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Atto a cui si riferisce:
C.1/00727 premesso che: l'analfabetismo funzionale consiste nell'incapacità a usare in modo efficace le competenze di base, quali lettura, scrittura e calcolo, per muoversi autonomamente...



Atto Camera

Mozione 1-00727presentato daPINNA Paolatesto diMercoledì 11 febbraio 2015, seduta n. 375

La Camera,
premesso che:
l'analfabetismo funzionale consiste nell'incapacità a usare in modo efficace le competenze di base, quali lettura, scrittura e calcolo, per muoversi autonomamente nella società contemporanea. L'analfabeta funzionale è apparentemente autonomo e non è consapevole del problema ma in realtà non è in grado «di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Un analfabeta funzionale interpreta il mondo basandosi esclusivamente sulle sue esperienze dirette;
nel 2013 sono stati diffusi i risultati dell'indagine internazionale PIAAC (Programme for the international assessment of adult competencies) sulle competenze degli adulti. La ricerca, promossa da Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), è stata svolta nel periodo 2011-2012 e analizza il livello di competenze fondamentali della popolazione tra i 16 e i 65 anni in 24 Paesi;
le competenze prese in considerazione dal programma sono quelle fondamentali per la crescita individuale, la partecipazione economica e l'inclusione sociale (literacy) e quelle per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta (numeracy). Specificatamente, come indicato nel research paper «Le competenze per vivere e lavorare oggi. Principali evidenze dall'Indagine PIAAC», la literacy è definita come «l'interesse, l'attitudine e l'abilità degli individui ad utilizzare in modo appropriato gli strumenti socio-culturali, tra cui la tecnologia digitale e gli strumenti di comunicazione per accedere a, gestire, integrare e valutare informazioni, costruire nuove conoscenze e comunicare con gli altri, al fine di partecipare più efficacemente alla vita sociale»; la numeracy è definita come «l'abilità di accedere a, utilizzare, interpretare e comunicare informazioni e idee matematiche, per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta»;
nell'ambito dell'indagine sono stati definiti sei livelli di proficiency, basati su intervalli di punteggi che variano su una scala da 0 a 500 punti. Il livello 1 indica una modestissima competenza, al limite dell'analfabetismo, mentre i livelli 4 e 5 indicano la piena padronanza del dominio di competenza. Il raggiungimento del livello tre è considerato come elemento minimo indispensabile per un positivo inserimento nelle dinamiche sociali, economiche e occupazionali;
in Italia l'indagine è stata condotta, su incarico del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dall'ISFOL (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori). Dal confronto internazionale, rispetto alla media dei Paesi OCSE, l'Italia si colloca significativamente al di sotto della media e il deficit del Paese è più accentuato al sud e nelle isole. Gli adulti italiani (16-65 anni) si situano per la maggior parte al livello 2 sia nel dominio di literacy (42,3 per cento) che nel dominio di numeracy (39,0 per cento), il livello 3 o superiore è raggiunto dal 29,8 per cento della popolazione in literacy e dal 28,9 per cento in numeracy, mentre i più bassi livelli di performance vengono raggiunti dal 27,9 per cento della popolazione in literacy e dal 31,9 per cento in numeracy;
Tullio De Mauro, professore emerito di linguistica generale nella facoltà di scienze umanistiche dell'università di Roma La Sapienza, ribadisce che più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l'informazione scritta e molti anche quella parlata. I dati sopracitati apparentemente sterili indicano una situazione che potrebbe avere conseguenze pericolose poiché si tratta di una larga fetta di popolazione concretamente non in grado di ricevere e valutare in modo oggettivo nuovi fatti e suscettibile d'essere pilotata mediante populismo e mistificazione della realtà;
fra i fattori che hanno contribuito a determinare questa situazione negativa, e che si sono rivelati al contempo cause e conseguenze dello stesso analfabetismo funzionale, si inseriscono: le falle del sistema scolastico italiano, l'ampliarsi di quella fascia di giovani che non sono né occupati né inseriti in un percorso formativo, il servizio pubblico radiotelevisivo che ha gradualmente perso la sua funzione educativa e culturale e infine l'uso inconsapevole di internet. Quest'ultimo fattore costituisce un'altra forma di analfabetismo, associabile a quella funzionale, ovvero l'analfabetismo digitale inteso come mancanza di competenze digitali e quindi incapacità di saper utilizzare le tecnologie di informazione e comunicazione per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite internet;
la situazione dell'istruzione in Italia rivela un livello molto basso in confronto agli standard internazionali. Con la crisi nel nostro Paese vi è stato un vertiginoso calo del tasso di scolarità nelle scuole superiori: dal 2007 al 2011 si è passati dal 94,9 per cento al 91,4 per cento di iscritti, come rivelano i dati del report annuale «Italia in cifre 2014» elaborato dall'Istat. Il 30 per cento dei giovani fra i 25 e 34 anni non ha un diploma di scuola secondaria, contro meno del 10 per cento nella media Ocse, e il numero degli immatricolati nelle università italiane è diminuito di 25.177 unità dall'anno accademico 2011/2012 al 2012/2013 (ultimi dati disponibili). Colmare questo divario nei livelli di scolarizzazione fra Italia e altri Paesi dovrebbe essere un imperativo. Tuttavia, dal 2008 con l'inizio della crisi economica la spesa per istruzione è stata ridotta (e ciò è ancora più grave se si tiene conto che si partiva da livelli di spesa che erano già inferiori a quelli di molti Paesi avanzati) e ad oggi fra gli Stati europei membri dell'Ocse l'Italia è il Paese che, in rapporto al proprio Pil, spende di meno nell'istruzione: 4,6 per cento;
i dati sulla scuola e l'università non devono essere sottovalutati; come affermava Calamandrei, padre costituente, è con l'istruzione scolastica che si formano le coscienze dei cittadini e si elabora la consapevolezza dei valori morali, «dalla scuola dipende come sarà domani il Parlamento, come funzionerà domani la Magistratura: cioè quale sarà la coscienza e la competenza di quegli uomini che saranno domani i legislatori, i governanti e i giudici del nostro paese»;
scarse abilità e insufficienti competenze chiave vanno di pari passo con l'inattività, è il caso dei NEET (not in education, employment or training): giovani non più inseriti in un percorso scolastico o formativo ma neppure impegnati in un'attività lavorativa, che disinvestono sulle proprie capacità senza accrescerle e utilizzarle. In questo gruppo di giovani un prolungato allontanamento dal mercato del lavoro e dal sistema formativo può comportare il rischio di una maggiore difficoltà di reinserimento e una sorta di scollegamento dalla realtà. I risultati delle ricerche Istat in proposito non sono confortanti, nell'arco degli ultimi dieci anni (2004-2014) il dato NEET, fra i 18 e 29 anni, in termini percentuali è passato dal 21,9 al 32,5;
come anticipato, un ruolo determinante lo ricopre anche il sistema di servizio pubblico radiotelevisivo che, come si evince anche dai documenti europei – il Protocollo sul sistema di radiodiffusione pubblica allegato al Trattato di Amsterdam (1997) e le direttive sulla Televisione senza frontiere (1987, poi modificata nel 2007) e sui Servizi di media audiovisivi (2010) –, dovrebbe avere una funzione culturale rispondendo ai bisogni informativi, educativi e di intrattenimento dei cittadini. Tuttavia, questo sistema è sostanzialmente entrato in crisi. In special modo la televisione pubblica sta tendendo sempre più verso una programmazione tipica della televisione privata, per sua natura commerciale, ponendo al primo posto l’auditel a discapito della sua funzione educativa;
infine, vi è l'uso non consapevole da parte degli analfabeti funzionali dei social network e della rete, laddove il connubio fra mancanza di strumenti cognitivi e la sterminata mole di informazioni non verificate genera un cortocircuito. False notizie, non notizie, preconcetti, decontestualizzazioni e stereotipi producono effetti esplosivi in un Paese in crisi sociale, economica e morale come l'Italia, divengono senso comune e realtà per milioni di persone. In taluni casi ciò determina l'insorgere e il fomentare sentimenti di odio e manifestazioni di violenza, ne sono un esempio i recenti fatti di cronaca che hanno visto l'accanimento mediatico ad avviso dei firmatari del presente atto disumano nei confronti delle due cooperanti italiane, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rilasciate dopo una prigionia di quasi sette mesi;
l'attuale tendenza, riscontrabile specialmente nell'ambito politico, ma non solo, alla riduzione della complessità a slogan incrementa questi rischi, si delinea così un meccanismo pericoloso che si nutre di ignoranza, rabbia e disperazione e che orienta i malumori della popolazione senza valutare e tenere conto delle conseguenze nefaste,

impegna il Governo:

a rivedere il piano dell'istruzione affiancando all'insegnamento dogmatico gli strumenti per decifrare e comprendere, valutare e usare informazioni, di origine scritta o orale, per intervenire attivamente nella società, in tale ambito valorizzando l'insegnamento dell'educazione civica affinché i giovani imparino fin da subito il convivere civile e facciano proprio il senso di responsabilità verso la cosa pubblica;
ad implementare, promuovere e diffondere il programma nazionale per la cultura, la formazione e le competenze digitali, mettendo in atto interventi di alfabetizzazione digitale e potenziando culture e conoscenze già presenti;
ad agire senza indugio per invertire il trend dei cosiddetti NEET con piani per l'occupazione giovanile e incentivazione allo studio, coinvolgendo scuola, aziende e parti sociali sull'onda della programmazione europea a favore dei giovani;
ad operare, per quanto di competenza, affinché il sistema radiotelevisivo italiano sia reinvestito della sua originaria funzione culturale, formativa e educativa.
(1-00727) «Pinna, Labriola, Catalano, Quintarelli, Locatelli, Ciprini, Capelli, Sottanelli, Vecchio, Corda, Marazziti, Fauttilli, La Marca, Galgano, Molea, Pastorelli, Furnari, Artini, Pisicchio, Grande».