero soprattutto via Libia;
è bene comunque ricordare, tra l'altro, che quando si parla di terrorismo, il nemico è sostanzialmente da cercare in casa e non necessariamente, in ambienti islamici o religiosi in generale. Secondo Europol, infatti, meno dell'1 per cento degli attentati terroristici nei Paesi dell'Unione europea è stato compiuto in nome di un Dio in quanto è stata principalmente l'ideologia politica o una rivendicazione secessionista ad armare la mano degli attentatori in circa 5300 attacchi – pianificati, tentati o riusciti – censiti in Europa d tra il 2006 e il 2013;
inoltre, secondo l'annuale ricerca pubblicata dall’Institute for economics and peace sul terrorismo globale (Global Terrorism Index) le vittime del terrorismo sono quintuplicate dagli attacchi dell'11 settembre 2001 ad oggi, nonostante la «guerra al terrore» lanciata dagli Usa e i 4.400 miliardi di dollari spesi nelle guerre in Iraq, Afghanistan e in operazioni antiterrorismo in giro per il mondo. Nel 2000 le vittime del terrorismo sono state 3.361, mentre lo scorso anno il numero è salito a 17.958. Negli ultimi 45 anni l'80 per cento delle organizzazioni terroristiche è stato neutralizzato grazie al miglioramento della sicurezza e alla creazione di un processo politico finalizzato all'inclusione e alla risoluzione dei problemi che erano alla base del sostegno ai gruppi terroristi. Appena il 7 per cento è stato eliminato dall'uso diretto della forza militare;
il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riunito in sessione straordinaria il 24 settembre 2014 ha approvato all'unanimità la risoluzione 2178/2014 (Minacce alla pace e alla sicurezza internazionale provocata da atti terroristici) che prevede un'azione globale contro i terroristi stranieri in Iraq e Siria e di contrasto alla minaccia che rappresentano per i Paesi di origine e richiede ai firmatari di «prevenire e reprimere il reclutamento, l'organizzazione, il trasporto, e l'equipaggiamento» di combattenti stranieri;
il 9 gennaio 2014, nel corso di un'informativa urgente sui possibili rischi connessi al terrorismo internazionale in relazione ai tragici fatti di Parigi, il Ministro dell'interno, Angelino Alfano, ha affermato: «L'Italia è pur essa toccata dal fenomeno dei “foreign fighters”, sebbene in misura sensibilmente minore rispetto ad altri Paesi occidentali. Mentre, infatti, sono circa 3 mila i combattenti stranieri censiti in Europa, il nostro Paese interessato da numeri molto più esigui: risultano, infatti, 53 le persone finora coinvolte nei trasferimenti verso i luoghi di conflitto, che hanno avuto a che fare con l'Italia nella fase della partenza o anche solo in quella di transito.»;
appena dopo i tragici fatti parigini, i ministri dell'interno di 12 Paesi dell'Unione europea (Francia, Lettonia, Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Spagna, Italia, Olanda, Polonia, Svezia e Gran Bretagna) si sono riuniti l'11 gennaio a Parigi con il procuratore generale degli Stati Uniti, Eric Holder, e hanno concordato di rafforzare la lotta contro il terrorismo jihadista attraverso un maggiore controllo delle frontiere esterne e del blocco e dei contenuti trasmessi dagli estremisti su internet; al termine, il Ministro dell'interno francese Bernard Cazeneuve ha insistito sulla necessità di migliorare il sistema di raccolta dati che i viaggiatori forniscono alle compagnie aeree (il cosiddetto Pnr) nel quadro della lotta contro il terrorismo dichiarando: «Questo permetterà di monitorare quegli individui che si recano negli scenari di operazioni terroristiche o che ritornano da essi»; per lottare contro i gruppi islamici radicali, hanno congiuntamente convenuto i Ministri, appare «indispensabile» collaborare con gli operatori di internet per individuare e rimuovere in fretta i contenuti che incitano all'odio e al terrore, anche se hanno dichiarato che internet deve rimanere «un luogo di libera espressione»;
le linee di finanziamento dell'integralismo islamico riconducono troppo spesso alle «petrocrazie» del Golfo Persico (Arabia Saudita e Qatar in testa), mentre ambigua continua ad essere l'atteggiamento della Turchia che, pur essendo un Paese alleato della Nato, rappresenta il luogo di passaggio fino a oggi più sicuro verso Iraq e Siria da parte dei combattenti jihadisti, soprattutto dell'IS, e non si può certo negare che, su questo punto, si sia rivelata il Paese più inaffidabile nel contrastarne la presenza, per non parlare dei reiterati sospetti di finanziamenti a tali gruppi jihadisti, il flusso continuo di terroristi dalla Turchia e i molti interessi politici ed economici turchi nella regione, primi fra tutti la questione curda e il sogno di un sultanato turco del Terzo millennio,

impegna il Governo:

a monitorare il movimento dei foreign terrorist fighters con controlli effettivi delle frontiere, attraverso la richiesta di attivazione, nelle sedi opportune, di un'inchiesta internazionale che indichi le criticità e i «buchi» nel sistema di norme di sicurezza e nell'emissione dei documenti di viaggio che ha consentito, in definitiva, un deciso proliferare di attentati di matrice terroristica dal 2001 a oggi, assumendo iniziative per la prevenzione dell'uso fraudolento di tali documenti di viaggio e l'avvio di una campagna informativa che coinvolga la società civile, i giovani e le comunità locali;
a provvedere, in tale direzione, all'assegnazione di risorse economiche per il comparto sicurezza – atteso che i tagli perpetrati ammontano a 6 miliardi di euro, cumulati dal 2008 a oggi e avallati da tutti i Governi che si sono susseguiti – al fine di incrementare gli organici, le dotazioni e i presidi territoriali, altresì procedendo allo sblocco integrale del turn over e dei trattamenti economici e stipendiali;
ad attivarsi in sede europea per sbloccare l'impasse relativo all'approvazione della direttiva sul Passenger name record (Pnr) per la registrazione dei passeggeri sui voli nell'area Schengen;
a rafforzare l'ufficio centrale nazionale INTERPOL e implementare la collaborazione con i corpi locali di polizia e con il segretariato generale di Lione per la ricerca di chi ha commesso reati all'estero, o vi si è trasferito, e per la repressione della criminalità operante su scala internazionale;
ad adottare norme per il congelamento immediato di fondi o altri asset finanziari o risorse economiche di individui, gruppi o enti che finanziano, direttamente o indirettamente gli FTF, anche attraverso fondi derivati da proprietà su suolo italiano;
a procedere alla stipula di accordi bilaterali con quegli Stati a rischio di passaggio dei «foreign terrorist fighters» per contrastare il fenomeno, ad esempio con la Turchia che si è rivelata ben poco efficace nel contrastare i viaggi verso i campi di addestramento, atteso che fino ad oggi ha espulso 1.056 stranieri e posto un divieto di ingresso nel Paese per 7.833 persone nell'ambito dell'impegno mirato a fermare il reclutamento di jihadisti in Siria e in Iraq;
a sospendere l'adesione dell'Italia all'Associazione dei Paesi «Amici della Siria».
(1-00713) «Spadoni, Di Battista, Sibilia, Manlio Di Stefano, Grande, Del Grosso, Scagliusi».